domenica 30 novembre 2008

Programma mensile per L'Immacolata e per il Natale alla Piccola Casa di Torino

DivisorioLucette1.gif
DICEMBRE 2008
Candelinarossa.gif


4 GIOVEDÌ S. Messa per i BENEFATTORI.

5 VENERDÌ PRIMO DEL MESE (Lodi inserite) - GIORNATA EUCARISTICA
Ore 10.00 S. Messa, turni di Adorazione fino alle ore 20.45.
Ore 20.45 TRIDUO IN PREPARAZIONE ALLA SOL. DELL’IMMACOLATA, predica: don CARMINE ARICE - Benedizione.

6 SABATO PRIMO DEL MESE (Lodi inserite)
Ore 20.45 Triduo in preparazione alla sol. dell’IMMACOLATA.

7 DOMENICA II DI AVVENTO
Ore 16.00 Triduo in preparazione alla sol. dell’IMMACOLATA – Esposizione - Vespri – Benedizione.

8 LUNEDÌ IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA, Sol.
Cagnolino.gif

Ore 16.00 S. Rosario - Vespri – Benedizione.

11 GIOVEDÌ GIORNATA EUCARISTICA – orario solito.

14 DOMENICA
III DI AVVENTO
Ore 16.00 S. Rosario – Vespri – Benedizione.

16 -23
Ore 20.45 (feriali) NOVENA DEL S. NATALE, predica: don ANTONIO NORA.

16 MARTEDÌ S. Messa di Comunità in preparazione al IX Capitolo delle Suore di S. G. B. Cottolengo.

18 GIOVEDÌ GIORNATA MISSIONARIA E GIORNATA EUCARISTICA.
Adorazione fino alle ore 16.00;
Ore 16.00 S. Messa per tutti gli OPERATORI LAICI DELLA PICCOLA CASA.

19 VENERDÌ
Ore 11.00 S. Messa per gli alunni delle SCUOLE COTTOLENGO.

21 DOMENICA IV DI AVVENTO
Ore 16.00 Novena - Vespri – Benedizione.

24 MERCOLEDÌ VIGILIA DI NATALE
Ore 23.30 UFFICIO DELLE LETTURE e solenne CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA.

25 GIOVEDÌ NATALE DEL SIGNORE
AlberoNatale.gif

Ore 07.00 Lodi inserite nella S. Messa
Ore 10.00 S. Messa
Ore 16.00 S. Rosario – Vespro – Benedizione.

26 VENERDÌ S. STEFANO
Ore 06.45 Lodi inserite nella S. Messa - Omelia
Ore 16.00 S. Rosario – Vespro – Benedizione.

28 DOMENICA S. FAMIGLIA DI GESÙ, GIUSEPPE E MARIA
Ore 16.00 S. Rosario – Vespro – Benedizione.

31 MERCOLEDÌ ULTIMO GIORNO DELL’ANNO - GIORNATA EUCARISTICA
Ore 10.00 S. Messa - Esposizione - turni di Adorazione fino alle ore 20.45
Ore 20.45 Omelia - canto del TE DEUM – Benedizione.

DivisorioRenna.gif

Deo gratias!
Buone feste!

TopinoCalza.gif

Siamo gli orfani di Suor Oliva


... come sapete Patrick sta meglio, e sta dormendo nell'altro lettino. Ha ancora la flebo ma indubbiamente è molto più vivace. Noi siamo tutti in forma. Nessuno di noi è malato. Ora le nostre notti sono un attimino più tranquille perchè all'ospedale hanno deciso di comprarci i pampers: questo per noi è un giorno specialissimo, perchè ora i nostri sederini rimangono asciutti per moltissime ore e noi possiamo riposare bene senza essere svegliati da quel fastidioso senso di bruciore causato dalla nostra pipì. Prima quei pannolini di tela erano un po' un calvario, e rimanevano a volte bagnati per molto tempo.

Non è che di notte non ci guardassero, ma capite che con 160 altri pazienti, le nostre infermiere a volte non potevano materialmente venirci a sistemare. Poi anche Patrick le ha impegnate tantissimo per varie notti. Grazie davvero a tutti i nostri genitori adottivi del blog che ci mandano un po' di soldini con cui ci vengono procurati questi morbidissimi pannolini.
Provate a indovinare i nostri nomi. Ve li ricordate?
Ciao. Sogni d'oro.

Gli orfanelli semi-addormentati
BebeCiuccio.gif
Orfanello1.JPG
PlutoNeve.gif
Orfanello2.JPG
Winninatale.gif
Orfanello3.JPG
Buonanotte.gif


sabato 29 novembre 2008

Quanta strada da quei giorni pionieristici


Era un giorno piovoso dell’aprile 1998 quando ricevemmo una mamma che aveva appena partorito a casa e poi era caduta in coma profondo: io feci l’esame della malaria che risultò positivo ad alta densità. Era un caso di malaria cerebrale. La mamma era sporca di fango e sanguinava a causa di una lacerazione post partum. Decidemmo di lavarla, e di riparare la lacerazione che sanguinava molto. Battezzammo il bambino e lo chiamammo Pasqualino, essendo il Venerdì Santo. Poi la paura mi ritornò, ed insieme a Fr Maurizio decidemmo di portare la paziente all’ospedale di Nkubu: noi non avevamo posti letto ed io mi sentivo totalente inadeguato.

Prendemmo la macchina, ma il Signore aveva un altro disegno: appena fuori Chaaria ci impantanammo nel fango, l’auto affondò in un rigagnolo laterale e non ci fu alcuna possibilità di proseguire. Chiedemmo l’aiuto della gente: vennero in molti con le “panghe”, i badili e le zappe; portarono pietre e spinsero la macchina che faticosamente venne fuori dal fosso con la frizione che puzzava di bruciato. Ritornammo a Chaaria e decidemmo che bisognava provare a fare qualcosa. Mettemmo il chinino in vena, e con sorpresa di tutti, la mamma venne fuori dal coma in meno di 48 ore. L’avevamo messa su una branda in corridoio, dove precedentemente c’era una stufa a legna. La mamma si riprese e tornò a casa con il suo Pasqualino… l’abbiamo vista dopo due anni,ed era in gran forma insieme al suo piccolino.
L’esperienza ci galvanizzò e pensammo che avremmo potuto anche ricoverare alcuni casi selezionati. La seconda paziente ricoverata si chiamava Monica: aveva un tumore del cuoio capelluto e, a causa della radioterapia, ora aveva un enorme cratere da medicare tutti i giorni. Monica rimase con noi per alcuni mesi finchè il Signore la chiamò a sé. La terza paziente era una giovane maestra di Chaaria: si chiamava Florence.
Venne da noi con chiari segni di AIDS: era magrissima, aveva diarrea continua e non poteva mangiare a causa del mughetto che le occupava tutto il cavo orale. Per molto tempo le offrimmo terapia ospedaliera diurna: andavamo a prenderla al mattino nella sua capanna di paglia e legno, dove la trovavamo tutta sporca di diarrea; la pulivamo e poi la portavamo in dispensario dove iniziavamo le flebo e le altre terapie endovenose. Alla sera la riportavamo a casa. L’abbiamo seguita fino alla morte.
esterno1.JPG
... Ora i posti letto sono 160, sempre pieni, e le visite ambulatoriali sono costantemente al di sopra delle 250 al giorno.
Grazie, Signore, del cammino che ci hai fatto fare. Non avevamo piani preordinati. Nessuno avrebbe mai pensato di fondare un ospedale. Ma Tu ci hai guidati, hai fatto crescere la tua creatura secondo piani che ancora ci sfuggono ma che seguiamo con fiducia ed entusiasmo.


chaaria 2007 070.jpgQuesti tre capostipiti sono stati l’inizio di una esplosione: pazienti che fioccavano da ogni parte, nuove richieste, nuovi bisogni, e nuova voglia di imparare, di fare, di rispondere a tali problemi. Chaaria non ha mai avuto un chiaro piano preordinato. Sono stati i pazienti, con i loro bisogni a guidare l’espansione dell’ospedale, che è cresciuto un po’ come un fungo. Ci piace pensare che non siamo stati noi a dare delle caratteristiche alla nostra struttura sanitaria, ma sono stati i malati stessi a modellarsi l’ospedale così come a loro era più utile.
Il Cottolengo Mission Hospital non è partito come una struttura muraria, che poi si è andata via via riempiendo di utenti. E’ stato sempre l’esatto contrario: costantemente senza letti, senza spazi, senza strumenti adeguati, ma assediati dai pazienti, abbiamo cercato, con l’aiuto dei Superiori e dell’Associazione dei Volontari, di espandere e di costruire, per cercare di rispondere in modo adeguato a tutte queste problematiche.
Grazie Signore, del cammino percorso finora; continua a guidarci nel nostro futuro incerto e nebuloso.

