lunedì 1 gennaio 2007

Sei stato volontario a Chaaria?


... e allora, scrivi un articolo o una lettera con la tua storia e le tue emozioni, noi la pubblicheremo.
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Per inviare il materiale, scrivere una mail con gli allegati all'indirizzo nadia@bluette.eu

Si raccomanda di allegare le immagini "rinominate" con il nome della persona in foto oppure il nome del luogo fotografato, in modo da facilitare il lavoro di pubblicazione, con i rispettivi tag appropriati.
Tutto il materiale, verrà sottoposto a controllo e revisione prima di essere pubblicato.

Progetto Buon Samaritano

Carissimi amici,

scrivo queste poche righe per dirvi il mio sincero grazie per la generosa collaborazione al progetto “Buon Samaritano” che ci sta aiutando a salvare moltissimi bambini affetti da malaria e da grave anemia, insieme ad altri pazienti che abbisognano di trasfusione (emorragie post-parto, aborti spontanei con anemia, ecc.).
Le vostre offerte sono state veramente generose, e questo è stato un grande aiuto. Il progetto “Buon Samaritano” ha unito persone diverse, ma tutte con un gran cuore: mamme di famiglia; medici ed infermieri; volontari ed amici del Cottolengo; fedeli e di varie Parrocchie; e poi tanti amici. A tutti il nostro grande ringraziamento.
Nel 2008 abbiamo trasfuso più di 1500 bambini e non abbiamo praticamente registrato alcun serio episodio di reazione allergica. Certamente quello che si sta facendo ha un grande senso di fronte la Signore dal momento che stiamo curando la fascia più povera della popolazione.
Questo nostro impegno è ancora più grande perché sentiamo il dovere di non deludere voi, nostri benefattori, che avete sacrificato qualche cosa di vostro per aiutare i nostri bambini a sopravvivere.
Parte del denaro del “Buon Samaritano” è stato usato per assistere fino alla morte malati di AIDS in stadio terminale di malattia. I malati di AIDS, soprattutto le donne e i bambini, sono delle vittime a volte senza speranza. Per questo li riteniamo tra i prediletti della spiritualità cottolenghina.
Ho mandato a Nadia un certo numero di foto e ne manderò ancora altre.
Grazie! Auguri di buona quaresima a tutti voi.

Fr Beppe Gaido

ED ECCOLI IN AZIONE...... SONO IL DOTT RINALDO E LE DOTTORESSE MAYA E ALICE DURANTE UNA DELLE OPERAZIONI DI OGGI. L'ATTIVITA' PROCEDE CON RITMI SERRATI E NON CONCEDE MOLTO TEMPO AI CHIRURGHI PER ANNOIARSI.

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Guestbook


Benvenuti nel Guestbook


dell'Associazione Volontari Missioni Cottolengo

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Adozione a distanza

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Potrai effettuare una donazione ed indicare come causale
"Libretto di risparmio - Adozione a distanza bambini di Chaaria" 
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Libri, Raccolte e Recensioni



Sawa Sawa

Sawa Sawa?
Autore : Bruno Tecci, Pasqualino Serinelli
Editore : Monti
Anno : 2005
Ci siamo interrogati a lungo per decidere se fosse opportuno, o meno, trattare certi argomenti e pubblicare determinate foto. Alla fine, seppur con difficoltà, abbiamo ritenuto giusto rappresentare il "vero" più che il "verosimile", anche se così, qualcuno potrebbe rimanere tuebato.
Noi a questo "qualcuno" porgiamo infinite scuse. Ma ciò che è contenuto in questa pubblicazione è quello che può accadere ogni giorno in un qualsiasi angolo d'Africa, e non solo in Africa, e non solo per responsabilità degli africani.
In ogni modo, per i temi trattati e per le immagini riportate, consigliamo gli adulti di assistere i bambini nella consultazione del volume.
Infine ricordiamo che i nomi di persona citati sono puramente casuali, eccetto quelli di Fratel Giuseppe (Beppe) e Fratel Lorenzo (Renzo).

Gli autori



Pole Pole - Dentisti volontari in Africa

POLE POLE - Dentisti Volontari in Africa
Autore : Andrea Moiraghi
Editore : Edizioni Camilliane

Presentazione di Ernesto Olivero
SALUTE E SVILUPPO

Questo libro si giustifica per quello che propone: un viaggio in un'Africa che nessuna agenzia turîstica al mondo si sognerebbe di inserire nelle proprie formule. Fra fetide periferie africane e savane incontaminate, il volontariato odontoiatrico dell'APA rappresenta, al di là della sua innegabile utilità, l'occasione di un percorso spirituale che spesso si confronta con la fame, l'indigenza, la disperazione e con inevitabili e prepotenti riflessioni che mettono a dura prova la ragione e la fede.
All inclusive, nel vero senso del termine; l'autore ci guida, con linguaggio semplice e a tratti provocatorio, fra i meandri di un'Africa sconosciuta, dimenticata, scomoda, contraddittoria, ma allo stesso tempo autentica e splendida, per la sua natura e per la dignità della sua gente.
Nello spietato panorama dei bisogni di quei popoli, il dentista può avere un posto e un senso? Forse si, ma probabilmente ciò che più conta é l'avvicinarsi a loro con umiltà e rispetto, procedendo adagio e con calma; "pole pole", appunto.

Andrea Moiraghi è un medico odontoiatra torinese, specialista in pediatria e ortodonzia.
Da dieci anni è impegnato nel volontariato odontoiatrico in Africa e più recentemente in Torino, presso il centro medico del Sermig. Nel 1999 con un gruppo di colleghi-amici ha fondato APA (Amici Per l'Africa), un'associazione umanitaria nata da medici, odontoiatri, odontotecnici e assistenti dentali, che ha lo scopo di portare un aiuto professionale a chi, nell'Africa della povertà, non potrà mai beneficiare di cure dentali.



Let the Sun Shine - Lettere da Chaaria

Let the Sun Shine - Lettere da Chaaria
Autore : A cura di Fratel Beppe Gaido
Anno : 2007
Dopo un lungo periodo di silenzio il Signore ci ha concesso di pubblicare nuovamente le lettere da Chaaria. Per me è una grande gioia poter riprendere il discorso interrotto da parecchio tempo, per continuare il nostro cammino di amicizia e di reciproco incoraggiamento.
"Il nostro sogno per Chaaria" è ancora in divenire; tante cose sono ancora da fare, ed altre sono ormai iniziate ma non portate a compimento.
Da sempre le lettere ci hanno tenuti in comunione, e ci hanno permesso di condividere impressioni, idee ed aspirazioni. Esse possono sia aiutare coloro che ancora non sono venuti a Chaaria perchè danno una visione della situazione e delle problematiche da noi incontrate quotidianamente, sia incoraggiare ed entusiasmare coloro che hanno ormai concluso la loro esperienza in quanto li portano a rivivere tanti sentimenti provati durante il tempo trascorso qui con noi.
Il mio augurio è che questa semplice raccolta faccia piacere a tutti voi che leggete, e che ci aiuti ulteriormente a crescere in quella comunione di intenti che ci ha mantenuti uniti fino ad oggi.
Un particolare ringraziamento alla "Associazione Volontari Mission Hospital Chaaria" che mi ha incoraggiato e sostenuto nella fatica di questa seconda edizione, che ha sostenuto le spese di pubblicazione.
Dio vi benedica tutti e vi ricompensi.
Fr. Beppe Gaido (Chaaria, 2 Febbraio 2007)



Con el corazòn abierto - Lettere dalle Missioni

Con el corazòn abierto - Lettere dalle Missioni
Autore : Fr. Beppe Gaido e Fr. Maurizio Scalco
Anno : 2007
La nuova stampa delle lettere comprende i resoconti dal Kenya e dall'Ecuador dove ci sono Missioni del Cottolengo.
I due religiosi Fratel Giuseppe Gaido e Fratel Maurizio Scalco ci descrivono molto bene le condizioni di vita di quelle popolazioni flagellate dalle malattie, dalla fame e dalla solitudine umana.
Le Suore, i Fratelli ed i Sacerdoti cottolenghini che operano quotidianamente in queste Missioni aiutano i Poveri a ritrovare la dignità personale che è calpestata dall'egoismo e dalle ingiustizie ai quali invece dobbiamo rispetto ed amicizia.
La nostra Associazione è impegnata ormai da anni con un servizio di volontariato costante per affiancare l'opera della Piccola Casa della Divina Provvidenza, inviando aiuti materiali e risorse umane qualificate per affrontare questa situazione che non ci può in coscienza lasciare tranquilli.
La crudezza e la drammaticità dei resoconti che talvolta leggiamo non possono far scremare la speranza e la forza per andare avanti, perchè nonostante tutto possiamo osservare che i nostri Volontari, le Religiose ed i Religiosi affrontano con determinazione e serenità situazioni difficili.
Questo è il metodo giusto per trasformare eventi negativi in positivi.
A loro va il ringraziamento e stima per quanto fanno, come pure alle loro famiglie che li assecondano in questa impegnativa lotta al dolore ed alla sofferenza.
Lino Marchisio (Il Presidente)



Asante Sana - Diario di Gigi ed Emy

Asante Sana - Diario di Gigi ed Emy
Autore : Gianluigi Trapoletti e Emy Forcella
Anno : 2008
Gigi ed Emy sono due volontari di Brescia (marito e moglie) che stimolati dalla partenza di Sr. Giovanna Albini, hanno iniziato nel 2004 la loro esperienza missionaria con i cottolenghini del Kenya. L'anno scorso poi, anno chiesto sei mesi di aspettativa dal lavoro ed hanno offerto sei mesi di volontariato in Kenya, mettendosi a disposizione dei bisogni di tutte le realtà cottolenghine presenti sul territorio.
Gigi è un elettricista di professione, ma sa fare l'idarulico, il muratore, l'elettrotecnico e l'imbianchino. Ha progettato e fatto carrozzine a Tuuru per disabili; la moglie è stata al suo fianco e gli ha fatto da garzone aiutandolo in ogni cosa.
Sono stati per noi una bella testimonianza di vita e di impegno concreto, nel mettersi a disposizione del più povero.
L'intero ricavato andrà devoluto per le missioni cottolenghine. Chi è interessato può inviare una mail al seguente indirizzo: trap2005@alice.it



Afrikalba

Afrikalba
Autore : Mariano De Mattia
Editore : A.I.N.S. - Associazione Italiana Nursing Sociale
Anno : 2003
Afrikalba viene definito un diario di bordo che accoglie sensibilmente i fotogrammi scattati in un mese di permanenza in Kenya dell'autore, a Chaaria dove, la “Little House of Divine Providence – Cottolengo Centre”, opera con i suoi volontari e lo scarso materiale di cui dispone. In queste ottanta pagine leggiamo quelle sensazioni e quei sentimenti profondi che quest’Africa sa risvegliare. Da qualche parte è scritto che l'Africa o si ama o si odia.... l’autore la ama come una donna e questo trapela nella descrizione delle sue albe, dei suoi tramonti e soprattutto della sua gente. Nella speranza che qualcun’altro si innamori, Mariano De Mattia lascia nella prefazione del suo libro, il proprio indirizzo quasi per dare continuità e spronare altri a percorrere le sue orme in terra d’Africa, egli suggerisce un modo per “dilatare la coscienza” di chiunque sia disposto a partire con l’umiltà sufficiente per imparare.
“In Italia c’è qualcosa che non c’è” – dirà nel suo viaggio di ritorno, egli teme di scoprire, paradossalmente, una povertà interiore. Con poche semplici parole, descrive le incongruenze di questo continente, dove ancora si muore di parto, di fame e dove l'acqua, per noi è un bene scontato, lì è qualcosa di prezioso e determinante per la vita. Durante la permanenza al Cottolengo Centre non si vedono lacrime ne capricci o lamenti nel soffrire degli Africani. Qui il dolore prende un’altra dimensione, si esprime e segue dei connotati che non sono solo fisici ma culturali e la malattia, come la morte, non costituisce tabù e viene vissuta senza alcun bisogno di essere demonizzata o rimossa. La paura sembra farsi irrilevante e la dignità di fronte alla sofferenza pare irrobustirsi perfino nei bambini.
“Abari” (come stai?)
“Nzuri sana” (molto bene). Questo è il dialogo essenziale tra Mariano e un bambino affetto da malaria.
E ancora Samuel dirà: “Se mi medichi tu sono tranquillo, perché so che quando io sento dolore lo stai sentendo anche tu”.
Mariano De Mattia presta la sua opera in Africa come professionista, ma emerge ovunque, quasi fosse una virtù dovuta, il Mariano come uomo.
La grandezza dell’autore sta nel suo modo particolare di affrescare con le parole ogni forma di umanità e di solidarietà che si respira nel Cottolengo Centre. Nonostante tutto, dice, la gente è ancora capace di sentirsi felice, il valore dell'ospitalità è ancora sentito come condivisione di quel poco che si ha... Tra le pagine Africane riesce a descrivere armoniosamente quella dimensione antropologica e culturale quasi come se fosse raccontata dal di dentro, in forma autoctona. Con disinvoltura penetra nei particolari di un popolo che vive nella miseria e nella precarietà tra la vita e la morte, ma che mantiene quasi geneticamente saldi quella fermezza e quel sorriso immutato e ricamato sulle bocche della gente.


