domenica 30 marzo 2008

L'Ospedale come una Cattedrale

Madre Teresa di Calcutta non permetteva alle sue novizie di andare in servizio, senza il sorriso sulle labbra. Si racconta che un giorno richiamò in convento una suora che si era recata in reparto con una faccia scura, e le aveva detto che Gesù aveva diritto al suo sorriso. All’inizio ho trovato questa azione della Fondatrice molto strana, ma pian piano comincio a capire il significato pedagogico che essa voleva comunicare: dare il meglio al Signore che contempliamo nei poveri; fargli sentire che Egli è il nostro tutto e che si merita il massimo in ogni momento. Quanto è difficile anche questo aspetto della carità! Quante volte andiamo in reparto con il muso lungo, magari portandoci dietro gli strascichi di un litigio in comunità, o di una incomprensione con qualche membro dello staff. Poi i poveri diventano i nostri “capri espiatori”: su di loro scarichiamo il nostro malumore e spesso anche il nostro nervosismo. Tante volte certi malati ricevono lavate di capo o parole rudi, per il solo fatto di aver attraversato la nostra strada nel momento sbagliato. Anche qui abbiamo una frontiera sempre difficile nel nostro quotidiano: essere buoni e gentili; essere sorridenti ed accoglienti è molto di più che lavorare per gli altri 24 ore al giorno. Si può fare lo stesso servizio umiliando chi lo riceve e facendogli capire “che proprio ci ha rotto”; oppure si può agire con carità in modo discreto e gentile, in modo che nessuno possa star male a causa dei servizi da noi ricevuti.
Credo che il servizio al prossimo possa diventare in se stesso una spiritualità, che ispira tutta la nostra vita: esso diventa una sintesi in cui possiamo davvero far convergere e concentrare gli aspetti più importanti della vocazione cristiana.
Che grande valore ha il lavoro per i bisognosi, quando in essi si cerca di contemplare il volto di Gesù: esso diventa per noi il modo concreto di raggiungere la contemplazione, e di dare concretezza alla nostra preghiera. Sappiamo dal Cottolengo che “è una bella cosa sacrificare la salute, ed anche la vita per aiutare i più bisognosi”, e dobbiamo ammettere che è vero: quando abbiamo dato veramente tutto; quando ci sentiamo come svuotati e mangiati dagli altri, sperimentiamo una pace profonda che nessuna forma di svago ci può far provare; facciamo l’esperienza della carità autorigenerante: infatti, quanto più si dà, tanto più si scoprono in se stessi energie mai prima sospettate. Si credeva di essere sull’orlo dell’esaurimento nervoso, ed invece quasi per magia si sperimenta che si ha di nuovo voglia e soprattutto lucidità per ricominciare.
Il Cottolengo ci voleva capaci di dedicarci a Gesù presente nel povero fino al sacrificio della vita: quanto siamo ancora lontani, ma per me questo è un ideale costante. Tanti altri aspetti della mia spiritualità si sono un po’ persi per strada, ma questo rimane fermo ed inossidabile: qui è la strada che mi sento di poter continuare a percorrere, per tentare di diventare un autentico figlio del nostro santo Fondatore. In questo ideale vivo la mia preghiera quotidiana: magari non sono stato capace di fare grandi meditazioni, o forse ho dormito nei pochi minuti che sono riuscito a ritagliarmi in cappella, ma almeno ho cercato di non dire di no a nessuno, mi sono sforzato di esser buono e sorridente, e quando non ci sono riuscito, il senso di colpa che ne è derivato, mi ha fatto star così male da diventare automaticamente uno stimolo al miglioramento.
Tutti siamo alla ricerca di una stella polare, di una idea forza che dia unità e senso alla nostra vita: io l’ho trovata in questa dimensione di dono di me stesso senza misura e senza limiti, una dimensione a cui ogni giorno vengo meno a causa del mio egoismo, ma che si ripresenta viva e chiarissima dopo ogni mia meschinità e pigrizia.
Spesso penso ai poveri come ad un’ostia consacrata: loro sono Gesù che soffre ed i letti sono come degli altari. Io quindi ho la grande fortuna di poter toccare quest’ostia dal mattino alla sera; ho anche la responsabilità di trattarla bene e di non mancare di rispetto. Ecco quindi che per me, il reparto può diventare una cattedrale, con tanti altari quanti sono i letti. Ecco quindi che faccio fatica pensare alla vecchia dicotomia tra lavoro e preghiera, tra ospedale e cappella: mi sembrano solo due facce della stessa medaglia.

Fr Beppe Gaido


venerdì 28 marzo 2008

Il mal d'Africa



Stento a credere di essere stata a Chaaria realmente, talvolta i ricordi di quel mese assumono i contorni irreali e fiabeschi di un sogno. Allora riprendo le foto scattate e cerco di rendere tutto più reale, cerco di dare un contorno più definito ai miei sentimenti, ma questo mi genera ancora più confusione.....nostalgia, ardore, rabbia, voglia di fuga, creano un turbinio dentro di me, come una piccola tromba d'aria che quando scompare mi lascia un sentimento di vuoto. E' questo il mal d'AFRICA? La sensazione di vuoto che si sente dentro? E' questo che fa sì che l'indolente Kenya, con la calma e la lentezza che lo caratterizzano, rosicchi dentro di te un po’ di spazio, come l'acqua che, scorrendo nel ruscello, leviga le rocce sulle sue rive.... e questo spazio non può essere riempito che da altra AFRICA.
Quando sono tornata in Italia la prima cosa che mi ha colpito era la distanza delle cose... tutto mi sembrava enormemente più distante. Qui tutto ha il suo spazio; le cose hanno il loro spazio, le persone hanno il loro spazio, perfino la natura ha il suo spazio preciso: nel giardino, nel prato, nel recinto...é tutto solo uno sfondo, tanti poster appiccicati intorno alla vita di ognuno di noi.
In Africa invece, tutto questo non esiste, la natura ti circonda e ti avvolge, diventa parte di te, non ci sei più tu e non c'è più la natura ma ci sei tu nella natura. Non c'è il mio spazio e il tuo spazio, la mia sofferenza e la tua sofferenza, tutto assume una dimensione collettiva che forse rende tutto più accettabile.
Magari questa è solo la parziale visione di una Occidentale che, con i suoi fissi schemi mentali, non è riuscita ad entrare nell'essenza delle cose... ma è ciò che ho percepito nel tempo trascorso in Kenya. Non dico che sia stato facile, anzi... quando l'Africa ti entra dentro non è come un dolce venticello primaverile che passa leggero portando con sé profumi e speranza nel futuro; è piuttosto come un grosso macigno che pian piano rotola e non lascia spazio per niente altro; si impone… al massimo lo puoi coprire e camuffare ma lui sta lì e lo devi accettare... L'Africa con le sue enormi contraddizioni non la puoi sempre capire; la devi prendere così com’è: con una mamma che cerca di allattare al seno un neonato già morto, con un papà che ha paura di donare il sangue anche se si tratta della vita di suo figlio, con bambine-madri che cercano di abortire figli generati da abusi sessuali… con tutte queste scomode realtà. Ma l'Africa è anche la bellezza infinita dei suoi animali, delle sue terre rosse, dei suoi tramonti, e l'allegria, la semplicità e l'ospitalità della sua gente. L'Africa è smisurata!!!

...con infinito affetto... Rossella


DUE BRUTTE NOTIZIE DA CHAARIA...

La prima è che è morto Moses, un bambino tenerissimo di 8 anni, che da tempo era mio paziente per delle epistassi paurose. Abitava proprio vicino a noi, in quelle quattro catapecchie vicino alla casa di Andrew.
Quando Moses sanguinava dal naso era una cosa terribile: fiumi di sangue e coaguli. Dovevamo fare dei tamponamenti dolorosissimi con garze infilate nelle narici, ma lui stava bravissimo, in assoluto silenzio, anche quando gli scendevano le lacrime. Veniva trasfuso, e non aveva paura di niente, nè dell’ago nè della flebo. Quando stava bene era vivace e per strada ci salutava anche da lontano... Da alcuni mesi avevo capito la ragione dell’emorragia: il piccolo aveva la leucemia. Abbiamo tentato il viaggio della speranza, e lo abbiamo aiutato ad andare al Kenyatta, ma laggiù, in mezzo a dottori a lui sconosciuti, non ha trovato il miracolo... è andato in Paradiso ieri, ed in tutti noi lascia un vuoto che ci toglie le parole...

La seconda è sconvolgente, ma purtroppo ritrae una situazione sociale sempre più insicura: ieri sera tardi ho avuto un cesareo urgente, e sono uscito con la macchina a prendere Makena alle 22. Quando la volevo riportare a casa, all’incirca a mezzanotte, abbiamo visto una turba di gente che veniva verso l’ospedale: abbiamo deciso di aspettare per evitare di arrivare da lei e poi essere richiamati indietro immediatamente per un altro intervento: siamo scesi dalla macchina ed abbiamo atteso la folla che si avvicinava al cancello dell’ospedale con un vociare confuso. Portavano barelle di frasche, e su di esse abbiamo visto 4 cadaveri, tutti uomini. Ci hanno detto che poco prima delle 23 a Ochero, cioè a due chilometri dall’ospedale, vicino alla casa del nostro infermiere James, c’è stata una rapina a mano armata: i malviventi non hanno solo rubato, ma hanno ucciso... non si sa per quale ragione. Due delle vittime erano camionisti, fermati dai banditi con un posto di blocco fatto di grossi massi, ed altri due erano pedoni che cercavano di tornare a casa. Erano insanguinati e crivellati di colpi di arma da fuoco. Con grandissimo dolore abbiamo scoperto che una delle vittime era il fratello del nostro anestesista Jesse. Sempre più diventa pericoloso avventurarsi fuori della missione dopo il tramonto, ma per me spesso è inevitabile, come per esempio quando devo uscire a prendere un membro dello staff per la sala operatoria. Preghiamo per questi poveracci ed in particolare per il nostro Jesse.