Fr Beppe Gaido

Fila.JPG



venerdì 28 novembre 2008

Sono Patrick...e stò un pò meglio

Ciuccio.gif
...Thank you for your prayers. Adesso la diarrea è diminuita, riesco a mangiare un po' senza vomitare, ed ho messo su qualche grammo. Mi fanno ancora molti farmaci in vena ma speriamo che il peggio sia passato.Vi abbraccio tutti.
Patrick
Patrick2.JPG

In cordata


Il blog mi mette in contatto con tantissima gente, anche con persone splendide che non sono mai state a Chaaria, ma condividono con noi tanti ideali e tanti sogni.

Che bello parlare con loro dei problemi, delle aspettative e dei traguardi del Terzo Mondo! Che bello sentirmi in profonda sintonia con tanti che sono davvero impegnati nella lotta alla disuguaglianza che separa i Paesi ricchi da quelli poveri! E’ una piacevole sorpresa leggere mail che mi parlano di decine di attività di “commercio equo e solidale”. Mi sono reso conto che la sensibilità ai problemi dei popoli in via di sviluppo aumenta e diventa capillare in un’ampia fascia di giovani e meno giovani.
Rimane poi sempre vero che l’impegno di servizio verso i più poveri è un messaggio che tutti possono comprendere: davanti alla sofferenza ingiusta di un bambino che muore di malaria, il credente e l’agnostico si danno la mano e si mobilitano per l’aiuto.
Tanti messaggi che ricevo mi aiutano a prendere sempre più coscienza che siamo in tanti a credere e a lottare per un futuro più giusto a tutte le latitudini. E’ una specie di cordata in cui tutti siamo uniti: alcuni di noi sono concretamente presenti in Africa, in India o in America Latina, e si impegnano direttamente contro la miseria; altri fanno un lavoro non meno importante dall’altra parte della cordata: rimangono in Italia, ma sensibilizzano le masse, ci aiutano nella raccolta fondi e nelle attività di conoscenza e divulgazione. Noi, in “missione”, lavoriamo anche a nome di tutti coloro che con le loro attività ci procurano i fondi per tirare avanti ed incrementare le nostre strutture ed i nostri equipaggiamenti; voi in Italia ci aiutate a non provare solitudine, a sentirci parte di una rete di solidarietà che è ben più grande di Chaaria o di Tachina.

SpinaPersone.jpg

Credo che l’Africa o il Sudamerica, con le loro povertà si ano un po’ la coscienza del mondo occident ale, una specie di pungolo interiore che non ci lascia dormire perché certamente renderemo conto a Dio della miseria che sistemi ingiusti di vita hanno creato a danno di milioni di nostri fratelli meno fortunati. La nostra società industrializzata corre il rischio di ricevere la stessa sorte del ricco del Vangelo che banchettava lautamente senza accorgersi del povero Lazzaro che giaceva malato e affamato alla sua porta. Ecco quindi il grande ruolo della nostra rete di solidarietà che si deve allargare sempre di più, perché ha un ruolo terapeutico e redentivo per il cuore di molti.
Grazie al blog posso spesso parlare con persone eccezionali, veramente impegnate nel bene, in vari settori ed in molti Paesi. Pensando a tutta questa gente che si dà da fare nel silenzio, sovente ripeto a me stesso: “Come è ricca la nostra società se sappiamo guardare alla foresta che cresce senza far rumore”.

Dobbiamo rafforzarci in questa consapevolezza per non soccombere di fronte al clima culturale dominante dove è di casa il disimpegno e l’individualismo. Dobbiamo unirci e disseminare le nostre idee di solidarietà per la promozione dei poveri. Siamo davvero una grande cordata, e noi abbiamo un enorme bisogno di voi.
Sia Dio la vostra ricompensa.

Fr Beppe Gaido

giovedì 27 novembre 2008

A CHaaria a volte due più due, non fà quattro


Visito Kanana verso le 11 di mattina. Ha una gravidanza prolungata. Noi medici diciamo che ha una post-maturita’ del feto.
Lei e’ sicura dell’ultima mestruazione. Faccio l’eco e confermo la presenza di segni di pericolo: liquido un po’ ridotto, grosse calcificazioni sulla placenta. L’eta’ gestazionale sembra di cica 43 settimane: bisogna agire subito, perche’ a questo stadio il bambino potrebbe morire in utero ad ogni momento.
Pensiamo alle possibilita’ di fronte a noi: il feto non sembra enorme. Il canale del parto sembra adeguato. La mamma non vorrebbe un cesareo in quanto si tratta di un primo figlio e la cicatrice potrebbe obbligarla a ridurre il numero di gravidanze successive.
Io mi trovo in pieno accordo e decidiamo per un parto medico, inducendo le contrazioni con oxitocina: la dose e’ corretta, il follow up senza problemi. Il battito rimane buono costantemente man mano che le doglie si instaurano ed aumentano in intesita’ e durata. L’induzione procede ottimamente come tempi: siamo in linea con il grafico del partogramma e non abbiamo segni di distress fetale. Ogni tanto sento Kanana urlare di dolore, ma non sono preoccupato: Judith continua a ripetermi: “good contractions. No problems”.
Il bimbo nasce in tempi record. Alle 5.30 pm gia’ stiamo aspirando le secrezioni dal naso del piccolino: e’ un maschio, piange forte, respira bene (con un parolone di quelli che piacciono ai medici, scriviamo nella sua cartella che l’Apgar e’ di 10, cioe’ perfetto).


La mamma e’ entusiasta: ci chiama tutti e ci vuole abbracciare anche se si trova ancora sulla barella. Sorride ogni volta che le passo vicino. Io tiro un sospiro di sollievo e mi apparto nuovamente nel mio studio dove riprendo l’ambulatorio.
Passano pero’ solo 45 minuti che vengo nuovamente chiamato con urgenza in sala parto. Il piccolo di Kanana inspiegabilmente ha sviluppato un forte distress repiratorio: ha fame d’aria ed e’ tutto cianotico. Mettiamo subito ossigeno attraverso una cannula nasale, ed iniziamo a procurare tutti i farmaci a nostra disposizione per la rianimazione neonatale. Aspiriamo meconio dalle sue narici, ma dopo un po’ ci rendiamo conto che il piccolo ha ematemesi (cioe’ vomita sangue). Cosa e’ successo? E’ inspiegabile! Io mi sento disfatto e mi sento in colpa: sara’ stata colpa dell’oxitocina? Eppure la dose era corretta ed i tempi di somministrazione adeguati. Anche l’indicazione era da protocollo, visto che non c’erano controindicazioni al parto naturale.
Continuiamo a rianimare ed alterniamo momenti di gioia in cui il piccolo torna a piangere forte, ad altri di sconforto, quando per esempio ci rendiamo conto che la cianosi ritorna appena l’ossigeno viene sospeso per un attimo.
Lottiamo per il neonato fino alle 11.30 di sera. A questo punto ci sembra di avere esaurito anche le riserve mentali e ci sentiamo inutili. Quando vado a letto verso mezzanotte, lui e’ in incubatrice; ha la cannula per l’ossigeno in una narice, una vena attraverso cui riceve terapie varie ed infusioni. Piange adeguatamente e Wambeti mi dice di andare pure a riposare, mentre lei avrebbe seguito il caso. Pinuccia ed alcuni Fratelli sono con me: ci fermiamo un attimo a pregare per il piccolino. Poi lo abbandoniamo alle mani di Dio.
Stamane, prima della preghiera in cappella, decido di passare a salutare mamma e pargoletto: invece, con un acuto dolore che mi ha attanagliato la gola, ho visto l’incubatrice vuota ed una piccola scatola di cartone sul tavolo li’ vicino. Apro il contenitore con circospezione: purtroppo era proprio vero. Il bimbo era lì dentro senza vita. Quasi non mi sono accorto che la madre e’ in piedi alle mie spalle, bellissima e seria, senza una lacrima. Ha guardato il corpicino con me. Io non ho trovato parole. Ho abbassato gli occhi con imbarazzo... l’unico gesto che automaticamente sono riuscito a fare e’ stata una carezza sulla guancia della giovane disperata. Lei non si e’ scostata. Ha ricevuto il mio segno ed ha posto il palmo della sua mano sulla mia: io ho continuato a non guardarla e a non dire niente. Poi lei e’ uscita dalla nursery ed e’ tornata a letto.
Mi sento cosi’ male: se avessi fatto il cesareo probabilmente questa donna ora avrebbe un figlio; ma come si fa a saperlo in anticipo? Non posso riavvolgere il tempo e tornare indietro.
Rimango profondamente confuso mentre mi avvio verso la chiesa e cerco di offrire anche questo nuovo episodio al Signore, l’unico che sa il perche’ di certi avvenimenti e certe sconfitte.