"Questo amore"
Bruno Vespa

Il sentimento misterioso che muove il mondo




.... E, per finire, l‟«amore di Dio»: che cosa resta oggi dell‟esempio di san Francesco? Perché i missionari religiosi e laici che l‟autore ha incontrato in Kenya hanno rinunciato a ogni benessere materiale riversando sugli ultimi della terra la loro dedizione al Signore?

Un libro, insomma, in cui ciascuno di noi può trovare una parte di sé.



Cottolengo Mission Hospital Chaaria, Meru, Kenya - Geografia


Chaaria è un piccolo villaggio situato nel distretto di Gatimbi, che fa parte del Meru. Si trova a circa 400 km a Nord di Nairobi, e confina con il distretto del Tharaka. In senso stretto Chaaria è un mercato, cioè un luogo di scambi e commercio, mentre la maggior parte della popolazione vive in casette costruite all’interno del proprio appezzamento di terreno.
58597008.jpgIl territorio in cui Chaaria market si trova si chiama Gaitu ed ha circa 5000 abitanti. L’attività principale è l’agricoltura in cui è coinvolto circa il 90% della popolazione. Le colture principali sono: granoturco, leguminose ed arachidi. Negli ultimi anni è stata progressivamente abbandonata la coltivazione del cotone, ora totalmente soppiantata da quella del tabacco, che viene comprato da una multinazionale.
A Chaaria, sin dai tempi della colonizzazione inglese, esiste una fabbrica per la concia del cotone, ma la sua attività ora è minima e ridotta a circa due mesi all’anno. Il boom economico sperimentato negli ultimi anni è totalmente dovuto all’ospedale: molti sono venuti a lavorare da noi. Si sono costruite case in muratura da affittare ai nuovi dipendenti del Centro. Sono aumentati i servizi di trasporto da Meru.
791668483.gifE’ nato un fiorente mercato proprio davanti al cancello dell’ospedale. Pochi hanno l’elettricità a Chaaria e nessuno ha acqua corrente. La strada è sterrata da Meru fino a noi. Circa 25 km, che nella stagione delle piogge diventano quasi impossibili da percorrere a causa del fango. La popolazione locale è per lo più composta da membri della tribù Meru.
La religione principale è il Cristianesimo: a Chaaria ci sono almeno 7 denominazioni cristiane diverse, insieme a varie sette. Al momento i Musulmani sono una esigua minoranza. La zona è rurale e relativamente tranquilla anche se non mancano episodi di violenza per lo più dovuti a furto, alcoolismo (bevande locali) o dispute legate al possesso della terra.
2059257057.JPGIl Cottolengo Center si trova proprio nel villaggio a 1 km da Chaaria market, vicino alla Chiesa Parrocchiale fatta costruire dalla Piccola Casa di Torino e dedicata appunto a San Giuseppe Benedetto Cottolengo. Il centro, e in modo particolare l’ospedale, è raggiungibile solo con strada sterrata e, trovandosi appunto in una zona rurale dedita quasi esclusivamente all’attività agricola, viene classificato “bush hospital”.
Serve un’area molto estesa che comprende 4 distretti (Meru Central, Tharaka, Meru North e Isiolo).
La gente, in media, viaggia circa 6-8 ore per raggiungere il nostro centro.

Fr Beppe Gaido
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Informazioni Volontariato a Chaaria (Kenya)


Il volontariato a Chaaria ha ormai una lunga storia che comincia nei primi anni ’90 quando un gruppo di dentisti dava vita all’ambulatorio odontoiatrico del dispensario, mentre alcuni volontari iniziavano esperienze più o meno lunghe presso i Buoni Figli.

Degna di nota è la presenza di un volontario che è rimasto con noi per tre anni, a cavallo tra il 1988 ed il 1991.

Per molti anni la disponibilità dei volontari è stata piuttosto sporadica e limitata al solo periodo estivo.

La “rivoluzione copernicana” è avvenuta a partire dal luglio del 2000, quando è iniziata l’esperienza del volontariato su larga scala, con gruppi di persone che si sarebbero alternate durante tutto l’anno.

La nuova impostazione organizzativa del volontariato ha coinciso con il riconoscimento dell’ospedale, e con il crescere continuo del numero di pazienti e dei servizi da noi offerti.

Il servizio volontario a Chaaria si è sempre più caratterizzato come “sanitario”, anche se non sono mancate le esperienze positive di alcune persone rivolte ad altri settori della missione: attività educativa dai Buoni Figli, manutenzione varia, costruzione di nuove strutture edilizie, impianti elettrici, ecc...

Nello specifico sanitario il volontariato si è diversificato molto, limitandosi inizialmente all’odontoiatria ed espandendosi successivamente ad altre specialità sia mediche che chirurgiche.

Finora i volontari infermieri sono stati i più numerosi e per un certo periodo abbiamo avuto anche allievi infermieri della scuola Cottolengo, mentre i medici purtroppo sono sempre stati in minoranza.

A Chaaria inoltre, sono state redatte otto tesi di laurea in scienze infermieristiche ed una in medicina e chirurgia.

Dopo sei anni credo sia possibile tentare una semplice analisi dell’esperienza vissuta finora, parlando apertamente e liberamente sia degli aspetti positivi che di quelli negativi e problematici.

Inizio tracciando un bilancio ampiamente positivo del volontariato internazionale a Chaaria, constatando che normalmente i volontari sono bravissime persone che si offrono cariche di entusiasmo, spirito di servizio e capacità di adattamento.

Non sono mancate però le persone che hanno creato dei problemi, persone anche brave nello svolgere il proprio lavoro ma eccessivamente critiche nei confronti dell’attività ospedaliera e del personale locale, indifferenti alla vita di comunità e alle persone che la formano; posso asserire però che si tratta di una percentuale nel complesso molto bassa.

Vorrei cominciare ad analizzare gli elementi positivi del volontariato a Chaaria, partendo dalla considerazione che dai volontari si è imparato molto, dall’ecografia ai tagli cesarei, rivelandosi così una presenza significativa e molto utile per la progressione del nostro servizio.

Le cose insegnateci sono senza dubbio una dimensione centrale, in quanto l’ospedale di Chaaria si è diversificato grazie a ciò che abbiamo appreso dai volontari.

Per alcuni questa dimensione formativa è stata piuttosto chiara, edificante e motivo di gioia nel constatare che dopo il loro passaggio qualcosa di nuovo stava cominciando.

Il volontario è inoltre un portatore di freschezza ed entusiasmo nella continuazione del nostro lavoro. Troppo spesso la routine ci può rendere cinici, incapaci di condividere fino in fondo il dolore altrui. Diventiamo freddi, come paralizzati nei sentimenti dal contatto troppo continuo con la sofferenza e con la morte.

Corriamo il rischio di voler dare a tutti lo stesso livello di attenzione, perchè abbiamo paura di coinvolgerci troppo con alcune persone che poi dovremo lasciare, o perchè muoiono o perchè guariscono e se ne vanno.

I volontari invece sanno dare importanza alle piccole cose: ad un sorriso, ad una delicatezza verso i pazienti...Essi diventano un silenzioso richiamo a non lasciarci travolgere dal rullo compressore del quotidiano che rischia di trasformarci in “macchine operatrici” senza sentimenti e senza vero coinvolgimento. Sanno piangere davanti ad un bimbo che muore di malaria o di fronte ad una piccolina che viene consumata dall’AIDS...e con queste lacrime, quasi impercettibilmente, mettono un freno al nostro continuo correre che ci porterebbe a dire: “Ma quante storie! Non c’è tempo per piangere per i morti, bisogna lavorare per chi è ancora vivo!”.

I volontari sono anche la nostra “cassa di risonanza” e molto spesso lavorano per noi in Italia più di quanto non potessero fare quando erano qui in Kenya.

Alcuni cooperano nell’apportare forze nuove per il sevizio a Chaaria; è infatti il fenomeno del “passa-parola” che ci consente di accogliere nuovi collaboratori.

Altri poi organizzano raccolte fondi, concerti, attività parrocchiali...che contribuiscono grandemente al nostro budget. Ritengo quindi opportuno sottolineare come grazie all’impegno dei volontari si sono potuti realizzare il libro “sawa sawa” ed il calendario e, senza voler adulare questa attività di raccolta fondi, credo sia giusto comunicarvi che circa il 35-40% delle nostre entrate, provengono dalle varie iniziative degli amici e dell’Associazione.

Dopo gli elementi positivi e costruttivi del volontariato, credo sia giunto il momento di segnalare alcune problematiche verificatesi nel corso degli anni, al fine di tentare un miglioramento.

Personalmente quello che sento molto è che sempre più giovani sono alla ricerca di “esperienze” e non tanto relazioni e servizi di aiuto continuativi nel tempo.

Sempre più frequente è l’incontro con volontari che si esprimono dicendo: “Chaaria è stata una bella esperienza ma siccome ormai conosco questa realtà, l’anno prossimo proverò ad andare altrove”.

Alcuni rinunciano senza problemi a certi tipi di servizio perchè “non pertinenti con l’esperienza che si erano prefissati”.

Altri ancora rifiutano di rimanere nello stesso posto in ospedale (p.es.le medicazioni...) per più di una settimana poiché desiderosi di operare in più settori, con il risultato che non diventano autosufficienti da nessuna parte. Permettetemi di insistere su questo punto analizzando quella che potremmo chiamare la “perdita di tempo calcolata”: per un infermiere e per un medico di medicina generale, sono necessari molti giorni per l’adattamento iniziale in quanto si deve far entrare il volontario in un concetto differente di cultura, di modo di lavorare, di carenza di mezzi e di farmaci, di limitata disponibilità di denaro sia dei pazienti che dell’ospedale stesso. È chiaro quindi che qualcuno dovrà spiegare questi concetti, mentre il volontario dovrà ascoltare, capire e provare. Il volontario dovrà capire gradualmente che la disponibilità di infermieri locali è sempre scarsa rispetto ai bisogni, perché non abbiamo soldi per pagare più persone. Nonostante tale carenza strutturale, succederà comunque che l’infermiere kenyano seguirà il volontario italiano fino a quando lo stesso non si riterrà indipendente nel suo tipo di servizio. Ma, se una volta raggiunto un certo grado di autosufficienza il volontario cambierà il proprio lavoro perchè ormai “quello l’ho già fatto!”, la “perdita di tempo calcolata” duplica, triplica...e forse perde il suo significato.

Normalmente ci vogliono circa due settimane prima che un volontario cominci a familiarizzare con l’andamento caotico dell’ospedale, a ricordare la collocazione del necessario per svolgere il servizio, a comprendere le cattive grafie sulle cartelle e il significato delle molte abbrevazioni. Se poi un volontario, che starà con noi tre settimane, dice che non tornerà in futuro perchè ha il desiderio di fare esperienze altrove, nel mio cuore nasce come un blocco: perchè dovrei lasciarmi coinvolgere psicologicamente e in termini di tempo se questa persona mi ha già confidato di non voler più tornare?

Certo è difficile tornare. Questo dipende da molti fattori, non ultimo quello economico. Però un volontario che desidera venire ancora (anche se poi il futuro è nelle mani di Dio) è senza dubbio un aiuto molto più significativo di tutte quelle esperienze “una tantum” che ci portano a contatto con tanta gente passegera nella nostra vita e che poi sparirà per sempre. Altro aspetto importante è il fattore tempo. In questo periodo abbiamo con noi Andrea per un anno e Daniele per sei mesi. Questo significa che essi diventano molto importanti per noi; fanno realmente parte dello staff e a loro affidiamo responsabilità sempre più gravose. Un volontario che si ferma qui per tre settimane, normalmente ci lascia proprio quando comincia ad essere utile!