Ciao. Fr Beppe.


giovedì 27 marzo 2008

Anatomia di un successo

Peter aveva si’ e no 5 anni quando per la prima volta fu presentato a Fr Lorenzo e Fr Maurizio nel 1995. Era uno “street boy”: padre latitante come sempre, madre psichiatrica e forse messa in cinta per gioco. Viveva in una capanna di fango a Mujwa, ma era magrissimo, non andava a scuola e si aggiustava con espedienti perche’ la mamma non era in grado di provvedere a lui.
Lorenzo e Maurizio non ebbero dubbi nel ritenerlo un caso “da Cottolengo” e lo accolsero in una stanza annessa al centro “Buoni Figli”: l’intenzione era quella di ospitarlo e di mandarlo a scuola, fino a quando avesse raggiunto l’eta’ per guadagnarsi da vivere. Fu iscritto alla pre-primary di Chaaria, e, dopo le lezioni, tornava da noi.
I problemi della sua prima infanzia non tardarono pero’ a farsi vedere: violento con i compagni di scuola, svogliato a lezione, assenteista. Questo comportamento fu motivo di frustrazione notevole per tutti i Fratelli, compreso Fr Giovanni Bosco, che aveva supportato l’intervento di pronto soccorso sociale, nei confronti di questo vero “Pierino la peste”. Fu necessario sospendere di tanto in tanto la sua frequenza scolastica perche’ gli insegnati non lo volevano piu’.
Ma i problemi piu’ gravi dovevano ancora sorgere: Peter, con il passare degli anni e con la complicita’ di alcuni dipendenti, imparo’ l’arte del furto: veniva usato da alcuni membri dello staff che lo mandavano a rubare dentifricio, scarpe, coperte e vestiti appartenenti ai nostri ospiti. Normalmente questa refurtiva veniva accumulate in un punto specifico vicino alla recinzione. A sera poi gli adulti coinvolti passavano a ritirare il tutto attraverso una apertura nella rete. Il bambino poi riceveva regali direi irrisori. Questo racket venne pero’ scoperto grazie ad alcuni dipendenti che soffrivano per questa continua disonesta’ di alcuni loro colleghi. Alcuni operai vennero licenziati e per Peter si penso’ ad un inserimento in una famiglia locale a cui avremmo pagato una specie di salario affinche’ ce lo tenessero, e lo formassero in modo adeguato: anche questa esperienza duro’ poco perche’ Peter continuo’ a comportarsi da vero ragazzo di strada: disubbidiente e “strafottente”. La goccia che fece traboccare il boccale fu quando, per puro divertimento, la nostra peste accecò l’unica mucca della famiglia.
Eravamo da capo. Non sapevamo piu’ cosa fare. Intanto il tempo era passato velocemente ed il bambino era diventato un adolescente ed aveva concluso in qualche modo il ciclo scolastico delle “primary schools”. Il comportamento non accennava a migliorare. Lorenzo si scoraggio’ ed allora tentai io, con l’aiuto veramente centrale di Bruno, che da molti anni ha deciso di auto-tassarsi e di sacrificare parte del proprio stipendio per Peter: le abbiamo tentate un po’ tutte. Prima abbiamo affittato un acro di terreno, gli abbiamo comprato le sementi e gli abbiamo procurato una camera dove dormire. Veniva settimanalmente a prendersi il cibo qui in comunita’. Pero’ anche questo fu un fallimento: il primo anno ci fu “El Nino”, e, a causa della alluvione, Peter non raccolse nulla. L’anno seguente ci fu la siccita’ e di nuovo non ci fu raccolto. Anche io davo segni di insofferenza nei confronti di quello che sempre piu’ mi sembrava un parassita desideroso solo di non impegnarsi per il futuro e di succhiare da noi quanti piu’ soldi possibile.
Fu in un momento di profonda crisi, che mi venne in mente HURUMA CENTER. Chiesi aiuto a Joseph che si dimostro’ subito interessato, anche perche’ Bruno avrebbe continuato a coprire tutte le spese relative al mantenimento del ragazzo. Ma anche li’ la “luna di miele” fu breve: Peter inizio’ a picchiare i bambini piu’ piccoli e a ritornare ai soliti comportamenti antisociali. Eravamo da capo. Joseph mi disse che il ragazzo doveva lasciare il centro perche’ non sapeva stare in comunita’. Che fare adesso?
Ultimo disperato tentativo fu una scuola professionale: mi consigliai con alcuni membri della comunita’ locale che mi indicarono un istituto professionale per falegnami che lo avrebbe accolto nonostante i risultati disastrosi ottenuti nell’esame finale della “primary school”. Peter sarebbe stato uno allievo interno, cioe’ avrebbe mangiato e dormito in quella struttura, mentre durante le vacanze sarebbe stato ospitato da un’altra famiglia di Chaaria. Questa volta le cose pero’ andarono molto meglio: dopo i primi mesi svogliati, il giovane comincio’ ad amare la sua professione e con mia sorpresa ha terminato gli studi senza grossi problemi.
Dopo la scuola ci fu il momento delicate del “taglio del cordone ombelicale”: naturalmente Peter diceva che era difficile trovare lavoro, che avrebbe sempre avuto bisogno del mio sostegno economico per pagarsi il cibo e l’affitto della stanza. Io pero’ presi una decisione ferrea: dare a Peter tutti i soldi che ancora avevo da Bruno, e poi dirgli: “aggiustati!”
Fu dura all’inizio mandarlo via quando tornava piangendo e mi diceva che non aveva piu’ denaro, ne’ vettovaglie… ma non volli farmi prendere dal facile “buonismo”; la mia risposta era sempre la stessa: “hai un diploma, hai la salute e sei giovane. Devi camminare con le tue gambe”.
Ora Peter lavora in una piccola impresa a gestione familiare che fa mobili per la gente di Chaaria. E’ uno dei tanti progetti di micro-finanza che sono nati sull’onda del benessere che l’ospedale ha portato alla zona. Si tratta di una piccolissima impresa con 3 operai di cui Peter e’ il piu’ giovane. Ora mi saluta felice, ha una bicicletta: e’ vestito bene ed e’ sempre pulito.
Credo che questo sia stato un intervento a lungo termine, che ha sortito un risultato veramente positivo soprattutto per due elementi di base: la perseveranza che ci ha portati a non abbandonare il ragazzo nonostante la lunga fila di fallimenti; ed il costante sostegno economico che Bruno ci ha dato, consentendoci di fare progetti per Peter e di guidarlo anche quando la sua maturazione non gli permetteva ancora di fare le scelte giuste nella vita.
Ringraziamo di cuore la Provvidenza ed anche chi per anni ha avuto il coraggio di autotassarsi per aiutare un povero “in modo davvero mirato ed intelligente”.

Ciao fr Beppe

mercoledì 26 marzo 2008

Abbiamo finalmente un "nido"

Carissimi,
vi mando le foto della nostra nuova “nursery” o “nido”, che finalmente siamo riusciti ad aprire per gli orfani di Sr Oliva e delle incubatrici per i pretermine. Per il passato gli orfanelli erano mescolati agli ammalati nel camerone n° 26, e questo ci ha sempre portato a grossi problemi di coscienza a causa della possibile trasmissione di infezioni a questi bambini, che in realtà sono sani anche se per motivi sociali condannati a vivere in ospedale. Anche la situazione dei nati pretermine non era delle migliori, considerando che le incubatrici erano nel corridoio del dispensario. Ora questa nuova stanzetta spero possa servire al fine preposto in maniera molto migliore, di quanto non abbiamo fatto per il passato.
5e7434723cbc7c41a6fb1b5b8eedfaf6.jpg
3d8b89e970220d194bad8b2584c40880.jpg
Ciao. Fr Beppe


martedì 25 marzo 2008

Incontri Pasquali

Domenica pomeriggio il dott. Ogembo mi ha detto di prendermi tre ore di riposo, perchè lui mi avrebbe coperto in ospedale. Ho quindi deciso di fare una piccola gita con Kawira che aveva il pomeriggio libero alla scuola, e non poteva certo raggiungere casa sua che è molto lontana.
Abbiamo deciso di andare Meru, perchè Kawira non l’aveva mai vista: in 13 anni di vita non era mai riuscita ad arrivare al capoluogo.
877cdd69757ab69a65cd4e715389dee3.jpg

E’ stato bello farla salire in macchina: anche questa era per lei “una prima volta”. Per il passato aveva sempre viaggiato sul portapacchi della bicicletta di suo padre... Lo stupore più grande per la piccola è stato l’asfalto, che prima non aveva mai visto. Mi ha chiesto di fermare l’auto e poi si è messa a camminare su e giù; lo ha toccato e mi ha detto che era molto caldo sotto i raggi del sole. Altra meraviglia per lei è stata il vedere le automobili sfrecciare sulla corsia opposta... all’inizio aveva paura che ci venissero addosso e urlava, ma poi rideva ogni volta che vedeva passare un veicolo e ripeteva un solenne: “ACHIAA”, che significa più o meno: “mamma mia!!!”
Altro momento critico è stato quando in un bar, le ho offerto una bibita che ci hanno servito con una cannuccia. Non sapeva assolutamente come usarla ed ho dovuto tribolare molto a convincerla a provarla.
Ma l’incontro che l’ha segnata di più è stato con le centinaia di “street boys” che popolano le vie della cittadina, sniffando colla e chiedendo l’elemosina. E’ proprio vero che la miseria rurale è sempre più dignitosa di quella urbana, al punto che anche una povera come Kawira è rimasta sconvolta dalla vista di questi ragazzi e bambini, sporchi, stracciati e completamente “fatti” dall’odore della colla.
L’ho riportata a scuola prima delle 18 ed era raggiante.

