mercoledì 30 aprile 2008
Auguri di Buona Festa
martedì 29 aprile 2008
La malattia psichiatrica
Sto scrivendo l’esito della venticinquesima ecografia della giornata e sto aspettando che Makena mi chiami per il prossimo cesareo: Jesse già sta facendo la spinale alla paziente. Improvvisamente la sala di attesa si anima di un vociare convulso. Rapidamente il rumore si sposta nel corridoio dell’out-patient, dove si sentono anche suoni di percosse e schiaffi, di sedie trascinate e di bicchieri frantumati al suolo.
Decido di chiedere scusa al malato che sto assistendo e di correre a vedere: si tratta di un uomo, sporco di terra dalla testa ai piedi, imbrattato di sangue a causa di una ferita che continua a perdere dalla fronte (evidentemente è stato colpito da un bastone). L’uomo si dimena e urla frasi sconclusionate. Vuole liberarsi dalle corde che gli legano mani e piedi, e quasi lo fanno cadere ogni volta che tenta un passo un po’ più lungo, mentre tutti lo spintonano. Vorrebbe picchiare tutti: i suoi accompagnatori ed anche lo staff dell’ospedale. Non potendo farlo, sputa in faccia a coloro che non rispettano una certa distanza di sicurezza... nel frattempo continua a ripetere affermazioni a carattere religioso in cui invoca Gesù di aiutarlo contro i nemici che lo circondano.
Mi avvicino e tento un approccio un po’ diverso. Chiedo a Joseph di slegargli le mani, e assumo un atteggiamento amichevole, dicendo al paziente di non temere, perchè noi siamo lì solo per aiutarlo. Lo assicuro che nessuno pensa che lui sia pazzo, e che tutti siano convinti che si tratti solo di un attacco di malaria. Però il mio modo di comportarmi evidentemente non piace all’interessato che mi afferra per il collo lasciandomi i segni delle unghie, e poi mi dà un ceffone tanto forte da far volare i miei occhiali a qualche metro di distanza. Meno male che non ero solo. I “watchmen” intervengono prontamente e lo immobilizzano al suolo... non c’è tempo di badare al protocollo! Intanto io ordino di portare una fiala di ipnovel e di fargliela in muscolo, perchè nessuno sarebbe riuscito a trovargli una vena in quel momento. Anche questa operazione risulta difficilissima, con il malato in preda ad una crisi furiosa, che mette tutti a rischio e che impegna completamente le forze muscolari a nostra disposizione. Fortunatamente però ci riusciamo, tra uno sputo ed un calcio, e pian piano “la magica sostanza” entra in circolo, e la persona dapprima perde forza, poi comincia ad avere problemi dell’articolazione delle parole, e quindi cade in un sonno profondo. Ora possiamo tutti tirare un sospiro di sollievo. Possiamo slegarlo e metterlo su una barella per accompagnarlo alla doccia e quindi incannulargli una vena. Il problema è che l’ipnovel durerà solo 3 ore circa, e molto probabilmente il paziente sarà violento come prima quando si sveglierà; ma per ora devo pensare al cesareo... poi vedremo cosa fare.
Per noi il paziente psichiatrico è un grosso problema. Non abbiamo stanze di isolamento per loro, e nel camerone spesso gli altri malati hanno paura; inoltre di notte quasi sempre abbiamo uno staff infermieristico totalmente femminile, che è normalmente molto preoccupato quando ha uno “psichiatrico-violento” in regime di ricovero. I farmaci poi sono pochissimi: abbiamo 4 prodotti a disposizione, e tutti molto vecchi. Usando questi rimedi chimici, è sempre problematico trovare il “giusto mezzo”, cioè ottenere un comportamento socialmente accettabile, ma anche evitare una sedazione eccessiva che porti il malato ad una condizione di instupidimento o magari quasi di anestesia continua.
C’è poi il fatto che il nostro staff è molto limitato: di notte abbiamo solo 3 infermiere per un totale di 140 letti, oltre alla maternità e al pronto soccorso. Esse sono coadiuvate 3 “assistenti” che potremmo chiamare OTA, se fossimo in un contesto italiano; esse però hanno tutta la pulizia generale, la lavanderia che è attiva 24 ore su 24, e la sterilizzazione. Questo stato di cose, che non migliora molto durante il giorno, ci obbliga spesso ad usare misure “contenitive” che in Italia sarebbero inaccettabili: dobbiamo infatti molto spesso legare questi malati per evitare un eccesso di sedazione, e per proteggerli sia dall’autolesionismo, sia da altri comportamenti socialmente inaccettabili.
Ma quali sono le cause di malattia psichiatrica in questa parte del mondo? Uno potrebbe pensare che i disturbi psichici siano soprattutto legati al benessere, ed invece anche qui i problemi mentali sono una “epidemia silenziosa” che continuamente serpeggia tra la popolazione.
Certamente la malaria ha un ruolo importante anche in questo caso, visto che una manifestazione relativamente frequente della forma cosiddetta cerebrale è proprio l’insorgere di psicosi in persone per il passato del tutto normali. Queste forme secondaria a malaria, spesso recuperano completamente ed assistiamo ad una totale “restitutio ad integrum”, ma altre volte lasciano sequele psichiatriche che durano anche tutta la vita.
Poi ci sono delle manifestazioni di disturbo mentale secondarie al parto: sui libri vengono classificate come psicosi post-partum: è una condizione subdola di cui magari non ci si accorge in ospedale e che si sviluppa pian piano, quando la puerpera è già stata dimessa. Spesso viene riportata in ospedale dai parenti, dopo aver tentato di uccidere il bambino; altre volte invece assume strani comportamenti di cui frequentissimo è il bisogno di spogliarsi completamente in pubblico.
Ci sono anche malattie psichiatriche vere, forme di isteria, depressioni gravi, che a volte vengono rese più complesse da una continua mescolanza tra l’elemento medico e quello religioso o magico. Frequente è il caso di chi si crede posseduto dal demonio; più grave ancora è quando sono i vicini di casa a decidere che un povero malato di mente deve essere un invasato di Satana. In questo caso è per noi difficilissimo agire: ci sono interferenze sia da parte di sacerdoti o pastori che invocano l’esorcismo, sia da parte delle famiglie che vorrebbero l’intervento dello stregone per rompere la maledizione.
Ma al di là di tutto, rimane il fatto che la società stigmatizza questi malati, per cui frequentemente vengono abbandonati dalle loro famiglie, sospendono le terapie impostate e finiscono per condurre una vita randagia ai bordi delle strade, dove sovente li vedi mentre, sporchi e stracciati, cercano qualcosa tra le immondezze. Le donne poi hanno una sorte anche peggiore, e non è raro per noi assistere al parto di uno di questi “fantasmi umani” che ora diventa anche mamma, ma non sa neppure di essere al mondo.
La gente prova repulsione verso di loro. Spesso li allontana con dei bastoni, ed anche io devo ammettere di fare tanta fatica ad accoglierli: sarà perchè, dopo essere stato picchiato un po’ di volte, ho anche un po’ di paura. O forse sarà perchè mi sento così tanto ignorante nei loro confronti: ho coscienza di non sapere quasi nulla della malattia mentale; inoltre il più delle volte i nostri sforzi non portano ad un miglioramento stabile. Probabilmente nel mio inconscio la psichiatria non mi piace, perchè non accetto “di non essere capace”, di essere totalmente spiazzato di fronte ad un mondo così incomprensibile e tanto difficile da gestire.
Eppure i cosiddetti matti ci sono: non possiamo neppure lavarcene le mani dicendo che li mandiamo al repartino psichiatrico del Meru District Hospital...
Cerchiamo quindi di rispondere pure a questa esigenza, anche se con paura e con evidente senso di inadeguatezza.