Ecco perchè credo che sia importante l’attivazione dell’esperienza dei “Caschi Bianchi” a Chaaria.

Detto questo, desidererei ora sottolineare alcune caratteristiche a mio avviso necessarie per tutte le persone che vorrebbero fare o hanno fatto volontariato da noi.

1. SENSO DI ADATTAMENTO: sappiamo tutti che un ospedale rurale in Africa non può essere ben organizzato come un moderno ospedale italiano.

La struttura qui potrebbe essere paragonata ad un enorme reparto contenente 140 posti letto, divisi tra specialità molto diverse tra loro.

A tutto questo si aggiunge il flusso continuo e in progressivo aumento negli ultimi tempi, di pazienti ambulatoriali.

Inoltre come ho già detto, lo staff locale è molto ridotto rispetto agli standard italiani, per cui a volte non riusciamo a seguire il singolo paziente come invece si potrebbe fare in Italia.

Oltre alle ore lavorative, il senso di adattamento è necessario che si estenda anche nelle ore di tempo libero o di relax personale, tenendo conto e non dimenticando, di essere ospiti in una missione che vive comunitariamente secondo orari e regole più o meno precisi.

A Chaaria non ci sono stanze con bagno o stanze matrimoniali. Il cibo, pur essendo abbondante, non è sempre preparato con i canoni culinari che potremmo aspettarci in un hotel (la pasta ed il riso sono spesso scotti, soprattutto se si arriva tardi dall’ospedale; il menù è più o meno fisso e si ripete ogni settimana. Personalmente trovo pesante il giudizio continuamente negativo e le reazioni di disappunto di chi spesso mi mangia di fronte. Durante il fine settimana, secondo le disponibilità della comunità e le esigenze di servizio, è possibile organizzare qualche uscita. Le gite che proponiamo quasi sempre ci portano in altre missioni, non certo in “resorts” turistici con piscina, ma permettono di farsi un’idea della vita degli africani in luoghi anche lontani da Chaaria e di rendersi conto del lavoro dei missionari sul territorio.

L’ organizzazione di viaggi per più di un giorno è lasciata totalmente a carico dei volontari a cui è possibile consigliare un’agenzia turistica a Nairobi.

2. SPIRITO COMUNITARIO: è importante che i volontari cerchino di creare buoni rapporti anche con i giovani Fratelli Africani che spesso si sentono esclusi. Una delle cause di questa mancanza di integrazione può essere la barriera linguistica. È necessario che i volontari si rendano conto che discutere a tavola in italiano (magari alzando la voce), rende complesso sia l’intervento dei Fratelli che non hanno ancora una chiara conoscenza della nostra lingua, che la quiete necessaria per lasciare gli altri Fratelli liberi di parlare d’altro. Questi inconvenienti avvengono soprattutto quando i volontari approdano a Chaaria in gruppi grossi e strutturati.

Se poi all’interno del gruppo si presentano delle tensioni ideologiche (destra/sinistra, Berlusconi/Prodi, credenti/anti-clericali...), la miscela diventa esplosiva ed il momento dei pasti perde la sua connotazione conviviale trasformandosi in una quotidiana baruffa da bar su temi peraltro scontati e astratti. Sembra cosa da poco ma vivere il proprio tempo libero (che è poco!) in continua tensione, può diventare pesante e tramutare i momenti da cercare in momenti da evitare!

3. UMILTA’ sia nel servizio che nel giudizio globale della realtà africana.

Nel servizio, pur essendo molto bello che i volontari ci portino ad un continuo miglioramento, è necessario fare appello alla pazienza personale per accettare che i cambiamenti suggeriti avvengano per piccoli passi. A volte è necessaria una rivoluzione mentale per il nostro personale che è stato formato con altri criteri, soprattutto se consideriamo che un Africano non riesce per natura a cambiare le proprie abitudini da un giorno all’altro.

Nel giudizio globale sull’Africa invece, credo che valga quanto ci ha detto un vecchio missionario: “Per i primi tre anni osserva e basta...se vuoi veramente tentare di capire. Dopo puoi cominciare ad esprimere qualche umile parere.”

4. COMPRENSIONE: noi Fratelli siamo sempre in vetrina in quanto viviamo 24 ore al giorno con i volontari. A volte è difficile per noi adattarci a personalità completamente diverse che si alternano nella nostra comunità a velocità alquanto elevata. Passiamo da persone pacate ad altre molto esuberanti; da gente che ha bisogno di solitudine ad altri che preferirebbero stare sempre in gruppo e via dicendo...

Non sempre è facile passare da un chirurgo che richiede tutto il nostro sforzo per migliorare la sterilità, ed un pediatra che invece ritiene che l’ospedale si debba concentrare soprattutto sulle pappette e sulle soluzioni reidratanti.

In ultimo dico che non possiamo essere sempre al meglio: a volte anche noi attraversiamo momenti difficili ed è imbarazzante quando il volontario ti vede in tale stato, perchè si porterà in Italia un’impressione negativa di te, l’idea di una persona triste.

5. FORMAZIONE : L’Associazione Mission Hospital Chaaria propone corsi di formazione con una cadenza ormai continua e costante.

I volontari aderiscono in modo entuasiasta iscrivendosi ai vari corsi, ma poi non partecipano alle lezioni programmate.

Questo atteggiamento va corretto, soprattutto perché la formazione è importante per migliorare la qualità di metodo e quindi poter operare con maggior efficacia.

Inoltre non dev’essere tralasciata la formazione personale sullo spirito ed il carisma cottolenghino.

Sarebbe auspicabile una maggior frequentazione dell’ambiente della Piccola Casa a Torino o nelle sede dislocate su tutto il territorio nazionale italiano, per cercare di vivere e comprendere meglio lo spirito di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, e quindi sapere e imparare in pratica cosa s’intende per Carità e solidarietà.

Desidero concludere con una parola sul volontariato dai Buoni Figli che è senz’altro utile ma molto più complesso.

Parecchi volontari non si sono trovati bene in tale settore per diversi motivi. Credo che il più importante sia che tra lo staff dei Buoni Figli nessuno parla Italiano e questo può diventare difficile per chi non conosce l’Inglese. Altro aspetto complesso è che in tale tipo di servizio ci sono parecchie ore libere in cui il volontario può impegnarsi con varie attività di animazione (una partita a dama, suonare la chitarra, una partita a calcio...); se però non riuscisse ad organizzarsi in questo senso, potrebbe provare un senso di inutilità che è dannoso. Collaborare alla scuola speciale o alle attività occupazionali costituisce anch’esso un problema per molti: sono compiti ripetitivi e che richiedono molta pazienza. Credo di poter affermare che il volontariato dai Buoni Figli sia più complesso di quello in ospedale, in quanto richiede una discreta conoscenza dell’Inglese per la comunicazione con il personale, una scorta abbondante di pazienza per interagire con i ragazzi, e uno sviluppato senso del servizio condito da una buona dose di fantasia.

Termino questo lungo scritto sottolineando che il volontariato è una realtà molto bella e utile per Chaaria. Abbiamo bisogno dei volontari! Giudico l’esperienza di questi sei anni di volontariato positivamente, anche se, come in ogni situazione umana, ci sono stati dei problemi. Ritengo comunque che il volontariato sia qualcosa di dinamico e che anche gli elementi apparentemente negativi possano tramutarsi in punti di partenza per una revisione onesta e per un miglioramento futuro.

Mi auguro che il Signore ci aiuti a crescere per correggere quanto abbiamo sbagliato in questi anni e per sviluppare al massimo le potenzialità del volontariato che, a mio avviso non sono state ancora pienamente raggiunte.

Chaaria, 25-03-06

Fr.Beppe


Breve guida per i Volontari di Chaaria (Kenya)


Carissimo/a

Grazie d’essere venuto qui a Chaaria per condividere con noi questo periodo di servizio. Vogliamo aiutarti ad inserirti in questa nuova realtà presentandoci e dandoti alcune indicazioni.
Siamo una Comunità religiosa di Fratelli a servizio dei più poveri. Non siamo preti, siamo consacrati a Dio con i voti di povertà, castità, ubbidienza e viviamo insieme.
Fr. Beppe è l’attuale superiore della Comunità ed è il medico responsabile dell`ospedale;
Fr. Lorenzo e’ l’amministratore della missione, ed il coordinatore della manutenzione del Centro insieme a Fr Richard. Inoltre segue i giovani Fratelli professi in formazione che, seguendo un loro programma formativo, condividono con noi varie ore di servizio nei vari settori: Ospedale, Buoni Figli, fisioterapia.
Fr. Joseph Muchiri è responsabile del Centro per ragazzi handicappati (Buoni Figli), dove coopera con Fr. Elisha e Fr. Richard.
Fr. Dominic collabora al sevizio agli uomini in ospedale, dove opera anche Fr. Joel.
Fr. James è un infermiere professionale che collabora in vari settori della attività ospedaliera. Fr. Lodovico, il fondatore di questa Missione è il decano della Comunità e collabora ad alcuni piccoli servizi, come la preparazione delle garze per l’ospedale.
Con noi ci sono anche quattro suore: Sr. Florence è la superiora; inoltre è anche capo del personale in ospedale. Sr. Cecilia coordina il lavoro nella lavanderia dell’ospedale.
Sr. Oliva si occupa degli orfani e Sr. Lucy delle attività occupazionali per gli handicappati mentali, oltre che della sartoria.
Operai, infermieri, cuochi e guardiani sono impiegati dalla missione per l`assistenza degli ospiti nei vari settori.
Preghiera e lavoro scandiscono le nostre giornate con qualche momento di vita comunitaria. Se vuoi puoi condividere con noi alcuni momenti di preghiera;
6.30 Lodi, 6.45 S. Messa in parrocchia, 19.30 vespri, 21.15 compieta.
Nei giorni festivi c`e` la S. Messa alle ore 7 in parrocchia ed alle 9 in ospedale.
Poiché condividiamo la stessa casa, per favorire un rispetto reciproco ti proponiamo alcune indicazioni:

1. Questi gli orari dei pasti per i volontari: 8 colazione, 13.30 pranzo, 19.45 cena. Ti sarà dato un orario per il servizio.

2. Ti sarà indicata la stanza dove potrai trovare bevande calde e fare uno spuntino durante il giorno. Se alla sera dopo cena hai piacere di guardare qualche videocassetta, usa la televisione dell’appartamento dei volontari. Per le videocassette un Fratello ti condurrà nella videoteca. Il servizio internet è a disposizione dei volontari dalle ore 19 alle ore 22.30.

3. Alle ore 23 ti preghiamo di spegnere il televisore ed il computer, e di osservare il silenzio.

4. Per lavarti la biancheria serviti pure della lavanderia grande dei Fratelli; li` troverai tutto l’occorrente. Per l`uso della lavatrice, il giorno dei volontari è il martedì

5. Se vuoi fare foto o riprese agli ospiti o in ospedale parlane prima con Fr. Beppe. Non prendere tu l’iniziativa di fotografare o filmare i pazienti. Qui la gente e’ molto suscettibile da questo punto di vista e si sente lesa nella propria privacy se vengono prese fotografie o filmati a cui non hanno direttamente acconsentito. Assolutamente non usare la macchina fotografica o la cinepresa in sala parto o in sala operatoria: non e’ bello filmare momenti delicati, con il rischio di umiliare o turbare la mamma che sta partorendo e l’infermiera che sta lavorando.

6. Dando per scontato che non siamo tenuti ad organizzarti le gite,per quanto ci sarà possibile si organizzerà una uscita per visitare una nostra missione. Però se desideri una gita ai parchi nazionali; ti possiamo indicare qualche agenzia con la quale potrai accordarti. Il costo per la gita al parco e' attualmente di
12.000 scellini (circa 120 E), più le spese di ingresso al parco.

7. Nei tempi liberi dal servizio, puoi uscire per passeggiate quando vuoi, ma per favore informa il fratello responsabile.

8. Non dare soldi, vestiario o altri regali al personale , agli ospiti o ai ricoverati prima d`aver consultato il fratello responsabile. Se vuoi lasciare offerte o indumenti per i poveri li daremo a chi ne ha più bisogno.