Oggi invece ho visto Lina che è venuta a parlarmi della sua situazione: ha fatto un altro ciclo di chemioterapia che le ho pagato io con le offerte di Francesco. Dice che ne faranno ancora un ultimo e poi decideranno per la radioterapia. A dire il vero non è migliorata niente ed anzi mi sembra che la massa sia cresciuta ulteriormente in bocca.
Lei è ancora vivace e piena di speranza. Ha perso tutti i capelli ed ha tanto male. Quello che la preoccupa molto, è che le hanno detto che il prezzo dell’ultimo ciclo sarà molto superiore perchè il Kenyatta National Hospital ha perso degli sponsor che fornivano i chemioterapici: a dire il vero comunque anche il ciclo che ho appena pagato è stato costosissimo, per cui mi aspetto una bella sberla per il prossimo.
07bb7a397b44be6903b0feddab09b289.jpg

Altro elemento di turbamento è il fatto che i medici le hanno detto che se farà la radioterapia diventerà cieca, a causa del fatto che la zona da irradiare è a ridosso degli occhi. Mi ha chiesto un consiglio, ed io non ho saputo cosa dirle. Le ho promesso che mi sarei informato da qualche specialista in Italia. Che situazione terribile. Penso che sia davvero angoscioso a 16 anni dover scegliere se accettare una terapia che ti toglierà la vista , oppure decidere di morire vedendoci ancora. Abbiamo fatto una foto insieme, e lei mi ha detto di mandarla a quelli che la aiutano, per far loro capire che il problema è davvero serio, e che lei non si è inventata niente. Mi ha detto di dirvi che sarà onesta al centesimo nell’usare i soldi che le do, solo ed esclusivamente per le medicine.
Ciao. Ringraziamo Dio di quello che abbiamo e facciamo un esame di coscienza quando ci lamentiamo di questo o di quel piccolo problema.

Un abbraccio.
Fr Beppe.


Lettera da Simonetta Pisano

Fr Beppe, sono una infermiera amica di Nadia di Roma, ora mi trovo in Brasile dove assisto mio fratello, che abita qui e che purtroppo è stato colpito da una forma di Alzheimer giovanile.
Seguo sempre le sue lettere con le sue vicende e trovo il suo lavoro meraviglioso, cio che mi stupisce sempre è come sia possibile che nella stessa specie umana ci siano tante differenze e tanta indifferenza, se ci fossero più persone come lei...
Che Dio possa sostenerla sempre, perchè solo tarmite il Suo sostegno miracoloso, si puo avere la forza e la riserva fisica e mentale per andare avanti.

Accetti queste semplici parole dettate dal cuore,
con tanti auguri.
Simonetta Pisano

domenica 23 marzo 2008

Happy Easter


A Chaaria abbiamo visto la prima pioggia, anche se le previsioni per quest'anno parlano di grave siccità. Ci sono aree del Paese dove manca l'acqua e dove il cibo comincia a scarseggiare, ma dobbiamo ringraziare Dio che a Chaaria non è così. Per le strade vedi carretti tirati da mucche, land rovers e gente che a piedi si dirige verso il market. Tutti hanno sacchi pieni di granoturco: la raccolta è stata buona, e questi sono i giorni in cui i camion vengono da Meru per comprare il cereale all'ingrosso.
Il sole picchia rovente, anche se qualche volta ci sono nuvole cupe che lo coprono. La strada è ancora percorribile, ma non è più polverosa come al solito. Il fiumiciattolo che divide Chaaria market dal Cottolengo Mission Hospital è ora gonfio di acqua marrone: buon segno... in montagna piove di più.
A noi bianchi preoccupa che la corrente elettrica manca sempre più spesso, ma per la gente comune questo non è un grosso problema, perchè loro l'elettricità non ce l'hanno mai avuta.
Per strada vedo anche tante donne che tornano dal fiume con taniche d'acqua sulla testa o sulla schiena, e mi ricordo che ieri è stato il "WORLD'S WATER DAY", cioè la giornata in cui l'ONU ci ha ricordato che accanto all'oro nero, c'è anche un oro blu che a breve sarà oggetto di contese e guerre, ancora più di quanto non lo sia stato fino ad ora.
Guardo la strada rossa e le prime pozzanghere, vedo i bambini scalzi anche la domenica di Pasqua, e dico a me stesso: Gesù è risorto. Dobbiamo gioire. Dobbiamo ringraziare il cielo che abbiamo cibo, abbiamo acqua per lavarci e per bere, abbiamo la salute, e soprattutto abbiamo nuovamente la pace, dopo giorni in cui abbiamo temuto il peggio.
Rientro in ospedale dove anche questa notte ho dovuto correre a causa di pazienti gravi, alcuni dei quali ora la Pasqua la celebrano già in Paradiso.
Ciao. Celebriamo insieme che Gesù è risorto.

Grazie a tutti quelli che non si dimenticano di noi.

Fr Beppe
Photobucket

Auguri di Buona Pasqua da Fr. Lorenzo

Carissimo Lino e voi tutti dell’Associazione,

desidero mandarvi con tutto il mio cuore i miei più sentiti auguri di una felice e Santa Pasqua, uniti al ringraziamento per tutto l’impegno che state mettendo per aiutare la nostra missione e non solo la nostra…
So che tutto questo richiede forti motivazioni per cui il ringraziamento vale ancora di più.
Da parte nostra vi assicuriamo le nostre povere preghiere e lasciamo al Buon Dio la ricompensa maggiore.
Con tanta riconoscenza,

fr. Lorenzo

giovedì 20 marzo 2008

Stella

Carissimi lettori di questo blog, molti di voi non mi conoscono personalmente ed alcuni non li ho mai neppure sentiti per telefono a via mail, ma vorrei approfittare di questa occasione per aggiungere solo poche parole. D'altra parte le parole che ogni giorno riempiono le pagine di questo blog, sono già così intense... Io non sono brava a scrivere come Fr Beppe, ma per me è un'onore essere una piccola appendice del suo calamaio, anche grazie alla tecnologia che consente di fare tutto ciò. Ho ricevuto molte parole di incoraggiamento durante le varie fasi di realizzazione di questo lavoro che devo dire, mi hanno aiutato tanto...quindi immagino quanto possa aiutare Fr Beppe e Fr Maurizio, il vedere quante persone quì in Italia gli sono costantemente vicine anche solo leggendo i loro pensieri e condividendo le loro storie. Ci tengo a ringraziare personalmente tutti coloro che sfogliano queste pagine e che lasciano un segno del loro passaggio, perchè è un modo per stare vicini. Io ho vissuto Chaaria solo per un brevissimo periodo e sento di non aver potuto dare ciò che veramente avrei voluto, ma come ho già scritto una volta, mai, nemmeno un solo giorno, non ho pensato a quelle persone, a quei posti, a quei sorrisi. Ogni volta che prendo l'autobus ed il treno, il mattino mentre tutti vanno al lavoro, guardo ed osservo i volti delle persone e vedo facce di cera, ognuno con sè stesso e il proprio ipod all'orecchio per non sentire neppure le voci degli altri, molti di loro vestiti firmati dalla testa ai piedi. Poi penso ai volti della gente di Chaaria, persone in sala d'attesa da ore, che hanno camminato per giorni per raggiungere l'ospedale e che non hanno niente, spesso neppure le scarpe ai piedi, eppure con un sorriso pieno e vero, che non mai più visto altrove. Allora ogni volta penso che noi siamo fortunati, tanto fortunati. Ma ciò che abbiamo, non ci basta mai.

Lo scritto che segue, mi è molto caro, perchè lo lessi proprio il giorno prima di andare a Chaaria ed infatti riporta la data di allora...e come allora la Pasqua era imminente e Fr Beppe ci faceva gli auguri. Stella, una bimba a me sconosciuta, entrò nel mio cuore all'inizio del mio viaggio e la cercai in ogni volto di bimba che vidi laggiù. Pensai che se fossi andata solo poche settimane prima l'avrei conosciuta. E compresi che ci sono tante Stella, Kawira, Elena e Lina, con lo stesso stupendo sorriso e che ognuna di loro merita il dono dell'amore. Per questo Fr Beppe è là, io credo. E per questo io lo ringrazio di esistere.

Lascio un sorriso per tutti ed i miei più sinceri auguri di Buona Pasqua, e concludo con una piccolissima poesia di Emily Dickinson che io amo tanto.


Nadia


Se riuscirò ad impedire a un cuore di spezzarsi,
io non avrò vissuto invano.
Se riuscirò ad alleviare il dolore di una vita, o alleviare una pena,
o aiutare un pettirosso caduto a ritrovare il suo nido,
io non avrò vissuto invano.

If I can stop one heart from breaking,
I shall not live in vain.
If I can ease one life the aching, or cool one pain, or help one fainting robin into his nest again,
I shall not live in vain.