Fr Beppe Gaido
lunedì 28 aprile 2008
Ricordo di Jamlick
Carissimo Beppe,...
la notizia che ho ricevuto tramite il blog, circa Jamlick mi ha lasciata semplicemente senza parole...non ho trascorso tanto tempo li' con voi a Chaaria, ma il poco che basta perche' Jam potesse aver lasciato un segno dentro me. Quel suo fischiettare che si sentiva in cortile, quel suo super sorriso che sempre era pronto a dispensare, sempre un saluto, sempre una parola gentile, un gesto affettuoso verso tutti anche verso i piu' piccoli.
Ricordo che un giorno, si era fermato in ospedale a fare due parole con me prima di rientrare a casa dopo una giornata di lavoro in missione. Karani, una piccola ricoverata in ospedale, era stata affascinata da un suo braccialetto (una guarnizione trovata tra i rottami di chissa' quale suo strumento di lavoro). Il giorno dopo, esco dalla camera e una volta trovatami in cortile mi sento chiamare. Era Jam. Mi chiese un favore: di consegnare un piccolo braccialetto alla piccola Karani...l'aveva cercato appositamente per lei!!!
La sua morte, mi ha fatto pensare a tante cose. Ogni volta che salutiamo qualcuno dobbiamo farlo Bene, perche' non siamo certi che quella non sia l'ultima volta in cui lo facciamo. Quando sono partita da Chaaria ho salutato tutti con la speranza di rincontrarvi presto e invece, ora se torno non trovo piu' tutti voi e la cosa non puo' che rendermi triste... SIMO
Infatti alla 18 già siamo in sala, e, nonostante l'assenza dell'anestesista, riusciamo a finire il tutto per le 19. Era stato un cesareo senza problemi, ed eravamo rimasti di stucco quando ci eravmo resi conto che il bambino non respirava dopo l'estrazione. Però fortunatamente le nostre infermiere di sala parto, erano riuscite a rianimare proprio bene, e, prima di chiudere la cute dell'addome già avevamo avuto la notizia: "ha pianto, e respira da solo". Che sospirone di sollievo!
Dopo l'operazione mi affretto a raggiungere la cappella, dove celebriamo la novena in preparazione alla festa del Cottolengo. Sono in ritardo, come al solito, ma almeno arrivo in tempo per la meditazione offertaci da Sr Lucy.
Subito dopo la preghiera però vengo chiamato in ospedale: la mamma appena cesarizzata ha una torrenziale emorragia post partum; la sua pressione è già sparita ed il polso è appena percettibile. Che dramma!! il sangue esce a fiotti, ed oramai deborda sul pavimento. E' difficile anche avvicinarsi al letto senza essere imbrattati. Io mi avvio verso il laboratorio e mi rendo conto che l'emoteca è vuota. Testiamo il gruppo sanguigno alla paziente e ci rendiamo conto che il suo sangue è ormai una acquetta rosa contenente sì e no 2 grammi di emoglobina. Facciamo dei liquidi a go go. Pratichiamo oxitocina in vena... le mie gambe cominciano a tremare ed il mio cervello ad offuscarsi. Non so bene cosa fare: le infermiere della notte mi guardano ansiose, in attesa di ulteriori piani terapeutici. Non ho donatori, ed il gruppo è difficilissimo: 0 positivo. In quel momento passa Fr Dominic che veramente mi stupisce e mi dice: "dono io il sangue... adesso". Accettiamo immediatamente e saltiamo addosso a Domé che, docile come un agnello, si lascia "svenare".
Infatti pian piano la mamma riprende vita, grazie al "ricco" sangue del nostro generoso Fratello. Rimango ancora a controllare la situazione fin verso mezzanotte, mentre dico a Domenico di andare a mangiarsi una meritata fetta di salame. La mamma sembra non sanguinare più. Le condizioni sono stabili. Dico alle infermiere di continuare con le medicine prescritte e provo ad andare a riposare.
La mia felicità è stata completa questa mattina quando, tornato in ospedale, l'ho vista seduta nel letto tutta intenta ad allattare il suo gigante (4200 g alla nascita).
Oggi poi è stata una giornata campale. Di notte non ha piovuto ed il sole già splendeva alle 8 di mattina: questo è stato come uno specchietto per le allodole. Abbiamo superato nuovamente i 450 pazienti. Il lavoro è stato durissimo, ma il giorno è trascorso nella serenità: abbiamo avuto un altro cesareo, che non ci ha dato grossi problemi; abbiamo assistito tante persone veramente gravi, abbiamo fatto quello che potevamo. Ora mi rimane ancora il contro-giro del dopo cena... speriamo che sia tutto tranquillo, e che si possa andare a letto un po' prima.
domenica 27 aprile 2008
TBC a Chaaria
In Kenya la terapia della TBC è data gratuitamente alle persone ammalate, è stata sponsorizzata completamente dal governo degli U.S.A. ed è distribuita sotto il controllo completo del governo locale. Le organizzazioni non governative non possono curare la TBC, a meno di non essere riconosciute e supervisionate dagli organi governativi. Dunque, i farmaci ci sono in notevole quantità, ma la distribuzione è carente e disorganizzata, con il risultato che molti poveri affetti da TBC muoiono senza riuscire ad approvvigionarsi dei farmaci che di per sé sarebbero gratuiti.
Il nostro laboratorio ci permette la ricerca dei bacilli nell'escreato, e in futuro speriamo di poter essere in grado di fare delle buone lastre del torace.
Il nostro problema più grave al momento, è il fatto che i pazienti da ricoverare sono più numerosi dei posti letto a nostra disposizione in isolamento, per cui molte volte li dobbiamo mettere in camerone con gli altri... so che non è il massimo, ma come possiamo fare quando i malati sono gravissimi, non possono deambulare e tornare a casa, e noi non abbiamo altre soluzioni? Noi iniziamo subito la terapia, e speriamo di abbattere così rapidamente il numero di bacilli in grado di contagiare gli altri pazienti. Inoltre tentiamo una dimissione veloce, non appena la persona può reggersi in piedi e assumere correttamente le medicine prescritte.
sabato 26 aprile 2008
Quegli istanti di rabbia che rovinano ore di lavoro
A volte è dura prendere coscienza dei propri limiti. Si vorrebbe essere sempre all’altezza, sempre padroni della situazione, ed invece il nostro corpo o la nostra psiche a volte ci fregano, ci rallentano, e ci ricordano che siamo davvero poca cosa.
A me è successo ancora una volta oggi: già non ero al massimo della forma dal mattino, avendo avuto un cesareo di notte che mi ha obbligato a dormire solo per 5 ore. Nonostante questo ho cercato di dare il massimo ai pazienti che si sono rivolti a noi, anche se sabato. Poi verso sera, quando già avevo il capogiro, è arrivato un signore distinto, alquanto presupponente, il quale mi ha ricordato che lui veniva da Marsabit, e che aveva già aspettato per più di due ore per essere servito. Purtroppo i nervi io li avevo già a fior di pelle; ho tentato una difesa in “corner”, dicendo che avevano richiesto molti esami di laboratorio, e quindi era normale dover attendere.
Forse però va bene così: è salutare che io mi senta un verme. Questo mi aiuta a rimanere umile, e a non credermi un superuomo.