NB: L`acqua dei rubinetti della missione al momento non è potabile, per cui ti chiediamo di servirti delle bottiglie di acqua bollita che troverai nel frigorifero della Missione. Ma ricordati che l’acqua e’preziosa.

Ancora grazie d`essere qui a Chaaria con noi; ti auguriamo una fruttuosa esperienza umana, professionale e spirituale.

I Fratelli di Chaaria




Volontariato in una delle nostre Missioni


Se sei interessato a svolgere un periodo di volontariato in una delle nostre missioni, compila tutti i campi del seguente modulo per contattarci ed avere informazioni, possibilmente scrivendo anche nella parte libera (l'ultima) una breve presentazione di te stesso e le motivazioni per cui vorresti partecipare ad una esperienza di questo tipo.
Grazie
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Tranne che il personale medico ed infermieristico, per tutti gli altri (inclusi gli studenti) è previsto prima della partenza, un periodo di formazione in Italia presso una delle strutture del Cottolengo. Questo periodo, sarà necessario per comprendere la realtà del Cottolengo ed avere un'idea di quanto si dovrà affrontare in Missione.











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Guarda l'Album fotografico dei volontari già stati a Chaaria

Chi siamo, la nostra storia, le nostre missioni


L'Associazione Volontari Cottolengo Mission Hospital (Onlus)
, è il naturale risultato di un cammino percorso negli anni, da numerose e motivate persone che hanno svolto attività di volontariato direttamente a Chaaria, oppure che si sono occupate a vario titolo della Missione Cottolenghina in Kenya. Uomini e donne che hanno sentito il dovere di dare un apporto a quella popolazione flagellata dalla
BannerVerticaleOrangeGrazie.jpgpovertà, dalla malnutrizione e dalle malattie.
Con il trascorrere del tempo, ci si è accorti che aumentavano le adesioni a questa opera di carità e solidarietà e quindi diventava necessario ed opportuno un coordinamento globale tra le risorse umane disponibili e le attività da loro esplicate in diversi settori. Alcuni volontari si sono riuniti per valutare quale struttura avesse le caratteristiche per integare al meglio le energie e le competenze di queste persone volenterose e parimenti desse dei principi ispiratori.
Il 17 Luglio del 2004 si giunse alla conclusione di tali lavori preparatori e si sottoscrisse l’atto costitutivo. In questo iter è stato importante il costante apporto morale di Suor Anna Maria De Rossi e di Fratel Giuseppe Meneghini – Superiore Generale.
I valori a cui la nostra Associazione fa riferimento sono quelli della Carità cristiana e della solidarietà umana, che si concretizzano nel servizio di "affiancamento" alla Piccola Casa della Divina Provvidenza, presso tutte le Missioni del Cottolengo situate all'estero.
I volontari sono impegnati a vivere e diffondere lo spirito ed il carisma di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, che si esprime bene nel motto paolino: Caritas Christi urget nos. Attualmente la nostra Associazione conta 200 volontari provenienti da gran parte del territorio nazionale.

Il Chaaria Mission Hospital – Cottolengo Center
Chaariahospital.JPGChaaria è un piccolo villaggio situato nel deserto di Gatimbi, che fa parte del Meru. Si trova a circa 400 km a nord di Nairobi e confina con il distretto del Tharaka. In senso stretto, Chaaria è un mercato, cioè un luogo di scambi e di commercio, mentre la maggior parte della popolazione vive in casette costruite all’interno del proprio appezzamento di terreno. Il territorio in cui Chaaria market si trova, si chiama Gaitu ed ha circa 5000 abitanti. L’attività principale è l’agricoltura in cui è coinvolto circa il 90% della popolazione. Sono aumentati i servizi di trasporto da Meru. E’ nato un fiorente mercato proprio davanti al cancello del centro. La popolazione locale è per lo più composta da membri della tribù Meru. Il Cottolengo Center si trova proprio nel villaggio a 1 km da Chaaria market vicino alla Chiesa Parrocchiale fatta costruire dalla Piccola Casa di Torino e dedicata appunto a San Giuseppe Benedetto Cottolengo. Il centro offre un servizio di ospedale (in cui è incluso un laboratorio analisi ed un centro di fisioterapia), di ricovero per disabili “buoni figli” e di accoglimento di alcuni orfani per i primi sei mesi di vita. E’ raggiungibile solo con strada sterrata (25 km da Meru) e viene classificato “bush hospital”. Serve un’area molto vasta, che si estende a quattro distretti (Meru central, Tharaka, Meru North e Isiolo). La gente in media viaggia per circa 6-8 ore per raggiungere il nostro centro.

L’Hogar de ancianos – Tachina
022_tachina hogar.jpgTachina è un paese di circa 3000 abitanti che si trova ad un paio di km dall’Oceano Pacifico e a 25 km dalla città Esmeraldas. Esmeraldas è una città della costa a 350 km a nord-ovest di Quito, la capitale dell’Ecuador. La nostra casa si trova a Tabule, una frazione a 2 km da Tachina. E’ ubicata in aperta campagna, immersa nel verde e nel silenzio ed è affiancata dal fiume Rio Esmeraldas. Tabule conta qualche centinaio d’anime, disperse nelle varie “finche”, ossia fattorie, anche poverissime, dove si vive principalmente di pastorizia o in povere palafitte in riva al fiume dove si pratica la pesca. La pastorizia e la pesca sono le attività principali della zona. Purtroppo con la globalizzazione, e quindi con la concorrenza, le rendite di questi lavori sono oggi molto scarse e spesso non sufficienti per la sopravvivenza, soprattutto per chi ha una famiglia con a carico dei figli in età scolare. Per questo, specialmente tra i più giovani, si stà diffondendo la microcriminalità con lavori illeciti, come il narcotraffico, organizzato da bande. Molti diventano così i cosidetti “bandilleros”, che si danno alla macchia e conducono una vita illegale, pericolosa e immorale. Altri lavori presenti sul territorio, oltre al piccolo commercio su provvisorie bancarelle, ai margini delle strade provinciali, sono l’insegnamento e la vigilanza notturna. L’analfabetismo, vera piaga sociale, è molto elevato con tassi che nelle zone rurali superano il 40%. Così è facile incontrare bambini anche piccolissimi, di 7-8 anni, che a cavallo pascolano le mandrie.

COTTOLENGO MISSION HOSPITAL-CHAARIA
PO BOX 1426. MERU

IL SERVIZIO

A. IL SERVIZIO AGLI HANDICAPPATI MENTALI
Responsabile del servizio è Fr Lorenzo Gambalonga
Il centro è attrezzato per 50 posti letto.
Gli ospiti sono seguiti da un buon gruppo di personale dipendente (circa 20 persone), il quale ogni giorno ne cura il bagno, due volte la settimana rade la barba, quotidianamente compie l’igiene della bocca. Oltre al quotidiano servizio domestico e alberghiero, esiste un’attività di apprendimento scolastico; nel sessennio questo servizio è stato incrementato, per cui quasi tutti gli ospiti hanno usufruire della scuola.
Non sono mancati momenti di svago attraverso il gioco o le uscite dal Centro.
Il Centro è meta per visite guidate da parte di gruppi scolastici, parrocchiali ecc.
Quasi tutti gli ospiti hanno bisogno di interventi fisioterapici; per loro esiste un servizio fisioterapico gestito da personale specializzato.
Desideriamo mantenere questo numero di Ospiti e magari anche aumentarlo, sapendo che esiste un forte bisogno di questo servizio; crediamo che la nostra casa possa essere una grande testimonianza in una cultura dove esiste poca comprensione per le persone con handicap mentale.
Le cure sanitarie.
Crediamo che con il riconoscimento dell’ospedale, anche gli handicappati abbiano ottenuto un miglioramento del servizio sanitario. Innanzitutto il Centro ha un riconoscimento legale, poiché i disabili intellettivi ospitati rientrano nel numero di posti letto del Cottolengo Mission Hospital.

Prima della innovazione del dispensario, le cure sanitarie erano sempre seguite, come oggi, dai Fratelli; tuttavia nei momenti degli atti comunitari e durante il riposo notturno il servizio sanitario era scoperto, e i Fratelli dovevano essere chiamati all’occorrenza. Ora, la presenza continuativa del personale infermieristico, anche di notte, garantisce l’immediato intervento sanitario anche per gli handicappati, qualora ce ne fosse bisogno.
Tutte le patologie vengono curate in sede; un tempo gli attacchi di malaria complicata richiedevano di fare ricorso all’ospedale, con non poco incomodo alle già misurate forze della comunità. Dal 1997, solo un ospite ha dovuto essere ricoverato in un altro ospedale.
Il Volontariato.
Per tutto l’anno vi è la presenza quotidiana di volontari locali, di solito due. Essi, guidati dal loro buon cuore, si occupano della pulizia delle stanze, di imboccare ecc. Alcuni vogliono bene agli ospiti e chiedono di essere presenti più giorni.


B. IL SERVIZIO SANITARIO DEL COTTOLENGO MISSION HOSPITAL

Il servizio sanitario in Kenya. Il servizio sanitario di Chaaria è inserito nel sistema sanitario del Kenya, che ha più strutture, a vari livelli, deputate a coprire i bisogni della popolazione: il Dispensary (dispensario), tenuto da personale infermieristico qualificato; l’Health Center (Centro di salute) che, a differenza del dispensario, può avere un massimo di 8 posti letto; il Cottage Hospital and Maternity, una struttura avente un numero minimo di 10 posti letti, con alcuni posti per la maternità e la chirurgia generale; il General Hospital, ospedale con più livelli di grandezza e secondo le specialità.

B1. Il Cottolengo Mission Hospital di Chaaria.
E’ presente in questo servizio fr. Beppe Gaido, in qualità di medico, ed alcuni Fratelli kenyoti che collaborano nel settore odontoiatrico, laboratorio analisi ed assistenza.
Il Cottolengo Mission Hospital è la denominazione ufficiale che il Ministero della Sanità del Kenya ha dato al servizio del Cottolengo di Chaaria, riconoscendo e approvando le strutture da tempo operanti (nel loro insieme: dispensario e Centro dei Buoni Figli) come Cottage Hospital and Maternity.
L’approvazione. Il 15 dicembre del 2000 il Governo riconosceva l’ex dispensario come Cottage-Hospital, con la denominazione: COTTOLENGO MISSION HOSPITAL. Il Cottolengo Mission Hospital, dal punto di vista del Ministero della Sanità, include sia il servizio più propriamente ospedaliero sia il Centro dei Buoni Figli.
Nel 2001 abbiamo visto aumentare il numero dei pazienti ricoverati che sono passati dai 4800 del 2000, ai 6100 del 2001. Tale aumento è continuato fino al 2006, arrivando a circa 8000 ricoveri. Il 2007 ha registrato un numero costante di ricoveri. Il numero dei pazienti ambulatoriali è rimasto costante, attorno ai 70.000 all’anno. La qualità del servizio è grandemente aumentata con nuove prestazioni sempre più specialistiche e complicate. In questo modo cerchiamo di rispondere alle esigenze di tutti i poveri che bussano alla nostra porta. Attualmente abbiamo 140 posti letto, ed offriamo servizi di Medicina Interna, Pediatria, Maternità, Riabilitazione-Fisioterapia e Chirurgia Generale.
Abbiamo inoltre un programma di prevenzione, diagnosi e terapia dell’AIDS e delle malattie sessualmente trasmesse. Abbiamo un servizio giornaliero di vaccinazioni per i bambini e di prevenzione per le donne in gravidanza.
Offriamo anche servizi di laboratorio analisi e di ecografia. Il personale consta di 2 medico a tempo pieno, 3 clinical officers, 1 registered nurse, 16 community nurses. Inoltre abbiamo 2 fisioterapisti, 4 tecnici di laboratorio analisi e una Pharmacy Technician. Molti sono inoltre i dipendenti addetti alle pulizie e alla gestione della lavanderia e sterilizzazione.

B2. Il servizio sanitario agli Handicappati.
E’ da considerare che il servizio clinico dell’ospedale copre 24 ore su 24 le necessità sanitarie dei nostri handicappati mentali, con i quali si fa prevenzione, diagnosi di laboratorio, e cure di vario genere.