Fr Beppe Gaido

mercoledì 26 novembre 2008

Shukrani ya punda ni teke

Com’è difficile a volte aiutare gli altri! La filantropia da sola non basta. Ci vogliono forti motivazioni che ti aiutino a sopportare anche il fatto che spesso la natura umana è completamente incapace di riconoscenza. Mi è successo pochi giorni fa, quando ho deciso di dare un passaggio ad un paziente ricoverato da noi che veniva dimesso.
Si è seduto nella parte posteriore dell’auto ed ha sempre parlato gentilmente con me e con Brother Albert, che si trovava vicino a me sul sedile anteriore. Giunti in una zona collinare a metà strada tra Chaaria e Meru, il nostro passeggero ha detto di essere arrivato. Ci siamo quindi fermati per farlo scendere e lo abbiamo salutato con simpatia prima di ripartire.
Arrivati a Meru però ci attendeva una grande sorpresa: ci aveva rubato uno scatolone con 3000 compresse di un comune antimalarico, e gli scarponi che spesso tengo di riserva in macchina in caso di pioggia e fango.
E’ stato un duro colpo, non solo per il valore economico delle medicine che dovevamo portare ad un dispensario missionario, ma soprattutto per l’idea di essere stati così tanto ingannati da una persona che poche ore prima era in coma nel nostro ospedale a causa di una malaria cerebrale.
Dopo un attimo di rabbia stizzita ho riflettuto sul fatto che bisogna sempre lavorare per il Signore. Egli vede il nostro cuore, e sarà Lui la nostra ricompensa. La gratitudine umana è un dono raro, e spesso un lusso che non possiamo permetterci. Ho detto a me stesso che i ringraziamenti sono certamente graditi se vengono, ma bisogna anche accettare che nessuno si ricordi di esprimere un sentimento di riconoscenza.
Albert, vicino a me, mi ha ripetuto un proverbio swahili che ben conosco: “shukrani ya punda ni teke” (il ringraziamento dell’asino è un calcio). Eppure bisogna andare avanti e credere nel valore intrinseco che un atto di carità ha in se stesso: noi lavoriamo a fondo perduto; lo facciamo per amore del prossimo, per amore del Signore che ce ne ha dato l’esempio e anche per coerenza con noi stessi.

Ciao Beppe


martedì 25 novembre 2008

Il rullo compressore della quotidiana fatica

Ed ecco che la vita mi ha procurato un altro salutare pugno nello stomaco sull’umiltà. L’infermiera Monica era venuta a chiamarmi per andare a vedere un bambino che stava male. Io le avevo risposto che al momento avevo così tanti pazienti in coda che sarebbe stato opportuno per lei instaurare i protocolli di terapia standard. Io poi sarei andato più tardi a visitare il piccolo. Il fatto è che il giorno mi ha travolto; i malati hanno continuato ad arrivare per molte ore a ritmo incalzante. Quando, a notte fonda, sono andato dall’infermiera di turno a chiedere che mi facesse vedere il bambino grave, la risposta è stata gelida: il piccolo se ne era andato 3 ore prima. Che senso di colpa. Il bambino è forse morto perché io non sono andato a vederlo subito. Adesso non lo rivedrò mai più. In quel momento mi sono rimbombate alle orecchie le parole del Cottolengo: “non fatevi chiamare due volte quando il povero ha bisogno, ma correte come sulle ali della carità al suo servizio”. Certi sbagli sono irreparabili; non hai più tempo e pensi che talvolta è proprio vero che “gli errori dei medici sono sepolti sotto terra”.
Certo, lavorare in Africa insegna molte cose, soprattutto ci rende consapevoli dei nostri limiti, di quello che non sappiamo, e di quello che avremmo potuto far meglio. Il rullo compressore della quotidiana fatica spesso smaschera elementi bui del nostro carattere: a volte si corre tutto il giorno, cercando di fare del proprio meglio, e poi verso sera, quando le energie sono ormai “in riserva”, si perde il controllo, si diventa nervosi e ci si scarica contro un paziente che ha il solo torto di essere capitato sotto le nostre grinfie nel momento meno opportuno. Anche questi sono comunque momenti utili: all’inizio ci si tormenta nel senso di colpa, si vorrebbe richiamare indietro il malcapitato che invece è già tornato a casa “con la coda tra le gambe”; si corre il rischio dello scoraggiamento, pensando di aver rovinato in un momento quanto costruito durante una faticosa giornata di servizio e di donazione. Poi però la pace del cuore ritorna, e si accetta il fatto che non siamo perfetti ed abbiamo bisogno ogni giorno della misericordia di Dio.
Dio sceglie gente imperfetta e limitata per portare il suo messaggio di liberazione; ci vuole bene e ci accetta così come siamo, e desidera da noi solo lo sforzo per fare del nostro meglio. Poi tutto il resto lo porta a compimento Lui. Noi siamo degli strumenti molto imperfetti della sua Provvidenza, e la presa di coscienza di questa nostra condizione ci aiuta ad andare avanti, resistendo sia alla tentazione dello scoraggiamento, sia a quella di sentirci superuomini capaci di risolvere tutti i problemi.
Ciao.

Fr Beppe Gaido


lunedì 24 novembre 2008

Lettera da Lina


Cari amici,
Sono Lina. La mia vita e’ davvero durissima e non so piu’ cosa fare. I dottori non vogliono piu’ che io faccia la radioterapia. Dicono che non c’e’ piu’ niente da fare. Ma io non mi voglio arrendere. Ho una grande voglia di vivere, e ancora SPERO contro ogni speranza, che non moriro’. Onestamente non voglio morire, ed ho una paura matta anche della stessa parola. So che molti medici ed anche sacerdoti vorrebbero dirmi in faccia che non c’e’ piu’ nulla da fare e che devo affrontare il fatto ineluttabile di prepararmi al grande passo di lasciare questa vita. Il fatto e’ che io non sono pronta a ricevere questa notizia. Forse e’ vero che e’ tutto un meccanismo di difesa: lo so che sto negando, e continuamente passo da questa fase di negazione a quella di una rabbia estrema: perche’ doveva capitare proprio a me? Che cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo? Lo so che nessuno vuole rispondere a tali domande che in se’ non hanno senso, perche’ io stessa conosco gia’ la risposta.
Lina4.JPGIn questo momento penso che il fatto di essere molto sveglia ed intelligente sia per me uno svantaggio ed un aumento di sofferenza: non riesco a fermare la mente. Rimugino continuamente; guardo le mie foto di come ero bella anche solo due anni fa, e la stessa domanda mi ritorna sempre: “perche’ io?”. Penso e ripenso, ma quando un medico o un prete comincia timidamente il discorso della morte, io inconsciamente stacco la spina. Onestamente io voglio continuare cosi’. Non voglio sentire la verita’. Se anche dovra’ capitare presto che io me ne vada, preferisco non saperlo anticipatamente. Voglio che nella mia mente rimanga forte la speranza che sto guarendo.
So che sono una croce enorme per la mia mamma, che si sta consumando e sta morendo a fuoco lento di crepacuore: so che mia madre e’ mia alleata in questo, e non mi direbbe mai che io sto morendo, anche se a volte lo desidera, non perche’ non mi voglia bene, ma perche’ e’ esausta di vedermi soffrire cosi’ tanto.
Beppe non sa piu’ cosa dirmi: l’ho capito da tempo che quando sono ricoverata a Chaaria, lui gira un po’ al largo, perche’ teme che io gli faccia delle domande a cui non troverebbe risposte. Che strano, quando hai piu’ bisogno degli altri, ti abbandonano tutti e ti girano a distanza di sicurezza: chissa’, forse farei anche io cosi’, se fossi al loro posto.
Ora sono a casa ma non voglio piu’ starci. Devo continuare la radioterapia. Non posso credere che i dottori abbiano detto che non c’e’ piu’ nulla da fare. Ho interrotto il ciclo perche’ ero malata. Avevo la malaria ed ero anemica. Poi a Chaaria mi hanno curato con il chinino e mi hanno trasfusa. Ora sono di nuovo forte: perche’ rimanere a casa a non fare nulla. Devo tornare a Nairobi e riprendere la mia lotta per la vita. Beppe mi ha proposto un nuovo ricovero a Chaaria, ma io ho rifiutato perche’ li’ mi farebbero solo cure palliative. Ed io non sono in quelle condizioni. Io posso farcela. Spero di vedere il radioterapista giovedi’, ed ho fiducia che guariro’.

