lunedì 30 giugno 2008

Un dolore solo femminile


Il cercapersone suona all’impazzata. Kathure mi dice di correre perchè il caso è urgente. Dico a Roberto che, se vuole, può venire anche lui a vedere di cosa si tratta. Cio’ che troviamo in ospedale ci riempie di costernazione: un rivolo di sangue sul pavimento che parte dalla sala d’attesa e giunge fino alla room 8. Ci avviciniamo con circospezione.

Dopo aver aperto la porta, vediamo un gruppo di donne che parla in modo concitato attorno ad una barella su cui giace una bimba di 15 anni, completamente inzuppata di sangue. La ragazza appare debolissima ed e’ chiaramente anemica. Susan, l’infermiera di turno, mi dice che si tratta di un caso di FGM. Io rimango un attimo interdetto e la guardo inebetito. Susan capisce che non ho colto il problema, e si spiega meglio: “Female Genital Mutilation, cioe’ un caso di circoncisione femminile andato male”.
Non sono avvezzo a questi problemi perche’ la pratica e’ di per se’ illegale, ed e’ già per definizione coperta da un grande segreto anche per motivi di cultura tradizionale. Susan continua: “ di casi del genere ce ne sono tanti, ma spesso le ragazze non vengono portate in ospedale e possono anche morire a casa. Oggi e’ stata la mamma a rompere con le tradizioni e a portarcela, con il rischio poi di essere punita dal proprio clan”.

“OK – dico io – ora cerchiamo di vedere qual’e’ il problema e proviamo ad aiutare questa poveretta. Allerta il laboratorio che abbiamo bisogno di sangue con urgenza, e poi visitiamo la paziente”.
Quello che vediamo e’ una amputazione parziale del clitoride che appare necrotico e maleodorante. Alla base di esso una arteria recisa e non suturata continua a perdere con il tipico andamento pulsante. Io guardo il sangue rosso ciliegia e chiedo immediatamente: “quando e’ avvenuta la circoncisione?”
La risposta mi sconcerta: “cinque giorni fa, ma la tradizione ha reso quasi impossibile alla mamma di agire prima, perche’, dopo la pratica, la ragazza deve stare in isolamento per circa un mese, prima di essere accolta nella comunita’ degli adulti”.
Ora e’ comunque tempo di agire in fretta: chiudiamo l’arteria per prima cosa; poi procediamo all’amputazione del tessuto necrotico, e quindi facciamo una chirurgia ricostruttiva che rispetti quanto piu’ possibile l’anatomia originale.
L’intervento e’ lungo ma procede senza complicazioni. Otteniamo 3 sacche di sangue ed iniziamo la trasfusione immediatamente, perche’ il livello dell’emogloblina e’ di 4 grammi, ed il sangue è quasi come acqua.
Dopo poche ore la ragazza e’ gia’ un’altra. Ha ripreso vita; la cute e’ calda; il polso e’ pieno. Credo che le abbiamo salvato la vita. Chissa’ pero’ quali drammi psicologici si portera’ dietro per tutta la vita.
In corridoio incontro la mamma e le chiedo in che modo avevano portato la bambina. Lei mi ha detto che l’avevano caricata su una barella di frasche, perche’ non era in grado di camminare. “Di dove siete?” le ho chiesto. E lei mi ha risposto che sono di Makandune, a non piu’ di 10 km da Chaaria. Poi ho insistito un po’, e mi sono fatto spiegare qualcosa sulla circoncisione. Sono le donne anziane del villaggio a praticarla con una lametta da barba che la mamma deve comprare in precedenza. Si tratta di persone che non hanno alcuna conoscenza ne’ di medicina, ne’ di igiene e profilassi. E’ chiaro quindi che quanto ho visto oggi e’ solo la punta di un iceberg: chissa’ quante bambine hanno complicazioni dopo la pratica rituale, ma non vengono portate in ospedale per non infrangere le tradizioni del clan.
Da statistiche non molto accurate da me eseguite in quasi dieci anni di attivita’ nel campo della maternita’, posso dire che ancora oggi circa il 40% delle donne Meru sono circoncise. Questa percentuale diventa poi del 100% per le popolazioni del Nord. Non si tratta di una vera infibulazione, come in altri Paesi dell’Africa. Qui da noi la pratica piu’ diffusa e’ quella della clitoridectomia con amputazione delle piccole labbra. E’ difficile per me capire le ragioni storiche che hanno portato a queste mutilazioni barbariche nei confronti delle ragazze: l’unica spiegazione che in questi anni mi sono data e’ quella che in una societa’ maschilista si vuole impedire ogni tipo di piacere sessuale alla donna, che deve sottostare ai rapporti con il marito solo ed esclusivamente per dargli dei figli.
Per le donne locali però ci sono altri significati molto profondi e per me sconosciuti: con la circoncisione la giovane viene ufficialmente accolta nel mondo degli adulti (le FGM infatti vengono praticate tra i 14 e i 18 anni); sopportando il dolore lancinante di questa pratica tradizionale officiata senza alcun tipo di anestesia, le adolescenti danno una forte prova di coraggio davanti a tutta la popolazione: esse diventeranno donne dimostrando di poter sopportare una sofferenza atroce che precludera’ loro per sempre ogni piacere sessuale.
Dimostrare di poter sopportare eroicamente queste mutilazioni rende le ragazze orgogliose di se stesse. Il giorno dell’operazione vengono radunate tutte le ragazze del villaggio presso la capanna, e per una volta le giovani si sentono regine: esse rivcevono attenzioni e regali, e questo fa dimenticare il dolore provato.
Per loro poi la circoncisione ha un significato educativo: per un mese resteranno chiuse in una capanna, dopo il “taglio” rituale. Esse riceveranno il cibo solo dale altre donne del clan. Non potranno vedere nessun altro. Queste stesse donne sono incaricate di insegnare loro le regole della vita adulta. La circoncisione diventa in pratica una autorizzazione al matrimonio, ed insieme previene per loro il rischio di essere escluse dalla vita del villaggio.
Io onestamente faccio fatica a comprendere tutti questi aspetti culturali. A me sembra una cosa barbara e profondamente ingiusta verso le ragazze. Mi riempie di rabbia quando in sala parto vedo donne che complicano con lacerazioni genitali estesissime proprio a causa della circoncisione; oppure quando si deve ricorrere al taglio cesareo a causa di danni permanenti causati dalle cicatrici conseguenti alle mutilazioni.
Come sempre pero’ devo ricordare a me stesso che io non sono venuto per giudicare, e devo invece cercare di aiutare la gente, senza mai interferire in cio’ che crede profondamente.
Passo un attimo dalla bambina. Non ha male e dorme. Guardo fuori e mi accorgo che e’ notte fonda. Dico a Roberto: “anche oggi siamo riusciti a saltare sia la preghiera che la cena. Siamo proprio dei discoli. Vieni, passiamo un attimo in cappella e raccontiamo a Gesu’ quello che abbiamo visto. Penso che questa sia la preghiera migliore: non c’e’ bisogno di alcuna formula. Lui capira’ benissimo quello che abbiamo nel cuore”.

Fr Beppe Gaido

PS:
1) OGGI HO RICOVERATO LINA CON UNA CRISI DEPRESSIVA. PIANGE CONTINUAMENTE E DICE CHE ORMAI LEI STA MORENDO E NON CI SONO PIU’ SPERANZE. IN MENO DI 2 GIORNI LE E’ SPUNTATA UN’ESCRESCENZA CARNOSA CHE LE HA CHIUSO L’UNICO OCCHIO ANCORA VITALE. LINA E’ DISPERATA. NON VI MANDO LA FOTO PERCHE’ E’ DAVVERO TROPPO IMPRESSIONANTE.
2) A TORINO E’ MORTA OLGA CONDIO, GRANDE BENEFATTRICE DI CHAARIA. CON VARI CONCERTI ORGANIZZATI AL TEATRO REGIO CI HA PAGATO QUASI PER INTERO LA COSTRUZIONE DEI NUOVI REPARTI. LA RICORDIAMO NELLA PREGHIERA. ANCHE VOI RICORDATELA CON SIMPATIA. ERA MOLTO ANZIANA E MALATA DA TEMPO.
Ciao. Beppe



domenica 29 giugno 2008

Il Bush Hospital


Carissimi amici,

ieri a Meru ci sono state ore di inferno. Nel quartiere di Makutano, verso le 3 del pomeriggio sono arrivate delle bande armate di machete e di armi da fuoco. Hanno preso di mira ed incendiato molte case e negozi, oltre che alcuni bananeti e piantagioni di canna da zucchero. Sembra che fossero stati mandati da ricchi proprietari terrieri per una azioni punitiva, nel corso di una delle innumerevoli dispute legate alla terra. Centinaia di persone hanno passato la notte all’addiaccio. La polizia è poi intervenuta ed ha dovuto ingaggiare uno scambio a fuoco ed usare lacrimogeni prima di poter arrestare i malviventi incendiari. Anche questo sottolinea che la situazione non è ancora tranquilla, nonostante l’apparenza...