B3. Altri servizi dell’ospedale.
Dal 1990 è presente un organizzato servizio dentistico, che opera tutto l’anno con prestazioni sia di tipo estrattivo, che di prevenzione e cura (devitalizzazioni ed otturazioni).
Abbiamo un programma di formazione infermieristica permanente sia per i nostri infermieri (una volta la settimana), sia per gli infermieri dei dispensari limitrofi (una volta al mese), sia per tutte le strutture della diocesi di Meru (1-2 volte all’anno).
Collaboriamo a programmi di prevenzione dell’AIDS sia a livello parrocchiale e diocesano, sia a livello di strutture pubbliche (public health technicians)
Godiamo di un ottimo gruppo di volontari italiani che prestano la loro opera a titolo completamente gratuito. Essi sono per lo più infermieri, medici, dentisti e fisioterapisti. Abbiamo anche avuto qualche laboratorista. Per il 2007 abbiamo registrato un totale di 60 volontari.

Ciao
Fr. Beppe Gaido

La Storia

IL COTTOLENGO IN KENYA
Non sono uno storico e non ho la pretesa di presentare con rigore i fatti che hanno portato alla nascita e alla crescita dell’esperienza missionaria dei figli del Cottolengo. Voglio semplicemente offrire le mie riflessioni, che spero possano essere utili a coloro che desiderano avere una prima idea della nostra presenza in Kenya. E’ questa la prima parte dello studio. A Dio piacendo vi manderò un secondo saggio in cui descriverò la storia recente delle missioni cottolenghine in Kenya, a partire dal 1972, anno in cui la Piccola Casa è ritornata sulle orme delle prime sorelle missionarie.


GLI INIZI.
Padre Giuseppe Allamano fu rettore della Consolata per più di quarant’ anni ed ebbe sempre un rapporto di particolare devozione e amicizia con la Piccola Casa. Di lui sappiamo che, ancora giovane sacerdote, fu invitato da Padre Anglesio ad essere il Confessore ordinario delle Suore del Monastero Cottolenghino di Santa Taide. Egli accettò questo incarico e lo portò avanti con costanza per lungo tempo.
La fondazione dell’Istituto diocesano per le Missioni estere balenò alla mente del Canonico Allamano sul finire del secolo XIX e divenne realtà nel 1900, anno in cui il fondatore fu miracolosamente guarito da una gravissima malattia e fece voto alla Madonna Consolata di partire al più presto con il nuovo apostolato.
L’Allamano prese contatti con Roma, dove ebbe indicazioni da parte di Propaganda Fide sulla possibile meta dei nuovi Missionari; gli fu indicato il Kenya, al tempo sotto protettorato inglese. Le trattative con il Vaticano e con le autorità britanniche non furono lunghe ed il 29 giugno 1902 i primi quattro Missionari della Consolata arrivarono a destinazione: si trattava di un piccolo villaggio della regione del Kikuyu chiamato Tuthu, dove il capo tribù Karoli aveva dimostrato interesse alla predicazione. I pionieri furono Padre Filippo Perlo, che in seguito diverrà il primo Vicario Apostolico del nuovo Istituto, Padre Tommaso Gays e due Fratelli, Fr Celeste Lusso e Fr Luigi Falda.
Sotto la guida di Padre Perlo le Missioni della Consolata conobbero una rapidissima espansione: egli fondò una ventina di stazioni, il Seminario, laboratori, falegnamerie, scuole di arti e mestieri. Curò la pubblicazione di grammatiche, libri e lessici, nonché dei primi catechismi in kikuyu. Superiore dal 1905, egli fu consacrato vescovo nel 1909. Prestò servizio nel Vicariato del Kenya fino al 1926, quando fu chiamato a succedere per tre anni a Padre Allamano come Superiore generale dell’Istituto.
Fin dall’inizio Mons. Perlo si caratterizzò per una enorme spinta missionaria che lo portò a fondare sempre nuove case in una terra dagli orizzonti sconfinati per l’evangelizzazione.
Ben presto, però, egli si rese conto che tale opera veniva fraintesa per il fatto che i Missionari erano uomini. Troppe volte le popolazioni locali temevano i soldati colonizzatori che si recavano nei villaggi per punire, riscuotere le imposte, obbligarli a lavorare come “portatori” durante gli spostamenti dell’ esercito. Il sacerdote missionario veniva scambiato come uno di loro. Quando visitava le capanne, la gente lo fuggiva, lo temeva, ignorava il fatto che andava a portare il BUON ANNUNCIO del Vangelo.
Per questo motivo, maturò prestissimo in P. Perlo l’idea che l’evangelizzazione avrebbe dovuto passare attraverso le donne… in particolare attraverso le Suore, che potevano recarsi nelle dimore senza insospettire, potendo così curare i malati, aiutare gli indigeni nelle faccende di casa, insegnare qualche pratica agricola nuova e in seguito anche parlare di Gesù e della salvezza eterna.
Senza indugio il Vicario per il Kenya scrisse all’Allamano di mandargli alcune Suore come valido contributo all’opera di evangelizzazione. La richiesta suonò quanto mai peculiare all’Allamano, il quale non aveva ancora mai pensato alla fondazione di una famiglia religiosa femminile. Spinto comunque dal desiderio di aiutare in tutto e per tutto i primi missionari, egli si rivolse fiducioso al Padre Ferrero, quarto successore di San Giuseppe Cottolengo, il quale probabilmente già da tempo aspettava una simile opportunità per una apertura missionaria.
La risposta fu positiva e nacque una collaborazione che durò più di vent’anni. Essa costituisce ancora oggi un esempio grandioso di solidarietà tra istituti religiosi diversi, anche se non mancarono difficoltà, a volte persino acute ed incresciose, delle quali cercherò di dire qualcosa durante il corso della trattazione.


LE SUORE VINCENZINE DIVENTANO MISSIONARIE
Le Vincenzine o Cottolenghine furono le prime collaboratrici dei missionari della Consolata in Africa. Il gruppo iniziale lasciò la Piccola Casa il 24 aprile 1903 e si imbarcò per il Kenya a Trieste, dove erano state accompagnate dalla Madre Generale M. Anania. Esse erano otto: Suor Clotaria (superiora), Sr Maria Bonifacia, Sr Flavia, Sr Zenaide, Sr Giordana, Sr Editta, Suor Metilde e Suor Filippina.
A quei tempi il viaggio era lungo, durava fino a due mesi con vari scali in diversi porti sia italiani che africani, anche se le navi potevano già attraversare il canale di Suez.
Suor Giordana e Suor Editta coronarono la loro vita missionaria con il martirio pochi mesi dopo l’arrivo in Kenya; esse morirono di una malattia sconosciuta (forse la malaria) e vennero sepolte nella foresta di Tuthu, dove erano state destinate per il servizio della erigenda Missione e della falegnameria. Il corpo di Sr Giordana riposa ancora là, mentre le spoglie di suor Editta sono state trasportate a Tuuru in una tomba costruita davanti alla chiesa parrocchiale.
Pochi mesi dopo la Piccola Casa spediva il secondo drappello… era Natale, ed il 23 dicembre si consegnò la croce missionaria alle tredici prescelte nella Chiesa grande gremita di fedeli.
Circa un anno dopo, il 28 gennaio 1905, partiva a bordo del piroscafo “Boemia” il terzo gruppo di suore: erano sei e tra queste c’era Suor Maria Carola, la figura di Cottolenghina Missionaria meglio conosciuta grazie alla biografia lasciataci da Madre Scolastica Piano ( TRA LE ONDE DEL MAR ROSSO, MEMORIE DI SR MARIA CAROLA-MISSIONARIA. Edizioni Cottolengo).
L’ultimo gruppo di suore partì intorno al 1910… da questa data la Piccola Casa cessò l’invio di Sorelle fino al 1925, anno in cui le ultime due suore (Suor Maria Carola e Sr Crescentina) lasciarono il Kenya.
La Piccola Casa fornì con larghezza personale ed aiuti materiali, non ritirandosi neppure davanti ai lutti e alle malattie che avevano messo a dura prova l’attività degli inizi. Le Suore, dal canto loro, furono amate dalla popolazione locale e furono apprezzate dai Sacerdoti Consolatini. Sicuramente raggiunsero elevatissime vette di santità, rese ancora più ardue dai tempi pionieristici, dalle condizioni di estrema povertà e dalle grandissime difficoltà di comunicazione con Casa Madre. Molte di loro prestarono servizio in Kenya per vent’ anni senza la possibilità di un rientro a casa per la visita in famiglia.


ALCUNI ASPETTI DELLA LORO MISSIONARIETA’
Quando Mons. Perlo richiese le Suore al Padre Fondatore, egli desiderò prima di tutto ricevere delle “buone massaie”, che fossero in grado di occuparsi del corretto andamento delle Missioni, prodigandosi per migliorare le condizioni di alimentazione dei Padri e dei Fratelli, prendendosi cura del vestiario degli stessi religiosi e che fossero al contempo delle buone sacrestane.
Fin dall’inizio infatti le Vincenzine furono inviate nelle varie Missioni aperte dapprima nel Kikuyu e poi nel Meru e si occuparono precisamente di tutto quanto era stato loro affidato dal Vescovo. Progressivamente però esse furono investite di ruoli di primo piano nella evangelizzazione, sia insieme ai Padri sia in settori indipendenti. Sappiamo dal libro su Suor Maria Carola che esse si alzavano molto presto al mattino per preparare il fuoco e per cucinare la colazione prima di attendere alla Messa mattutina; dopo aver servito la colazione, alcune di loro partivano per la visita ai villaggi circostanti, accompagnate in tale attività da qualche guida locale.
Al loro arrivo le Suore iniziavano con un’attività sanitaria spicciola, medicando le ulcere tropicali e somministrando semplici rimedi. Poi si dedicavano all’evangelizzazione con qualche parola di conforto, con la visita ai malati ed ai morenti e con le preghiere recitate insieme alla gente. Talvolta esse visitavano anche tre o quattro villaggi in un giorno, ed erano costrette a percorrere lunghe distanze a piedi sotto il caldo torrido del sole equatoriale. Di tanto in tanto si organizzavano visite a stazioni missionarie lontane insieme ai Padri e qualche volta anche con il Vescovo: in tali occasioni camminavano per due o tre giorni prima di giungere alla località da evangelizzare, pernottando nella savana e dormendo in tende da campo spartane.
Altre Suore, invece, erano dedite alla cura pastorale dei piccoli, nella consapevolezza che il Vangelo viene più facilmente accolto dalle menti e dai cuori candidi dell’infanzia: eccole dunque intente nell’organizzare asili infantili, dove i bimbi venivano accolti durante il giorno, lavati, sfamati e poi nutriti anche nell’anima con la spiegazione di semplici parti del catechismo, con preghiere fatte insieme e con piccoli fioretti da offrire a Gesù.
Altro importante settore di attività fu quello rivolto alle ragazze che desideravano ricevere il Battesimo (le Catecumene). Queste giungevano alle missioni verso il tramonto e a loro veniva offerta la cena, prima di essere istruite sul catechismo. Esse ricevevano ospitalità per la notte, partecipavano alla Messa mattutina e quindi tornavano alle loro famiglie.
Le Vincenzine si dedicarono anche all’accoglienza dei trovatelli. Era tradizione dei Kikuyu abbandonare nella foresta i piccoli ammalati, che a loro parevano incurabili. Tali creature venivano divorate e portate via da iene ed animali selvatici. Per quanto possibile, le Sorelle si prodigavano nel tentativo di trovare tali bimbi abbandonati, quindi di curarli ed allevarli. Da tale attività nacquero i primi orfanotrofi.
Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale il flagello si espanse anche alle Missioni, in quanto il Kenya era sotto dominazione inglese, mentre il Tanganika era sotto protettorato tedesco. Negli anni del conflitto vediamo le Suore Cottolenghine sparse in diverse parti dell’Africa Orientale a prestare la loro opera infermieristica e caritativa in vari ospedali da campo organizzati per lenire le sofferenze della popolazione indigena, coinvolta nelle ostilità senza peraltro conoscerne il motivo.
Tuttavia, per volere del Canonico Allamano, esse non furono mai inviate negli ospedali militari, al fine di evitare l’eventualità di essere considerate come appartenenti ad una particolare fazione nel conflitto.