Photobucket


Carissimi amici,
mi trovo in un convento francescano per alcuni giorni di preghiera e riflessione, e colgo questa occasione per farvi giungere i miei più cari auguri di buona Pasqua del Signore.
Per noi a Chaaria è stato un periodo intenso, colmo di belle cose ed anche di qualche problema, come d'altra parte capita in tutte le situazioni della vita. La costruzione della nuova ala dell’ospedale sta procedendo assai velocemente, e se tutto procede come previsto, potrebbe essere in uso per la fine dell’anno. Si tratta di due nuovi cameroni, e di due nuovi isolamenti, che ci permetteranno di liberare le stanze che attualmente l’ospedale sta occupando nel settore degli handicappati. Questa nuova costruzione ci permetterà da una parte di distanziare un po’ lo spazio tra un letto e l’altro, riducendo il rischio di infezioni crociate tra i pazienti (ancora oggi spesso dobbiamo mettere più di 1 malato per letto), e dall’altra di creare nuovi spazi per gli handicappati, che potranno così ricevere servizi nuovi, e forse anche essere aumentati in numero. Di tutto questo ringraziamo la Provvidenza e la generosità dei Superiori e di tutti i benefattori, che ci aiutano con tante offerte.
L’altra cosa per cui sento di dover dire grazie al Signore è stata la presenza dei volontari: abbiamo avuto molte presenze significative, dall'inizio di Gennaio. Grazie ai volontari sono nate cose nuove, che penso davvero buone per il futuro di Chaaria: prima di tutto siamo cresciuti in po' nelle nostre possibilità chirurgiche, e ci stiamo ora avventurando (sia pure con qualche innegabile timore) nei Tagli Cesarei, ed in altre pratiche chirurgiche, prima neppure tentate a Chaaria.
Molti sono stati gli infermieri italiani che hanno decisamente favorito una maggiore attenzione alla cura del paziente, negli aspetti essenziali dell'igiene, e dell'assistenza di base.
Desidero segnalare la positiva presenza di volontari che si sono impegnati nelle attività di manutenzione della casa: si tratta di persone buone, dedite a professioni non di tipo sanitario, che con generosità hanno dato il meglio di se stessi nel riverniciare o rinnovare alcune parti del nostro centro, che necessita di continua manutenzione.
Un particolare ringraziamento va certamente all'amico Antonio, ed ai Superiori della Piccola Casa che ci hanno permesso di acquisire una connessione satellitare ad internet, con la possibilità di scrivere e ricevere email giornalmente.
Tra le note più dolorose volevo semplicemente ricordare la morte di Stella, che per me è stata davvero devastante. Avevo conosciuto Stella nel 1999, come una delle tante bambine, perennemente anemiche a causa della malaria e della splenomegalia tropicale. Essa veniva ricoverata spesso, e veniva accompagnata da uno zio anziano, che più di una volta ci ha dato dei problemi. Non ricordo come avvenne, ma so che ad un certo punto Stella cominciò a volere la flebo o la trasfusione soltanto da me, poi cominciò a chiedermi di poter mangiare con me... e poi ha cominciato a chiamarmi papà, senza che nessuno glielo avesse insegnato. Stella mi ha voluto tanto bene, e ne ha voluto anche agli altri Fratelli, che sempre mi hanno aiutato a farle sentire l’affetto di quella famiglia che Stella aveva perso da tempo. Infatti Stella era un’orfana. La sua mamma morì per cause a noi ignote quando la piccola non aveva più di 2 anni. A quei tempi i genitori di Stella risiedevano a Marsabit, nel Nord del Kenya: il padre era un Meru, mentre la mamma era una Somala. Quando si ritrovò vedovo il papà di Stella ritornò qui in Meru, nel villaggio di Giaki, a circa 6 km dal nostro ospedale. Egli si risposò presto ed ebbe altri 2 figli dalla seconda moglie. Purtroppo entrambi questi bambini nati dal secondo matrimonio morirono di anemia e malaria nel nostro ospedale; più tardi morì anche il papà, ma non so in quale ospedale. Da ultima fu la seconda moglie e madre di Stella a soccombere: quando essa venne ricoverata a Chaaria decisi di testarla per HIV ed essa risultò positiva. Fu quella per me la chiave di lettura di tutto quel disastro che aveva spazzato via per ben 2 volte la famiglia di Stella. Era stato l’AIDS. In un successivo ricovero, decisi di testare anche la mia piccola figlia adottiva, che naturalmente risultò positiva. Ecco che tutto diventava tristemente più chiaro. Stella era sempre malata e non cresceva, perché era immunosoppressa dalla nascita: sicuramente essa aveva contratto la malattia dalla madre durante il tempo di gestazione.
La vita con lei è stata a volte bellissima ed a volte terribile: è stata bellissima perché Stella era una bimba affettuosissima, e per me in particolare è stata una esperienza molto gratificante quella di essere chiamato papà. Per me è stata la prima esperienza di “sentirmi davvero padre”, responsabile della crescita e dell’educazione di qualcuno. E’ stato stupendo averla con noi in comunità per tempi anche assai lunghi, andare fuori con lei, farle scoprire il mondo: ricordo il suo stupore meravigliato, quando per la prima volte essa vide atterrare e decollare un aereo, o quando per la prima volta vide una giraffa o un elefante al parco del Samburu. Spesso però la vita con lei è stata anche dura, soprattutto quando essa è diventata testona; quando imparò a sfruttare le occasioni per fare tutto quello che voleva, per disobbedire sempre, prendendo a scudo un volontario appena arrivato che le concedeva sempre tutto, senza considerare che noi le avevamo già detto di no, a scopo educativo. E’ stata dura quando abbiamo tentato di inserirla nuovamente nella famiglia d’origine, e lo zio ci diceva che Stella rifiutava i poveri cibi che essi potevano offrirle perché voleva solo patatine fritte, carne e bibite. Ancora più dura è stata l’esperienza di una bimba che non capiva cosa la sua malattia fosse, e che quindi rifiutava di prendere le medicine. Sicuramente è stata volontà di Dio che essa morisse così piccola, ma chissà… se avesse preso gli antiretrovirali, forse sarebbe ancora con noi.
Stella è stata per anni in una classe di asilo, e non riusciva a passare la prova di ammissione alla prima elementare. La cosa mi ha sempre stupito, perché lei era molto vispa ed intelligente. Forse però quello che le mancava era la capacità di applicarsi nello studio. A lei piaceva troppo giocare: il suo gioco preferito erano i bimbi piccoli. Stella giocava a fare la mamma tutte le volte che veniva ricoverata in ospedale e stava un po’ meglio. A lei piaceva prendersi uno dei nostri orfanelli e metterselo sulla schiena, avvolto nel telo colorato, come fanno le madri di qui. Si divertiva a cantare ninna nanna agli orfani quando piangevano nella culla. Andava a dormire nel letto di una donna che aveva appena partorito, chiedendole di poter tenere in braccio il neonato per qualche momento.
Un’altra ragione dell’insuccesso scolastico è comunque il fatto che era continuamente debole, e spesso era assente, per lunghi ricoveri in ospedale.
Durissimo è stato per me il giorno in cui Stella è morta: era un giorno pienissimo, con tantissimi pazienti, tutti gravi. Verso mezzogiorno ho visto la mia piccolina sdraiata sulla panca che c’è nel corridoio davanti alla sala dentistica. Ho pensato ad uno degli innumerevoli ricoveri per anemia, in cui Stella sarebbe stata ricuperata in fretta con chinino e/o trasfusione. Avevo fretta e non mi potevo fermare. Le ho detto semplicemente: ”Adesso facciamo gli esami, e poi verrò a vederti quando sarai a letto”. Gli esami parlavano di anemia grave (emoglobina a 4 grammi) e alta densità di malaria: gli infermieri mi avvisarono, ed io risposi di trasfonderla con sangue dall’emoteca. Continuai a visitare per un po’ e poi andai a mangiare un boccone, dimenticandomi completamente di passare per la camera dove Stella era stata ricoverata. Subito dopo pranzo ci fu un’emergenza, a motivo di un taglio cesareo urgente. Mentre preparavamo l’operazione, gli infermieri vennero a dirmi che Stella non voleva lasciarsi mettere la cannula in vena se non da me. Io risposi che sarei andato dopo l’operazione: Stella era stata tante volte con 4 di emoglobina, e lo aveva tollerato bene anche quando per nostra sfortuna non avevamo sangue del suo gruppo. L’operazione si prolungò alquanto a causa di complicazioni impreviste. Era ormai sera tardi, e Stella aveva continuato a chiamarmi dalla stanza senza che io potessi sentirla (mi è stato raccontato dopo dalle infermiere). Lei continuava a dire che voleva il suo papà e le infermiere le dicevano che il papà sarebbe venuto presto, subito dopo l’operazione. Purtroppo Stella non ha avuto la forza di aspettarmi ed è andata in Paradiso prima che terminasse l’intervento. E’ stata una mazzata incredibile per me quando, all’uscita dalla sala, Fr Maurizio mi ha chiamato in “room 17” e mi ha dato la notizia. Ho pianto disperatamente, ed ancora oggi mi chiedo come ho fatto a dimenticarmi di passare per la stanza di degenza, quando sono andato e quando sono ritornato da pranzo. Quanti sensi di colpa, quanti “…se avessi saputo… se almeno le avessi detto… se fossi stato più attento”. Sono dei sensi di colpa che non passano facilmente.
Dopo aver smesso di piangere, ho voluto vestirla insieme a Fr Maurizio: le abbiamo messo il vestitino che avete visto nella foto-ricordino che vi ho inviato tramite Sr Anna Derossi. La abbiamo portata in obitorio dopo aver pregato per qualche momento, ed è rimasta con noi per 3 giorni. Avrei voluto seppellirla qui al Centro, ma poi ho deciso di seguire la volontà dello zio che l’ha voluta sepolta nel cortile della sua casetta di legno. L’abbiamo portata con la nostra macchina fino a casa, nonostante il sentiero davvero impervio (quel sentiero che tante volte Stella e lo zio hanno percorso a piedi o in bicicletta per raggiungere l’ospedale). Il Funerale è stato semplice, con pochissima gente, dalle casette e capanne vicine. Stella è stata sepolta nella terra, anche se, ne sono convinto, è ormai in Paradiso a raccogliere il premio di una vita in cui lei ha visto solo morti e malattia.
Ricordiamola così: è stata amata da tutti voi; è diventata la figlia di tutti noi; è stata aiutata dalle offerte di persone che non l’hanno mai vista. Adesso è in Paradiso che prega per noi.
Vi saluto con un pensiero che mi aveva donato Erika, pochi giorni prima della morte di Stella: Erika mi donò un cartoncino intitolato: STELLA MARINA. E’ la storiella di un bimbo che al mattino andava sulla spiaggia a ributtare in acqua le Stelle Marine che erano state portate in secca dalle onde. Quando qualcuno lo vide, gli disse che tale lavoro era completamente inutile perché egli non sarebbe mai riuscito a ributtare in mare tutte le migliaia di stelle che si trovavano sul bagnasciuga. Il bambino con calma guardò la stella che ancora aveva in mano, la buttò in acqua, e poi rispose: “per questa stella sicuramente non è stato inutile!”. Adesso ho messo il cartoncino vicino alla foto di Stella: sono convinto che tutto il bene che le abbiamo voluto, certo non è stato inutile.
Ancora Buona Pasqua a tutti. Fr Beppe Gaido 7 aprile 2004.