Lina

domenica 23 novembre 2008

Era tutto così diverso...

Caro Beppe,

[...]
E’ poco che manco da Chaaria e gia’ mi manca molto… era tutto cosi’ bello e diverso da qua... mi mancano tante cose, ma soprattutto la semplicita’, l’umilta’ ed il sorriso delle persone che ho incontrato.
Nei primi giorni mi sembrava quasi strano vedere i pazienti soffrire nella poverta’ ed in silenzio... poi un po’ alla volta mi sono abituata.
Ora e’ il contrario: da quando sono tornata ho gia’ sentito tantissime persone lamentarsi, arrabbiarsi e prendersela per cose che, se uno ci pensa, sono proprio banali. Tale confronto mi aiuta a riflettere sulla fortuna che abbiamo, e ad apprezzare le cose semplici.
I primi giorni dopo il ritorno in Italia, tutti mi hanno chiesto tantissime cose... erano curiosi ed entusiasti: a loro sembrava una realta’cosi’ lontana e diversa che quasi non riuscivano ad immaginare, nonostante vedessero le nostre foto.
Poi un giorno, nella mensa dell’ospedale, ci hanno fatto compilare un questionario sulla qualita’ del servizio culinario. Il mio giudizio e’ stato ottimo; invece mi hanno stupito certe risposte date dai miei colleghi che si lamentavano della poca varieta’ del cibo (calcola che ogni giorno c’e’ la possibilita’ di scegliere fra tre primi diversi, due o tre secondi, e due o tre contorni).
Io sono rimasta senza parole, ma in quel momento mi e’ passato davanti agli occhi il pasto di Chaaria, soprattutto quello delle persone ricoverate... e loro che cosa dovrebbero dire? Nonostante tutto, non ho mai sentito qualcuno lamentarsi a Chaaria: anzi ringraziavano per la possibilita’ di poter mangiare un piatto di patate e fagioli.
Per fortuna ora apprezzo tante cose...
[...]

A Chaaria il tempo volava, ed ogni tuo minuto era prezioso perche’ incontravi persone povere, malate, ma molto speciali!
Voglio ringraziarti per tutte le cose che mi hai insegnato: sei stato molto paziente e disponibile. Ad esempio non avevo mai capito nulla delle ecografie; invece a Chaaria, un po’ alla volta, sono riuscita ad imparare: grazie!!!
Gli interventi chirurgici non mi sono mai piaciuti, e in essi mi sentivo solo una “serva”; invece tu hai saputo insegnarmi ad essere partecipe e a collaborare attivamente!!!
Ho imparato tante cose e ne ho perfezionate altre, ma la cosa che mi ha soddisfatta di piu’ e’ il fatto di essere autonoma e piu’ indipendente: cio’ che mi affascinava maggiormente era la gestione degli ascessi... ma questo lo sai!
Pure gli infermieri sono stati molto disponibili e comprensivi, anche con il mio Inglese un tantino insicuro...
Quanto mi manca Chaaria; non passa giorno che non ci pensi! Mi e’ spiaciuto tanto partire: sarei venuta in Italia solo per vedere la mia famiglia ed i miei amici, ma il giorno dopo sarei subito ripartita. Questa esperienza rimarra’ sempre nel mio cuore; non la dimentichero’ mai, come non mi scordero’ delle persone che ho incontrato: gentili, semplici e sempre sorridenti. [...]
AHSANTE

Un' infermiera volontaria


sabato 22 novembre 2008

Siamo Erick e Lillian


...E DESIDERIAMO DIRE GRAZIE AI NOSTRI BENEFATTORI. ANCHE PER NOI L'ANNO SCOLASTICO E' TERMINATO E SIAMO TORNATI A CASA. IL NOSTRO PROBLEMA E' CHE SIAMO ORFANI, E A CASA DOBBIAMO FARCI PROPRIO TUTTO. CI SONO SI' DEGLI ZII CHE ABITANO A FIANCO DELLA CAPANNA DI NOSTRA MAMMA ROSEMARY, MA E' CHIARO CHE LORO PENSANO DI PIU' AI LORO FIGLI, ED E' ANCHE NORMALE CHE SIA COSI'.

VI RICORDATE NOSTRA MADRE? LAVORAVA AL COTTOLENGO MISSION HOSPITAL.
ONESTAMENTE PER NOI LE VACANZE SONO UN PERIODO PIU' DURO DI QUANTO NON LO SIA L'ANNO DI STUDI, PERCHE' ALMENO, QUANDO SIAMO IN COLLEGIO, NON DOBBIAMO PENSARE A CUCINARE: ORA DA SOLI E' UN PO' PIU' COMPLESSO, MA SAPPIAMO CHE POI CRESCEREMO E POTREMO FARCI UNA FAMIGLIA TUTTA NOSTRA. POTREMO AVERE UNA CASA NOSTRA, UN LAVORO, DEI BAMBINI.
CERTO QUESTO FUTURO DIPENDERA' ANCHE DAI NOSTRI STUDI E DALLA QUALITA' DEI DIPLOMI CHE RIUSCIREMO A OTTENERE; MA IN CIO' SIAMO FORTUNATI PERCHE' ABBIAMO I NOSTRI SAMARITANI. UNA PREGHIERA ED UN ABBRACCIO A CHI CI SOSTIENE, E UN SORRISO PER TUTTI COLORO CHE LEGGONO IL NOSTRO BREVE MESSAGGIO

PS: Io, Erick, ho finito la seconda superiore, e Lillian, mia sorella, ha ripetuto la seconda media, ma stavolta credo che non resterà bocciata. Dovete scusarla: per lei essere orfana di entrambi i genitori è stato più duro ancora perchè è più piccola.

Erick e Lillian

Lillian.JPG
Foto di Lillian
Erick.JPG
Foto di Erick



venerdì 21 novembre 2008

I nostri angeli tedeschi


Da alcuni giorni sono nuovamente a Chaaria Peter e Ruth, di Francoforte (Germania). Sono arrivati carichi di doni preziosissimi: oltre ad una quantità innumerevole di fili di sutura, anche una ampia serie di strumenti chirurgici dal valore veramente ingente. Pensatelo solo in termini di peso. Si tratta di 50 Kg tra pinze, forbici, uncini e ferri vari, oltre a bellissime spazzette in lega leggera. Non mi vogliono dire quanto hanno speso, ma è sicuramente un occhio della testa. Loro dicono che lo fanno per Gesù e per i poveri che noi serviamo.

Peter e Ruth sono giunti a Chaaria, tramite la comunità salesiana di Makuyu nei pressi di Nairobi. Essi inoltre fanno parte di una ONG che si occupa di riabilitazione di ragazzi di strada sia a Thika, che a Nanyuki.
Peter è ginecologo e sua sorella infermiera. Insieme sono come Mosè ed Aronne: infatti Peter ha qualche piccola difficoltà con l'Inglese (che per altro conosce in modo più che discreto), mentre Mary è davvero fluente e lo aiuta ogni volta che Peter rimane inceppato.
Sono sempre disponibili, di giorno e di notte, e questo è davvero encomiabile, visto che Peter è il decano di tutti i volontari di Chaaria: quest'anno ha 74 anni.
E' la seconda volta che vengono. L'anno scorso erano rimasti per tre mesi, mentre questa volta di fermeranno solo fino all'8 Dicembre. Non ho parole per ringraziarli.
Vi ripropongo ora quanto esattamente un anno fa scrivevo alla loro partenza da Chaaria.
Ciao Beppe
PeterRuth.JPG