Nel Turkana invece, dove ormai la popolazione è alla fame a causa della prolungata siccità, c’è tensione tra la gente perchè pare, che a causa della corruzione serpeggiante, molti degli aiuti alimentari inviati dalle Nazioni Unite, non siano mai arrivati ai poveracci che avrebbero dovuto riceverli gratuitamente, ma siano invece venduti al dettaglio in molti negozi locali.

Concludo questo breve notiziario, allegando una citazione tratta da un libro scritto negli anni '70 da un chirurgo volontario impegnato in prima linea in un ospedale del Kenya: “bush” (la «brousse» nell’Africa francofona) è per definizione la sterminata campagna incolta del continente africano. Bush Hospitals (hopitaux de brousse, up-country hospitals, rural hospitals) sono quegli innumerevoli ospedali missionari o statali sparsi nel bush, isolati, separati dalle comunità più grandi da strade malagevoli, sovente da piste impraticabili durante la stagione delle piogge, dotati di corrente elettrica per mezzo di un generatore autonomo a nafta, poveri di acqua potabile. Il tipico bush hospital ha 50-100 letti, un solo medico, raramente due, ed uno staff locale non qualificato, guidato negli ospedali missionari da due, tre religiose europee in genere infermiere diplomate. Molto raramente è disponibile un apparecchio radiologico.


I compiti e le funzioni del bush hospital sono molteplici:

1) innanzitutto esso è l'unico Pronto Soccorso, l'unico rifugio sanitario al servizio di una popolazione enorme, dispersa su un'area immensa, che ad esso per lo più può arrivare soltanto con lunghi viaggi disagevoli, a piedi, a spalle di un congiunto, su una bicicletta, nel cassone di un autocarro, nella land-rover squassata della Polizia o di un turista di passaggio, su un lentissimo bus. Il bush hospital deve pertanto fare fronte a tutte le emergenze mediche, chirurgiche, ostetriche, traumatologiche, rese usualmente più gravi dal ritardo con cui il paziente arriva e dai disagi del viaggio;

2) in secondo luogo l'ospedale deve curare le malattie acute e croniche che richiedono un riposo a letto, una terapia e un controllo protratto nei giorni, oppure uno studio diagnostico più impegnativo. Per questo necessita anche di un laboratorio al quale può essere destinato il più brillante dei suoi infermieri dopo un periodo di addestramento. Ai malati cronici, quali i tubercolotici ad esempio, si deve assicurare una cura protratta ambulatoriale e domiciliare al termine del ricovero ospedaliero;

3) nello stesso tempo il bush hospital ha una divisione ostetrica a cui affluiscono prevalentemente casi di patologia ostetrica, fra cui le frequentissime emorragie abortive e post-partum, le gravide ad alto rischio, i pregressi cesarei, e poi le donne più evolute della collettività;

4) contemporaneamente gran parte del tempo è assorbito dall'attività di routine dell'ambulatorio ove si cura la più comune frequentissima patologia acuta (malattie da raffreddamento, gastroenteriti minori, esantemi infantili meno pericolosi, ecc.);

5) ma il bush hospital è pure l'unica struttura sanitaria della zona e alla sua gente così lontana deve andare incontro, rendersi più accessibile e disponibile, uscendo periodicamente per i villaggi dei dintorni e offrendo con una ambulanza un mezzo di trasporto per i malati e per i loro congiunti da e per l'ospedale; ancora, all'ospedale di bush è affidata la funzione socialmente più importante, la prevenzione.Di qui il compito di svolgere un'educazione sanitaria e igienica, insegnando ad esempio le norme della profilassi delle malattie infettive e parassitarie e delle malattie nutrizionali frutto di povertà ma anche di errate abitudini alimentari. Questa attività preventiva si esercita anche nelle visite prenatali alle gravide, nel periodico controllo dei bambini più piccoli (pre-school clinic) e nelle vaccinazioni infantili, nelle vaccinazioni di massa in corso di epidemie.

Questo sommario elenco delle funzioni dell'ospedale di bush e quindi dei compiti del medico che vi lavora e che ne è responsabile dà un’idea della complessità di questo lavoro" (Merlo - "Chirurgia Pratica”).

Pur essendo stato scritto molti anni fa, non vi sembra una bella descrizione di Chaaria?

Ciao

Fratel Beppe Gaido



sabato 28 giugno 2008

Il sostegno materiale ai poveri


Il Santo Cottolengo non chiudeva le porte a nessuno e voleva che nella portineria della Piccola Casa ci fosse sempre un po' di cibo da distribuire ai mendicanti che venivano per chiedere qualcosa. Egli temeva di mandare via Gesù a mani vuote, se qualche povero non avesse trovato quello che cercava alla Piccola Casa.

Anche qui da noi ogni giorno decine di persone povere bussano alle porte del nostro cuore per avere un aiuto materiale: può trattarsi di persone che non hanno da mangiare o di diseredati che disperatamente cercano un lavoro, o di mamme ansiose di trovare un po' di soldi per mandare i figli a scuola. È nostro quotidiano impegno cercare di ascoltare ogni persona che si accosta a noi con un problema: non sempre abbiamo la forza e la capacità di risolvere le loro difficoltà, ma la carità ci insegna che anche l'accoglienza e l'ascolto possono in parte guarire un cuore ferito. Quando possibile cerchiamo di dare quello che ci viene chiesto, e se non possiamo, ci sentiamo impotenti e pensiamo che solo Dio può risolvere problemi tanto grandi e complessi.
Grazie alla Piccola Casa e a tante generose offerte, molti trovano qui un lavoro (magari saltuario), delle somme di denaro che permettono loro di affittare un pezzo di terra o di mandare i figli a scuola o del cibo da distribuire ai bimbi affamati della loro famiglia. Inoltre attraverso sponsor italiani stiamo pagando gli studi ad alcuni giovani e bambini, e continuiamo a sostenere il centro per gli street boys di Mujwa.


AIUTARE CHI AIUTA I POVERI

La nostra comunità è anche centro di formazione dove cerchiamo di condividere le ricchezze della nostra spiritualità sia con i laici che qui lavorano, sia con i giovani che desiderano entrare nella nostra famiglia religiosa.
Per questo sentiamo di dover investire molte delle nostre energie nell’impegno formativo, al fine di moltiplicare il bene e di "rendere i Fratelli idonei a compiere il ministero" di carità loro affidato. Il Signore è molto buono con noi e ci sta benedicendo sia attraverso molti giovani che bussano alle porte della nostra comunità (attualmente abbiamo 2 aspiranti, 2 postulanti e 3 novizi presenti nel Centro), sia attraverso laici impegnati cristianamente che, pur essendo regolarmente assunti, vogliono essere responsabili con noi della fedeltà al carisma cottolenghino.

Ciao. Beppe


giovedì 26 giugno 2008

Chaaria News


1) Negli ultimi tre giorni abbiamo avuto ben 3 incursioni di malviventi armati di fucile e pistole: sabato notte a Ntua a poche centinaia di metri dall’ospedale; domenica notte a Chaaria Market, e ieri notte appena fuori dal centro. L’attacco di ieri era focalizzato ad entrare nella casa del nostro anestesista Jesse, che pero’ ha suonato l’allarme, dando la possibilita’ ai nostri watchmen di liberare i cani e di far scappare i facinorosi.

2) Grazie alla solidarieta’ del gruppo animatori di Casalgrasso abbiamo potuto acquistare un piccolo generatore di riserva che ci servira’ come back up tutte le volte che la corrente elettrica manca per piu’ di 12 ore. Lo piazzeremo in ospedale e servira’ esclusivamente per la sala operatoria, per la sterilizzazione e per il laboratorio analisi. Anche oggi manca la luce, e la gestione dei macchinari dell’ospedale e’ spesso problematica quando siamo per troppe ore sprovvisti di corrente elettrica. Quello che stressa di piu’ e’ essere in sala operatoria di notte quando va il generatore, in quanto piu’ di una volta ci e’ capitato un problema tecnico al medesimo ed abbiamo dovuto continuare l’operazione con sole torce. Con i soldi inviatici dallo stesso gruppo, pensiamo anche di installare dei pannelli solari che useremo per l’illuminazione dell’ospedale stesso, quando i generatori sono spenti… soprattutto per la notte quando non ci sono interventi chirurgici urgenti.
3) Oggi a Chaaria una bambina di 3 anni e mezzo e’ stata violentata da uno sconosciuto… non ci sono limiti alla brutalita’ maschilista!!! Siccome il poco-di-buono e’ scappato, ho dovuto mettere la bimba in terapia preventiva per HIV.
4) Mancando il dott Ogembo da quasi una settimana il carico di lavoro in ospedale e’ ai limiti della pazzia. Oggi alle ore 19.30 avevamo ancora 2 cesarei in cantiere e alcuni pazienti da visitare.