PS: ieri sera è successo nuovamente un fattaccio nei pressi dell’ospedale. Malviventi hanno fermato un matatu vicino a Kaguma. Il conducente, per paura, ha pensato di accelerare e di tentare la fuga: è stato ucciso con un colpo di fucile alla testa... era un nostro vicino di casa. Ora devo nuovamente uscire a prendere Gatwiri per un cesareo che sta arrivando da Mukothima. Prenderò la macchina e per due volte dovrò raggiungere Chaaria, probabilmente anche dopo la mezzanotte. Spero solo che il Signore me la mandi sempre buona
Ciao. Fr Beppevenerdì 25 aprile 2008
L'unità comincia dal servizio e dall'accoglienza
Sono le 5.10 di mattina, e mi avvio verso camera mia dopo l’ennesima chiamata notturna. Passo all’esterno della “Casa Buoni Figli”, perché di notte il cancello è chiuso. E’ ancora notte fonda, e mi sento un tonfo al cuore quando sento una voce che mi chiama dalle tenebre. Mi giro verso la shamba con terrore. Saranno di nuovo i ladri?Invece, dopo un attimo in cui i miei occhi si adattano alla visione notturna, scorso Claudio con i suoi lunghi capelli sciolti al vento; è seduto a terra e mi dice che sta aspettando di vedere l’alba. “Hai proprio del buon tempo” penso fra di me, ma non dico nulla, anche perché devo ammettere che l’alba è davvero uno degli spettacoli più affascinanti che Chaaria può regalare. Continuo il mio cammino e arrivo vicino alla cappella, dove le luci sono già accese, e dove Fr Lodovico e Suor Oliva stanno già pregando.
Che strana la vita. C’è chi va a letto e chi già è fresco per lodare il Signore ed iniziare un’altra giornata di servizio e disponibilità. Era sembrata una giornata tranquilla. Molti pazienti, ma tutto era andato per il meglio, senza complicazioni e senza cesarei. I parti erano andati tutti bene. La giornata era stata piena di pazienti ambulatoriali. Moltissimi provenivano da Isiolo e da altre regioni molto a Nord. Qualcuno addirittura proveniva da Moiale, che è la città di confine tra Kenya ed Etiopia. Chissà perché la gente viene proprio a Chaaria.
Tra Chaaria e l’Etiopia ci cono centinaia di chilometri, ed un certo numero di ospedali. Onestamente non lo so. Non posso dire che essi vengano da noi perché siamo più bravi. Forse si è creata una fama che non meritiamo. Comunque sia, credo che questo costituisca per noi un’altra possibilità grande di apostolato. Sin dall’inizio ci siamo posti come una missione al servizio di tutti, e non abbiamo mai fatto distinzioni tra Cattolici e Protestanti di qualunque denominazione. Ora abbiamo la possibilità reale di un rapporto fraterno e costruttivo con l’Islam, visto che le popolazioni del Nord sono per il 90% musulmane. E’ molto arricchente essere in un contesto di grande diversità religiosa. Sin dall’inizio mi ero accorto di questo, pur non negando le evidenti difficoltà.
A Chaaria per esempio abbiamo ben 7 denominazioni cristiane diverse. Da un certo punto di vista questo costituisce un problema notevole, in quanto la gente è spesso confusa e non capisce bene quali siano le reali differenze tra Chiese apparentemente sorelle, perché impegnate a predicare lo stesso Cristo, ma così distanti su altri punti.
E’ indubbiamente problematico che, con l’avvento degli altoparlanti, le diverse denominazioni cerchino di urlare più forte delle altre, al fine di disturbare la preghiera altrui, o forse con l’inconscia convinzione che Dio ascolti di più coloro che hanno le casse ed i microfoni più alti. Ancora più problematico è il fatto che non esiste alcun movimento di tipo ecumenico. Non è raro per esempio che nella parrocchia cattolica da noi frequentata si parli direttamente contro le posizioni dei protestanti. Allo stesso tempo è frequente che la predicazione dei “Riformati” affermi testualmente che “chi frequenta la chiesa Cattolica sarà condannato alla perdizione”. Le differenze sono soprattutto legate a posizioni di ordine pratico.
La parte più scottante riguarda il celibato dei preti, che i Protestanti non comprendono e non apprezzano, e la morale sessuale in genere. I Protestanti in genere accettano l’uso di mezzi di controllo delle nascite di tipo farmacologico, mentre i Cattolici rifiutano queste medicine come immorali e pro-abortive. La pandemia AIDS ha portato profonde divisioni anche tra le Chiese, soprattutto riguardo all’uso del condom come mezzo per contenere la diffusione dell’infezione. Il problema è che sempre si parte dal concetto di essere gli unici portatori della verità, e non si vuole accettare la positività del dialogo con chi la pensa diversamente. Altro problema è che si tende sempre a parlare di ciò che manca all’unità, invece di considerare quante cose invece sono già perfettamente univoche. E’ il vecchio problema della bottiglia, che può essere mezza piena o mezza vuota. Da sempre noi ci siamo posti in un’ottica diversa.
Prima di tutto non abbiamo fatto alcuna distinzione tra Cattolici e Protestanti nelle nostre scelte di assunzione del personale. Poi non abbiamo mai ammesso discriminazioni tra pazienti di diverse denominazioni. Abbiamo sempre invitato sia Parroci che Pastori a visitare i loro pazienti in ospedale, lasciando loro piena libertà di espressione anche nel modo in cui pregano per i loro malati.
Ci siamo poi resi pienamente disponibili alla collaborazione con varie Chiese Protestanti, in campi come la prevenzione dell’AIDS o la promozione dell’igiene pubblica. Abbiamo deciso che, al di là di alcune differenze di ordine teorico, molte erano le aree in cui avremmo potuto lavorare per il bene della povera gente. Ora stanno arrivando i Musulmani, che costituiscono un nuovo fronte di impegno, ed una ulteriore possibilità ecumenica. Credo che con loro il cammino sia ancora più difficile, perché sono di etnia diversa (quasi tutti di origine somala), e con una forma mentis estremamente più complessa rispetto agli abitanti del Meru. Per ora con loro cerco di usare il massimo della gentilezza e del rispetto, anche durante la visita medica: chiedo sempre al marito delle donne se vuole essere presente alla visita. Chiedo il permesso alle donne prima di chiedere loro di togliersi il BURKA. Cerco anche di cambiare il mio linguaggio, ed invece di dire che il paziente guarirà “se Dio vuole”, dice che si riprenderà “insh’Allah”. Spesso si sono anche dei bei momenti di comunione, come quando essi mi rispondono che il mio ed il loro Dio sono la stessa persona, o come quando mi dicono che la cosa più bella che vedono nel Cristianesimo è la carità verso il prossimo. Abbiamo inoltre fatto in modo che i Musulmani ricoverati avessero un posto dove mettere i tappetini per la preghiera, ed abbiamo pienamente rispettato il “Sacro mese del Ramadan”, cercando di dare terapie che rompessero il loro digiuno il meno possibile. Non mi pare che gli Islamici dell’Africa Orientale siano molto integralisti. Non ho visto in loro alcun astio verso i Cristiani. Mi pare che non siano interessati ad alcun tipo di “Jihad”. Con loro si può sicuramente buttare qualche ponte e dimostrare che siamo chiamati all’unità in nome di Dio.
Certo noi dobbiamo anche imparare molto da loro, sia nel campo della fedeltà al Corano, sia nel campo della preghiera quotidiana come nel campo della fedeltà alle rinunce corporali. Loro forse possono imparare da noi la solidarietà universale che non è contenuta dalle barriere della razza o della religione.Con questi pensieri in testo mi avvio verso la cappella perché ormai è inutile che io vada a letto. Il sole già fa capolino e fra qualche minuto iniziano le lodi mattutine. Chissà se la nostra esperienza, oltre che aiutare tanti pazienti e portatori di handicap, potrà essere un piccolo seme di unità tra le varie religioni. Chissà se in questi tempi di contrapposizione tra Islam e Cristianità, Chaaria potrà diventare un’isola di collaborazione e di comprensione reciproca.