LE VIE DEL SIGNORE

Carissimi amici,
ieri sono partiti da Chaaria Peter e Ruth due splendide persone che hanno vissuto qui con noi per tre mesi, ed hanno aiutato tantissimo durante la mia assenza dovuta al Capitolo Generale.
Sono fratello e sorella, tedeschi di Francoforte. Lui è Ginecologo e lei Infermiera. Durante il tempo in cui sono rimasti con noi hanno lavorato veramente tanto e ci hanno permesso di fare operazioni impossibili per il passato. Peter non sapeva perfettamente l’Inglese e spesso doveva ricorrere alla sua madre lingua, ma Ruth era invece molto brava, conosceva perfettamente la lingua e traduceva per noi dal Tedesco. In sala operatoria era un po’ come la torre di Babele: Italiano, kiswahili, Kimeru, Inglese e Tedesco... ma ci siamo sempre capiti e siamo riusciti sempre ad aiutare i pazienti in necessità del nostro aiuto.
Peter e Ruth erano persone semplicissime ed accoglienti con cui faceva davvero piacere lavorare ed anche scambiare due chiacchiere.
Vi chiederete come abbiamo fatto a conoscerli. E’ stato uno dei tanti scherzi della Provvidenza. Dovete sapere che noi facciamo stampare tutte le cartelle cliniche ed i ricettari dell’ospedale a Makuyu, vicino a Nairobi, in una scuola professionale tipografica dei Salesiani.
Un giorno il Superiore della comunità salesiana ha deciso di farci avere il carico di materiale direttamente a domicilio ed ha colto l’occasione per fare visitare Chaaria ad alcuni loro volontari. Tra questi ultimi c’era Mike, un ingegnere tedesco da tempo residente a Malta, il quale è rimasto affascinato dalla nostra Missione e mi ha parlato di suo cognato Peter, un ginecologo in pensione colmo di esperienza e di buona volontà, anche se già un po’ attempato. Io mi sono dimostrato subito interessato alla cosa e, grazie all’impegno di Mike, il volontariato di Peter e Ruth è diventato realtà. Essi sono anche la nostra porta sull’Europa, in quanto sono i primi volontari non Italiani.
Ora sono partiti dopo tre mesi di lavoro intenso e di serena vita di fraternità, e, come Angeli venuti a portarci una carezza da parte di Dio, ci hanno lasciato anche una grossa offerta con cui iniziare a comprare strumenti necessari per la nuova sala operatoria. Davvero Dio ha i suoi messaggeri, ed ha strade misteriose e sempre sorprendenti per venire in nostro soccorso.
Ciao.
Fr Beppe Gaido

Chaaria, 18-11-2007



giovedì 20 novembre 2008

Come un avvoltoio sulla preda


Da piu’ di tre mesi abbiamo un piccolo paziente di 10 anni circa, abbandonato nel reparto pediatrico. E’ handicappato mentale grave. Non cammina, ed e’ totalmente incontinente. Ci era stato portato dai parenti per un ciclo di fisioterapia. Avevano promesso che sarebbero venuti a vederlo regolarmente, ma poi, subito dopo il ricovero, sono scomparsi tutti quanti. Qualche volta vedevamo dei bambini piccoli che passavano fugacemente durante l’orario di visita; se provavamo a chiedere loro notizie dei genitori, ci ripetevano sempre la stessa cantilena: “Atakuja kesho” (cioe’: verra’ domani).
Ora pero’ il vaso e’ colmo. Dopo tre mesi mi sento in cuore il diritto di richiamare loro il dovere dell’onesta’, e, senza neppure rendermi conto appieno, mi rivesto di stucchevole paternalismo. Decido di portare a casa il paziente, che in effetti non sta assumento alcuna terapia: semplicemente ogni giorno fa la fisioterapia.
Mi faccio accompagnare da Gatwiri, durante la pausa pranzo, sperando di fare molto in fretta: infatti casa sua non e’ distante piu’ di due chilometri. Prendiamo l’ambulanza e ci incamminiamo. La strada e’ asciutta, nonostante ci siano grandi pozzanghere, in seguito all’acquazone della notte scorsa.
chaaria market.JPGRaggiungiamo in fretta il torrente Mariara, al di la’ di Chaaria market. Attraversiamo il ponte senza problema, ma subito dopo ci rendiamo conto che parte della strada e’ crollata a causa di uno smottamento: non ci rimane che proseguire a piedi.
“ Quanto manchera’?”, chiedo a Gatwiri. “Circa un chilometro, ma la strada e’ in salita”. Decido di parcheggiare l’ambulanza, e di prendere il piccolo sulle spalle. Il sole e’ ora caldissimo, ed immediatamente goccioloni di sudore cominciano a sbocciare dalla mia fronte e a calarmi inesorabili sugli occhi. “Il dado e’ tratto. Si continua”, ripeto a me stesso prima ancora che alla mia accompagnatrice. Al piccolo non posso dire niente, in quanto non e’ in grado neppure di capire dove si trova. Penso tra me e me: non e’ che non lo vogliamo ricoverare dai Buoni figli, ma ci vuole anche un po’ di protocollo. Se ora basta abbandonare un handicappato in ospedale perche’ automaticamente passi poi nel gruppo dei nostri deboli mentali, siamo davvero fregati: non bisogna assolutamente creare dei precedenti, altrimenti in un mese ci riempiamo fin sopra i tetti. Mi inerpico su per il sentiero facendo una fatica immane. Mi tornano alla mente momenti della mia gioventu’, quando, zaino in spalla, scalavo il Monviso o lo Chaberton... allora mi pesava di meno; ora ho il fiatone e le gambe mi tremano. Alla mia destra la collina continua a salire, tra macchie di boscaglia, campi coltivati e modeste abitazioni in legno con il tetto in lamiera.

Alla mia sinistra c’e’ un dirupo appena creato dalle recenti precipitazioni. In fondo ad un piccolo canyon un torrente stagionale scorre impetuoso con le sue ponticello.JPGacque di color marrone scuro. La vista e’ bellissima e si perde verso l’orizzonte in colline che si inseguono all’infinito. Ora e’ tutto verdissimo e la vita e’ rigogliosa. Rigagnoli d’acqua scorrono giu’ per i campi in discesa, quasi come arterie e vene che portano nuova vita alle zolle appena rivoltate e ormai popolate dai virgulti dei nuovi raccolti.
Arriviamo in vista di una casa in condizioni discrete. “Dovrebbe essere qui”, dico a Gatwiri. “Vedi che poi non stavano cosi’ male; non erano cosi’ poveri!”. Invece, una vecchietta ci dice che dobbiamo continuare un po’, accerchiare l’appezzamento della magione che si trova di fronte ai nostri occhi, e poi scendere a mezza costa sulla collina. “Ancora un piccolo sforzo”, mi dico ansimando. Ma cio’ che veramente mi toglie il respiro non e’ l’ultima discesa, anche se ripida; e’ invece quello che mi trovo davanti: una capanna di fango con il tetto di paglia. Nessun pavimento, se non la nuda terra. Ad accoglierci una donna giovane ma emaciata, dagli abiti logori e stracciati.
Appena mi vede, accenna un sorriso imbarazzato. Non ci aspettava. E’ tutta sporca e non ha nulla da offrirci. E’ infatti appena tornata dalla shamba (il campo). Mi dice di lasciare il bambino sotto una pianta di mango carica di frutti grossi e rubicondi, e poi inizia ad indaffararsi per prepararci qualcosa.