Ciao. Beppe


mercoledì 25 giugno 2008

In Kenya, Lavorare per la vita. (Articolo di Febbraio 2008)


Photobucket Con el corazón abierto è un libricino stampato alla buona: sul cartoncino azzurro usato come copertina la figura del Santo Cottolengo, tra le pagine poche foto in bianco e nero a corollario di una storia tagliente e maledettamente vera. È il racconto di un anno intero vissuto in Kenya, nella diocesi di Meru, per dar seguito ad una missione ardua quanto ambiziosa: l’Associazione Volontari Mission Hospital Chaaria, ONLUS sorta in seno al Cottolengo di Torino, ha messo in piedi una struttura destinata ad offrire un servizio ospedaliero di natura ambulatoriale. Ma tra i 400 pazienti che si presentano ogni giorno troppo spesso c’è chi ha bisogno di interventi chirurgici delicati e complessi. Tra i frati coinvolti, Fratel Beppe Gaido, originario di Casalgrasso, missionario dal 1997, ha raccolto in un diario il dolore disumano dei suoi pazienti fissando, però, i loro sorrisi, la voglia di lottare, la gioia di vivere. Storie di morte senza lieto fine che colpiscono dritto al cuore ma che non chiudono mai le porte alla speranza. Il senso di impotenza di fronte alla devastazione, la paura, giudizi affrettati dettati da preconcetti difficili da superare, avvicinano il frate ad ogni uomo comune, che non può comprendere, che non riesce a sopportare tutto quel male. Il Kenya è dilaniato da una guerra fratricida, una lotta tra poveri che genera solo miseria, razzia, distruzione. Analfabetismo e follia collettiva dipingono tutti nemici, meritevoli di morire a colpi di machete. E poi AIDS e TBC, la cui piaga è precocemente dilagata da condizioni igieniche disperate.
Sapere che gli scritti di Fratel Beppe corrispondono a verità gela il sangue nelle vene, la lettura prosegue soltanto perché la sua penna svela le ragioni che danno forza al frate ed agli altri volontari; chi scrive è molto di più di un uomo, ma un uomo di Dio.
“Spesso non è necessario – scrive – parlare di Dio alla gente, perché le nostre azioni diventano in se stesse annuncio. Lavorare per la vita a tempo pieno è una via moderna di evangelizzazione e questo pensiero placa un po’ i sensi di colpa che nascono dal non trovare tempo per la preghiera.”
Ma un uomo così solerte verso il prossimo, che si spende al di sopra dei limiti di umana sopportazione, deve preoccuparsi se ogni tanto non riesce e pregare? Chi si azzarderebbe a dire che tutto quello che fa non basta per fargli guadagnare il Paradiso? Probabilmente nessuno, ma Fratel Beppe vive la sua missione come una fonte di enorme ricchezza, umana e spirituale, e non come uno strumento per mettere a frutto la sua indole solidale. Così, di fronte al dolore di un neonato che muore, nello stesso attimo gioisce per la nascita di tre gemelli ed impara a rispondere con prontezza e speranza agli eventi dettati dal ciclo inesorabile della vita, in eterna antitesi con la morte.

Profilo di uomo, cuore di frate
Nato a Torino il 22 gennaio 1962, Giuseppe Gaido frequenta il Liceo Classico a Carmagnola per poi dedicarsi agli studi di Medicina, completando al contempo la formazione religiosa. La sua esperienza di servizio inizia in Italia, poi lo porta a Mostrar per lo sviluppo di un progetto della Caritas, senza però impedire il conseguimento a Londra del diploma in Medicina Tropicale.

Perché frate?
A dire il vero non lo so con certezza: sono sempre stato alla ricerca di una vita donata agli altri, sganciata dalla ricerca affannosa del denaro. Volevo spendermi per chi soffre, gratuitamente. Il frate che non ha una famiglia a cui pensare, mi è sembrato la figura che più da vicino potesse aiutarmi a realizzare questo sogno di dono 24 ore al giorno.

Perché cottolenghino?
Il mio cammino vocazionale era iniziato tra i preti salesiani, ma poi la cosa mi stava un po’ stretta, non mi dava gioia. Ho quindi lasciato il seminario per frequentare il liceo pubblico. Poi un cammino in una comunità, ma anche lì mi pareva mancasse qualcosa. A Casalgrasso le suore del Cottolengo mi proposero del volontariato alla piccola casa di Torino: in quei reparti popolati da malati terminali si è pian piano delineata la mia vocazione, anche in virtù del fatto che mio padre stava morendo di cancro ed io volevo servire chi stava soffrendo come mio papà.

Perché missionario?
Ricordo il tema d’esame di terza media: Che cosa vuoi fare da grande? Lo svolsi scrivendo che avrei voluto essere un medico missionario in Burundi. Non so perché quel posto, non sapevo neppure dove fosse…forse mi piaceva il nome. Poi venne il liceo, poi lo studio della teologia della liberazione, delle guerre civili in El Salvador e Guatemala, la triste realtà dei desaparecidos del Cile e dell’Argentina. Mi sono affezionato all’America Latina, dove sentivo che avrei potuto lottare per una maggiore eguaglianza evangelica. Poi la Bosnia dove ho conosciuto la sofferenza di chi è vittima della guerra. Cresceva la voglia di partire per un luogo dove fare il medico a 360 gradi. Sempre nel tema d’esame scrissi che avrei voluto prima scopare la casa del povero, poi rifargli il letto e medicare le sue ferite. Qui a Chaaria tutto questo si è avverato.

C’è differenza tra l’uomo e il frate? Dio è un valore aggiunto?
L’uomo è sempre uomo: io sono fragile, emotivo, a volte pessimista, in continua ricerca di amicizie che spesso non trovo, talvolta deluso da amici che tradiscono. Come uomo non so se avrò la forza di resistere tutta la vita. Come frate, non sono mai solo: Dio è là per me proprio quando tutti mi abbandonano, quando i poveri che aiuti ti rispondono con una denuncia o con un insulto, quando gli amici ti calunniano. Dio non è un valore aggiunto, ma piuttosto il propulsore nascosto senza il quale il mio motore si sarebbe già fuso da molti anni.

Tu che vedi la morte ogni giorno, come rispondi al senso di impotenza di fronte ad essa? Come può rispondere un uomo lontano da Dio?
La morte è parte della vita, in questo gli Africani sono maestri. Loro hanno tanti figli perché sanno che la metà moriranno e non fanno grandi drammi come noi. Sanno che bisogna morire, sono estremamente composti ed ammirevoli davanti alla morte; spesso la chiamano kasi ya mungo cioè volontà di Dio. Non esistono risposte sul perché del dolore, né per gli atei né per chi crede. Certo chi vuol negare l’esistenza di Dio proprio in virtù della presenza del dolore, riduce tutto ad un superficiale giudizio infantile cha accusa Dio non arginare il male. Male e morte sono realtà, fra l’altro anche gli atei sanno che la morte è necessaria perché sulla terra ci siano spazio e cibo per le generazioni future. La nostra unica credibile risposta è tirarci su le maniche e stare vicino a chi muore.

Un’esperienza “forte” come quella di una missione può contrastare il problema delle crisi di vocazione?
Non può, anzi la missione può acuire la crisi interiore. Sono sempre stato contrario all’idea di chi va in missione per risolvere i propri problemi. Questa gente non ha certo bisogno di persone confuse che vengono a portare più scompiglio che aiuto. La nostra è una realtà estrema in cui le crisi vocazionali vengono addirittura allontanate.

Che cosa può chiamare un giovane a Dio nella modernità? Quali sono gli idoli contro i quali Dio deve lottare per conquistare la fiducia dei ragazzi, scelgano essi oppure no la strada religiosa?
Credo che il servizio ai poveri sia il modo in cui Dio chiama molti giovani. Magari si può essere in crisi su vari aspetti della Chiesa, ma sulla condivisione con i poveri sono tutti d’accordo. Oggi abbiamo bisogno di testimoni credibili e purtroppo Dio si ritrova a lottare contro il vuoto di ideali. La mia gioventù pensava bastasse mettere i pantaloni a zampa o portare i capelli blu per far finire le guerre. Pur con le false illusioni e le cantonate prese, credevamo in qualcosa. Oggi i ragazzi sono fiacchi, spesso non hanno voglia di impegnarsi, non perseguono ideali validi per cui spendere la vita. Pensiamo ai giovani schierati davanti ai carri armati in Piazza Tien Ammen a Pechino e poi a quelli che fanno il giro delle discoteche o che partono da Casalgrasso per andare a prendere il caffè a Sanremo. Ci si chiude paurosamente nel privato, nel proprio io, nei proprio comodo.

Cosa fa più male a Chaaria? La povertà, la malattia o l’ignoranza?
È l’ignoranza che contribuisce a mantenere uno stato di cose ingiusto, che causa il dilagare della violenza. E poi c’è l’ingratitudine, a volte pesante: in ospedale spesso ho l’impressione che le pretese dei singoli crescano in modo direttamente proporzionale al numero dei servizi da noi offerti e portati avanti con perseveranza 24 ore al giorno. Il fatto che non sempre riusciamo a salvare una vita, che non possiamo visitare tutti contemporaneamente è motivo di ira, a volte induce pazienti e familiari ad alzare la voce. Per non parlare del “grazie”, parola che sembra purtroppo tabù.