Fr Beppe
PS WORLD MALARIA DAY
Lo sapevate che oggi è la giornata mondiale per la malaria? La malaria è il nostro nemico numero uno. Uccide più di tutte le guerre che ancora si trascinano nel Continente Nero. Ci sono più di 1.000.000 di bambini nell’Africa sub-sahariana che muoiono ogni anno di malaria, prima di aver raggiunto il dodicesimo mese di vita... ed anche ora mentre scrivo almeno un altro bimbo ci ha lasciato a causa di questa vecchia pestilenza, che ancora falcidia moltissime esistenze (in Africa muore di malaria un bambino ogni 10 minuti), ma non riceve l’attenzione che invece ha avuto l’AIDS. Sarà perchè la malaria maligna, quella che uccide, è presente soprattutto nei Paesi poveri del Terzo Mondo? Sarà perchè l’HIV da subito ha cominciato a serpeggiare tra gente importante dello spettacolo o della politica?... Non lo so: comunque anche a Chaaria oggi il plasmodium falciparum, si è portato via un piccolino di due mesi, e ne ha fatti soffrire tanti altri. Qualcosa si sta movendo: l’ONU ha iniziato un grande programma di distribuzione di zanzariere trattate con repellenti. Ci sono grosse sovvenzioni internazionali per la distribuzione gratuita dei farmaci antimalarici. Tra l’altro la ricerca cinese ci ha offerto i farmaci più sensazionali al riguardo; si chiamano artemisinici, e sono veramente potenti: curano completamente l’infezione in pochissimi giorni e con effetti collaterali minimi. Noi ci siamo. Facciamo parte di quei nani che qua e là nel mondo, cercano di fare qualcosa per combattere il gigante malarico, e per strappargli quante più vite sia possibile.
Ciao. Beppegiovedì 24 aprile 2008
Lettera per i medici
stare a Chaaria da solo per 10 anni ormai, non è stato per niente facile. Ha voluto dire essere di guardia 24 ore su 24 per 7 giorni alla settimana. Mi è costato un sacco di notti insonni, e mi ha obbligato a diventare mio malgrado un medico "tuttologo": sono partito come infettivologo, ed ora devo fare un po' di tutto, dall'ostetricia alla chirurgia, alla diagnostica per immagini, alla cardiologia. Non sono un superuomo. Infatti penso che la differenza tra ciò che sono adesso e quello che ero in Italia 12 anni fa consista nel fatto che ora so poco su molte cose, mentre prima sapevo quasi tutto su quasi niente.
Poi, queste conoscenze non mi sono state infuse dall'alto, anche se, come credente, io penso che Dio sia stato sempre molto impegnato a risolvere tutti i casini che mano a mano combinavo... la maggior parte delle nuove conoscenze mi è venuta da volontari che mi hanno affiancato, mi hanno seguito e mi hanno formato: questo vale per tutto: dal cesareo che ho imparato da una chirurga di Torino, all'anestesia che ho assimilato da una dottoressa milanese, alla ecografia che invece mi è stata donata da una radiologa sarda. I volontari sono stati i miei mentori, ed anche il mio continuo stimolo a fare meglio e ad imparare. Non sono più giovane (46 anni suonati da un po') ma nel cuore mi sento ancora seduto sui banchi dell'Università, e sempre mi sono posto come punto fermo che nessun volontario deve lasciare Chaaria uguale a come era prima: ognuno mi deve insegnare qualcosa in modo che il contributo del volontario non duri 21 giorni o poco più, ma diventi duraturo nel tempo.
Io penso di essere un testardo che non si arrende di fronte alle difficolà, ed ho ancora bisogno di altri amici che vengano a insegnarmi come risolere i problemi, di fronte ai quali ancora ci sentiamo impotenti. A Chaaria non potrò offrirvi grandi cose, ma quello che vi prometto è la mia presenza amica, la mia voglia di lavorare con voi e di imparare, e poi... tanti e tanti malati che hanno veramente bisogno di tutto. Ciao. Grazie anticipatamente se verrete a darmi una mano in questo gran calderone un po' incasinato che è il nostro ospedale.
Beppe
Lettera per i medici
stare a Chaaria da solo per 10 anni ormai, non è stato per niente facile. Ha voluto dire essere di guardia 24 ore su 24 per 7 giorni alla settimana. Mi è costato un sacco di notti insonni, e mi ha obbligato a diventare mio malgrado un medico "tuttologo": sono partito come infettivologo, ed ora devo fare un po' di tutto, dall'ostetricia alla chirurgia, alla diagnostica per immagini, alla cardiologia. Non sono un superuomo. Infatti penso che la differenza tra ciò che sono adesso e quello che ero in Italia 12 anni fa consista nel fatto che ora so poco su molte cose, mentre prima sapevo quasi tutto su quasi niente.
Poi, queste conoscenze non mi sono state infuse dall'alto, anche se, come credente, io penso che Dio sia stato sempre molto impegnato a risolvere tutti i casini che mano a mano combinavo... la maggior parte delle nuove conoscenze mi è venuta da volontari che mi hanno affiancato, mi hanno seguito e mi hanno formato: questo vale per tutto: dal cesareo che ho imparato da una chirurga di Torino, all'anestesia che ho assimilato da una dottoressa milanese, alla ecografia che invece mi è stata donata da una radiologa sarda. I volontari sono stati i miei mentori, ed anche il mio continuo stimolo a fare meglio e ad imparare. Non sono più giovane (46 anni suonati da un po') ma nel cuore mi sento ancora seduto sui banchi dell'Università, e sempre mi sono posto come punto fermo che nessun volontario deve lasciare Chaaria uguale a come era prima: ognuno mi deve insegnare qualcosa in modo che il contributo del volontario non duri 21 giorni o poco più, ma diventi duraturo nel tempo.
Io penso di essere un testardo che non si arrende di fronte alle difficolà, ed ho ancora bisogno di altri amici che vengano a insegnarmi come risolere i problemi, di fronte ai quali ancora ci sentiamo impotenti. A Chaaria non potrò offrirvi grandi cose, ma quello che vi prometto è la mia presenza amica, la mia voglia di lavorare con voi e di imparare, e poi... tanti e tanti malati che hanno veramente bisogno di tutto. Ciao. Grazie anticipatamente se verrete a darmi una mano in questo gran calderone un po' incasinato che è il nostro ospedale.
Beppe
mercoledì 23 aprile 2008
Benedette le vostre lettere
Carissimi,
ho deciso di lasciar parlare voi. Moltissime sarebbero le cose che avrei potuto copiare dalle bellissime lettere che ci avete mandato. Ho scelto alcuni passaggi molto toccanti, e ve li offro così come sono. Non li ho riordinati né per argomento, né per ordine cronologico. Ho semplicemente riletto molte delle vostre lettere e ne sono rimasto toccato. Quante esperienze vissute insieme; quante sensazioni: quante sofferenze condivise tra di noi e con le persone ammalate e povere. Leggendo di nuovo le vostre lettere, mi sono rimotivato profondamente e mi sono detto che vale la pena continuare, al di là delle delusioni, delle incomprensioni della gente che ci circonda e lavora con noi, delle molte critiche che sentiamo qua e là alla nostra esperienza di servizio a Chaaria.
Le vostre lettere sono state un grande incoraggiamento, ed anche grazie a loro, posso dirvi che noi vogliamo continuare, che noi vorremmo fare ancora di più, che la stanchezza dei nostri corpi non può fiaccare il nostro ideale di trasformare Chaaria in una grande famiglia in cui tutti i poveri che bussano alla nostra porta, possano trovare una risposta o almeno la nostra accoglienza e comprensione. Grazie dunque a tutti voi per quello che avete fatto per noi e per il continuo sostegno morale, spirituale, lavorativo ed anche economico.
É bello per me pensare che Chaaria è importante non solo per le persone che serviamo, ma anche per i volontari che vengono a condividere un pezzo di strada con noi: è stupendo per me credere che, da una parte i volontari fanno un servizio per noi e per i poveri che cerchiamo di aiutare, e dall’altra ricevono molto dalla radicale esperienza di servizio e di condivisione della povertà che a loro viene offerta a Chaaria. È uno scambio: tutti noi tocchiamo con mano che eravamo venuti in Africa per dare, e torniamo in Italia convinti che abbiamo ricevuto molto di più di quello che effettivamente siamo riusciti ad offrire.