“Gatwiri, dlle di non preoccuparsi perche’ non prendiamo nulla! Chiedile solo se posso vedere l’interno della capanna”.
Passano alcuni minuti che a me sembrano eterni. Guardo la collina in silenzio; vedo un falchetto che volteggia leggero senza muovere le ali di un millimetro... probabilmente aspetta una preda ignara, per poi piombarsi su di lei in picchiata. Mi identifico un po’ con quel rapace e provo una morsa allo stomaco.
Gatwiri mi chiama dopo un attimo: “ha detto che siamo i benvenuti”.
Entro abbassando leggermente la testa per non picchiare sullo stipite della porta. Ce’ una sola stanza, con pavimento in terra battuta e tetto di paglia. La camera e’ divisa in due parti da una tenda, che comunque lascia intravvedere un povero giaciglio dietro di essa. Al centro un tavolo e due sedie. Sulla mensa un pentolone con un po’ di ugali (polenta) ancora fumante.
“Dove dormirebbe il bambino?”.
La mamma indica alcuni cartoni in un angolo del pavimento, e sussurra con voce tremante: “E’ la’ che dormiva prima che lo portassimo in ospedale. Non ho alternative!”
“Dove e’ tuo marito?”
“E’ morto in un incidente alla cava delle pietre ormai 4 anni fa. Era pagato a giornata, per cui non portava a casa molti soldi. Non siamo mai riusciti a costruire una nuova abitazione in legno. Lui, Njiru, e’ il nostro primogenito. E’ nato cosi’ per un travaglio prolungato a domicilio. Non avevamo soldi per andare in ospedale a partorire. Anche le altre due bambine piu’ piccole sono nate qui in questa capanna. Normalmente sono le donne del villaggio che vengono ad aiutarmi, quando iniziano le contrazioni: sono molto buone, ma non sono dei medici e a volte le cose possono anche non andare per il meglio. Quando mio marito e’ mancato, ero incinta della piu’ piccola. Ti ho portato Njiru in ospedale perche’ non ce la faccio piu’ a seguirlo. Sta diventando pesante, e non riesco piu’ a caricarmelo sulla schiena mentre vado nei campi a lavorare, o quando mi reco al mercato a vendere i mango. Lasciarlo a casa da solo e’ anche un problema: una volta ha avuto le convulsioni, e alla sera l’ho trovato che era quasi morto nella sua urina e nelle bave che ancora uscivano dalle sue labbra.
Te l’ ho portato e poi sono sparita perche’ non ho soldi per pagare l’ospedale: come avrei fatto a chiederti di ricoverarlo dai Buoni Figli, quando non riuscivo neppure a coprire le spese delle medicine che gia’ gli avevate somministrato.
Non ho veramente trovato la forza di venire a parlarti. Pero’ mandavo le bambine, e sapevo che Njiru era accudito e stava bene. Ora, se me lo lasci a casa, non so davvero che cosa faro’. Noi riusciamo a mangiare solo perche’ mi prendono nei campi a giornata. Mi pagano 100 scellini al giorno. Ma se lui e’ a casa, non potro’ certo fare la bracciante nella shamba di qualche padrone...”
Poi un silenzio imbarazzante cala tra di noi.
Solo le due bimbe continuano ad essere contente e divertite dal fatto di vedere un bianco nella loro capanna. Corrono avanti e indietro a piedi nudi, e si ripetono l’un l’altra: “Mzungu, Mzungu”.
Gatwiri non parla. Io guardo il soffitto di paglia, e, attraverso la porta aperta, riesco a scorgere il bimbo handicappato sotto l’albero di mango. In un brevissimo flash back mi torna in mente l’avvoltoio che plana nel cielo pronto a colpire.
Mi viene da piangere. Mi sento uno stupido, e poi dico a Gatwiri: “torniamo in ospedale”.
“E lui lo lasciamo qua?”
“Certo che no! Aiutami a rimettermelo sulle spalle. Lo teniamo in ospedale finche’ si fara’ un posto dai Buoni Figli. Di’ alla madre che non si preoccupi, e che venga a trovarlo tranquillamente, perche’ un buon samaritano lo troveremo senz’altro”.
A questo punto la mamma rimane paralizzata per un momento; non fiata e guarda a terra perche’ non sostiene il mio sguardo. E’ chiaramente commossa ma non sa cosa dire. Mi aiuta a caricarmi il piccolo sulle spalle e poi mi accompagna mentre, ansimando, riprendo la salita verso l’ambulanza.
Sono stato veramente stupido. Ho voluto dare una lezione, ed invece ancora una volta ne ho ricevuta una dura come una frustata.
Io non sono mai in grado di giudicare gli altri, e tutte le volte che tento di farlo, sbaglio rovinosamente. Il compito del missionario poi e’ quello di mettersi a servizio della gente, senza insegnare niente, senza giudicare, senza umiliare.
Ho fatto un altro errore madornale, ma so che e’ sbagliando che si impara e si cresce. Mi sono preso un pugno nello stomaco che mi fa ancora male, ma voglio accettare gli insegnamenti che Dio mi ha dato oggi attraverso questa donna minuta ed illetterata che ancora mi cammina a fianco e accarezza ripetutamente il suo Njiru.
Mi guardo attorno: la natura selvaggia, il solleone, il caldo tremendo mi riportano a pensare a quanto dura e’ la vita dei poveri. Noi che abbiamo la corrente elettrica, l’automobile ed il telefonino, non possiamo neppure immaginare cosa significhi essere vedova, con tre bambini piccoli, in una capanna di fango e paglia, a cercare tutti i giorni qualcosa da mettere sul tavolo dei tuoi pargoletti.
Che il Signore perdoni la mia superficialita’ e mi aiuti a calarmi profondamente nella vita dei poveri, per im
parare a capirli, a giustificarli e ad amarli ogni giorno di piu’.

Fr Beppe Gaido

mercoledì 19 novembre 2008

Huruma Center

Il nostro impegno per Huruma contina sempre. Ora la situazione logistica e' cambiata radicalmente. Con l'aiuto di Daniele Schiavinato della Missione di Mujwa, sono state costruite case in muratura. I bambini sono vestiti in modo decoroso e tutti loro vanno a scuola. Abbiamo 45 street children, di cui circa la meta' sono maschi. Il piu' piccolo ha 1 anno di eta', ed e' una nostra orfana: Elena.
Abbiamo deciso di portarla a Huruma perche' al momento l'orfanotrofio di Nkabune non era recettivo, in quanto gia' pieno fino all' estremo. Il centro e' pero' ora ben attrezzato anche per i piccolissimi. C'e' del personale stipendiato che si occupa di loro. Una operatrice e' addirittura educatrice specializzata, e coordina il lavoro di tutti gli altri.
La parte muraria e l'acquisto di un nuovo appezzamento di terreno in una zona piu' salutare e' stato completamente a carico di Daniele Schiavinato. Lui si occupa anche dell'acquisto di cibo e vestiario, nonche' del pagamento degli stipendi.
HurumaC.jpg
Noi, con l'aiuto della Associazione, e con il costante supporto di Afrikalba, ci occupiamo del pagamento delle rette scolastiche.
Alcuni sono ormai grandi, ed insieme a Daniele cerchiamo loro un inserimento lavorativo adeguato. inoltre cerchiamo di procurare loro un piccolo appezzamento di terreno di circa mezzo ettaro, su cui costruiamo una semplice casetta di legno e lamiere ondulate. Questa sara' per loro la base di partenza da cui poi potranno spiccare il volo verso la vita.
Ringraziamo ancora l' Associazione Volontari di Chaaria, Paola Monari della Lega Ospedali Italiani nel mondo, Mariano de Mattia coordinatore del progetto Afrikalba, tutti i benefattori del progetto Buon Samaritano.
Come sempre vi promettiamo la nostra onesta' nell'uso delle offerte che riceviamo.

Fr. Beppe Gaido, anche a nome di Daniele Schiavinato

martedì 18 novembre 2008

Alba chiara


Cammino lento verso la comunita’ dopo un difficile cesareo notturno. Sono ormai le 5.30 e vengo attirato dal colore del cielo, che ha iniziato a schiarire. Ha un colore strano, ancora tendente al nero verso ponente, mentre a oriente si vede una fascia debolmente rosea al di sopra dell’orizzonte che poi sfuma in un grigio chiaro verso le zenit. Il sole non e’ ancora sorto, e le stelle ormai si sono fatte invisibili a causa della soffusa luminosita’ che permette gia’ di intravedere il contorno delle cose. Gli uccelli tessitori fanno un baccano della miseria e si affannano a centinaia per riparare i loro nidi dopo l’acquazzone notturno, mentre in lontananza i galli si danno l’appuntamento e cantano a squarciagola, uno dopo l’altro, per ricordarci che ormai non c’e’ piu’ speranza per noi di tornare a letto.

Sotto il lampione dell’ospedale osservo migliaia di ali di insetto. E’ come un tappeto semitrasparente, che ogni giorno scopiamo via ed ogni giorno si riforma. Che strana la creazione, soprattutto durante la stagione delle piogge: ci sono migliaia di animaletti volanti, che alla sera popolano l’aria e volteggiano senza stancarsi attorno alla luce elettrica; poi al mattino sono gia’ tutti morti. La vita e’ veramente un mistero: ci sono creature nate solo per morire; ci sono animaletti che non hanno sopravvivenze superiori alle 12 ore. Qualcuno mi dice: “sono esseri svantaggiati nella scala evolutiva”, ma a me piace pensare in un altro modo: non e’ il tempo che conta, ma l’intensita’ con cui vivi. Anche queste creature sono state pensate da Dio, e la loro esistenza non e’ inutile, come non lo e’ quella del fiore del campo che “al mattino fiorisce, e alla sera e’ falciato e dissecca”.
Guardo ancora il cielo e mi riempio gli occhi per un attimo, prima di ritirarmi in camera per un po’ di riposo: non posso infatti riprendere le battaglie quotidiane senza distendermi un po’ sul letto. Rischerei di fare tutto malamente e di trattare con insofferenza quegli stessi pazienti che sono la mia “stella polare”, la mia vera “ragione di vivere” qui a Chaaria.
Fr. Beppe