ALCUNI ASPETTI PROBLEMATICI DELLA PRIMA ESPERIENZA MISSIONARIA.
Monsignor Perlo aveva richiesto all’Allamano di inviare Suore che fossero prima di tutto delle buone massaie, capaci di seguire il corretto funzionamento delle Missioni e delle fattorie appena fondate. Fin dall’inizio, però, le Suore Vincenzine furono impiegate per attività di catechesi diretta, per la quale non erano ancora pronte: la loro formazione iniziale alla Piccola Casa le aveva preparate maggiormente al servizio concreto del povero e dell’infermo. Da ciò nacque qualche scontento in lui, che definiva le Suore delle ottime “medichesse”, non del tutto adatte alla predicazione del Vangelo ad Gentes.
Inoltre la partenza per l’ Africa era avvenuta molto velocemente, senza una adeguata preparazione linguistica e di conoscenza della cultura locale; il fatto di dover imparare l’idioma sul posto fu per parecchi anni uno scoglio non indifferente all’attività missionaria delle Suore. Il problema della lingua si ripropose in tutta la sua ampiezza quando un gruppo di Sorelle fu trasferito dalle regioni del Kikuyu alle nuove stazioni missionarie del Meru: per loro fu drammatico ricominciare con una popolazione diversa, apparentemente più restia ad accogliere il Vangelo e con la quale era nuovamente impossibile parlare direttamente (il Kikuyu è alquanto diverso dal Kimeru).
Un altro problema fu senz’altro la difficoltà di comunicazione con la Casa Madre. Tale rapporto, già di per sé difficile a causa della distanza e dei limitati mezzi del tempo, fu ulteriormente aggravato dallo scoppio della guerra. Sembra che nella Piccola Casa ci fosse un certo timore che le Suore potessero in qualche modo perdere l’ispirazione carismatica originale, diventando poi di fatto una Congregazione Religiosa separata.
Ad aumentare tale paura contribuì la posizione del Card. Richelmy di Torino, che alla partenza di otto Suore dalla Piccola Casa nel dicembre 1907, predicò in Chiesa Grande dicendo: “Finora voi vi chiamate Suore del Cottolengo, Suore Vincenzine, oltre il nome particolare che ha ciascuna in religione. Ma da questo punto, e tanto più quando avrete attraversato i mari e sarete giunte in Africa al campo della vostra missione, voi sarete essenzialmente le Suore della Consolata e sotto questo nome soltanto sarete conosciute”.
Da parte di alcuni Missionari della Consolata ci fu il rammarico per l’eccessivo attaccamento delle Vincenzine alla Piccola Casa. Ciò rendeva problematico il rapporto “parroco-suora”, così come era tradizionalmente interpretato in quei tempi, mentre da parte della Piccola Casa vi era una sorta di apprensione per l’identità carismatica delle Suore.
Un altro elemento che per certo creò delle notevoli difficoltà fu lo stile di vita imposto da Mons. Perlo alle Suore, ai Padri e ai Fratelli, fatto di privazioni eccessive e difficilmente sopportabili. Egli fu un uomo radicale, esigentissimo con se stesso e anche un po’ troppo duro con gli altri che non erano fatti con il suo stesso stampo e rischiavano di ammalarsi conducendo un’esistenza modellata sulla sua. Fu una vita di dure fatiche, di levate notturne, di privazioni nel cibo… E’ emblematico il fatto che Mons. Perlo affidasse alla Suora addetta alla cucina trenta fiammiferi al mese; ma a onor del vero è giusto dire che anche lui viveva nello stesso identico modo, con una radicalità davvero encomiabile.
Al di là di tutte queste difficoltà, la testimonianza delle Suore fu grande e luminosa. Esse furono amate ed apprezzate non solo dalle popolazioni locali, ma anche da tutti i Missionari che lavorarono con loro e dallo stesso Mons. Perlo, che in una lettera dell’ 8 Settembre 1945, definì le Suore Vincenzine “le vere fondatrici di tante stazioni missionarie”. “Gli auguri e felicitazioni da voi Sorelle inviatimi – scrisse -, intimamente mi commossero, rievocando lontani giorni felici di intenso apostolato; quando si andava seminando tra i sacrifici, le ansie e le difficoltà della lingua e del clima; senza godere delle spirituali consolazioni di raccogliere i pingui covoni della messe; liete tuttavia di dissodare e che le dure fatiche quotidiane e anche le disillusioni degli apparenti insuccessi che concorrevano a formare di voi, Carissime Consorelle, delle Ostie sanguinanti che volenterose ed imperterrite, s’offrivano per la sola gloria di Dio. Ma il dissodare per delle Missionarie equivale, ed è indispensabile per fondare. Orbene - e non se ne offenda la vostra proverbiale modestia - le vere fondatrici delle Missioni del Kenya siete state anche voi, Consorelle Missionarie; e potrei dire soprattutto voi, che potevate già attendere il lavoro spirituale, mentre i pochi Missionari dovevano occuparsi degli inevitabili lavori di costruzioni… e di agricoltura per il vitto quotidiano”.


L’ARRIVO DELLE SUORE MISSIONARIE DELLA CONSOLATA
Una delle principali ragioni del ritiro delle Suore Vincenzine dal Kenya fu rappresentato dalla fondazione delle Suore della Consolata da parte del Canonico Allamano. La fondazione risale al 1910 e, dopo una formazione iniziale non prolungata, le prime sorelle della Consolata arrivarono in Kenya nel 1913 con lo scopo preciso di sostituire le Cottolenghine in tutte le Missioni in cui queste avevano lavorato per anni in attesa dell’arrivo delle Missionarie vere e proprie.
Tale passaggio di consegne avvenne in modo regolare, anche se lentamente; ciò accadde a causa dell’esiguo numero di Suore della Consolata e per lo scoppio della guerra mondiale, che per anni rese più uniti gli sforzi di Cottolenghine e Consolatine, non solo nelle Missioni vere e proprie, ma negli ospedali da campo al sevizio dei morenti di tutte le tribù africane coinvolte nel conflitto.
Bellissima è la testimonianza di vita di Sr Irene, una delle prime Suore della Consolata inviate in Kenya dall’Allamano, la quale riuscì a farsi santa in pochi anni, nonostante e attraverso le brutture della guerra. Essa divenne l’angelo di tutti gli Africani ricoverati negli ospedali allestiti per gli indigeni che erano stati costretti a lasciare i villaggi e a partecipare ad una guerra che non comprendevano, contro un nemico che ai loro occhi non era molto dissimile dai bianchi, che al momento stavano colonizzando la loro nazione (cfr G.P Mina.“Gli Scarponi della Gloria”. LDC. Torino, 1989.).
Finita la guerra le consegne furono passate più rapidamente e le Suore Vincenzine pian piano si ritirarono (non senza grande sofferenza sia da parte delle sorelle che da parte della gente), lasciando alle giovani Suore della Consolata i frutti del loro apostolato: Case avviate, chiese ricche di ricami e paramenti e soprattutto delle comunità cristiane già iniziate, anche se ancora in tenera età e quindi bisognose di cure per crescere sane e robuste.
Le Vincenzine hanno dissodato il terreno. Non hanno potuto vedere molte conversioni e battesimi, ma i successi riportati nei decenni seguenti affondano le radici nel loro sacrificio di consacrate. Esse hanno “seminato nel pianto”, lasciando poi ad altri la gioia di raccogliere “i loro covoni”.


LE ULTIME DUE SUORE LASCIANO IL KENYA.
Nel luglio del 1925 rimasero ancora in Kenya solo tre Suore Cottolenghine. Esse si trovavano nella nascente missione di Tigania (nel Meru, non molto lontano da Tuuru, dove i Cottolenghini ritorneranno più di cinquant’anni più tardi a continuare il lavoro iniziato dalle prime missionarie). Le Sorelle erano Sr Ciriaca, Sr Crescentina e Sr Maria Carola. Tigania è sempre stata considerata molto difficile, le popolazioni restie ad accogliere il Vangelo ed il clima quanto mai ostile. In tale missione Sr Maria Carola si ammalò di entero-colite necrotizzante (probabilmente tifo addominale o amebiasi) e non riuscì più a riprendersi completamente.
Il 25 luglio Sr Ciriaca venne richiamata alla Piccola Casa e per tre mesi ancora Sr Crescentina e Sr Carola continuarono alacremente la loro Missione. L’ordine di ritornare alla Piccola casa arrivò il 6 ottobre 1925: esse dovevano trovarsi a Nairobi entro il 15 ottobre, per poi ripartire alla volta di Mombasa, e quindi, per mare, alla volta di Genova.
Durante il viaggio la salute di Sr Carola continuò a peggiorare (probabilmente era affetta da tifo addominale e da malaria); nei pressi di Suez la nostra sorella cominciò ad agonizzare e morì dopo poche ore. Secondo le norme marittime del tempo, al fine di evitare epidemie ed importazione di malattie sconosciute, il corpo di Sr Carola venne sepolto tra le onde del Mar Rosso. La commozione ed il dolore furono grandissimi, non soltanto alla Piccola Casa ma anche tra i molti Missionari della Consolata che avevano lavorato con lei. Essa morì come un chicco di frumento, destinato a rifiorire molti anni più tardi, quando la Piccola Casa riprenderà la via delle Missioni.


LA PICCOLA CASA RITORNA IN AFRICA.
Quando, sotto la spinta del Concilio Ecumenico Vaticano II e delle approvazioni pontificie, i Superiori della Piccola Casa ripensarono alla missione ad Gentes, subito si pensò al Kenya, al fine di dare una continuità ed un valore sempre attuale alla testimonianza di tante Suore, che avevano dato la loro vita per dissodare il terreno di una cultura ancora totalmente ignara del Vangelo.
Essi decisero anche di ricominciare nuovamente insieme ai Missionari della Consolata, per rinvigorire quei rapporti di fraternità che avevano reso possibile il ventennio di collaborazione all’inizio del secolo scorso. I religiosi del Cottolengo sono dunque ritornati nel Tigania, da dove era partita Sr Maria Carola, l’ultima a lasciare il Kenya. Hanno offerto la loro collaborazione a Padre Soldati, che aveva aperto un Centro per bambini poliomielitici nella parrocchia di Tuuru. Poi, piano piano, sono subentrati ai Padri della Consolata nella gestione del Centro e nella conduzione della parrocchia.
Tuuru è la casa madre delle opere cottolenghine in Kenya; da essa sono nati nuovi virgulti e nuove esperienze. Nel caso di Gatunga e di Mukothima la tradizionale collaborazione tra Consolata e Cottolengo è ancora in atto, in quanto le Sorelle gestiscono opere sanitarie all’interno di parrocchie consolatine… proprio come all’inizio.
Ma anche per le altre Missioni, come Nairobi e Chaaria, la collaborazione con i Padri del Can. Allamano è viva e feconda, quasi a testimoniare che il sacrificio iniziale non è stato vano, ma ancora oggi continua ad aprire sentieri inesplorati di carità e a generare nuovi Cristiani.


IL COTTOLENGO IN KENYA
All’inizio del XX° secolo la Piccola Casa fu contattata dal Beato Giuseppe Allamano, che si trovò nella necessità di avere Suore da mandare nelle neonate missioni della Consolata, quando ancora egli non aveva alcun progetto per la fondazione di una Congregazione femminile. Il Cottolengo aderì alle sue richieste e per un ventennio (1903-1925) inviò Suore in Kenya al fianco dei primi Padri e Fratelli della Consolata. Tale grande esempio di collaborazione tra Istituti religiosi ebbe il suo naturale compimento nel 1925, quando le Cottolenghine vennero gradualmente sostituite dalle Sorelle “della Consolata”
Il ritorno della Piccola Casa in terra d’Africa avvenne sotto la spinta di rinnovamento iniziata dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Il Cottolengo riprese coscienza che il seme sparso da tante Sorelle in Missione, era ormai pronto a germinare e a fare frutto: quando si trattò di decidere in quale parte del mondo iniziare, fu chiaro per i superiori della Piccola Casa che la nostra avventura missionaria avrebbe dovuto ricominciare là dove, per motivi storici, era stata interrotta. Mancava soltanto l’occasione per partire, o un segno particolare della Divina Provvidenza, che aiutasse a capire in che modo il Cottolengo potesse reinserirsi nella Chiesa del Kenya.