78aaff447889babb4a1337865b31cd89.jpg

martedì 18 marzo 2008

Vorrei avere cento braccia per servire tutti i poveri e i malati del mondo (San Camillo de Lellis)

Carissimi,

ho deciso di scegliere questo titolo, perchè è una frase stupenda, una in cui mi trovo perfettamente a mio agio e che costituisce per me, non un ideale raggiunto ma una tensione quotidiana. Anche io come san Camillo vorrei avere 100 mani, perchè mi rendo conto che i bisogni sono così tanti che spesso due non bastano. Vorrei avere un cuore più grande, perchè a volte mi sento meschino e non so ascoltare con la dovuta attenzione, non so dimenticare me stesso per fare spazio agli altri nel bisogno, divento nervoso e irritabile quando il lavoro mi soverchia. Desidererei essere capace di dormire solo due ore per notte su una sedia, come faceva il Cottolengo, per essere sempre pronto alla chiamata dei suoi poveri... ma poi mi rendo conto che non ce la faccio, che spesso ho un senso di rifiuto verso i pazienti, che vorrei essere ascoltato piuttosto che ascoltare sempre e solo i problemi degli altri. Comunque è importante tenere alti gli ideali e ringraziare che ci siano giganti come San Camillo o come il nostro Padre Fondatore che ci stimolano a non essere mai soddisfatti di noi stessi.
Con questi sentimenti nel cuore anche oggi abbiamo cercato di dare il massimo a chi ha chiesto il nostro aiuto in ospedale. Siamo stati pienissimi, ma non abbiamo avuto grandi emergenze. Io ero un po’ moscio per una chiamata notturna avvenuta nelle primissime ore del mattino, a motivo di un’altro assalto a colpi di machete, ma ho cercato di dare quanto più potevo.
La mamma del feto malformato è serena, e sembra accettare tutto dalle mani di Dio.
Oggi abbiamo ricevuto un nuovo orfanello. E’ un maschietto nato in casa due giorni fa. Per ragioni in parte legate alla povertà ed in parte a motivi culturali e religiosi la madre aveva deciso di partorire in casa e si era chiusa nella sua baracca di legno. Questo è stato un errore gravissimo, sia perchè la mamma aveva una cicatrice da pregresso cesareo, sia perchè normalmente nessuno partorisce da solo anche se sceglie di farlo in casa. Ci sono molte donne nei villaggi che possono aiutare come assistenti ostetriche improvvisate.
Nessuno dei vicini sapeva che era arrivato il momento del parto. Il marito era assente in quanto al lavoro a Mombasa.
Non si sa cosa sia successo, nè quando la donna abbia dato alla luce il bimbo. Alcune donne del villaggio si sono avvicinate alla casa incuriosite dal fatto che da giorni non vedevano quella mamma al mercato. Hanno trovato le porte chiuse ed hanno udito il vagito di un neonato. Hanno sfondato la porta ed hanno trovato quella donna ormai morta con la placenta ritenuta ed il bambino che piangeva disperato sulla nuda terra ed in una pozza di sangue coagulato. Probabilmente c’è stata una rottura d’utero causata dalla cicatrice e la madre è morta di emorragia interna. Ci hanno portato subito il neonato, mentre loro cercheranno di rintracciare il papà che ancora non sa nulla.
Non abbiamo ancora deciso che nome dare al piccolo perchè aspettiamo il genitore per la decisione. La vita e la morte qui a Chaaria si incrociano e si alternano continuamente, come in una eterna ruota.
832fb48c44fb5b7edbed07fb8e25ca1f.jpg


Vi allego anche una foto di Elena...che nel frattempo è cresciuta! Insieme a lei c'è Mururu, un prezioso aiutante di Suor Oliva.
23aad8a82834b828d0d1bf6f91467474.jpg

Ciao. Buona Festa a tutti i papa’ per domani.
Fr Beppe Gaido.

Photobucket

lunedì 10 marzo 2008

E' arrivata la nuova ambulanza

A Chaaria oggi abbiamo ricevuto l’ambulanza che la vostra generosità ci ha donato. Fr Lorenzo e’ arrivato verso le 13 con la nuova vettura ed ha annunciato la sua venuta mettendo la sirena nel cortile dell’ospedale. Con un gruppo di infermieri e dipendenti siamo corsi a vedere e pieni di riconoscenza vi inviamo queste due foto, che sono anche la testimonianza del vostro lavoro e della vostra dedizione. Grazie di vero cuore a tutti, e come ha già detto Fr Lorenzo, lasciamo che sia Dio a ricompensare ognuno di voi per i sacrifici che certo questo nuovo dono per Chaaria vi e’ costato.
La useremo soprattutto per trasportare i pazienti a Meru per la radiologia, ma sarà utilissima anche per andare a prendere il sangue a Embu, ed i vari kit che il governo ci dona per la TBC e per l’HIV. L’ambulanza sarà anche parte integrante del progetto che stiamo pianificando con l’ospedale di Materi per i test CD4.
Intendiamo anche usarla come pronto soccorso nel caso di mamme che non riescano più a camminare nel loro lungo percorso a piedi verso la nostra maternità. Sarà anche uno strumento per riaccompagnare a casa pazienti ancora deboli o paralizzati.

73e0fed8e9acb79129fa1b9bccb17f36.jpg

Un forte abbraccio. Fr Beppe e tutti noi di Chaaria (Fratelli, Suore, Staff).


L'ambulanza per l'Opedale di Chaaria

Carissimo Lino e tutti dell'Associazione,

desidero informarvi che con oggi e' stata ritirata l'ambulanza per il nostro ospedale di Chaaria. A tutti voi ed a tutti i benefattori, il nostro piu' sentito Deo Gratias per questo bel dono che la Divina Provvidenza ha voluto farci. Da parte nostra desideriamo assicurarvi le nostre preghiere e lasciamo al Buon Dio la ricompensa per ognuno di voi.

Deo Gratias. A nome della Comunita' di Chaaria.