Ora basta con le domande, Fratel Beppe è una forza della natura, instancabile di servire, irrefrenabile nel raccontare. La missione è lontana, in un mondo che spesso guardiamo svogliati in tv: sempre le solite storie di malattia e miseria. E che possiamo fare noi? Forse niente. O forse no.

Una giornalista


Music for Kenya 2008

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Ciao, un saluto per ricordarti di non mancare a

MUSIC FOR KENYA 2008

a PASSATORE da giovedì 10 a domenica 13 luglio,

per quattro serate di musica che fa bene...
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* Giovedì 10: ONDA NOMADE, tributo ai Nomadi - Special guest: Elisa Minari, ex bassista Nomadi

* Venerdì 11: CITY KAOS - Cover band dei migliori locali live in Italia

* Sabato 12: PASTINA BAND - Il gruppo musicale cuneese per il divertimento

* Domenica 13: DIAPASON BAND - Tributo a Vasco Rossi, un grande ritorno a Passatore - Special guest: Alberto Rocchetti, il tastierista di Vasco

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Aiuta anche tu a sostenere i nostri progetti in Kenya! Grazie a tutti, ciao.

Emiliano
Tel. 335-7719449
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martedì 24 giugno 2008

I Buoni Figli


Il Centro per disabili ( chiamati Buoni Figli da S. Giuseppe Cottolengo ), è nato un po’ come sfida in un contesto sociale e culturale in cui il disabile non è valutato e considerato come persona.

Sorto negli anni ‘84/’85 insieme al dispensario, tale Centro si proponeva di dare una risposta a quella povertà che ancora oggi, insieme all’emergere di “ nuove povertà”, non trova una risposta soddisfacente all’interno del Paese. Nato per ospitare 25 ragazzi portatori di handicap sia fisici che mentali, con il tempo e spinti dalla continua richiesta di assistenza, tale servizio ora è in grado di aiutarne 50. Per meglio comprendere il problema è richiesto uno sforzo per tentare di entrare nella cultura africana.
In Kenya, più che da noi, all’interno della famiglia è importantissimo mettere al mondo una nuova vita, e ancor di più se questa nuova vita è un bambino maschio. Se però il bambino che nasce è maschio ed è disabile, vuol dire che una maledizione è entrata in quella famiglia per cui l’abbandono e l’isolamento diventa quasi normale.

Non è detto che istituzionalizzare una persona con disabilità risolva il problema, anzi, si corrono parecchi rischi, ma l’assistere e dare testimonianza che un disabile ha la stessa importanza della persona sana vuol dire andare contro corrente e sfatare alcuni modi di pensare e di agire radicati da generazioni. Come abbiamo, visto il Centro offre una accoglienza a 50 disabili, raccolti dai villaggi circostanti e presentati inizialmente o dai vicini o dal Missionario della zona. E’ una eccezione che sia la famiglia a chiedere aiuto, in quanto è umiliante per essa ammettere di avere un figlio disabile.
Al Centro, oltre a soddisfare i bisogni di prima necessità in coerenza con quello che il Santo Cottolengo proponeva, si cerca di garantire al disabile tutto ciò che l’assistenza spirituale e materiale può offrire nel contesto africano. Un servizio riabilitativo con una piccola attività occupazionale portata avanti dall’inserimento di una delle nostre suore cottolenghine viene offerta tutti i giorni ai ragazzi su cui è possibile operare. La metà dei ragazzi, divisi in gruppi, frequentano giornalmente lezioni scolastiche; con i ragazzi più gravi si cerca di lavorare in gruppo facilitando il gioco e la comunicazione.
L’attività catechistica viene offerta due volte alla settimana con la possibilità della frequenza alla S. Messa al mercoledì e alla domenica. Una volta al mese, con la presenza di un nostro Sacerdote cottolenghino, viene offerta la possibilità di accostarsi al sacramento della riconciliazione. L’assistenza sanitaria, essendo il Centro integrato con l’ospedale, viene offerta ogni qualvolta ce ne sia bisogno dall’ospedale stesso, per cui possiamo dire che anche in questo si cerca davvero di offrire al disabile tutta quell’assistenza necessaria per rendergli la vita meno difficile e più accettabile. Ci vogliono anni e tanta costanza anche da parte nostra, per comprendere ed aiutare a far capire che veramente voler il bene di queste persone è un impegno da portare avanti ogni giorno con costanza. Siamo convinti che, tra le povertà ancora non sradicate, quella della disabilità dia spazio ad una risposta autenticamente cottolenghina e possa oggi testimoniare l’AMORE gratuitamente ricevuto e gratuitamente dato.

Fr. Lorenzo

A nome di tutti coloro che operano nel Centro


lunedì 23 giugno 2008

La Shamba


LA SHAMBA (= LA FATTORIA)


L'attività agricola è da noi ritenuta molto importante e parte integrante della testimonianza della nostra Missione. Chaaria si trova in una zona depressa in cui non ci sono industrie né posti di lavoro, per cui normalmente la gente mangia quello che riesce a coltivare nel proprio piccolo campo. Senza un pezzo di terra è quasi impossibile sopravvivere, e quindi la terra è considerata il bene primario ed uno dei più grandi doni di Dio.
Sarebbe una grande contro-testimonianza se noi lasciassimo incolti gli acri di terra che la Divina Provvidenza ci ha dato; se noi comprassimo a Meru tutto il cibo che ci è necessario, la gente ci classificherebbe come ricchi, e ci sentirebbe troppo diversi da loro.
La shamba dunque dice alla gente di Chaaria, che noi pure dobbiamo lavorare per avere un po' di granoturco nei nostri granai; anche noi dobbiamo sperare in una buona stagione delle piogge per non perdere tutto ciò che abbiamo seminato.
La popolazione quindi vede che alla Missione il Fratello lavora come loro ed ha gli stessi problemi; la nostra attività agricola e zootecnica può anche insegnare loro a introdurre nuove colture, a cambiare metodi e a incrementare la produttività dei loro piccoli appezzamenti di terreno, a far sì che gli animali da cortile producano di più e maggiormente contribuiscano al miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie.
Anche i Fratelli che lavorano nella shamba o nella stalla, lo fanno per i poveri a cui procurano il cibo quotidiano, ed inoltre condividono la vita dei contadini della nostra zona che mangiano solo quello che la terra riesce a produrre per loro.


domenica 22 giugno 2008

Riflessioni su Chaaria


Vorrei dirvi alcune parole su ciò che Chaaria non è, al fine di aiutare i volontari a fare una esperienza il più positiva possibile, evitando false attese e frustrazioni. Molte volte infatti nelle precedenti lettere abbiamo insistito su ciò che si fa, su quello che abbiamo migliorato, sulle nuove costruzioni o terapie in atto…Ora è forse meglio parlare un poco di tutto quello che non si riesce a fare qui alla Missione.

1) Chaaria è al momento una struttura soprattutto sanitaria ed assistenziale; i volontari sono per lo più impegnati nell’ospedale o nella cura dei Buoni Figli. Tali attività assorbono le nostre giornate a ritmi veramente pieni e vertiginosi, per cui ci rimane ben poco tempo da dedicare ad altre attività. Pur riconoscendo l’importanza di attività sociali sul territorio (come visite domiciliari nelle capanne, per esempio), dobbiamo constatare che il tempo a disposizione per questo è poco, ed è saltuario… I volontari che fossero interessati primariamente a tale tipo di esperienza sociale potrebbero sentirsi frustrati nel constatare quanto poco tempo sarà concesso alle uscite tra le capanne. La nostra azione sociale si realizza soprattutto attraverso l’aiuto sanitario offerto a tutti i poveri che bussano alla nostra porta, attraverso la presa in carico totale degli handicappati mentali da noi ospitati e attraverso l’aiuto economico alle famiglie in difficoltà…. C’è chi dice che in tal modo si fa una esperienza separata dalla vita reale della gente, e che si rischia di stare in Africa senza prendere veramente coscienza della cultura locale; non so se queste critiche sono vere oppure no: so però che la popolazione ha bisogno di aiuto e che l’ospedale di Chaaria è qualcosa di veramente significativo che ha cambiato la vita di molti. So che una mamma con un bambino morente per anemia ha bisogno di sapere che c’è una struttura attrezzata per le trasfusioni, e questo è ciò che cerchiamo di fare per lei in ospedale. Il servizio domiciliare potrà essere organizzato in futuro se il Signore ci manderà un numero sufficiente di vocazioni, che ci permettano di iniziare e di portare avanti con continuità tale nuova area di impegno. Infine posso dire che anche ora in ospedale, attraverso il nostro lavoro tra i sofferenti, noi possiamo diventare loro amici, condividere tante esperienze che altrimenti ci sfuggirebbero, e giungere a comprendere le loro problematiche più intime.
2) A Chaaria la visita ai villaggi circostanti e alle altre Missioni cottolenghine sarà organizzata ogni qualvolta ci sarà possibile, tenendo conto delle necessità primarie del nostro servizio.
3) Chaaria è una esperienza totalizzante in cui spesso i ritmi di lavoro sono continui ed estenuanti, di conseguenza non c’è molto tempo libero. E’ però bene ripetere che ognuno contribuirà nella maniera a lui più congeniale. C’è chi vuole dare tutta la propria giornata al servizio, e c‘è chi ha bisogno di spazi più estesi di recupero fisico, spirituale e psichico. Ognuno potrà organizzarsi liberamente i propri orari.
4) Chaaria è una esperienza di vita comunitaria e di condivisione totale tra Fratelli della Comunità e volontari: si vive sempre insieme, si lavora insieme, si mangia insieme. Questo richiede una buona dose di adattamento e di pazienza reciproca, perché ognuno è diverso e porta con sé pregi e difetti: i Fratelli non sono perfetti, così come non lo sono i volontari. Si tratta dunque di saper stare insieme, prendendo da ognuno ciò che è buono e perdonando ciò che possiamo definire imperfezione o difetto. Per stare bene insieme è importante un buon spirito di adattamento e la capacità di non giudicare.
5) Chaaria è soprattutto una esperienza di vita in cui cerchiamo di volerci bene e di servire i poveri mettendo a loro disposizione tutto quello che siamo e tutto quello che abbiamo. Stando qui per un po’ si riscoprono valori spesso dimenticati, come quello della povertà e della vita semplice, senza troppe possibilità di comunicazione con l’Europa, senza sprechi e senza televisore. Il nostro sforzo è quello di diventare una famiglia per tutti i poveri che serviamo e incontriamo, e allo stesso tempo quello di creare rapporti di amicizia significativi con tutti i volontari che vengono a darci una mano.
6) Noi crediamo fortemente che valga la pena spendere la propria vita ed anche la propria salute a servizio di coloro che sono meno fortunati di noi. Crediamo che servire i piccoli e gli abbandonati è servire Gesù, ed è allo stesso tempo una ottima strada per la purificazione e per la santità personale e comunitaria.