Eccovi ora alcuni stralci delle vostre lettere; la corrispondenza con voi è preziosa e ci fa sentire ricordati ed amati da tutti quelli che sono passati di qui. Grazie della vostra amicizia.
DALLE LETTERE DEI VOLONTARI
- la mia esperienza con voi è stato un periodo meraviglioso e duro nello stesso tempo, perché l’impatto con una realtà così diversa dalla mia non è stato semplice.
- mi trovo in uno stato contraddittorio quando penso che da una parte mi piacerebbe poter mollare tutto in Italia e venire a lavorare stabilmente con voi, dall’altra i legami con la famiglia, gli amici ed il lavoro non mi permettono di fare questa scelta.
- i bambini malati gravi, i giovani agonizzanti per l’AIDS sono come fotografie marchiate a fuoco nel mio cuore, ma solo mie, non da esibire a qualcuno che forse non capirebbe.
- per non parlare dei “piccolini”, un pezzo del mio cuore è ancora con loro: Marco, che sarà ormai un piccolo ometto, e forse sarà all’orfanotrofio... Joy a cui mi sono affezionata moltissimo e mi viene voglia di piangere tutte le volte che la penso; Grace così piccola e indifesa.
- il ricordo di tutti voi e di quell’esperienza è ancora così forte nel mio cuore...e credo che non svanirà mai.
- le persone che ho conosciuto un po’ meglio...... mi hanno offerto un’amicizia che mi rese molto più facile un’esperienza che per certi versi non è stata per niente facile. Con loro mi sono addirittura divertita.
- nella vostra casa l’ospitalità è sacra, ma è pagata con un prezzo d’amore che esige sacrificio e fatica per garantire quella intensa comunione che vi fa Chiesa e segno di Dio.
- ha toccato nel profondo la sofferenza dei poveri. Quando in ospedale vedevo morire bambini, ragazzi, uomini e donne per malaria, denutrizione, AIDS, povertà e miseria, avvertivo in me un senso di colpa per essere parte di una struttura di peccato che schiaccia i deboli e li dimentica.
- porto dentro di me tante immagini: i volti dei bimbi e delle loro tenerissime mamme, le sofferenze ed i sorrisi dei pazienti, gli occhi e le braccia tese dei piccoli all’orfanotrofio... la vostra dedizione infaticabile... Ringrazio davvero il Signore per avermi concesso questa opportunità di servizio.
- è stato emozionante e commovente sentire i pazienti che uscivano dicendomi, “Dio ti benedica”, o i bambini delle scuole e gli insegnanti invitarci a visitarli e farci dei regali, che appaiono umili in sé, ma mi hanno riempito il cuore.
- la nostalgia di voi in me è davvero forte e cresce di giorno in giorno.
- queste esperienze ti cambiano nel profondo tanto che si fa fatica a rivivere come prima.
- Chaaria mi manca tanto... mi mancano tante cose, ma soprattutto la semplicità, l’umiltà ed il sorriso delle persone che ho incontrato.
Fr. Beppe Gaido
PS: accompagnando a casa Makena ieri sera tardi, siamo stati attaccati a sassate da alcuni sconosciuti. Fortunatamente nessuno dei pietroni ha colpito me o Makena che è riuscita a rifugiarsi velocemente in casa sua, mentre io mi sono riparato in macchina e sono ripartito a grande velocità verso l’ospedale. Fa sempre più paura uscire di notte, ma è anche impossibile non farlo quando le emergenze lo richiedono.
Anche oggi abbiamo ricoverato un giovane “machetato” un po’ ovunque: sulle braccia, sulle gambe e sul volto. Mi sembra che il Kenya dei sogni, quello che le autorità vorrebbero ancora dipingere nelle favolose e artificiali locandine per turisti, sia in fase di sgretolamento, lasciando invece sempre più trasparire un clima di violenza e di instabilità che a volte fa paura. Beppe.
martedì 22 aprile 2008
Giorno di lutto
Io ho partecipato alle esequie per soli 30 minuti, nei quali comunque ho potuto vedere una folla immensa di gente, segno che tutti volevano bene al nostro amico che ora già speriamo in Paradiso. Jamlick è stato seppellito nel piccolo cortile antistante la graziosa casetta in legno e pietre, che pian piano si era costruito con 8 anni di lavoro al Cottolengo Mission Hospital.
Oggi è anche venuto a trovarmi Padre Orazio Mazzucchi che da qualche mese non è più a Matiri, ma è stato trasferito a Isiolo: mi ha raccontato di tanta instabilità che ancora regna in quella parte del Kenya, dove continuano a susseguirsi razzie di bestiame che spesso finiscono con morti e feriti. Mi ha detto che in settimana un cittadino cinese che lavorava alla costruzione di un acquedotto per conto della diocesi, è stato freddato con un fucile, durante una rapina.
La cosa più stressante di queste ultime due settimane è rappresentata dal fatto che, per ragioni a me non chiare, in sala parto abbiamo avuto ben 4 neonati che non ce l’hanno fatta: è terribile per noi quando capitano questi periodi, perchè ci vengono dei sensi di colpa e si comincia a fare autocritica, per vedere se qualcosa può dipendere da nostre lacune o errori.
Anche stasera siamo nuovamente saliti al cimitero del Centro per accompagnare alla fossa ben 12 cadaveri, di cui 8 bambini. Quanta gente che ora pregherà per noi, ma anche quanta sofferenza che tutti i giorni ci passa accanto e ci ferisce.
lunedì 21 aprile 2008
Tappa di Pellegrinaggio
Il Pellegrinaggio è incoraggiato dalla Comunità di Taizè.
La partecipazione vedrà molti giovani di Torino, che tra l'altro stanno già operando per l'organizzazione e la buona riuscita dell' incontro.
Alla nostra Associazione è stato chiesto di partecipare con due giovani per il pomeriggio di venedì 2 maggio e sabato 3 maggio.
La parrtecipazione comporta la distribuzione delle lettere dalle nostre Missioni ed una breve presentazione delle nostre attività.
Confido che ci siano giovani che a nome notro parteciperanno a questo incontro, anche per confrontarsi con persone con cui si condividono ideali d'impegno.
Ripropongo il nostro numero di codice fiscale per il 5 x 1000: C.F. 97653480018
Il sito viene aggiornato in tempo reale dalla Signora Nadia Monari - volontaria di Roma.
Ricordo che il giorno 30 aprile ci sarà la festa del Santo Cottolengo.
Per ogni ulteriore approfondimento, potete fare riferimeto alle mie lettere dei mesi scorsi ed al sito blog.
In attesa di riscontro per la disponibilità all' iniziativa del 2 - 3 maggio, saluto cordialmente.
Lino Marchisio
domenica 20 aprile 2008
Il nuovo ecografo: un grazie infinito
sabato 19 aprile 2008
I nemici con cui lottiamo
Carissimi siamo in un periodo di recrudescenza della epidemia malarica ed abbiamo attualmente 25 nuovi pazienti ricoverati ogni giorno a causa della malaria e delle sue complicazioni: anemia, coma, ecc.. Moltissimi sono i bambini al di sotto dell’anno di età, che vengono attaccati e, a volte, uccisi da una malaria che sta diventando sempre più rampante e multi-resistente. Uno dei casi più impressionanti per me è capitato qualche giorno fa: è arrivata una mamma con un bimbo sulle spalle. Diceva che dalla sera prima il piccolo aveva avuto febbre alta. La mamma aveva camminato per più di due ore nel fango. Appena dopo aver detto alla mamma di aprire il fagotto, ci siamo accorti che il piccolo era già morto. Aveva quattro mesi soltanto. Un altro problema che sta emergendo prepotentemente a Chaaria, è quello della malattia psichiatrica, causata soprattutto da una errata interpretazione del Cristianesimo che viene mescolato a pratiche magiche, al malocchio e a riti tribali. Inoltre c’è una insistenza esagerata nella predicazione sulla presenza dei demoni e degli spiriti cattivi, per cui molti pensano di essere indemoniati e vanno fuori di testa. Essi vengono portati qui dove pian piano migliorano a forza di Largactil o di Serenase…ma alla fine, quando stanno meglio attribuiscono questo all’intervento del guaritore o dell’esorcista.