Fr. Lorenzo


sabato 8 marzo 2008

Fragilità redente

Carissimi,
desidero condividere anche con voi alcuni pensieri che mi sono passati per la testa leggendo la lettera pastorale di Padre Aldo Sarotto, Superiore Generale del Cottolengo.
Credo che sia un tema alquanto significativo su cui potremmo fare un bel cammino sia personale che comunitario. Sento che possa far del bene non solo ai Religiosi come me, ma a tutti i Cristiani. Sì, siamo fragili e quindi fallibili, facilmente portati a commettere errori ed anche peccati, spesso in preda allo scoraggiamento di fronte ai nostri fallimenti.
Ma è bello pensare che anche Cristo non era un superuomo, sempre all’altezza della situazione e padrone del proprio futuro e delle proprie emozioni: quanto consolante per noi peccatori sentire che Gesù perde anche la pazienza e se la prende con “questa generazione perversa” che è sempre alla ricerca di segni straordinari. Che bello vederlo perdere il controllo e ribaltare i banchi dei cambiavalute nel tempio, o sentirlo che si lamenta dicendo: “vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, vi abbiamo cantato un lamento e non avete cantato”. E’ per me molto consolante contemplare Gesù che piange su Gerusalemme. Il Figlio di Dio poi non è stato neppure capace di scegliersi 12 apostoli perfetti: li ha chiamati anche se molto gelosi gli uni verso gli altri, assai arrivisti e presuntuosi; anche un ladro e traditore ha fatto parte del gruppo dei prescelti.
Poi il mistero del rifiuto da parte dei contemporanei che prima non lo accolgono a Nazareth e poi, dimenticando anni di impegno speso a predicare, a guarire, a fare del bene a tutti, lo condannano alla morte più vergognosa. Quanta fragilità in Gesù, che anche in questo diventa nostro modello e nostro incoraggiamento.
La meditazione sulla divina debolezza di Cristo ci aiuta ad accettare meglio quella umana.
Tutti i giorni siamo a contatto con la precarietà che è propria di chi è povero o malato. Quante volte abbiamo visto morire una ragazza di 20 anni consumata dall’AIDS e non siamo stati capaci di fare nulla per lei. Quante volte ci siamo sentiti complici di un mondo ingiusto in cui certi bambini devono morire di malattie curabilissime solo per la sfortuna di essere nati nell’emisfero sbagliato. Quante volte non abbiamo avuto parole davanti ad un giovane che non poteva pagarsi la dialisi e stava morendo di insufficienza renale. Questa è la fragilità propria dell’uomo povero: di quello povero di salute come di quello povero di soldi.
Ma poi sempre di più ci rendiamo conto della condizione di debolezza che è propria della natura umana in genere: pensiamo anche solo al Kenya in questo momento. Nessuno avrebbe potuto immaginare una crisi del genere in un Paese che era considerato la testa di ponte dell’Occidente in Africa, l’isola democratica in una regione particolarmente instabile come il Corno d’Africa, l’esempio di stabilità politica e di interculturalità in una regione di continui conflitti etnici. Eppure è bastato un giorno per trasformare questa Nazione in un campo di battaglia: persone che per anni sono vissuti nello stesso villaggio hanno scoperto l’odio tribale ed hanno iniziato a incendiare, uccidere, razziare. Si sono dimenticate in un attimo parole importanti come per esempio pace, fratellanza, per iniziare a parlare di pulizia etnica, o di rivendicazione di diritti atavici sulla terra. Quanta fragilità nella natura umana, che non riesce mai ad imparare dalla storia: come ha potuto il Kenya che per anni ha cercato di negoziare la pace in Sud Sudan, in Somalia, nel Nord dell’Uganda, in Eritrea, abbracciare poi la peggiore forma di guerra civile, e cioè l’epurazione dell’etnia rivale e gli stupri di massa? Proprio qui dove da anni abbiamo sterminati campi profughi dalle guerre confinanti (Somalia e Sud Sudan sopratutto) ora abbiamo creato la necessità di nuovi centri di raccolta, questa volta per i kenyani stessi che hanno perso casa ed ogni cosa prima posseduta. Il Kenya che ha saputo accogliere rifugiati anche dal genocidio del Rwanda, ora ha più di 6000 cittadini che sono scappati parte in Uganda e parte in Tanzania per sfuggire ad un altro genocidio. La storia non è maestra di vita e si ripete sempre nei suoi aspetti peggiori, proprio perchè noi siamo dei “vasi screpolati” e sostanzialmente così deboli.
Ma sono soprattutto io che devo saper trovare la mia pace interiore nella consapevolezza di essere fragile, peccatore, inadeguato anche psicologicamente di fronte alle difficoltà della vita. Più mi sento indegno, e più ho bisogno della misericordia di Dio, del suo quotidiano perdono. Meno mi sento fragile e più corro il rischio di credermi “perfetto” e quindi non più bisognoso della misericordia di Dio. Meno mi sento peccatore e più ho la tendenza a giudicare gli altri, a parlare male di loro, a creare storie più o meno maliziose nei loro confronti.
Sì, io sono davvero fragile in tutti i sensi, ma di questo ringrazio il Signore e gli chiedo di mantenermi sempre così in modo da non montare in superbia e in modo da evitare il facile preconcetto che peccatori e “poco di buono” sono sempre e solo gli altri.
“Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze” perchè sono esse a ricordarmi che chi fa tutto in me è la Divina Provvidenza e che, senza l’aiuto di Dio e la sua misericordia potrei essere anche io in questo momento con un machete in mano a cercare di uccidere qualche persona, per il semplice fatto che non la pensa come me; oppure potrei essere su un marciapiede a prostituirmi o potrei essere in carcere per droga.
Quello che sono e che cerco di diventare con fatica e con tanti sbagli è certamente il frutto del lavorio continuo della grazia che mi aiuta a capire che sono proprio i “rottami” che nelle mani di Dio possono arrivare ad ottenere “grandi cose” ed alti ideali.