Dopo questo lungo elenco di punti in cui ho cercato di spiegare ciò che Chaaria non è, vorrei dire a tutti coloro che desiderano venire da noi, che sono i benvenuti: quello che possiamo promettere fin da ora è la nostra amicizia ed il nostro calore fraterno, il nostro aiuto per un graduale inserimento e la condivisione delle nostre esperienze e della nostra giornata. A tutti i volontari promettiamo un cuore caldo che li accoglierà a braccia aperte, non nasconderà che ci sono anche dei difetti e dei problemi qui in Missione, ma sarà sempre aperto all’amicizia verso tutti.
Soprattutto possiamo promettere che a Chaaria i volontari troveranno tantissimi poveri veramente bisognosi e malati, e saranno loro la ricompensa per ognuno. Davvero i poveri sono coloro che ci riempiono il cuore e alla fine dell’esperienza ci fanno esclamare: "Ero venuto per donare qualcosa e invece mi rendo conto di aver ricevuto molto di più di quanto ho effettivamente dato".
Ciao! pregate per noi e per la nostra comunità e, se ne avete la possibilità, venite a condividere qualche tempo con noi, per aiutarci a completare il "nostro sogno per Chaaria".

Fr Beppe Gaido


sabato 21 giugno 2008

Il senso del pudore

Sono quasi le 2 del pomeriggio e non ce la faccio piu’. Ho fame e quindi decido che e’ ora di pranzare. I volontari se ne sono andati gia’ da piu’ di un’ora e quindi mi aspetto di mangiare da solo. Il generatore continua a girare, e siccome non c’e’ nulla in sala operatoria, decido di spegnerlo per almeno tre quarti d’ora. Mentre mi avvio verso il pannello di controllo del nostro gruppo autogeno, vedo con sorpresa un drappello di giovani uomini che si abbarbicano alla nostra rete di recinzione e ridacchiano, dandosi gomitate compiaciute. Mi basta fare ancora qualche passo per rendemi conto della ragione: una volontaria italiana e’ sdraiata sull’erba e sta prendendo il sole. Non vedo nulla di osceno: ha la gonna, mentre veste solo il top di un bikini anni 60. Quindi per un Italiano come me una scena del tutto normale, che per queste latitudini gia’ e’ diventata occasione di scurrile giovialita’ da parte dei passanti.

Mi fermo e cerco di parlare con Anita: “Forse e’ meglio che ti metta una maglietta quando prendi il sole”. Lei pero’ reagisce indispettita: “ma che male ho fatto! Non mi sono affatto esposta al di la’ di quello che e’ normale quando la gente tenta di prendersi la tintarella”. “E’ verissimo per l’Italia – insisto io – ma qui la gente ha mentalita’ diverse”. Anita pero’ diventa agguerrita, mentre in modo brusco si mette la maglia e rivolge lo sguardo ai bulli, che ancora si divertono al di la’ della rete: “io pero’ ho visto donne con il seno completamente nudo; altre allattavano tranquillamente anche durante la messa”. Anche questo e’ vero, ma tu sei una Bianca poco vestita che si sdraia per terra, e questo per loro e’ strano e insolito; sforzati di capire… Dopo tutto, tu stessa mi hai raccontato che sei stata in Iran, e che prima di scendere all’aeroporto di Teheran, hai dovuto indossare il velo per coprirti i capelli”.

Non so se ha capito il mio messaggio. So solo che si e’ alzata, ha preso l’asciugamano e si e’ ritirata in camera sua. Forse ha pensato che io sia un oscurantista antiquato. Meglio non rimuginarci ora, e spegnere il generatore. Questo incidente pero’ mi ha fatto riflettere sulle diversita’ culturali, e sul sottile pericolo che noi Bianchi corriamo di sentirci superiori, e di pensare che il nostro modo di vedere le cose sia sempre l’unico, o almeno il migliore. Quanto lavorio interiore e’ necessario per inculturarsi e cercare di comprendere almeno lontanamente quello che pensano le persone che cerchiamo di aiutare. Per esempio il senso del pudore. Credo che sia in qualche modo una caratteristica innata nella natura umana, ma sicuramente si esprime in maniera completamente diversa a seconda della cultura in cui ti trovi. Pensiamo agli Indios della foresta amazzonica paragonati ad un Paese di stretta osservanza islamica. Oppure semplicemente pensiamo alla nostra societa’ pornografica, dove anche un messaggio pubblicitario per l’acqua minerale ha bisogno di una donna nuda, e ad una Nazione molto tradizionalista come il Kenya, dove addirittura fa tabu’ la gonna sopra il ginocchio. Anche qui a Chaaria comunque e’ difficile tracciare delle idee generali su cosa sia il pudore. E’ un elemento che varia moltissimo, per esempio tra maschi e femmine, tra etnie differenti, e non da ultimo tra diverse religioni. Generalmente parlando mi pare che la donna del Meru abbia un rapporto molto positivo con il proprio corpo. Non si espone inutilmente, ma non ha problemi a farlo, per esempio per nutrire un lattante, o per farsi visitare da un medico di sesso opposto. Nessuna donna Meru penserebbe di mandare fuori dalla sala parto un dottore maschio. Lo stesso posso dire delle pazienti che provengono da tribu’ piu’ primitive e nomadi, soprattutto se di religione animista. Anche normalmente si vestono abbastanza poco, perche’ le loro terre sono desertiche e torride, e non pongono alcuna resistenza di fronte alla necessita’ di essere visitate. La situazione e’ invece completamente diversa con le donne che provengono da popolazioni a prevalenza musulmana: esse sono spesso molto bloccate, ed a volte non si riesce assolutamente a visitarle. Devono essere viste sempre in presenza del marito, a cui chiedono il permesso per esporre anche la minima parte del corpo: per esempio togliersi il chador. A volte si arriva con loro a situazioni surreali in cui per esempio si deve fare una eco dell’addome per vedere se la gravidanza e’ vitale oppure no, ma c’e’ la proibizione del marito a far vedere la pancia al dottore. Quando una musulmana deve partorire, dobbiamo spesso fare in modo che lo staff sia del tutto femminile. Devo comunque registrare che anche tra gli Islamici, si possono trovare donne molto libere, soprattutto se hanno avuto la fortuna di poter studiare fino alle superiori. Gli uomini invece sono davvero molto piu’ difficili. Non accettano di essere visitati per problemi legati all’area genitale in presenza di staff di sesso femminile. Sovente ho problemi quando si tratta di interventi chirurgici urologici, in quanto l’uomo mi chiede di avere in sala operatoria soltanto personale maschile, cosa che per me e’ assolutamente impossibile, visto che tutte le strumentiste sono donne. Bisogna mediare, discutere e giungere ad un compromesso. Molti accettano alla fine di essere operati anche con staff di sesso opposto, ma alcuni firmano la cartella e lasciano l’ospedale. Un momento assolutamente tabu’ per loro e’ quello della circoncisione tradizionale: e’ cosi’ forte la repulsione per le donne durante tale momento cosi’ importante per loro, che ho dovuto organizzare turni di soli maschi per questa pratica ancora richiesta da tutti i ragazzi della nostra tribu’. Ma anche con gli uomini qualcosa si sta modificando, e, pur rimanendo piu’ rigidi rispetto alle donne, incominciano ad accettare qualunque tipo di staff, riconoscendo che si tratta della nostra professione: per esempio, quando sono arrivato a Chaaria, nessuna infermiera avrebbe fatto un cateterismo vescicale maschile. Ora in casi di emergenza, lo fanno senza troppe discussioni da parte del malato. Da un certo punto di vista la nostra e’ una societa’ “vittoriana” con tantissimi tabu’ a livello sessuale: le scollature vertiginose di certi vestiti italiani fanno problema, cosi’ come le minigonne. Parlare di sesso e’ assolutamente tabu’, e spesso anche con i pazienti bisogna fare degli stani giri di parole, se si deve chiedere qualcosa riguardante quell’area della vita. Si puo’ anche pensare che sia una cultura piena di controsensi, soprattutto se si considera il numero delle infedelta’ matrimoniali, quello altrettanto elevato di ragazze madri abbandonate al loro destino, l’incidenza delle poligamie di fatto anche tra i cattolici, le dimensioni stesse del problema AIDS. Pero’ rimane sempre vero che il punto chiave della vera inculturazione e’ quello di non giudicare la societa’ e le persone che vogliamo aiutare. Loro sono cosi’, e basta! Il perche’ non lo sanno neppure; in parte dipende dalla loro storia personale ed in parted a quella dei loro avi. Noi non siamo venuti qui per cambiarli, ma per accettarli cosi’ come sono, e per accompagnarli nel raggiungimento di condizioni di vita migliori. Questi pensieri sono frullati nella mia mente durante tutta la giornata, in cui pero’ho lavorato attentamente e con grande impegno. Non avevo piu’ incontrato Anita che probabilmente e’ un po’ arrabbiata con me, ed ha deciso di andare a fare iniezioni intramuscolo in ambulatorio. L’ho rivista verso sera, quando la coda degli esterni si era ormai esaurita: si avviava verso il cortiletto interno di fronte ai nuovi reparti. Senza pensarci troppo si era accesa una sigaretta, probabilmente per allentare un po’ la tensione che io stesso le avevo causato. L’ho guardata da lontano; avrei voluto dirle che da queste parti le donne non fumano, e che per un abitante del Meru vedere la sigaretta in bocca ad una giovane, equivale a classificarla come una “di facili costumi”… ma mi sono trattenuto. Infatti sono sicuro che questo mio secondo intervento avrebbe potuto creare nuova tensione: pazienza! Peccato pero’ che una ragazza intelligente come lei, che e’ stata anche in Paesi difficili come l’Iran, non si ponga neppure il problema. Sono comunque certo che a Teheran non si sara’ certo accesa una sigaretta per strada… non sara’ forse che questa sufficienza, che porta a fare le cose senza mai chiedersi se sono socialmente acettate o meno, nasconda una sottile forma di razzismo, cioe’ la presunzione che il nostro modo di essere e’ il migliore, e che cio’ che loro pensano in fondo non ci riguarda?