lunedì 17 novembre 2008

Emergenza al nido


“Piove sempre sul bagnato”. Dopo la brutta esperienza appena conclusa con la piccola di Tuuru, e’ ora la volta di Patrick, l’orfano portatoci qualche tempo fa da Rita di Materi.
Patrick.JPGE’ stato bene per parecchio tempo, raggiungendo i 4 Kg di peso corporeo. Ma poi ha cominciato a non mangiare piu’, e da alcuni giorni ha una diarrea paurosa. E’ disidratato e vomita. Stiamo facendo tutto quello che possiamo. Lo abbiamo testato per la malaria o per infestazioni intestinali, ma e’ negativo.
Patrick pero’ e’ scheletrico e diventa sempre piu’ emaciato. Ora pesa solo 2100 grammi. L’ho messo in regime di latte in formula specifico anche per le allergie e le intolleranze proteiche, in caso avesse sviluppato qualche problema di malassorbimento. Speriamo in bene. E’ un momento difficile al nido e siamo un po’ scoraggiati. Nelle ultime ore la diarrea sembra ridursi e nutriamo la speranza di salvare questo nostro piccoletto. Anche Silvia e’ malata. Ha la malaria, ma lei e’ gia’ piu’ grandicella e penso che ce la possa fare.
Patrick.JPG
Foto di Patrick
E’ arrivata anche una nuova orfanella. Ha tre giorni di vita. Non mi sono sentito di dire di no, anche se la tentazione era forte, visto gli ultimi insuccessi. Speriamo che la nuova bimba cresca forte e robusta.
Orfanella.JPG
L'orfanella appena arrivata

Oggi abbiamo anche salutato Laura, infermiera di Torino che e’ rimasta con noi per quasi un mese. Siamo stati bene con lei, abbiamo lavorato molto e ci siamo fatto ottima compagnia. Anche Lauretta e’ stata attivissima nel campo delle medicazioni, dei decubiti e di tutte le pratiche piu’ necessarie ai pazienti gravissimi ed alettati. Laura e’ stata speciale soprattutto perche’ riusciva a parlare Italiano con tutti i pazienti che poi la capivano anche, soprattutto perche’ lei usava il linguaggio dell’amore. Era molto affettuosa con tutti loro e distribuiva bacini sulla fronte a vecchietti e vecchiette, che all’inizio non capivano, ma poi hanno iniziato ad apprezzare e a comprendere quello che lei voleva loro dire.
Anche tu ci mancherai, cara Laura. Auguri per il tuo futuro, e speriamo di rivederci se Dio vuole.
Silvia.JPG
Foto di Silvia
Un caro saluto a tutti,

Fr Beppe Gaido

domenica 16 novembre 2008

Lettera dal paradiso


... Vedo che a Chaaria siete tutti confusi e costernati per la mia dipartita così inaspettata. Mi rendo conto che Beppe si sta distruggendo nei sensi di colpa: "se la avessi lasciata a Tuuru... Magari e' stato quel viaggio difficile, reso ancora più complesso dal fatto che ci siamo piantati nel fango per due volte... Eppure la piccola non ha preso freddo: era così ben coperta! Poi le abbiamo dato del latte in polvere; quindi non è stata neppure la fame. Magari se la lasciavo a Tuuru, sarebbe ancora viva; là non ci sono tante zanzare come qui a Chaaria".
So che Sr Oliva è agitata e pensa che non siete più in grado di seguire gli orfani; che ne avete troppi e che non ce la fate a star loro dietro.
Ma dal Paradiso vi voglio anche dare un altro punto di vista. Era già scritto che io fossi un angioletto; era nei piani di Dio. Per questo voi non avete alcuna colpa. Lui ha voluto che riabbracciassi la mia mamma così in fretta. Voi mi avete portato a Chaaria per la vita e non per la morte. Certamente eravate convinti di fare una cosa buona. Ma non tutti i nostri piani vanno a buon fine. Ricordate il vecchio proverbio: "L'uomo propone e Dio dispone".
Se ci fosse stata malizia o disinteresse da parte vostra, lo capirei che vi sentiste male, ma davvero vi siete fatti in quattro, e non avete badato a spese con i farmaci. Capisco anche l'elemento della sorpresa: siete stati colti in contropiede. Non pensavate che una bambina in ottima forma come me potesse essere portata via in 2 giorni dalla malaria. Ma questa è la dura realtà: quante volte, caro Beppe, queste cose le ripeti ai tuoi infermieri: "ricordatevi che la malaria è il più grande killer di bambini di tutta l'Africa; tenete in mente che li uccide normalmente entro le prime 8 ore dall'inizio dell'attacco; state in guardia perchè la malaria si mimetizza con tutto: possiamo dire che non ha sintomi propri, perchè può mimare qualunque altra condizione..."
Ora ci hai sbattuto il naso di nuovo, e questa lezione te la ricorderai a lungo. Meno male che almeno ora avete le zanzariere che impediranno a molti altri bambini di fare la fine che ho fatto io.
Comunque, non vi crucciate. Io sono felice dove ora mi trovo, e pregherò per tutti voi.

La piccola orfana di Tuuru


DivisorioZampette.gif

PS. FAUSTINE E KAWIRA HANNO FINITO LA SCUOLA E DISIDERANO RIPETERE IL LORO GRAZIE A TUTTI COLORO CHE LI HANNO AIUTATI CON LE LORO OFFERTE. ORA AVRANNO QUASI DUE MESI DI VACANZA, FINO A GENNAIO QUANDO INIZIERANNO IL NUOVO ANNO SCOLASTICO. CRESCONO A VISTA D'OCCHIO, NON VI PARE? E LE CICATRICI DI KAWIRA NON SI VEDONO QUASI PIU'.
MinnieScuola.gif
FaustineKawira.JPG



Concerto per Fratel Luigi Bordino


Giovedì 4 Dicembre 2008, alle ore 15.00
presso il Teatro della Piccola Casa
1778622922.jpg
NoteMusicali.gif


sabato 15 novembre 2008

Sono in paradiso senza un nome, ma il Signore me ne darà uno bellissimo

Ciao cari amici volontari,
non mi presento per nome perche' ancora non me ne e' stato dato uno. Ero venuta a Chaaria esattamente una settimana fa. Mi avevano portato qui da Tuuru. Avevo viaggiato in macchina con i Fratelli che tornavano dal loro ritiro. Il viaggio era stato lungo e faticoso, ma io ero nelle loro braccia, sempre coccolata ed accudita. Io pero' ero triste perche' la mia mamma era morta da pochi giorni. Non so se e' stata la nostalgia della mamma, o se magari e' stata tutta colpa di quelle zanzare anofeli che ci circondano ovunque nella stagione delle piogge. Fatto sta che da ieri mattina ho sentito che i miei polmoni erano pesanti.
Ho cominciato ad ansimare. Muovevo la mia gabbia toracica su e giu' alla ricerca d'aria, ma sembrava che non entrasse nulla. BabyTeresia.JPGNon avevo la forza di tossire. Poi e' salita la febbre: tremavo come una foglia ed avevo le convulsioni. Mi hanno fatto il test e mi hanno detto che la malaria era positiva. Onestamente mi hanno curata subito: chinino, rocefin, cortisone, ecc., ma io continuavo a non respirare. Cercavo di dilatare le narici per massimizzare l'immagazzinamento d'aria, ma tutto sembrava inutile. Poi ad un certo punto i miei polmoni hanno smesso di muoversi.
Ho appena avuto il tempo di guardarmi in giro e di vedere gli altri orfani nelle incubatrici e nelle culle; quindi tutto e' diventato nero come se fossi entrata in un tunnel e stessi volando ad una velocita' supersonica, sospinta da un vento tremendo ma anche dolce che mi cullava dolcemente. Quindi ho visto un puntino luminoso davanti a me. In pochi secondi e' diventato sempre piu' grande. Ho capito che era la fine del tunnel. In un attimo mi sono trovata fuori, circondata da una luce infinita e da tanti altri angioletti come me che mi hanno accolta con entusiasmo.
Poco distante c'era la mia mamma che mi aspettava a braccia aperte. Entrambe abbiamo iniziato a piangere di gioia. Ora sono felice. Non piangete piu'. Grazie per il vostro aiuto.