Ciao Fr. Beppe
venerdì 18 aprile 2008
Jamlick ci ha lasciati improvvisamente
Carissimi,
Ancora una volta “sorella morte” e’ passata da Chaaria pesantemente. Questa volta la sua “falce” si e’ abbattuta ferocemente sulla nostra comunita’ portandoci via il nostro falegname Jamlick Koome. E’ stata una dipartita improvvisa e per questo ci lascia ancor piu’ sconvolti. Era ricoverato in ospedale da noi per malaria da circa una settimana, e non dava segno di miglioramento. Continuava a vomitare e ad avere febbre. Sapevamo da tempo che aveva problemi di pressione alta, ma la situazione sembrava del tutto sotto controllo.
Poi ieri mattina repentinamente ha avuto un edema polmonare con la pressione che e’ salita a livelli vertiginosi. L’ECG ha evidenziato un infarto miocardico, e rapidamente si e’ instaurata una insufficienza renale acuta. Abbiamo lavorato per lui senza posa fino a mezzanotte. La situazione a volte concedeva dei momenti di speranza, soprattutto quando il paziente respirava un po’ meglio o quando vedevamo un briciolo di urina dopo il lasix. Poi pero’ alla mezza la situazione e’ precipitata: Jamlick e’ diventato molto irrequieto. Non poteva stare in nessuna posizione, urlava a causa della “fame di aria” che non trovava sollievo neppure con l’ossigeno. In pochi minuti il nostro amico ci ha lasciati dopo aver “gaspato” per due o tre volte, davanti ai nostri occhi attoniti e impotenti: che cosa potevamo fare per lui. Io mi sentivo uno straccio: ho dato fondo a tutte le mie conoscenze e a tutti i farmaci a nostra disposizione. Ero stanco e svuotato. Trasportarlo a Nairobi non sarebbe stato possibile, perche’ era troppo grave. Ora come al solito, mi aspetto qualche accusa da parte della moglie, per non aver acconsentito al viaggio verso la capitale, ma davanti a Dio io penso che il paziente non avrebbe tollerato il trasporto e sarebbe morto per strada.
So che questa notizia portera’ sgomento a molti di voi che siete stati a Chaaria, perche’ Jamlick era anche un amico dei volontari: Gianni Derossi ha lavorato con lui, ed ha condiviso con lui anche sereni momenti davanti ad una bottiglia di birra; Francesco e Gisella hanno imparato da lui come si fa a preparare la birra al miele; Gianluca e molti altri lo hanno visitato a casa sua.
Jamlick ha poco più di trent’anni, e lascia una moglie vedova ed una bambina.
Per noi rimane anche il grosso vuoto nella falegnameria del centro: in questo momento stava preparando gli arredi per una nuova ala della fisioterapia, per gli uffici della contabilita’, e per lo spogliatoio dei pazienti.
Come sempre pieghiamo il capo davanti ad un disegno della Provvidenza che ci sembra al momento incomprensibile. La cosa ancora più triste è che a Chaaria già si parla di “malocchio” ed è cominciata la caccia alle streghe, con scambi violenti di accuse tra vicini di casa e anche tra membri del nostro staff.
Fr Beppe Gaido
giovedì 17 aprile 2008
L'AIDS in un'area rurale del Kenya centrale
Sebbene l’80% dei casi di AIDS si trovi nell’Africa subsahariana, l’organizzazione sanitaria di questi Paesi è spesso carente ed è andata peggiorando dai tempi dell’indipendenza dal colonialismo. La situazione è tragica perché paradossalmente là dove si trova la maggior parte dei pazienti, le terapie non ci sono o sono al di fuori della portata della maggior parte della popolazione.

In Africa si registra ancora un continuo aumento di nuovi casi d’ infezione e per quanto riguarda il Kenya in particolare i dati forniti dalle organizzazioni governative di controllo, danno delle stime di prevalenza (cioè il numero totale dei pazienti), che si aggirano sul 13% su scala nazionale, con grandi differenze tra una zona e l’altra del Paese (per esempio in certe baraccopoli intorno a Nairobi la prevalenza sembra essere di circa l’80%).
Purtroppo il distretto di Meru detiene il triste primato di essere la zona del Kenya, dove il numero di nuovi casi continua a crescere più rapidamente (i sieropositivi erano circa il 18% nel 1998, mentre attualmente sono circa il 28%). A tutt’oggi la percentuale di letti ospedalieri occupati da malati affetti da AIDS e sindromi correlate è maggiore del 50% e si pensa che possa ancora crescere nel prossimo futuro.
L’AIDS normalmente colpisce giovani adulti che si trovano nella fascia lavorativa: tendenzialmente essi sono sposati ed hanno già dei figli.
Dal punto di vista puramente economico, questa terribile malattia sta eliminando i cittadini dell’età produttiva ed ha gravi ripercussioni sia nell’industria che nell’agricoltura. Inoltre la scomparsa degli adulti ha portato alla dissoluzione di interi nuclei familiari, dove i figli sono rimasti orfani e si sono riversati nelle strade delle varie città cercando di vivere di espedienti. Questo grave fenomeno degli “street boys” (ragazzi di strada), costretti a vagare e a sniffare la colla per non sentire i crampi della fame, è senza dubbio una delle più terribili conseguenze dell’AIDS.
Altro elemento problematico è il fatto che molte giovani donne scoprono di essere sieropositive quando sono ormai gravide: da ciò deriva un notevole rischio di trasmissione verticale del virus da madre a feto, sia durante i mesi della gestazione che durante il parto.
Fino al 2001 in Kenya non c’era alcuna possibilità di acquistare i farmaci antiretrovirali, che hanno contribuito al miglioramento delle condizioni di vita dei malati europei ed americani.
La terapia antiretrovirale è oggi disponibile ed è gratuita per il paziente, ma rimangono aperti molti problemi, come l’accessibilità alle terapie, la distanza dai centri di distribuzione, il fatto che gli esami diagnostici per studiare gli effetti collaterali non sono gratuiti ed anzi sono molto costosi.
Le ragioni di questa estensione a macchia d’olio sono complesse e numerose: certamente la miseria e l’ignoranza; ma anche il crollo dei valori tradizionali, quali la famiglia e la fedeltà coniugale all’interno di una cultura dove il sesso ricopre un’enorme importanza.
VIE DI TRASMISSIONE
Per quanto riguarda il Kenya si può dire che circa il 90% dei contagi avviene per via sessuale, e più precisamente eterosessuale; la trasmissione avviene attraverso rapporti non protetti con partners occasionali, magari incontrati nel posto di lavoro che il più delle volte è lontano da casa.
Nella maggior parte dei casi il marito è costretto a lasciare la propria abitazione per andare a cercare lavoro e soltanto raramente ha la possibilità di ritornare in famiglia.
Le difficoltà e l’incapacità di vivere una vita di astinenza, lo porteranno a ricercare la compagnia di giovani donne del posto. Quando ritornerà a casa, sarà lui il veicolo attraverso il quale il virus potrà raggiungere la moglie e tramite lei probabilmente anche i figli durante future gravidanze.
Altre vie di trasmissione possono essere le punture accidentali per il personale addetto alla sanità o, soprattutto per il passato, l’uso di siringhe e taglienti non propriamente sterilizzati, o le trasfusioni di sangue non testate per il virus.
Due sono i principali ceppi di virus responsabili della malattia: HIV1 ed HIV2.