Fr Beppe Gaido

PS Oggi ho finito a mezzanotte a causa di una gravissima emorragia in sala operatoria. Dopo tre ore di agonia della paziente, le cose sembrano sotto controllo. Tutti vivi, anche se forse il chirurgo ha perso 10 anni della sua vita ed ha aumentato di qualche centinaia il numero dei capelli bianchi.


giovedì 19 giugno 2008

Grazie Gianni


Oggi abbiamo avuto l'ispezione della ONG americana, che dall'anno scorso ci dà le zanzariere che noi distribuiamo gratuitamente alla popolazione. La visita è stata molto positiva ed amichevole. La rappresentante della organizzazione statunitense è stata molto ben impressionata dal modo con cui abbiamo capillarmente donato le reti ad una zona molto ampia, tenendo sempre dei buoni registri. Quello però che ha fatto colpo è il lavoro che Gianni Derossi sta facendo: i nostri visitatori sono rimasti piacevolmente sorpresi dal fatto che tutti i nostri letti hanno ora la zanzariera, in modo da prevenire il contagio anche durante i giorni del ricovero. Hanno avuto parole di elogio per l'ingegno con cui Gianni ha risolto il problema dei soffitti molto alti, e per l'alto livello di pulizia dell'ospedale.

E' stata una bella esperienza di mondialità. Siamo stati intervistati, filmati, fotografati... e poi ci hanno promesso di aumentare ancora il numero di zanzariere con cui possiamo aiutare tanti altri bambini e adulti a proteggersi dal killer malarico. Ora Chaaria è conosciuta anche negli Stati Uniti: hanno detto che mai si sarebbero aspettati un ospedale così ben organizzato in una zona tanto remota.
Ciao a tutti. Beppe. Guardate le foto....
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mercoledì 18 giugno 2008

Casalgrasso - Chaaria: gemellaggio dell'amore


CASALGRASSO: piccolo paese agricolo della provincia di Cuneo, a circa 60 km dal capoluogo, al confine con la provincia di Torino;
CHAARIA : piccolo villaggio del Kenya a 380 km da Nairobi;
ANELLO DI UNIONE : Fr. Beppe Gaido

Photobucket Casalgrasso infatti è il paese che ha visto crescere Fr. Beppe, attualmente in Kenya a prestare la sua opera di medico missionario.
Nonostante siano passati molti anni da quando Beppe si è trasferito al Cottolengo di Torino, guidato dalla sua fede in Dio, la popolazione, soprattutto quella più giovane nata quando ormai lui era lontano dal paese, non lo ha dimenticato.
Molte sono le iniziative organizzate per la raccolta di fondi da inviare a Chaaria, a sostegno di tutte quelle persone che sono meno fortunate di noi solo perché nate in una parte del mondo povera.
Ricordo:
• La lotteria missionaria di natale organizzata dalla scuola salesiana di Lombriasco che ha visto i primi passi di Beppe, sia scolastici e sia religiosi, che ha raccolto 10.000 euro per la realizzazione della sala operatoria;
• La tombolata allestita a Casalgrasso dopo le vacanze di natale dal gruppo giovani dell’oratorio;
• La scatolata di beneficenza organizzata per i festeggiamenti patronali del 15 giugno dove il ricavato verrà inviato a Beppe e suor Rosina, altra missionaria casalgrassese;
• Sempre legati ai festeggiamenti patronali i giovani hanno organizzato un torneo di calcio ed uno di pallavolo dove l’incasso verrà devoluto sempre ai nostri due missionari;
• Da ricordare anche tutte quelle persone che hanno deciso di non sprecare il denaro per le bomboniere in occasione di matrimoni – cresime – anniversari di matrimoni – ecc., ma hanno scelto di invitare un povero alla propria festa.
• Ed ancora…. tutte quelle famiglie che, di fronte al dolore per la perdita di una persona cara, hanno deciso di non spendere soldi in fiori ma per opere di bene, per far vivere il proprio caro ancora ridando il sorriso a chi non l’aveva più.

Potrei ancora continuare ad elencare tante e tante iniziative ma mi fermo qui con un’unica parola:
GRAZIE a tutti coloro che sostengono Chaaria.

Anna


martedì 17 giugno 2008

Iniziativa di solidarietà dell'Architetto Andrea Olivazzo


L’ architetto designer Andrea Olivazzo, propone di donare parte del ricavato della vendita delle sue sculture luminose alla nostra associazione, per contribuire alla costruzione della sala operatoria di Chaaria.

Vi invitiamo quindi a visitare il sito www.andreaolivazzo.it per conoscere questi oggetti, ideali per eventuali idee regalo o per arredare casa vostra con un oggetto unico, originale ed irripetibile.

Per eventuali informazioni scrivete all’email: info@andreaolivazzo.it o telefonate al n° 329/7366442.
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lunedì 16 giugno 2008

Un mese da... africana

Non importa da dove tu arrivi, quali esperienze hai alle spalle, cosa ti aspetti di trovare...l’importante è che per qualsiasi strada, per qualsiasi ragione, tu sia giunto lì, dove il cielo sembra quasi cadere sulla terra, e la natura fa sfoggio delle sue rappresentazioni più affascinanti e suggestive. Se a tutto questo si aggiunge uno sfondo di assoluta povertà e miseria, in un vissuto di drammatica solitudine e sofferenza tra l’indifferenza di chi non conosce abbastanza questa realtà e le profonde contraddizioni di chi la vive quotidianamente...non puoi non lasciarti rapire il cuore da tutto ciò. È quanto è successo a me, andando a Chaaria per la prima volta. Ho visto un’Africa diversa da quella che i mass-media presentano di solito. Ho toccato con mano quanto cruda sia qui, a volte, la realtà. Eppure quello che affascina è proprio la presenza di un paesaggio incantevole, una natura ancora incontaminata, che diventa lo scenario su cui l’uomo scrive la propria storia di lotta quotidiana per la sopravvivenza. Sopravvivenza da chi, da che cosa? Dalla nostra noncuranza,dalla nostra cecità e sordità. Dal nostro egoismo e da una logica di mercato che pochi hanno il coraggio di denunciare.