L’OPERA DI PADRE SOLDATI

Nell’Africa equatoriale, ed in particolare in Kenya, il problema della poliomielite era veramente importante, malgrado le campagne di vaccinazione organizzate dal governo. L’attuazione di tali campagne di prevenzione incontrava notevoli difficoltà, sia per l’estensione dei territori interessati, sia per l’assenza di infrastrutture e di vie di comunicazione, sia per il difficile controllo della popolazione, generalmente molto sospettosa nei confronti dei vaccini.
La polio era, ed è tuttora, una fonte di grandi problematiche sociali, in quanto normalmente non uccideva le persone affette, ma le rendeva gravemente handicappate, impedendo loro sia una vita autonoma, sia la possibilità di lavorare per provvedere alla famiglia. La polio era dunque una importante causa di povertà e di vita miserabile per molti individui affetti, e per le loro famiglie. I sopravvissuti alla fase acuta della malattia, con vari gradi di invalidità, erano esposti a tutte le insidie di un ambiente sottosviluppato, abbandonati a se stessi e privi di qualsiasi assistenza.
Nel 1963 un Padre della Consolata, Padre Franco Soldati, si preoccupò di porre un qualche rimedio a questa tragica situazione, raccogliendo ed ospitando i piccoli poliomielitici della zona di Tuuru, nel distretto di Meru. Il primo bambino handicappato accolto fu Mwembe, a cui seguirono rapidamente altri, finchè nel 1967 una trentina di piccoli disabili veniva ospitata presso la missione di Tuuru. Un maestro ne curava l’educazione elementare, un cuoco preparava loro il cibo, mentre l’assistenza era assicurata da un piccolo gruppo di Suore della Consolata. Giunsero anche aiuti economici, e fu possibile costruire dormitori, un refettorio, una piccola palestra per iniziale la rieducazione funzionale. La popolazione locale collaborava sia con offerte in natura, sia con contributi finanziari raccolti durante speciali adunanze chiamate HARAMBEE.
L’opera prosperò notevolmente, e la struttura dovette essere ampliata, fino ad una capienza di 250 posti letto: assieme ai poliomielitici venivano accolti anche portatori di handicap mentale e affetti da paralisi spastiche. L’opera si ingrandiva notevolmente, ed insieme diventavano ingenti le spese di mantenimento. A questo si aggiunse il problema dell’approvvigionamento idrico: l’acqua veniva raccolta in un vicino corso d’acqua e trasportata alla missione con taniche caricate sulla LAND ROVER. Tale problema trovò soluzione a partire dal 1971, ad opera di Fr Giuseppe Argese, che riuscì a costruire un gigantesco acquedotto, ancora oggi considerato una meraviglia dell’ingegno umano. Argese riuscì a convogliate in canali sempre più grandi le acque di piccole sorgenti sparse in una splendida foresta equatoriale nei pressi di Mukululu. Tali canali contribuivano a formare un lago artificiale che Argese predispose con la costruzione di una diga. Dal lago l’acqua veniva convogliata in tubature forzate che la portavano fino a 200 km di distanza.
Sempre più l’opera diventava difficile da gestire per Padre Soldati, la cui formazione era più di carattere pastorale e missionario che non di indole socio-sanitaria.
Durante le sue vacanze in Italia, egli si recò presso la Piccola Casa, chiedendo collaborazione per il miglioramento del servizio a Tuuru. Padre Luigi Borsarelli, ai tempi Padre generale del Cottolengo, e Madre Bianca Crivelli si dimostrarono molto interessati alla proposta, e, dopo aver visitato la Missione insieme a Sr Giuseppina Cibocchi, conclusero che “quello era pane per i loro denti”. Nella lettera circolare che Madre bianca inviò a tutte le Suore si legge:”…Dopo esserci consigliate, aver pregato e fatto pregare, abbiamo optato per il nostro ritorno nelle terre già santificate dal lavoro, dalle fatiche e dagli eroismi delle nostre Sorelle. Non potremmo fare a meno di ritornare là, perché la compianta Madre Scolastica, chiudendo le memorie di Suor Maria Carola, la pregava di intercedere affinché ‘quella fiaccola accesa con sacrifici eroici delle nostre sorelle non si spenga prima che altre sorelle giungano a riprendere il solco da lei lasciato interrotto’… Desideriamo tornare là dove il nostro Santo Cottolengo è ancora conosciuto ed amato, dove sono ancora di casa le sembianze delle nostre care sorelle”.
L’idea dei superiori era quella di trasformare Tuuru in un vero e proprio centro di riabilitazione e di recupero per i poliomielitici, avvalendosi anche della collaborazione del Prof Operti che si era nel frattempo reso disponibile ad una preziosa opera di volontariato come chirurgo: l’idea fu quella di concentrare in un periodo particolare dell’anno tutti i casi che avrebbero potuto trovare giovamento da un intervento chirurgico. Il prof Operti si sarebbe recato in Kenya per 2 o 3 settimane, performando tutti gli interventi chirurgici richiesti; la riabilitazione sarebbe stata affidata alle suore cottolenghine. Fin dai primi accordi fra Padre Soldati e la Piccola Casa, ci fu il chiaro intento del Cottolengo di subentrare gradualmente ai Padri della Consolata nella gestione del Centro, permettendo così a Padre Soldati di riprendere altrove la sua missione “ad Gentes”.
Le prime suore del Cottolengo partirono da Roma il 6 marzo 1972, e, dopo una breve sosta a Nairobi, giunsero a Tuuru il giorno 11 marzo. Le prime sorelle furono: Suor Giuseppina Cibocchi, Sr Giovanna Bortolin, Sr Luigia Comi, Sr Piera del Pero, Sr Francesca Busnello. Tutte reano infermiere professionali, ad eccezione di Sr Francesca, specializzata in fisioterapia.


L’ARRIVO DEI FRATELLI COTTOLENGHINI.
Insieme al secondo gruppo di suore, costituito da Sr Giacomina Marchisio e da Sr Oliva Maninetti, partirono anche due fratelli cottolenghini, Fr Lodovico Novaresio, primo superiore generale della nostra famiglia religiosa, e Fr Umberto Benecchi. I Fratelli si inserirono gradualmente nell’organico lavoro della missione di Tuuru; dopo un primo periodo dedicato allo studio della lingua inglese e kimeru, Fr Lodovico iniziò il proprio servizio al dispensario, dove ogni giorno affluivano circa duecento persone, affette da vari tipi di malattie: Fr Lodovico divenne poco per volta il vero dottore dei poveri che a lui si rivolgevano per la competenza, la gentilezza e l’amore cristiano, ma anche per i prezzi veramente bassi ed addirittura simbolici delle medicine. Fr Lodovico, oltre ad essere il medico della povera gente, si occupava anche della produzione agricola nella “shamba” della missione, e collaborava con il Prof Operti per gli interventi chirurgici ai bambini polio ricoverati nella missione. Fr Umberto ben presto imparò l’arte di confezionare scarpe ortopediche e calipers per i piccoli handicappati di Tuuru: a lui ci si rivolgeva per ogni tipo di problema tecnico ortopedico. Inoltre, essendo di professione falegname, Fr Umberto era anche incaricato di costruire tutti i mobili che venivano ad abbellire le nuove costruzioni della nascente succursale cottolenghina di Tuuru. In seguito altri Fratelli si unirono al nucleo originario: Fr Francesco Lazzaro che continuò il lavoro iniziato da Fr Umberto nella calzoleria e nell’officina ortopedica; e Fr Matteo Frezzato, che fu incaricato della formazione dei giovani aspiranti alla vita religiosa dei fratelli. Fr Dominic Nturibi appartiene al primo gruppo di postulanti che si unirono alla nostra famiglia religiosa: essi furono seguiti nella formazione iniziale da Fr Matteo, del quale tuttora conservano un ricordo colmo di ammirazione e nostalgia.


I SACERDOTI COTTOLENGHINI.
Il primo sacerdote cottolenghino inviato a Tuuru fu don Giusto Crameri. Fin dall’inizio egli si inserì pienamente nella vita pastorale della parrocchia di Tuuru, collaborando da vicino con Padre Soldati, al fine di conoscere sempre meglio la cultura locale della gente, i loro costumi e le loro tradizioni religiose. Nel 1973, durante una visita canonica dei 3 Superiori della Piccola Casa: Padre Luigi Borsarelli, Madre Giovanna Formenti e Fr Domenico Carena, si conclusero gli accordi con Padre Soldati e con i Superiori dei Missionari della Consolata, per un passaggio definitivo del Centro e della Parrocchia di Tuuru alla Piccola Casa. Don Giusto divenne il primo rettore ed il primo parroco cottolenghino in terra d’Africa. Nel frattempo arrivò a Tuuru anche don Giovanni Tortalla, che da subito collaborò soprattutto per la cura Pastorale delle varie Cappelle dipendenti dalla Missione. In seguito altri due sacerdoti cottolenghini (don Fiorenzo Crameri e don Pasquale Schiavulli) vennero a rimpolpare il nucleo originario nel lavoro pastorale e caritativo. Dopo di loro vennero le vocazioni locali: il primo sacerdote keniota fu don Filippo Ntonja, che aprì la strada ad un nutrito gruppo di giovani che ora formano le nuove leve della Società dei sacerdoti Cottolenghini in Kenya.


LA MISSIONE COTTOLENGHINA DI TUURU.
Con la gestione del Centro di Tuuru da parte della Piccola Casa, venne dato un nuovo impulso all’edilizia con la costruzione di un reparto per i Buoni Figli, una nuova casa per il ricovero delle bambine, la palestra, l’officina ortopedica, la calzoleria ed il nuovo dispensario.
Il Centro sempre più si veniva qualificando come una struttura per la terapia chirurgica e riabilitativa dei bambini affetti da Poliomielite. Il Trattamento Chirurgico veniva eseguito dal Prof Operti, che ogni anno giungeva in Kenya nel mese di Febbraio, con l’incarico di operare tutti i bambini, che erano stati prescelti dalle Suore nel corso dell’anno. La parte di recupero funzionale era quindi lasciata alle sorelle Fisioterapiste, che per molti mesi cercavano di recuperare motilità agli arti malformati, tramite una paziente e continua attività di rieducazione motoria. Tale attività è continuata fino al 1999, quando si è deciso di riconvertire l’attività della Missione di Tuuru ai bambini spastici, cerebrolesi gravi. Tale scelta è stata a lungo ponderata ed è nata dalla considerazione che dopo molti anni di campagne di vaccinazione anti-polio, il numero dei bimbi affettti dalla malattia era radicalmente diminuito.
Da sempre Tuuru è stato anche un centro di accoglienza per i giovani buoni figli, ed ancora oggi accoglie un discreto numero di handicappati mentali, per lo più di sesso femminile.
Tuuru è anche l’unica parrocchia cottolenghina in Kenya: è una parrocchia molto grande ed esigente, con un vasto numero di chiesette succursali che vengono visitate regolarmente dai Sacerdoti e dai Catechisti. Grazie al coraggio di don Fiorenzo Crameri la missione ha costruito e gestisce una grande scuola elementare per i poveri, dove bambini bisognosi vengono accolti e seguiti nella loro educazione primaria.