Fr Beppe Gaido
b9f3317266212d8076ea497c1048d13d.jpg


venerdì 7 marzo 2008

Verdi colline d'Africa

Il sole stava scendendo lentamente. Lo guardavo rosso sopra gli alberi mentre camminavo a passo veloce con il mio amico Francis. Avevamo fretta di arrivare in cima alla collina per un'ultima preghiera prima di ripartire per l'Italia. Il sentiero saliva, una fresca brezza faceva ondulare le erbe della savana. Era un piacere camminare liberi, dopo una giornata intensa di lavoro nel piccolo ospedale di Chaaria. Avevamo ambedue paura delle zanzare e andavamo di premura, perché sapevamo che al tramonto esse diventano più assetate di sangue. "Muga! Mugheni! I buega! Eta buega!". La gente, che ritornava alle capanne, ci salutava sorridendo. Oramai ci conosceva, i nostri volti erano diventati familiari. Mi sentivo felice, pur avvertendo nell'animo la malinconia per la partenza del giorno dopo.
Era buio quando varcai con Francis il cancello dell'ospedale. I pendii delle colline erano in ombra, le baracche dei venditori chiuse, solo qualche luce balenava lontano nella savana. Non andai in camera, mi sedetti nel cortile a guardare la luna che sorgeva e ad ascoltare le voci della notte. Mi venne alla mente la forte emozione che provai a Entebbe, sul lago Vittoria, quando l'aereo che mi portava in Africa fece scalo. Mentre guardavo abbagliato lo scintillio dell'acqua, vidi la nube dei fenicotteri levarsi nel sole calante tingendo di rosa tutto l'orizzonte del lago. Il vento piegava l'erba che copriva le rive fino a raggiungere le capanne dei pescatori. Osservai la luna salire sulle colline brune e sentii freddo. Mi raccolsi nel maglione, strinsi tra le mani la corona del rosario e pregai. Non sapevo quello che mi attendeva, ma avevo la certezza che quei giorni sarebbero stati eccezionali, perché il Cottolengo non mi aveva mai deluso.f1e6a063560f2314317eb10cd61823ae.jpg
La sera che arrivai a Chaaria Fratel Lorenzo fermò la jeep davanti alla prima stanza dell'ospedale. Entrammo per salutare Rosemary, una giovane mamma ricoverata per HIV. La trovammo morta nel letto. Era appena spirata. Lasciava due bambini orfani in tenera età, nove e undici anni. Il papà era deceduto qualche anno prima, sembra per la stessa malattia. Recitammo una preghiera, una benedizione, poi il corpo venne composto per la sepoltura. Il giorno dei funerali c'era tanta gente. Tutti volevano salutare Rosemary. Era stata una donna buona e aveva aiutato molte persone. Quel pomeriggio il cielo era una massa di nuvole grigie. La celebrazione durò a lungo, piena di ringraziamenti, di canti, di discorsi e di silenzio. Poi la salma fu portata alla sua capanna, dove l'attendevano i figli. Venne sepolta sotto le piante di papaia e il suo tumulo interamente ricoperto di fiori.
Intanto il sole aveva preso il sopravvento e picchiava sopra di noi. Faceva caldo. Mi allontanai un po' e mi sedetti sul tronco di un albero morto. I banani erano fitti, l'erba alta interrompeva i campi di mais, cotone e fagioli. Poco in là si ergevano degli alberi alti e delle macchie fitte e poi, lontano, la cima di colline azzurre, che si perdevano nel cielo della sera. I miei occhi non si staccavano dai bambini. Provavo brividi di freddo. "Forse è la malaria", pensai, e vidi una lucciola passarmi davanti e sparire come un puntino luminoso nel folto della savana. "Non sono soli - mi dissi - . La mamma è qui e vigila sul loro futuro". Montai sul sedile anteriore della jeep, ricolmo di gioia, e mi spiegai come le pale di un mulino, pronto ad accogliere la forza del vento.
I giorni passavano veloci. Mi alzavo presto, prima dell'alba. Ogni mattino dalla finestra della mia camera vedevo il sole levarsi sopra le piante della foresta. Era una spettacolo di luce. Attraverso una fessura bassa all'orizzonte i raggi sottili e taglienti filtravano dall'oscurità, dando colore a tutte le cose e in pochi minuti la vita esplodeva nel suo splendore più bello. Le alture azzurre, laggiù, lontano, ai confini della boscaglia, annunciavano giornate chiare e serene. Scendevo velocemente in chiesa per la Messa e, come al solito, arrivavo tardi, quando la campana era già suonata e le suore e i fratelli avevano incominciato a cantare.
3d099bd3ea0e2aa375c119ba74e6b507.jpg Una breve colazione e poi al lavoro. Andavo dai "buoni figli”: bisognava imboccarli, lavarli, prepararli sulla carrozzina, portarli al sole, insegnare qualche parola di italiano. Suor Lucy mi aspettava verso le dieci per parlare alle mamme ricoverate in ospedale con i loro bambini. Ci si sedeva per terra sotto le piante. Io spiegavo in italiano e lei traduceva in Kimeru. Al pomeriggio con un novizio facevo il giro degli ammalati. Mi accostavo ad ogni letto. Molti erano gravi. Ero contento quando potevo farmi capire. Bastavano pochi gesti, una carezza, un sorriso, un servizio fatto bene e l'intesa era piena. Poi ancora con i buoni figli e prima di concludere il lavoro scendevo nel laboratorio delle analisi a preparare i vetrini e le provette per il giorno dopo.
Quando lasciavo l'ospedale era buio. Mi avviavo alla preghiera della sera sotto un cielo nitido di stelle. Le chiamavo per nome e le identificavo con i volti che avevo incontrato. Una intensa quiete nasceva dentro di me. Il cuore cantava di gioia. Mi sentivo vicino, pieno di affetto e di amicizia sincera. Mi accorgevo di voler bene a Francis, Beppe, Lorenzo, Domenic, Paul, Ludovico, Ale, Renata, Antonella, Cima, James, Joseph, Agostino, Francis, Andrea, Joel suor Oliva, suor Lucy. Tutti mi davano amore.
Ringraziavo il Padre e invocavo la sua benedizione.
Fu Ale a mostrare a me e a Francis per la prima volta un baobab. Esso cresce nella savana da millenni e spicca come un gigante, coperto di muffa grigia sotto la forte luce del sole. Nei periodi di siccità è spoglio, ma fiorisce non appena comincia a piovere. I suoi frutti pendono alle estremità dei rami, che si assottigliano come esili dita. Anche se una tempesta lo abbatte, riesce a sopravvivere. La corteccia è fatta per rifrangere i raggi del sole, disperdendo solo un numero minimo di gocce delle tante tonnellate d'acqua nascoste nella polpa porosa, che - si dice - piace tanto agli elefanti. Questo albero rimane nella mia mente come l'immagine della gente d'Africa, forte e sempre in lotta per la vita.
A tutte le ore centinaia di mamme e papà bussavano alla porta dell'ospedale. Portavano i loro piccoli dopo giorni e giorni di cammino a piedi o in bicicletta. Molte volte, quando arrivavano, era troppo tardi. La malaria, la dissenteria, le infezioni tropicali avevano già vinto. Una sera tardi giunse una giovane donna. Era stanca, affamata, sporca di terra. Stringeva la figlia di pochi mesi ormai in coma per la malaria. Nel suo sguardo leggevo la paura e la supplica accorata di un miracolo. Fratel Beppe in pochi minuti trovò la giugulare per la trasfusione di sangue. Ero convinto che dopo quell'intervento la piccola si sarebbe ripresa. Invece non ce la fece e Florida morì la sera del giorno successivo.bc2f85834e3e250da31e50ba3d0cf0c1.jpg
Provai una pena infinita. Vidi quella mamma abbracciare per l'ultima volta la figlia - gli occhi pieni di lacrime e il volto triste. Poi uscì nella notte per ritornare alla capanna dai fratellini e dalle sorelline, quasi a proteggerli dalla morte sempre in agguato. Dopo cena accompagnai al camposanto tre bambini di pochi mesi, una ragazza di nove anni deceduta per insufficienza renale e una giovane di venti morta per HIV. Ero molto scosso. Sotto il cielo d'Africa la vita è dura e tutto deve sempre ricominciare. Il pericolo piomba dagli alberi, esce dalla terra, vola nell'aria, invisibile. Dopo mesi di lavoro le cavallette giungono all'improvviso e divorano il raccolto; quando i monsoni tardano e non piove, ogni cosa secca e muore; zecche e mosche uccidono il bestiame; le zanzare portano la malaria e le acque nascondono la dissenteria e malattie sconosciute; cotone, legumi, mais, vengono venduti per quasi nulla, perché non esistono silos.
Anche Francis mi diceva le stesse cose. Provavo un piacere fraterno a parlare con lui, mi faceva bene dentro e mi lasciava più buono. Il mio sguardo si perdeva oltre le colline, che apparivano bellissime, inargentate dal chiarore della luna e sognavo un'altra terra, diversa, più umana, giusta, luminosa.
Pensavo con commozione al drappello di uomini, quelli del Cottolengo, venuti a sfidare la morte in nome della vita. Hanno sentito il "Vieni", uscito dalla bocca di Dio, ed ora lottavano, senza ombra di inquietudine, anche se a molti poteva sembrare follia. Erano pochi. Ma gli eroi sono sempre soli. Io, Francis, e tutti gli altri eravamo felici di essere dei loro. Quella notte c'era più silenzio del solito e mi addormentai ascoltando la voce del cuore.
5c7daaa0708285c6551faebde0d877e2.jpg Al sabato pomeriggio e alla domenica visitavamo le altre missioni: Gatunga, Mukothima, Matiri, Tuuru, Mukululu. Partivamo con la jeep. I più arditi stavano dietro. Le strade non esistevano. Solo piste di terra rossa, piene di buche e di sassi. Viaggiavamo per la savana contemplando paesaggi incantevoli. Erba alta, dolci colline, valli fitte di alberi, altipiani seminati, papaie e bananeti, macchie spinose, ruscelli e torrenti che sgorgavano improvvisi dal fianco dei monti, cascate scroscianti, vaste pianure appena ondulate, vulcani spenti e villaggi di fango e di paglia in ampie radure, estese paludi verdi e scintillanti, canne e giunchi, il sole sempre caldo, l'aria tersa e il cielo azzurro, solcato qualche volta da nubi bianche spinte dal vento. Entravo sempre di più nel cuore dell'Africa e in me stesso, al punto da dimenticare la strada del ritorno. Incontravo esperienze di umanità, venivo a conoscere imprese di alto valore civile - come quella di fratel Argese, che attraverso l'umidità della foresta dava acqua a duecentocinquantamila persone - ; assistevo alle danze, ai canti, ai suoni, alle preghiere della liturgia dense di speranza e cariche di serenità; vedevo la festa della gente e la gioia dei colori; gustavo la semplicità dei poveri e apprezzavo il cammino inarrestabile del Vangelo agli estremi confini della terra. Un giorno ci recammo presso le capanne che ospitano gli street boys. Sono i ragazzi rimasti soli, orfani, senza nessuno.
Vivevano fuori dal villaggio sulla collina. Le loro baracche erano povere, senza protezione. Dalle fessure entravano gli insetti, che, annidandosi nei pori della pelle, portavano malattie e infezioni. Ci vennero incontro sorridenti. Erano bellissimi. Circondarono la macchina festosi e ci cantarono una canzone. Sembravano tutti della stessa età. Portavano addosso pochi stracci, che pulivano con cura, perché non ne avevano altri. Ci accompagnarono al fiume, tra piante di papaia, mango, canne da zucchero e banane. Sul fuoco c'era un pentolone dove bollivano legumi e polenta bianca di granoturco. I contadini del posto offrivano loro il poco che serve per vivere. Restammo a lungo insieme.
Dalle nostre escursioni rientravamo, quando oramai era buio fitto e vedevamo la luna, rossa e fumosa, sulle colline. I discorsi, che facevamo tra noi, erano intensi e forti, discutevamo di tutto, cantavamo a squarciagola “Utukufu kwako Mungu mbinguni” e non ci accorgevamo di aver raggiunto le luci di Chaaria con le sue capanne di fango. Salivamo all'ospedale soddisfatti e felici.
Eravamo fratelli nell'Africa nera. Essa era per noi come una di quelle storie d'amore, che si ricordano tra le più belle e indimenticabili.

Don Franco Colombini


sabato 1 marzo 2008

Relazione Annuale 2007 Assemblea Associazione

ASSOCIAZIONE VOLONTARI
COTTOLENGO MISSION HOSPITAL CHAARIA – KENYA (ONLUS)

Sede legale: Via Cottolengo n.13 – 10152 TORINO
Tel.: 011 3184861 • Fax 011 19794070
e-mail: linomarchisio@fastwebnet.it
br1caste@libero.it
C.F. 97653480018
http://chaariahospital.myblog.it


Torino, 1 Marzo 2008

In questo primo incontro del 2008 prima di dare inizio alla trattazione degli argomenti all’ ordine del giorno. Vi porgo innanzitutto il saluto personale e quello dei Fratelli e delle Suore Missionarie.

Fratel Maurizio e Fratel Beppe, ci hanno inviato un messaggio di cui faccio lettura:

Tachina, 27 Febbraio 2008

Carissimi tutti e tutte,
Vengo a voi con queste righe di amicizia, di ringraziamento e di incoraggiamento.
Il bene che tramite l’Associazione state facendo é scritto nel cielo. Solo il Signore sa quanti poveri sparsi nel mondo beneficiano del vostro aiuto e quanto noi “dall’altra parte del globo” gustiamo la vostra amicizia, apprezziamo il vostro impegno e soprattutto siamo incoraggiati a fare sempre meglio ció che siamo chiamati a fare vedendo ció che voi fate e l’impegno che ci mettete per farlo bene.
Mentre voi state leggendo questa mia, io saró a Manta per i miei esercizi spirituali. É questa un’occasione per me per ricordarvi tutti, uno ad uno, richiamare i vostri volti, ringraziare il Signore per la vostra presenza, il vostro lavoro, la vostra preziosa amicizia.
In quasti giorni vi porteró tutti e tutte davanti al Signore, pregheró per voi, le vostre famiglie, i vostri cari. Per queste stesse intenzioni ho fatto pregare anche i miei “nonni” dell’Hogar. E quanto le loro preghiere siano potenti...qualcuno di voi giá lo ha sperimentato!
Certamente tutti ormai sapete come anche qui a Tachina timidamente, e non senza le normali difficoltá degli inizi, é iniziata l’esperienza del volontariato internazionale.
Questo posto é molto diverso da Chaaria: diversa é la cultura, la gente, la lingua, il clima e l’attivitá.
Diciamo che con il Kenya ha in comune la povertá e gli incredibili bisogni!
Chi é passato di qua puó confermarlo.
Oltre che ringraziare Francesco, Romina e Alessandra, veri “apripista” per Tachina, non posso non ringraziare chi sta lavorando “dietro le quinte” anche per noi.
Non posso nominarvi tutti, ma non posso non manzionare Bruno, Lino, fratel Giuseppe e suor Anna. Davvero grazie!
Se é nei piani del Signore che il volontariato anche qui continui, si organizzi e si sviluppi, devo dire grazie anche a voi, al vostro incoraggiamento, al vostro silenzioso ed instancabile lavoro.
E a tutti voi che ci offrite il vostro tempo, la vostra vicinanza, le vostre preghiere e il vostro aiuto e a quelli che lo faranno in futuro, a nome anche dei miei confratelli e di tutti i poveri che serviamo, un grazie di cuore e “ que Dios os bendiga siempre”.