Dopo questa esperienza sono convinta che per poter comprendere qualcosa dell’Africa bisogna esserci stati. Ecco perché l’importante è arrivarci in Africa, per poter capire, per poter sperimentare in prima persona cosa può voler dire vivere anche un solo giorno in mezzo a loro, come uno di loro. Quello a cui non siamo mai abbastanza preparati è il trovarci di fronte alla persona umana sofferente e dover fare i conti con la nostra impotenza,il non poter far abbastanza perché ci mancano i mezzi, a volte anche quelli più banali. Per quanto ci si possa preparare psicologicamente e professionalmente,ad una esperienza simile, credo che l’Africa con la sua realtà riesca sempre a spiazzarci, a sorprenderci, a sconvolgere i nostri schemi occidentali. Sono stata lì circa un mese, e cosa ho fatto? Ho cercato in primo luogo di imparare da loro. Mi ha molto aiutato essere lì come studente tirocinante. Così come per ogni tirocinio, anche questa volta ho iniziato cercando di osservare e di apprendere da loro. Ho dovuto lottare interiormente con me stessa tante volte, per non lasciar prevalere un certo pregiudizio di superiorità della mia cultura rispetto alla loro. Ma alla fine la semplicità di queste persone mi ha conquistata. Credo che la realtà di Chaaria più che raccontata a parole vada soprattutto mostrata visibilmente per quello che è. Se potessi ritornare e magari per un periodo di tempo maggiore, mi piacerebbe approfondire la conoscenza della cultura di queste persone, cosa può voler dire per loro la malattia, la sofferenza, la morte. Questo, credo, mi aiuterebbe molto ad assisterli in modo più globale, più rispettoso, più consono alla loro identità.

Una volontaria.


domenica 15 giugno 2008

Ritmi sostenuti - La morte dei bambini e la loro sepoltura

Eccomi nuovamente da solo. I chirurghi sardi ci hanno lasciato, dopo un tour de force che ha messo a dura prova la nostra resistenza fisica: tutti i giorni abbiamo finito tardissimo, spesso verso mezzanotte… e poi c’erano le inevitabili chiamate notturne, verso le 2 o le 3 del mattino. Sono queste ultime a tagliarti le gambe completamente, perchè l’indomani non hai tempo per un minimo di recupero. Oggi per esempio, in ospedale non ho neppure i clinical officers: tutti hanno preso un off in questo week end, dal momento che hanno dovuto coprire la mia assenza di due settimane, mentre ero in Italia… sono stanco e mi trascino, ma non c’è alternativa. Quello che ti lascia sempre pietrificato è il fatto di veder morire tanti bambini. Anche oggi ne ho persi due, ed un terzo forse se ne andrà probabilmente in giornata. Il grande killer e’ sempre la malaria, di cui nessuno parla, ma che uccide molto più che l’AIDS, e spesso ad età inferiore. Si dice che nell’Africa sub sahariana un bambino vada al Creatore ogni dieci minuti a causa di questa malattia cosi’ antica e così poco combattuta. I prodotti nuovi sono rarissimi: ora la nostra speranza e’ tutta su una nuova combinazione farmacologica di origine vegetale, e di scoperta cinese. Si tratta di medicine eccellenti perche’ molto efficaci e privi di effetti collaterali. Derivano da un fiore (artemisia annua), così come il chinino. Di vaccini invece ancora non se ne parla, anche se dobbiamo rilevare un aumento di interesse da parte della comunita’ internazionale che ci fornisce ora farmaci e zanzariere gratuitamente. Un altro bimbo sta lottando a causa di un tetano neonatale: non so se ce la fara’, anche perche’ ci manca la terapia intensiva.

La reazione delle mamme a queste morti innaturali e’ del tutto umana e prevedibile. Anche a questo proposito ci sono molti stereotipi sull’Africa; si dice che qui la gente ha un rapporto distaccato e totalmente fatalistico con la morte; si afferma superficialmente che per un Africano la morte e’ un evento naturale che fa parte della vita. Ma gli Africani sono esseri umani come noi, ed anche a queste latitudini ci sono caratteri diversi e situazioni differenti: ci sono sì mamme che accettano la dipartita del loro piccolo in modo assolutamente stoico, e rispondono semplicemente che “e’ volonta’ di Dio se il bimbo se n’è andato”; altre invece si disperano ed urlano, si rotolano sul pavimento ed imprecano; altre ancora si chiudono in un mutismo colmo di depressione. Diverso e’ anche il rapporto che loro hanno con la salma, e queste differenze spesso seguono linee tribali. Ad esempio per un Meru il corpo del defunto non ha piu’ alcun valore, perche’ l’anima ormai se n’e’ andata: spesso i parenti, incluse le mamme, rifiutano di vedere il morto. Non lo vogliono guardare e non lo vogliono toccare. Per un uomo di etnia Meru, toccare un cadavere puo’ causare sterilita’ in futuro; mentre una donna della stessa tribu’, dopo aver perso un figlio, dovra’ sottostare a riti purificatori nel villaggio, riti che la escluderanno dalla vita sociale per almeno 3 mesi. Questa e’ la ragione principale per cui abbiamo tanti problemi con i cadaveri che vengono abbandonati nel nostro obitorio: soprattutto i bambini vengono normalmente lasciati in sala mortuaria, e li dobbiamo seppellire senza la presenza di un parente… per loro infatti il figlio e’ già volato in cielo e quel corpo non ha dignita’ maggiore degli escrementi umani, che un Meru mai guarderebbe. Per gli adulti abbiamo qualche problema in meno, perche’ queste credenze riguardo al cadavere vengono un po’ mitigate dal “culto per gli antenati”: e’ importante per loro avere il “predecessore” sepolto alla porta della propria casa, per essere protetti dal suo spirito e dal suo ricordo. Devo dire che, per gli adulti la gente fa sforzi notevoli per portarseli via, e quando li dobbiamo seppellire, e’ sempre perche’ davvero non hanno alternative. Indirettamente gia’ vi ho detto che nella cultura Meru non si vede la necessità di cimiteri, perche’ gli avi devono riposare nella terra dei loro figli. Caso completamente diverso e’ quello che riguarda le tribu’ del Nord: essi sono musulmani e nomadi. Non hanno terra in cui far riposare il cadavere, ma hanno un forte culto dei morti: quando uno di loro muore a Chaaria, essi ci chiedono di seppellirlo nel nostro cimitero, ma non lo abbandonano… nei giorni precedenti la data della tumulazione, essi vengono in gruppo e praticano abluzioni rituali e preghiere sulla salma, che poi ci viene restituita coperta di olio profumato e di orecchini rituali. Normalmente essi non si fermano con noi per il funerale che, come forse sapete, avviene di notte, per evitare di creare paure e superstizioni tra i pazienti dell’ospedale. Se muore da noi un paziente di tribù Luo, già sappiamo che lo dovremo tenere in obitorio per moltissimi giorni, perche’ nella tradizione di quella etnia, la tumulazione e’ sacra. Anche i poverissimi spenderanno capitali per le esequie, che devono essere sontuose, e a cui devono partecipare tutti i membri della famiglia… anche quelli che eventualmente fossero emigrati all’estero. Il corpo viene quindi trasportato nel Kenya occidentale (terra ancestrale dei Luo, a più di 1000 km da Chaaria), con spese davvero considerevoli. Arrivato nella terra degli avi, il coniuge del defunto dovrà spendere la notte con il cadavere, come segno di addio… poi inizieranno le celebrazioni che per circa una settimana vedranno banchetti in onore del compianto, prima della definitiva tumulazione. Ma noi siamo nel Meru, e la maggior parte dei nostri pazienti appartengono a questa tribu’: e’ quindi evidente che a Chaaria abbiamo un grosso problema con le sepolture, soprattutto per i bambini.93456f64c93203b438caf5ab80500f57.jpg

Anche stasera ne dobbiamo seppellire 12, tutti di età inferiore ad un anno. Il funerale ordinariamente comincia alle 21.30, dopo l’ultima preghiera in cappella: scendiamo in obitorio con l’auto, e li’ carichiamo i corpicini che sono avvolti semplicemente in stuoie di nylon nero. Normalmente li seppelliamo una settimana dopo il decesso, per dare la possibilita’ alle mamme di andare a casa e di dare la notizia… sempre sperando che qualche piccolo venga portato a casa per la sepoltura in famiglia.