La differenza tra i due, consiste soprattutto nella velocità con cui essi causano immunosoppressione e morte. Il virus HIV1 causa una progressione di malattia molto più rapida mentre l’HIV2 è responsabile di malattia meno aggressiva, che quindi dà al paziente molti più anni di sopravvivenza. Purtroppo l’Africa Orientale è per il 95% affetta da infezioni da HIV1: di conseguenza il tempo medio dalla comparsa dei sintomi alla morte per i pazienti del nostro ospedale non supera i 2 anni.
LA TRASMISSIONE MATERNO-FETALE
Avviene principalmente durante il travaglio ed il parto, anche se non si può escludere una trasmissione durante tutto il corso della gravidanza.
Inoltre un’altra via attraverso la quale il neonato può essere infettato è l’allattamento materno; dal momento che il latte materno contiene alte quantità di virus.
Purtroppo non possiamo fare nulla per aggredire quella percentuale d’ infezioni che avvengono durante il corso della gravidanza; infatti i farmaci che permetterebbero di fare questo, se dati alla madre fin dall’inizio della gestazione, sono al di fuori delle nostre possibilità economiche.
Da alcuni mesi però c’è qualche speranza per le trasmissioni che avvengono durante il travaglio ed il parto: infatti abbiamo a disposizione un farmaco chiamato nevirapina, che è in grado di ridurre enormemente la percentuale di infezioni al feto. Tale farmaco costa molto poco ed è assai facile da usare: è sufficiente somministrare una compressa alla madre all’inizio delle doglie, ed un po’ di sciroppo al bambino entro 72 ore dalla nascita.
Sembra che il farmaco funzioni molto bene, anche se permane la tristezza per dover dire alla madre, che la medicina funzionerà solo per il bambino e non per lei, sul cui organismo invece la malattia continuerà ad agire.Per quanto riguarda l’allattamento al seno, sarebbe certamente auspicabile proporre una totale sospensione di tale pratica. Ma ci sono molti problemi anche da questo punto di vista; il primo è ancora di carattere economico: i vari tipi di latte in polvere costano molto e non sono facilmente reperibili nei villaggi più rurali. Inoltre a ciò si aggiunge il problema dell’acqua, che spesso viene raccolta in ruscelli o pozze contaminate e non viene successivamente bollita, perché non c’è legna a sufficienza. Ciò può causare diarree così profuse, da portare rapidamente il neonato alla disidratazione ed alla morte.
Un altro problema constatato da noi personalmente, è che le mamme tendono a diluire il latte in quantità eccessive di acqua per risparmiare, causando malnutrizione e ritardo di crescita.
Per questo abbiamo aderito alle linee guida nazionali che consigliano di allattare il bambino esclusivamente per 4 mesi e di svezzare poi completamente, evitando l’alimentazione mista di latte materno e cibi più solidi.
Siamo consapevoli del fatto che così facendo non operiamo al meglio, ma studi condotti in Kenya ci dicono che è forse la via che conduce alla massima riduzione possibile dei contagi dovuti al latte materno.
PRESENTAZIONE CLINICA
Come ormai si sa quasi universalmente, possiamo dividere il decorso della malattia in vari stadi: quando si parla di contagio, ci si riferisce al momento in cui il virus entra nell’organismo.
Per quanto riguarda il Kenya, il contagio avviene normalmente per via eterosessuale, cioè attraverso un rapporto sessuale non protetto con un partner sieropositivo. Normalmente il contagio non si associa a nessun sintomo ed il paziente non avverte alcun problema. Da questo momento il soggetto diventa contagioso perché il virus comincia a replicarsi nel suo sangue e comincia a colonizzare vari tessuti dell’organismo. Egli però non sa di essere malato. Purtroppo, se egli si dovesse recare all’ospedale per qualunque ragione (per esempio per donare sangue ad un bambino anemico a causa della malaria), i test a nostra disposizione ci direbbero che egli è negativo, per un periodo di 3-5 mesi. E’ questo il cosiddetto periodo finestra (“window period”); la ragione di questo tempo così pericoloso sta nella natura dei test a nostra disposizione, che normalmente non possono testare la presenza del virus, ma solo quella di anticorpi contro di esso.
Generalmente l’organismo necessita di un certo tempo per produrre una quantità di anticorpi determinabile con l’esame di laboratorio. Nel periodo in cui il virus è nel sangue, ma gli anticorpi non sono ancora formati, la persona è in “window period”, cioè egli è infatti contagioso, ma non possiamo determinarlo con i mezzi che abbiamo; si tratta di un tempo pericolosissimo che ci fa dire che almeno in questa parte del mondo non si può parlare di trasfusioni completamente sicure. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha recentemente distribuito nel Terzo Mondo dei test rapidi chiamati ELISA di terza generazione, che sembrano ridurre la durata della finestra a 5 settimane. In Occidente esistono dei test in grado di trovare direttamente il virus (sono chiamati PCR, dalle iniziali inglesi): tali metodi eliminano di fatto il pericolo, ma non sono disponibili per noi.
Dopo un tempo variabile dai 3 ai 5 mesi, la persona che ha prodotto anticorpi diventa in effetti positiva (in termini medici si dice che sieroconverte da negativo a positivo): la sieroconversione di solito non si accompagna a sintomi ed il paziente non ne sarà al corrente. In una certa percentuale di casi (che per il Kenya non supera il 20%), esiste una malattia acuta ed autolimitante al momento della sieroconversione: il soggetto sviluppa febbre, dolore alle giunture, cefalea, rigonfiamento dei linfonodi al collo, ascelle ed inguine. Dopo alcuni giorni i sintomi spariscono, e normalmente la persona interpreta il malessere dei giorni precedenti come un attacco di malaria.
Il soggetto è dunque HIV positivo, ma continua ad essere forte ed in ottima salute come prima: come mai? Il virus va a replicarsi all’interno di un particolare tipo di globuli bianchi, chiamati linfociti CD4+: queste cellule sono deputate alla difesa dell’organismo da molti tipi di malattie infettive e di tumori. Per molti anni l’organismo è capace di compensare il numero di cellule perse a causa dell’infezione, con la formazione di nuove cellule all’interno del midollo osseo. Questa è la ragione per cui la persona continua ad essere capace di difendersi dalle malattie, e gode di buona salute (si dice che è ancora immunocompetente).
Tale periodo di sieropositività senza malattia per il Kenya dura all’incirca 8 anni: anche questo periodo è molto pericoloso perché il paziente, non sapendo di essere contagioso, continuerà con una consueta attività sessuale e normalmente non richiederà alcun test.
Dopo circa 8 anni, il numero di linfociti prodotto dall’organismo comincia a diminuire, mentre la velocità di distruzione da parte del virus continua a crescere: sostanzialmente è come se ci fosse un esaurimento funzionale del midollo osseo. In questo momento le difese cominciano a diminuire progressivamente e la persona diventa immunodeficiente, cioè incapace di difendersi da molte patologie che gradualmente assaliranno l’organismo fino a portarlo alla morte. Quando le difese del paziente diventano molto compromesse, egli si ammalerà di infezioni così deboli che normalmente non riescono a contagiare persone immunocompetenti: tali malattie in grado di attaccare solo pazienti con fasi avanzate di HIV si chiamano opportunistiche, perché colgono l’opportunità della debolezza del sistema immunitario per causare malattia. Quando il soggetto HIV positivo sviluppa patologie sempre più gravi, perde peso corporeo e diventa emaciato e pian piano si avvia verso la morte, egli entra nello stadio di AIDS conclamato. Il tempo di sopravvivenza in questo stadio, per noi non supera mai i due anni per le persone che non possono accedere ai farmaci antiretrovirali, mentre dobbiamo ammettere che è davvero molto più lungo, per coloro che possono permettersi l’acquisto di queste medicine.
Nella nostra situazione in Kenya, possiamo dire che le infezioni che normalmente portano il paziente alla morte sono di natura infettiva; anche le neoplasie sono presenti, ma globalmente incidono di meno.