Fratel Maurizio
57e3a06b8143a9d9bde7bcca5af71f50.jpg

Chaaria, 28 Febbraio 2008

Carissimi amici,
insieme a Fr Maurizio anche io desidero esprimere la sincera riconoscenza mia e di tutta la comunità per tutto quello che fate per noi, per Chaaria e per i poveri che cerchiamo di servire.
Sono due mesi ormai da quando Paolo Riggio e Giuseppe Farnese hanno lasciato la nostra missione evitando davvero per poche ore il disastro di violenza che poi si è venuto a creare.
Credo che sia stata una decisione opportuna e prudente quella di sospendere l’arrivo di volontari durante tutto il periodo di instabilità: questo sia per la sicurezza di chi viene, sia di coloro che vanno all’aeroporto ad aspettarli.
Non nego però che la mancanza dei volontari è stata per me particolarmente dura, soprattutto in questi primi due mesi dell’anno in cui abbiamo avuto numeri veramente altissimi di pazienti da seguire. Abbiamo normalmente sforato il tetto dei 400 passaggi al giorno, e fisicamente questo è stato durissimo per me. Ho sperimentato con mano ancora una volta quanto aiuto mi viene dai volontari: soprattutto dai professionisti, come chirurghi, ginecologi, gastroenterologi, dentisti; ma anche infermieri, fisioterapisti, e volontari per i Buoni Figli.
Un altro aspetto che non avevo mai valutato appieno è la quantità di materiale che gli amici italiani ci portano nelle valigie: in questi due mesi ho finito i guanti antiallergici, i fili di sutura e tante medicine italiane. Anche lo studio odontoiatrico è praticamente paralizzato perchè Giuseppe Farnese, dopo aver riparato parecchi manipoli e la turbina del trapano in Italia, non è stato più in grado di rimandarcela.
Sembra però che ora un accordo politico sia stato firmato e che la pace possa tornare realmente nel Paese, e con essa, speriamo, anche i volontari.
So che comunque avete continuato a lavorare alacremente per noi soprattutto con le campagne di raccolta fondi che ora ci hanno già permesso l’acquisto dell’ambulanza e che ci stanno pian piano portando a credere che pian piano ce la faremo con la sala operatoria.
So che avete curato la stampa delle “lettere dalle Missioni” che ci permetteranno di sensibilizzare molta gente sulla nostra missione sia a Chaaria che a Tachina. Un grazie specialissimo a Nadia Monari di Roma per averci donato un blog che mi pare molto bello e utile per la divulgazione dei nostri messaggi di servizio e di carità cristiana in Kenya ed Ecuador.
Ringrazio di cuore Bruno per il bellissimo calendario, e tutti voi per la solidarietà, gli aiuti economici (non cito gli innumerevoli bonifici ricevuti da questa o quella parrocchia, o da questo o quel gruppo), l’amicizia e la simpatia.
Accettate la nostra riconoscenza e la nostra povera preghiera. Dio vi benedica tutti.

Fr Beppe



Oggi constatiamo che sta volgendo a termine il primo quadriennio di costituzione della nostra Associazione avvenuto il 31 luglio 2004.

In questi anni abbiamo lavorato molto su diverse direzioni per sviluppare il consenso e l’adesione all’impegno che ci siamo dati , che è quello di divulgare lo spirito ed carisma di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, attraverso l’attività di affiancamento alla Piccola Casa della Divina Provvidenza, con il sostegno alle Missioni in particolare quella di Chaaria.
Il lavoro svolto con tenacia e costanza comincia a dare dare i primi risultati, grazie alla qualità del coordinamento tra di noi, applicato su obiettivi raggiungibili secondo le nostre forze.
Ci sono state delle fasi di lavoro che hanno richiesto maggiore concentrazione e, purtroppo, abbiamo anche commesso errori.
Mi scuso per il disagio arrecato ai destinatari della nostra azione.
Abbiamo messo in evidenza i nostri punti critici e di conseguenza apportato le necessarie azioni correttive.
A Suor Anna Maria De Rossi e Fratel Meneghini dobbiamo un particolare ringraziamento per tutta l’assistenza personale e logistica.
Ai colleghi del Consiglio Direttivo, del Collegio dei Sindaci, a molti Volontari devo la mia gratitudine per la loro puntuale e qualificata disponibilità umana e professionale.
Ogni volta che ho chiesto un parere o di svolgere qualche incarico a cui non potevo personalmente attendere la risposta ottenuta, è sempre stata il totale ed incondizionato Aiuto con sincera Amicizia.
Grazie.

Parimenti ringrazio anche a quelle Persone Giuridiche che ci hanno beneficiati della loro fiducia per tutto questo quadriennio, sono:

Studio Tributario Fiscale Gangi – Ausino - Donatiello che svolge a titolo gratuito il delicato lavoro fiscale e ci assiste nell’espletamento delle incombenze giuridico-fiscali che dobbiamo attendere;

Compagnia Aerea Brussels Airlines che ci ha assiste e guida nel compito della logistica degli spostamenti dei nostri volontari;

La Passatore di Cuneo per lo sponsor Annuale a favore della Mission Chaaria;

La Banca Credito Cooperativo di Casalgrasso per lo sponsor annuale a favore della Mission Chaaria;

L’ Istituto Professionale per Ottici “Galvani” di Reggio Emilia, i cui allievi coordinati dal Prof. Alessandro Corsini e dalla Caritas della Città rendono possibili le forniture degli occhiali;

Il centro Servizi Volontariato per la disponibilità a contribuire all’organizzazione logistica dei corsi di formazione, mettendo a disposizione a titolo gratuito le aule, il materiale ed i docenti per i corsi di lingua estera.

La Società Canottieri Armida - Torino per la concreta e generosa collaborazione nella raccolta fondi pro Chaaria.



OBIETTIVI 2008

Per l’immediato futuro abbiamo il dovere statutario del rinnovo del Consiglio Direttivo e del Collegio Sindacale che dovranno dirigere la loro attività su tre punti principali:

• DELEGAZIONI REGIONALI :

Le adesioni sul territorio nazionale si sono incrementate al punto di consigliare l’ attività di nuove delegazioni regionali, in Veneto e Lazio.

I referenti del Lazio sono :
Gian Luca Agostinelli
Daniela Ciaccio
Nadia Monari
Paola Monari
I referenti per il Veneto sono :
Erika Baggio
Antonio Bonanno
Maria Grazia Scalco

Queste delegazioni devono essere supportate nel compito affidato di consolidare e sviluppare la loro presenza sul territorio.
I referenti svolgono la funzione di coordinamento tra gli associati e simpatizzanti presenti nella Regione ed il Consiglio Direttivo, promuovono iniziative a favore delle Missioni del Cottolengo in coerenza con lo statuto ed il regolamento, secondo gli usi e le esigenze del loro territorio di residenza.
Con questa forma di decentramento si è voluto rendere più spedita e capillare la nostra attività di sensibilizzazione ai problemi affrontati dalle popolazioni seguite dai Missionari del Cottolengo.
I referenti sono stati scelti dal Consiglio Direttivo sulla base della loro disponibilità ad un costante intervento a favore delle Missioni del Cottolengo, sentito il parere del Superiore Generale Fratel Giuseppe Meneghini, di Fratel Giuseppe Gaido, Di Fratel Maurizio Scalco e di Fratel Lorenzo Gambalonga.
Altre delegazioni sono in fase di costituzione in Lombardia e Piemonte.

• MISSION AFRICA :

Chaaria
- Supporto al progetto per la costruzione del nuovo blocco operatorio e del pavimento del padiglione che ospita i Buoni Figli.

- Sostegno Orfanotrofio Huruma Center

Mukotima
- Sostenimento Borsa di studio per allievo infermiere.


• MISSION EQUADOR :

Tachina
- Impostazione volontariato e sostegno anziani ;

Manta
- Costruzione casa per anziani abbandonati.

Sono tutti obiettivi che comporteranno una concentrazione e grande affiatamento tra di noi.
Il compito del Consiglio Direttivo sarà quello di coordinare al meglio le forze presenti in Associazione per dare un aiuto alla Piccola Casa nel raggiungimento di questi importanti obiettivi.
L’impegno è grande , ma considerato che gran parte del lavoro lo faranno il Padre Eterno e i Buoni Figli con il loro metodo infallibile e collaudato già ai tempi del Santo Fondatore, io credo che a noi toccherà mettere l’entusiasmo, l’umiltà e l’armonia tra noi e andare avanti senza paure come abbiamo fatto fino ad ora.
Pensiamo che tutti siamo parte di una sola ruota , ma nessuno è meno o più utile di un altro, ma tutti dobbiamo lavorare all’unisono come un’orchestra sinfonica.



Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


Guarda il video....