Con l’auto piena di questo mesto fardello ci avviamo al nostro cimitero, dove abbiamo scavato delle fosse comuni molto capienti: non sarebbe infatti possibile per noi dare una tomba singola per ognuno: troppo lavoro e troppo spazio sarebbero richiesti, trasformando in breve il nostro campo coltivato in un enorme camposanto. Sfruttiamo quindi il terreno in verticale: le nostre tombe sono profonde quanto un campanile.

ff38930c06742cc504567554cfd682ac.jpgArrivati vicino alle tombe con la macchina, normalmente disponiamo i corpicini sulla nuda terra, tutti in fila. In questa operazione siamo aiutati solamente dalla luce delle nostre pile, in quanto non c’e’ alcuna illuminazione vicino al cimitero. E’ quasi sempre una scena surreale: spesso il cielo e’ colmo di stelle e sembra un magnifico arazzo. Nell’aria si sente il grugnito dei maiali della casa dei nostri vicini; qualche cane abbaia in lontananza, mentre le nostre scimmie notturne lanciano grida incuriosite dalla cima degli alberi. Non celebriamo alcun rito particolare: e’ troppo gravoso per noi organizzare una funzione funebre praticamente quasi tutti i giorni. Diciamo una breve preghiera e poi, ad uno ad uno, lanciamo nella fossa le salme, che raggiungono il suolo con un tonfo ottuso dopo alcuni secondi di caduta libera nel buio assoluto della fossa comune. Ogni volta che sentiamo questo rumore sulla terra, avvertiamo anche un colpo nel nostro cuore, e meditiamo su quanto e’ spesso ingiusta la vita: a qualcuno viene negata addirittura una degna sepoltura cristiana...d932701bee1a62af77f22df651e571ac.jpg

Copriamo quindi i morti che abbiamo appena “buttato” con uno strato di terra non superiore ai 10-15 cm: lavoriamo al buio ed in silenzio, con l’ausilio dei nostri badili e della pila che ci serve a controllare quando tutti le salme sono state coperte sufficientemente. Non possiamo mettere troppo terreno… se no, la fossa comune si riempirebbe troppo in fretta. Il tutto poi si conclude con la chiusura del tumulo tramite lamiere ondulate, su cui mettiamo grossi pietroni, per evitare che cani randagi o iene vadano di notte a profanare i nostri morti.

L’operazione non dura più di mezz’ora. A molti volontari e’ sembrata disumana… ma onestamente e’ quanto riusciamo a fare con le nostre forze sempre molto limitate. E’ vero che possiamo anche correre il rischio di diventare cinici ed insensibili di fronte al dramma della morte; rimane comunque il fatto che dopo questa sepoltura, non si puo’ andare a letto, perche’ in ospedale ci sono i vivi che ci aspettano, e i loro bisogni sono spesso cosi’ gravi ed urgenti, da non lasciarci molto tempo per piangere sui defunti.

Ciao, Fr Beppe

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sabato 14 giugno 2008

Accoglienza delle Reliquie del Beato Pier Giorgio Frassati


Carissimi vi raggiungiamo per farvi conoscere un evento importante che si terrà alla Piccola Casa mercoledì 18 giugno. Le reliquie del Beato Pier Giorgio Frassati sosteranno alla Piccola Casa prima di "prendere il volo" per Sidney, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù. La sosta alla Piccola Casa, luogo amato e frequentato spesso dal Frassati, sarà preceduta da una solenne concelebrazione in Cattedrale alle ore 18.00, presieduta dal Cardinal Poletto. In allegato vi inviamo il programma. Per chi intendesse partecipare, c'è anche la possibilità del pernottamento (avvisando in precedenza). Sentiamoci uniti, se non con la presenza fisica, con lo spirito ringraziando il Signore per questo giovane amato e preso come modello da tanti giovani ancora oggi! Approfittiamo dell'occasione per invitare, chi fosse interessato, a dare la propria adesione alla settimana di spiritualità o al campo servizio della prossima estate entro la fine del mese di giugno.
Un'ultima "nota tecnica". Sembra che il nostro indirizzo di posta elettronica faccia un po' le bizze in questo periodo. Con qualcuno abbiamo verificato che non arrivano i messaggi che inviamo e a noi non tornano avvisi che indichino problemi nell'invio. VI chiediamo quindi il favore di dare un cenno di conferma se ricevete questo messaggio e di farci sapere se venite a conoscenza di qualcuno che non l'ha ricevuto. Noi lo inviamo a tutti i giovani dei quali conosciamo un indirizzo di posta elettronica e che hanno partecipato agli incontri mensili e agli ultimi "campi".
Deo gratias di cuore! Nell'attesa di risentirci vi auguriamo di cuore un buon inizio dell'estate! per l'equipe… Sr. Elena


venerdì 13 giugno 2008

Lettera per i Fisioterapisti

Carissimi amici fisioterapisti

già da tempo si parla della missione del Cottolengo a Chaaria e del servizio che viene svolto nel nostro ospedaletto.
Desidero, con queste poche righe, riflettere sul significato del servizio riabilitativo all’interno dell'ospedale qui a Chaaria.
Il servizio di fisioterapia è relativamente giovane, è infatti iniziato solo da qualche mese per l’assistenza ed il recupero di pazienti adulti portatori di handicap neurologici. Lentamente si è ingrandito con la presenza sempre più frequente di bambini, ancora in tenera età, colpiti da Paralisi Cerebrale Infantile o da altre patologie dell’età neuro-evolutiva.
La fisioterapia, intesa come intervento di recupero, è praticamente nuova nella cultura locale e, proprio per questo, necessita di tempo prima di entrare in questa mentalità, in cui il concetto di malattia e il concetto di cura hanno una connotazione molto diversa e complessa rispetto alla visione dei Paesi Europei. La persona portatrice di disabilità spesso è stata esclusa dalla possibilità di cura, precludendone il recupero e il reinserimento nel tessuto sociale del posto.

Attualmente nel nostro ospedale non è presente un vero e proprio reparto per la degenza di pazienti che necessitano di riabilitazione, per cui non è sempre possibile ospitare pazienti per tempi lunghi.
Una delle difficoltà che spesso rende difficile realizzare un programma di riabilitazione per i bambini è legato al fatto che, per molte mamme, la lontananza degli altri figli, ancora piccoli, crea dei problemi e la permanenza in ospedale con un figlio disabile per un lungo periodo accentua i problemi già esistenti. Nonostante questo, la presenza sempre più frequente di bambini portatori di handicap sta diventando una realtà nel nostro piccolo ospedaletto.
Le aspettative delle mamme sono alte, ma purtroppo le possibilità di recupero in molti casi sono ridotte al minimo.
Molti dei bambini seguiti sono portatori di gravi ritardi mentali, associati a gravissime compromissioni fisiche e richiedono trattamenti impegnativi e lunghi.
Il primo trattamento riabilitativo è mirato a far accettare alla mamma la realtà di un bambino handicappato. Nella cultura locale un figlio handicappato è una maledizione con conseguente abbandono e isolamento del bambino stesso. Lo stesso operatore si scontra spesso con questa mentalità e lui stesso sperimenta scoraggiamenti e delusioni.
Mi sono reso conto che il raggiungimento della “perfezione del movimento” è pura utopia, è un traguardo praticamente impossibile da raggiungere.
So che dicendo questo non assecondo il modo di pensare di chi lavora nel campo della riabilitazione, ma, come in tutti i casi, è fondamentale tenere sempre presente il contesto in cui si opera, la scarsità di mezzi, di strutture, la povertà della popolazione, la precarietà del servizio, le condizioni cliniche aggravate da una educazione sanitaria scarsa, ecc..
In alcuni casi non è poi così limitante se il ginocchio nella deambulazione non raggiunge la completa estensione, non è poi così limitante se il piede, nella fase di appoggio, è leggermente supinato, come non è così limitante se le dita della mano non hanno una flessione completa.
Quello che conta è che la persona riesca a muoversi, riesca ad essere, nel limite del possibile, autosufficiente e non dipendere da altri.
E’ importante che la persona si muova per andare nei campi, è importante che riesca a tenere in mano la “panga” (macete locale) per piantare le sementi. E’ importante che vada a scuola; insomma, quello che conta è che si muova. La sopravvivenza di questa gente è legata a quello che il campo dà, se coltivato; molti di loro camminano per ore percorrendo molti Kilometri per riuscire a piantare un po’ di fagioli e di granoturco.
Se questo è il problema dell’adulto, per la mamma che ha un bambino cerebroleso il discorso è ancora più grave ed impegnativo. E’ importante far capire alla mamma che, sebbene il figlio sia handicappato, è sempre suo figlio, va accettato così e, proprio perché ha problemi, va amato di più.
Come è facile sentirsi chiedere: “Quando camminerà?”, è altrettanto difficile dire alla mamma che quello che possiamo fare è offrirle un rimedio semplice come una sedia per il bambino e niente più. Sì, è vero, sembra poco, ma è anche vero che per queste mamme vuol dire non lasciare più il bambino per terra su un sacco di granoturco o su delle foglie di banane.

Concludendo penso di aver dato una piccola illustrazione del servizio di riabilitazione svolto qui nel nostro piccolo ospedaletto.
Mi sembra bello ed onesto stare dalla parte di chi soffre, di chi è povero, di chi si aspetta tanto dalla fisioterapia e di chi lotta per migliorare la sua situazione, ricercando maggior autonomia e quindi spazi di vita più umana.
Il fisioterapista che saprà accostarsi alla persona nel bisogno con tanta umiltà ed adattamento senza pretendere la “perfezione” avrà tutte le premesse per poter fare una bella esperienza di servizio con i Poveri.
Se mi è permesso esprimere un mio povero parere, direi che i fisioterapisti con preparazione “Bobath” saranno quelli che potranno esprimersi maggiormente, essendo la maggior parte dei disabili da trattare, bambini con esiti di Paralisi Cerebrale Infantile.
Auguro a tutti voi un buon proseguimento in tutte le attività della vostra vita.

Fratel Lorenzo



Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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