UNA NUOVA MISSIONE A CHAARIA
Sin dal 1983 si cominciò a sentire la necessità di una casa di formazione per i Fratelli che fosse più confacente alle necessità della loro crescita spirituale. Si cercava una casa in cui i giovani potessero essere seguiti sia nel servizio al povero, sia negli insegnamenti spirituali, senza interferire o creare problemi ai programmi formativi delle altre 2 Congregazioni Cottolenghine.
Si cercò indicazioni dal Vescovo di Meru, il quale offrì ai fratelli un terreno nella erigenda parrocchia di Chaaria, un piccolo mercato situato a circa 20 Km da Meru. La zona era semiarida e popolata da un esiguo numero di famiglie, per lo più dedite ad attività agricole per l’esclusivo sostentamento familiare. A Chaaria già esisteva una chiesetta, che però era succursale di una parrocchia alquanto lontana. Esistevano anche i locali di un piccolo dispensario costruito con le offerte della gente, dispensario che comunque non era mai stato attivato.
Nell’erigendo Centro di Chaaria i Fratelli ed i formandi si sarebbero trasferiti gradualmente.
Fr Lodovico fu incaricato della pianificazione e costruzione della nuova comunità e dell’ edifizione di un Centro per Buoni Figli. Per un certo tempo egli seguì i lavori continuando a risiedere a Tuuru, e viaggiando ogni giorno per raggiungere Chaaria. Con lui collaboravano i giovani Fratelli, i quali aiutavano nel dissodamento del terreno e nell’attivazione dei primi servizi sanitari per la popolazione.
Dopo qualche mese si rese necessario iniziare con una comunità residente a Chaaria: Fr Lodovico si trasferì in alcuni locali del preesistente dispensario, il 1° agosto 1984. Nel frattempo, in Febbraio 1984 Fr Giovanni Bosco veniva accompagnato a Tuuru dal nuovo Superiore Generale Fr Matteo Frezzato, con l’incarico di responsabile dei candidati Fratelli. Il dispensario di Tuuru, per il passato gestito da Fr Lodovico, venne affidato alle Suore Cottolenghine.
La costruzione del Cottolengo Centre di Chaaria proseguì velocemente, e nel giugno 1985 il primo gruppo di candidati Fratelli venne accolto nella nuova casa di formazione. In luglio vennero accolti i primi 7 buoni figli, tutti provenienti da Tuuru. Si trattava di giovanotti ormai adulti, e diventati troppo pesanti per l’assistenza delle sole suore. Nel frattempo Fr Lodovico attivò il servizio sanitario nel dispensario: la lunga schiera di pazienti che lo assediava dall’alba al tramonto sulle colline di Tuuru, si ricompose in poche settimane nell’assolato altipiano di Chaaria.
Nel giugno 1985 Fr Giovanni Bosco Burdino raggiunse la Missione di Chaaria ed iniziò l’opera di formazione dei Fratelli Postulanti. Intanto, lungo la strada che porta al Centro, decine di operai iniziarono a costruire casette in muratura con i proventi realizzati lavorando all’insediamento dell’Opera Cottolenghina ed alla sua manutenzione. Nacque quindi un mercatino con i primi empori, e lo sviluppo di Chaaria fu continuo fino ai nostri giorni
Nel 1986 Fr Matteo Frezzato eresse la comunità e nominò superiore locale Fr Giuseppe Meneghini. L’inaugurazione ufficiale ebbe luogo il lunedì di Pasqua 1987.
Nell’ottobre 1991 Fr Maurizio Scalco giungeva a Chaaria per dar manforte a Fr Lodovico in dispensario, e per coadiuvare Fr Paul nella gestione del Centro Buoni Figli.
Nell’agosto 1993 Fr Lorenzo Gambalonga giungeva a Chaaria in veste di nuovo maestro dei novizi, in sostituzione di Fr Giovanni Bosco Burdino, il quale continuò a ricoprire la carica di superiore locale fino al 1998, anno in cui venne richiamato in Italia e fu sostituito da Fr Beppe Gaido appena giunto a Chaaria dalla Tanzania. Fr Giovanni Bosco rientrerà a Chaaria nel 2003 in qualità di economo del Centro. Fr Giovanni ha rallegrato la comunità dei Fratelli con il suo splendido carattere e con la sua affabilità fino al 5 giugno 2005, quando il Signore lo ha chiamato a sé in modo tragico. E’ stato assalito da uno sciame inferocito di api africane che lo hanno ripetutamente punto fino a causargli uno shock anafilattico. Fr Giovanni Bosco è stato sepolto a Chaaria insieme ad alcuni Buoni Figli e a tanti bambini che la malaria si porta via ogni giorno dal nostro ospedale.
Il 19 gennaio 2001 a Chaaria sono giunte le Suore Cottolenghine: al momento sono solo due, ma i progetti della Piccola Casa prevedono l’ampliamento di questa comunità al fine di dare un necessario taglio femminile al nostro servizio.
Al momento Sr Lucy si occupa di terapia occupazionale e scuola speciale per gli handicappati. Inoltre si dedica ad attività di counselling per i pazienti affetti da HIV, e a programmi pastorali in parrocchia.


IL SERVIZIO DEL COTTOLENGO CENTRE DI CHAARIA
a) IL DISPENSARIO: Chaaria Catholic Dispensary iniziò il suo servizio nel mese di agosto 1994. La sua attività copriva un’area di circa 20 km quadrati, in una zona semi-arida, in via di sviluppo, altamente popolata, a circa 20 km dal capoluogo Meru.
All’inizio il servizio copriva 6 giorni alla settimana, e riusciva ad assistere fino a 200 persone al giorno. Sin dall’inizio, insieme alla terapia per varie malattie tropicali, si eseguiva prevenzione sia attraverso la vaccinazione dei bambini, sia attraverso le visite periodiche alle donne gravide.
Dal 1993 venne iniziata l’attività del “mobile clinic”, attraverso la quale si tentò si aiutare i pazienti provenienti da località molto remote. In giorni fissi il personale del dispensario usciva dal Centro, per raggiungere villaggi relativamente lontani, dove si organizzavano giornate di terapia e prevenzione, normalmente all’interno di alcune chiesette, che risultavano particolarmente adatte al proposito. Tale attività veniva coordinata da Fr Maurizio Scalco, con l’assistenza di fr Giovanni Bosco.
Dal dispensario all’ospedaletto. Fin dalla fondazione della comunità, il servizio sanitario di Chaaria è stato impostato nella forma del dispensario.
Negli ultimi anni tale servizio ha subito un significativo cambiamento tanto nello stile e quanto nella struttura, passando da dispensario a Mission Hospital. L’ospedale ha attualmente 140 posti letto, ma si è giunti ad ospitare contemporaneamente fino a 160 malati, ed oltre quando l’afflusso è elevato. Si usano brandine extra ed in casi di necessità di pongono due malati nello stesso letto.
L’ospedale accoglie pazienti, suddivisi secondo due categorie: gli out-patient e gli in-patient. Gli out-patient sono persone che necessitano di una diagnosi, di esami di laboratorio, di cure mediche ambulatoriali, di piccoli interventi chirurgici; gli in-patient hanno necessità di essere temporaneamente ricoverati per un certo tempo a causa della malattia acuta, o perché prossimi al parto o per monitorare le conseguenze di un intervento medico-chirurgico, o ancora per l’eccezionale distanza dal domicilio. In poche parole, l’ospedale funziona come un pronto intervento medico-chirurgico.
Primi cambiamenti. Come si è giunti all’attuale trasformazione? Nel 1997 viene inviato a Chaaria fr. Beppe Gaido, medico, la cui presenza consente al dispensario di fornire prestazioni di più ampia portata. Nasce subito l’esigenza di avere a disposizione qualche posto letto per seguire quei pazienti che, dopo il primo intervento medico, richiedono di essere seguiti e non rimandati a casa.
Col passare del tempo, la presenza del medico ha attirato un numero sempre maggiore di utenti (gli out-patient), con le patologie più varie, anche con carattere di urgenza o gravi; basti rilevare che nei primi sei mesi del 2003 il numero dei pazienti visitati giornalmente è giunto fino a 350. Come conseguenza di questo afflusso sono aumentate le necessità e le urgenze di ricovero (gli in-patient).
Negli anni si è realizzato un cambiamento della tipologia di pazienti che afferiscono al Centro: sono diventati sempre più gravi e bisognosi di cure intensive. Venivano portati in braccio o a spalle o con barelle ricavate da alberi e frasche, o ancora a cavalcioni di una mucca. Quando dicevamo che non potevamo rispondere alle loro necessità, loro non si spostavano e dicevano: l’uomo bianco farà qualcosa. Per evitare che la gente morisse al cancello, abbiamo progressivamente attivato servizi prima inesistenti (maternità, servizio di trasfusione, ginecologia, traumatologia e chirurgia). Le prestazioni sono aumentate senza un piano preordinato, cercando di rispondere alle necessità dei poveri, pensando che il Santo Cottolengo avrebbe fatto lo stesso. Sempre più siamo diventati un centro di riferimento a cui la gente afferisce dopo aver tentato cure in molti altri posti, senza successi: questo ha fatto sì che spesso i casi siano disperati (bambini che muoiono appena giunti in ospedale, magari dopo che la madre se li è portati sulle spalle per 12 ore di cammino sotto il sole, meningiti trascurate, ecc), ed ha causato anche un forte incremento del numero dei decessi. Tra gli in-patients la percentuale dei morti non supera il 3-4 %, ma è pur vero che tutti i giorni abbiamo almeno un bimbo che va in paradiso e che deve essere sepolto nel nostro cimitero; infatti la cultura qui teme il contatto con i cadaveri, e questo crea non pochi problemi per le sepolture, soprattutto degli adulti. I fratelli si sono sempre impegnati anche a dare ai deceduti una sepoltura cristiana e decorosa.
L’aumento dei pazienti è dovuto al fatto che essi sanno di venire curati adeguatamente, sanno di poter trovare le medicine, un consiglio competente, un aiuto umano.
E’ da considerare poi che il servizio clinico dell’ospedale copre 24 ore su 24 anche le necessità sanitarie dei Buoni Figli, con i quali si fa prevenzione, diagnosi di laboratorio, e cure di vario genere. Inoltre, l’ospedaletto si prende cura di un certo numero di orfani, dalla nascita all’età di circa 6 mesi: tali orfani sono per lo più figli di donne che sono decedute al momento del parto, tanto nel nostro ospedale, quanto in altri ospedali vicini. Tale attività è attualmente seguita per lo più da Sr Oliva Maninetti.
Due volte al mese usciamo per il mobile clinic, e cerchiamo di portare le nostre prestazioni sanitarie più vicino alle persone che più ne hanno bisogno.
Dal 1990 è presente un organizzato servizio dentistico coordinato dapprima da fr Lodovico e poi da fr Maurizio. L’attività era comunque esclusivamente di tipo estrattivo. Da subito tale settore è stato supportato dal contributo di dentisti che venivano a Chaaria durante il mese di Agosto per cure conservative invece che semplici estrazioni.
Dobbiamo veramente tanto ai volontari che hanno gradualmente elevato il livello delle prestazioni tecniche in ospedale: a loro dobbiamo l’inizio delle attività di ecografia diagnostica e l’attivazione dell’attività chirurgica. E’ stato il coraggio di una chirurga di Torino (Laura Sacchi) a darci la forza di fare noi i Tagli Cesarei, invece di far correre rischi notevoli alle mamme con un trasporto in macchina verso Meru, su strade sconnesse ed ora anche infestate da malviventi. All’inizio è stata dura ma ora davvero questa attività è diventata una benedizione per la nostra gente. Nel 2004 abbiamo avuto 110 cesarei, mentre nel 2006 tali interventi sono stati già più di 360.


IL SERVIZIO AI BUONI FIGLI
In questo servizio presta la sua opera Fr. Lorenzo Gambalonga che è fisioterapista e responsabile del Centro. Con lui collabora Sr Lucy per le attività occupazionali, la scuola speciale ed il catechismo. Nel centro trovano un adeguato ambiente formativo anche i giovani che si affacciano alla Vita religiosa nella nostra Famiglia Religiosa.
Il centro è attrezzato per 50 posti letto, al momento tutti occupati.
Gli ospiti sono accuditi anche da un buon gruppo di personale dipendente, che ogni giorno segue le loro necessità personali: ne cura il bagno e l’igiene personale; due volte la settimana rade la barba, quotidianamente compie l’igiene della bocca. Oltre al quotidiano servizio domestico e alberghiero, esiste un’attività di apprendimento scolastico.
Non sono mancati momenti di svago attraverso il gioco o le uscite dal Centro. Nel 2006 siamo riusciti a portare i buoni figli al Parco Nazionale per almeno due volte.
Il Centro è meta per visite guidate da parte di gruppi scolastici, parrocchiali ecc.
Quasi tutti gli ospiti hanno bisogno di interventi fisioterapici; esiste dunque una palestra totalmente dedita ad attività di riabilitazione per i Buoni Figli.
Anche nel centro operano molti volontari che contribuiscono alla animazione dei ragazzi e alla normale gestione dei servizi. Quest’anno Gianni ha prestato la sua opera di volontario costruendo per i Buoni Figli un dondolo ed una altalena. Anche questo ci serve per tentare di alleviare un po’ le sofferenze di queste persone così sfortunate.


CONCLUSIONE
Spero che questo mio sforzo di compilazione storica sia di qualche aiuto ai volontari che desiderano venire a Chaaria. Conoscere la storia è sempre importante perchè ci aiuta a capire il cammino percorso prima di noi, gli sforzi ed i sacrifici che hanno contribuito a portare a compimento le opere che oggi vediamo e che spesso diamo per scontate. E’ sempre utile per noi un ritorno alle origini, perchè ci aiuta a collocarci meglio nello scorrere di una storia di cui effettivamente anche noi siamo un tassello e che sicuramente continuerà dopo di noi anche grazie al nostro contributo.

Fr Beppe Gaido. Chaaria, 12-01-07




Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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