La piccola orfana di Tuuru


venerdì 14 novembre 2008

Drops of wisdom


…. Sono tornato da Chaaria con la gioia nel cuore e sollevato nello spirito. La vita quotidiana mi appariva piu’ leggera e la gente mi chiedeva in quale mondo fossi stato per essere cosi’ felice. Ho ripreso con entusiasmo il ministero di sempre e la parrocchia sembrava seguirmi con maggior scioltezza, piu’ unita nella carita’ e impegnata nel Vangelo.
Mi sono trovato bene con voi. Estendi la mia gratitudine alla comunita’ dei Fratelli e delle Suore, al gruppo dei provandi e dei novizi. Mi avete accolto con affetto fraterno, insieme agli altri volontari. Nella vostra casa l’ospitalita’ e’ sacra, ma e’ pagata con un prezzo di amore che esige sacrificio e fatica per garantire quella intensa comunione che vi fa Chiesa e segno di Dio. Credo pero’ che ne valga la pena. Lo dico per esperienza personale. La vostra comunita’ e’ bella e a me e’ piaciuta. Non e’ perfetta perche’ ognuno e’ fragile e povero nella propria umanita’. Pero’ e’ costituita da persone con forti ideali di carita’ e tanta carica interiore. Lo stare con voi mi ha fatto bene, e mi ha dato la serenita’ e la pace del cuore. Non avrei ricevuto tanto se non avessi condiviso la vostra quotidianita’ cottolenghina. Ritornare da Chaaria avendo gustato qualcosa della bellezza di Dio e’ una grazia straordinaria che segna il cammino di una vita. Dio nutre con la passione del cuore dei suoi amici.
Mi tocca nel profondo la sofferenza dei poveri. Quando in ospedale vedevo morire bambini, ragazzi, uomini e donne per malaria, denutrizione, AIDS, poverta’ e miseria, avvertivo in me un senso di colpa... Sono ancora confuso di fronte a questa tragedia, mentre ammiro la vostra opera che costruisce “i nuovi cieli e la terra nuova”, “dove non ci sara’ piu’ lutto, ne’ lamento, ne’ affanno, perche’ le cose di prima sono passate”. Non mi rimane che seguire il vostro esempio...

Un amico prete
inchiostro.jpg


.... Chaaria e’ un posto speciale: perche’ ha tanto di magico, tanto di forte, qualcosa di brutto e qualcosa di sublime. Chaaria per me e’ qualcosa da capire! L’ho annusato, ma non sono riuscito a codificarlo.
Spesso mi sono lasciato a giudizi troppo facili, ma una cosa ho capito: voglio approfondire e cercare di entrare il piu’ possibile in questa realta’.
La prima cosa e’ che mi sento in debito con te, con le persone che vengono a Chaaria, con quelle che ci lavorano.
Torno alle mie comodita’, ma rimane fissa l’idea che ho un debito enorme da pagare. Non voglio fare promesse, ma il primo pensiero e’ quello di tornare in Italia, diventare dottore, avere quelle conoscenze che possono servire a qualcosa di piu’ e riportarle a te e alle persone di Chaaria.
Fare le medicazioni mi e’ servito a capire alcuni miei limiti, a tirar fuori un po’ di rabbia: sono essenziali e basilari, ma si puo’ fare di piu’. Ho sempre presente la lezione del Don: alla sua prima esperienza al Cottolengo una persona gli ha detto: “ Tu studi Teologia? Ora hai l’occasione di pulire un paziente sporco di persona!!”
Ecco, io studio Medicina, ma l’inizio e’ li’....si deve iniziare dalla persona, sempre e comunque... In Italia provero’ a coinvolgere altri e magari un giorno tornero’ accompagnato da amici, pronti a partire dalla persona.
Ahsante... spero di tornare il prima possibile a iniziare a pagare il mio debito.

Un amico



giovedì 13 novembre 2008

Ci mancherai caro Davide


Prima che tu arrivassi, mi chiedevo con preoccupazione che cosa avrebbe potuto fare uno studente di Medicina che ha appena passato l’esame di Farmacologia e non ha ancora iniziato alcuno studio delle Patologie. Tra me pensavo che sarebbe stato molto difficile inserirti nei nostri piani di lavoro in ospedale.
vct0631.JPG
Invece tu mi hai smentito clamorosamente. Da subito hai scelto la via del servizio gratuito, non vincolato da argini di tipo professionale. Ti sei dichiarato volontario a tutto campo, e di sei donato senza riserve: tutto era per te occasione di impegno. Passavi le tue giornate imboccando i vecchietti non autosufficienti, medicando le ferite degli operati, occupandoti dei decubiti, pulendo e lavando quelli totalmente allettati e paralizzati, spingendo le loro carrozzine, e giocando con i bambini in via di guarigione. Anche quando non stavi bene, non c’era modo di dirti di lasciare ad altri almeno le occupazioni più pesanti. Non hai disprezzato nessun tipo di lavoro, neppure il più umile. Ed in tal modo ci ha edificati e impressionati moltissimo.
Sei stato guidato dal cuore, e questo è ciò che ci vuole per un volontario.
A noi poi mancheranno le “tue schitarrate” del dopo cena, che hanno fatto impazzire Bro Simon, ma che hanno rallegrato il cuore di tutti e ci hanno regalato dei sereni momenti di comunione fraterna.
Ti dico un grazie sentito per tutto quello che hai fatto per noi. Te lo ripeto forte e chiaro anche a nome dei Fratelli, dei tuoi pazienti e dei Buoni Figli, in particolare a nome del tuo migliore amico Kimani.
Ciao. A presto.

Fratel Beppe


vct0632.JPG
Davide con Bro Wilson e Bro Simon




Dice il saggio...


“Ragazzi” sussurro’ amorevolmente Teresa, che colse perfettamente il nostro stato d’animo “la povertà, in Africa come in troppe altre parti del mondo, non si misura soltanto in soldi e cibo. La povertà è soprattutto la mancanza di scelte, l’assenza di alternative che siano sostenibili nel tempo, di vie d’uscita realisticamente percorribili.

Non significa che l’A.I.D.S vada ignorato. E’ una piaga troppo grande. L’importante, però, è l’avere sempre ben presente quali sono le potenzialità, le disponibilità sociali ed economiche di dove si opera. Il confronto costante con la gente e con la realtà culturale locale, insegna che ciò che può essere il meglio in Italia può non esserlo qui da noi. L’Africa non è la fotocopia in bianco e nero dell’Europa.
So che forse è ovvio, ma ciò che si decide di fare, per poco che possa sembrare, va fatto bene, insieme con la gente, considerando tutte le conseguenze, altrimenti può essere dannoso e sprecare risorse.
L’impiego dei test HIV per il controllo del sangue da usare per le trasfusioni, l’uso dei fondi per piccoli progetti di istruzione ed educazione sessuale dei giovani, effettuare gratuitamente l’esame a chi lo richiede, spiegandone bene l’utilità e la valenza, sono strade pratiche e sostenibili.
Credo che questi anni di Africa mi abbiano insegnato che la strada vada cercata a poco a poco, camminando insieme alla gente del luogo, che conosce meglio di ogni altro le sfumature di questo mondo, un affresco di persone con un volto ed un nome” concluse Teresa.

Il Saggio





mercoledì 12 novembre 2008

Mi presento... sono l'Africa


Ai miei occhi sono ancora piccola come un bambino. A volte ho paura di guardare avanti e chiudo gli occhi perche’ i problemi
che mi si parano innanzi sono immensi; ma tengo il “pollice in su” perche’ sono ottimista: i problemi ci sono, ma possiamo superarli tutti se continuiamo ad avere coraggio.
PB040210.JPG
Sono ancora piccola, ma ho davanti un futuro di speranza. Crescero’ e saro’ forte.
A volte la vita per me e’ arida come la sabbia sotto i miei piedi, ma so che questo mi rende forte, e tempra il mio carattere... ma non bisogna solo fissare il terreno. Se alzo gli occhi e guardo in alto, ho di fronte a me un cielo immenso, con orizzonti infiniti... lo sapevate che in Africa l’orizzone sembra ancora piu’ lontano?
PB040106.JPG

A volte sono una sognatrice: fisso gli uccelli che volteggiano tranquilli, portati dal vento, e penso che anche io posso volare, se non imprigiono la mia capacita’ di sognare un futuro migliore, se rimango pulita nel mio cuore, se non abbasso gli ideali.
PB070271.JPG
Proprio perche’ sono ancora cosi’ giovane, ringrazio gli amici che mi vogliono bene, che mi sostengono, che mi tengono sulle ginocchia e mi aiutano a guardare sempre avanti con ottimismo e speranza.
PB040208.JPG
Io crescero’; saro’ forte e bella. Il mio orizzonte sara’ roseo come un’alba tropicale.
Grazie a tutti voi che mi aiutate a camminare verso il mio futuro.

L’Africa



Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


Guarda il video....