Il killer principale per noi è la tubercolosi, che si associa all’HIV in altissima percentuale: si dice che l’80% dei pazienti con AIDS in Kenya svilupperanno TBC nel corso della vita. La TBC in un paziente sieropositivo sarà molto più aggressiva e più difficile da curare perché spesso resistente ai farmaci e tendente a recidivare (cioè a ricomparire nuovamente dopo la terapia).
L’altro grosso nemico, sono le diarree a volte irrefrenabili e continue per molti mesi: tale patologia porta rapidamente alla disidratazione in un contesto semiarido e molto caldo con ridotte possibilità di accesso all’acqua. Si parla a questo riguardo di “slim disease”, cioè di malattia che porta ad una magrezza estrema.
Le cause più frequenti di diarrea sono le comuni infestazioni intestinali, come l’ameba o la giardia; non mancano però situazioni più complesse, come il tifo addominale o altre infezioni opportunistiche (per esempio la diarrea da criptosporidium parvum). Quasi sempre inoltre i pazienti in fase avanzata di AIDS sviluppano una infezione della bocca chiamata mughetto, che causa la formazione di placche biancastre sulla mucosa orale, esofagea e gastrica. Il mughetto provoca al paziente una sgradevole sensazione di bruciore in bocca, accompagnata da un sapore cattivo per tutti i cibi. Per tale motivo il soggetto non riesce ad alimentarsi, fatto che, aggiunto alla cronica diarrea, costituisce un giro vizioso che porta al rapido decadimento delle condizioni generali e alla morte.
Il tumore più frequente nella nostra casistica è rappresentato dal sarcoma di Kaposi, che è una neoplasia maligna delle strutture vascolari, la quale si presenta con placche e noduli cutanei e mucosi di color violaceo o marrone scuro. Tale tumore si espande lentamente e può interessare anche gli organi interni. La persona avverte dolore nelle aree interessate, e spesso non riesce a nutrirsi, soprattutto quando il sarcoma si espande alla bocca e all’apparato digerente. Purtroppo anche in questo caso la chemioterapia rimane appannaggio di pochissimi, per motivi esclusivamente economici. Si sa dalla letteratura medica che comunque il sarcoma di Kaposi migliorerebbe notevolmente, anche solo con l’impiego dei farmaci antiretrovirali, se solo il prezzo potesse scendere a livelli accessibili a tutti.
DIAGNOSI
Il nostro apparato diagnostico è alquanto limitato. Non disponiamo dei grandi macchinari normalmente usati in Italia. L’OMS fornisce dei kits per una diagnosi rapida della malattia. Sono in genere molto semplici da usare e non richiedono personale particolarmente specializzato. Possono dare il risultato in circa 15-20 minuti, e sono assolutamente affidabili sui test negativi (in altre parole non danno mai dei falsi negativi). Per quanto riguarda i risultati positivi, questi vanno confermati con 3 metodiche diverse perché c’è una certa possibilità di risultati falsamente positivi in circa il 3% dei casi.
Altri esami come la conta dei linfociti CD4, o la misurazione della carica virale, pur essendo disponibili a Nairobi, sono al di là delle possibilità dei nostri pazienti e del nostro ospedale, per cui cerchiamo di orientarci clinicamente sul tempo più adatto in cui iniziare la terapia antiretrovirale. Il metodo empirico da noi usato per capire se il paziente è in stadio di AIDS avanzato è l’uso di particolari schemi forniti dall’OMS, attraverso i quali possiamo orientativamente classificare i pazienti in 4 classi, ognuna delle quali rappresenta uno stadio più avanzato della malattia. In pratica definiamo in AIDS conclamato tutte le persone che possono essere classificate in stadio 3 o 4.
PREVENZIONE
Di fronte ad un problema di tale portata, per cui non disponiamo né di medicine, né di adeguati strumenti diagnostici e tanto meno di tutto quell’apparato di supporto psicologico di cui il paziente avrebbe bisogno, la nostra arma principale rimane soprattutto la prevenzione.
Cerchiamo di lavorare sugli studenti, sui gruppi parrocchiali e diocesani, sugli adulti che si preparano al matrimonio, per insegnare loro che la nostra unica speranza per ora, è nell’evitare il contagio a tutti i costi. Sottolineiamo che con uno stile di vita morigerato e fedele all’interno della coppia il contagio si può evitare. Insegniamo inoltre a tutte le persone che ci frequentano, che è cosa buona sottoporsi ad un test HIV, perché questo può orientare le future scelte sia matrimoniali che sociali. Riteniamo che insegnare e testimoniare la fedeltà all’interno della coppia, e l’astensione assoluta da rapporti sessuali casuali, sia la spina dorsale del nostro programma preventivo.
Sappiamo che il governo sta facendo campagne molto serrate per l’uso del condom, ma ci rendiamo conto che questa strada non può condurre alla soluzione del problema; e questo per vari motivi. Principalmente la gente comune non ama “il sesso con il preservativo” ed ha la tendenza ad avere rapporti non protetti, anche quando sa di essere a rischio. Inoltre moltissimi sono coloro che davvero non sanno usare questo strumento il cui impiego improprio porta spesso non solo a contagi non previsti, ma anche a gravidanze non desiderate e va quindi ad aggravare un altro grande problema sociale, quello rappresentato dagli aborti criminali espletati da personale non competente ed in condizioni igieniche terribili. C’è poi da tenere conto del fatto che anche il modo in cui i condom vengono conservati, sia nei magazzini dei rivenditori, sia a casa, è spesso inadeguato; da ciò consegue un alto rischio di rottura durante l’uso dovuto all’eccessiva secchezza del prodotto.
Noi riteniamo che sia importante lavorare insieme agli insegnanti, perché in tal modo si può interagire con il futuro, con coloro che costituiranno il Kenya di domani, con coloro che saranno chiamati a portare avanti il nostro messaggio di prevenzione alle prossime generazioni.
QUALCHE SEGNO DI SPERANZA
Rimanendo nell’ambito della lotta all’AIDS, possiamo dire che ci sono molte novità di rilievo: prima di tutto la nascita di centri gratuiti, dove la popolazione può sottoporsi a test volontario per l’HIV e può ricevere supporto psicologico e consiglio da parte di personale specializzato. Inoltre il Governo fornisce una buona quantità di materiale gratuito per esami HIV a tutte le strutture sanitarie di carattere missionario o comunque umanitario, al fine di invogliare anche i più poveri ad accostarsi al test.
I farmaci antiretrovirali vengono dati gratuitamente dal Governo.
Anche l’OMS e l’opinione pubblica mondiale stanno prendendo coscienza sempre più chiara delle dimensioni della “pandemia africana” e si moltiplicano gli esempi di grandi organizzazioni e case farmaceutiche che tentano di rendere accessibili anche ai più poveri quelle terapie che già da anni in Europa ed in America hanno trasformato e prolungato la vita di tanti malati.
Personalmente ritengo che dovremo lottare ancora per molti anni, prima di poter dire che il problema AIDS in Africa sia almeno sotto controllo; ancora per molti anni vedremo morire gente giovane nei letti dei nostri ospedali e vedremo orfani rimasti soli a causa della malattia che ha portato via i loro genitori.
Ma almeno ora vediamo una luce: ci rendiamo conto di non essere più soli, di avere dietro a noi non solo il Governo del Kenya, ma il mondo intero che finalmente ha aperto gli occhi sulle dimensioni del problema ed ha deciso che non si può più aspettare, ma bisogna agire immediatamente, per tentare di impedire la catastrofe nel Continente Nero.
Come Cristiani e come uomini siamo dunque ottimisti e pur piangendo le migliaia di morti (700 persone muoiono ogni giorno di AIDS in Kenya), ora speriamo in un futuro migliore e in una reale possibilità di cura anche per le persone più disagiate.
Fr Beppe Gaido
Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.
Fratel Beppe Gaido
