giovedì 30 aprile 2009

Festa grande

Sono le ore 10 del 30 aprile. Il cortile dei Buoni Figli gia’ pullula di fedeli. Moltissimi sono allievi delle scuole elementari e medie, altri sono dipendenti del Centro e dell’Ospedale, altri ancora sono semplici parrocchiani.
Il coro della parrocchia fa le ultime prove di canto. Oggi abbiamo scelto strumenti tradizionali: la kayamba ed i tamburi. Gli alunni perfezionano gli ultimi particolari per le danze.
Il sole e’ splendido, e cio’ ha fugato le nostre paure circa una Messa all’esterno durante la stagione delle piogge. Il celebrante e’ il nostro Viceparroco Father Kiruja, assistito da don Gemello.
Festa2.jpgLa funzione e’ calda e piena di colori: i Buoni Figli sono tutti in ghingeri, con dei kitenge sgargianti. Anche i malati, con le loro uniformi blu e verdi, partecipano a quel caleidoscopio che e’ stata la Messa di oggi.
Dopo la preghiera ci sono stati alcuni balli offerti dai ragazzi delle scuole, e quindi un piccolo rinfresco con tutte le persone che ci hanno onorato della loro presenza.

Non e’ mancato neppure il solito cesareo urgente durante la predica… ma Ogembo e’ stato bravo ed ha deciso di fare lui, in modo da lasciarmi godere la celebrazione.
Anche a tavola e’ stato un po’ diverso, non solo per i Fratelli e per le Suore, ma anche per i Buoni Figli e per gli ammalati… Oggi i pazienti hanno mangiato capretto della nostra fattoria, mentre noi ci siamo goduti la pasta al forno di Sr Lucy.
Per il resto e’ stata una giornata feriale, con tanti malati in ospedale. Marion, di cui vi ho raccontato martedi’ scorso, e’ riuscita a partorire il suo bimbo morto, senza ricorso alla chirurgia.
Credo che il modo migliore per celebrare San Giuseppe Cottolengo sia proprio di cercare di non mandare via nessuno senza offrirgli quanto desiderava ricevere da noi.

Fr. Beppe



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Chaaria news


UNO DEI NOSTRI CLINICAL OFFICERS CI AVEVA LASCIATO ALCUNI MESI FA. ABBIAMO PERO’ DECISO DI NON SOSTITUIRLO E DI CERCARE DI RIORGANIZZARE IL LAVORO SENZA DI LUI, IN QUANTO AVREMMO VOLUTO SOSTITUIRLO CON UN DENTISTA.
LA DIVINA PROVVIDENZA CI HA AIUTATO ED ABBIAMO TROVATO UNA GIOVANE DIPLOMATA IN ORAL TECHNOLOGY. E’ UNA FIGURA CHE IN ITALIA NON ESISTE: NON CORRISPONDE ALL’ODONTOTECNICO (ANCHE SE PUO’ FARE PROTESI), IN QUANTO E’ AUTORIZZATA PER LEGGE SIA AD ESTRARRE CHE A FARE OTTURAZIONI E DETARTRASI. E’ PAGATA COME UN CLINICAL OFFICER PERCHE’ NON E’ UN MEDICO.
DOPO LA PARTENZA DI BRO GODFREY IL SETTORE IN QUESTIONE E’ ANDATO VIA VIA DETERIORANDOSI, ANCHE A CAUSA DELLE DIFFICILI CONDIZIONI LAVORATIVE NELLA SALA ODONTO PROVVISORIA, MA SOPRATTUTTO PER IL FATTO CHE SIA SR FLORENCE CHE IL SOTTOSCRITTO FACEVANO SOLO ESTRAZIONI.
I PAZIENTI SONO QUINDI AL MOMENTO RELATIVAMENTE POCHI, MA SPERIAMO NEL TAM TAM AFRICANO. SIAMO SICURI CHE IL DENTISTA ITALIANO CHE ASPETTIAMO A LUGLIO AVRA’ MOLTO LAVORO IN QUANTO LA NOSTRA TECHNOLOGIST AVRA’ GIA’ POTENZIATO NUOVAMENTE IL SERVIZIO.

Fr Beppe


Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


SOLENNITA’ di S.G.B. COTTOLENGO – La Tenerezza di Dio

Numero 197

a) Qual torto voi fareste alla Divina Provvidenza se con tante prove di amore non l’amaste, od anche veniste a diffidare un solo momento di Lei! b) Siamo dunque di buon conto, teniamoci bene con Dio, e poi niente paura. c) Vi ho già detto tante volte che andiamo avanti a forza di miracoli; qua dentro ne vediamo ogni giorno, anzi, potremmo dire, siamo un miracolo continuo: or bene, perché diffidare di Dio? Perché non abbandonarci interamente a Lui?


Riflessione

E’ più importante avere rapporti profondi, in cui Dio sia presente, che essere stimati dalla società o da un gruppo. Se accettiamo di seguire la scienza del cuore,accettiamo di essere vulnerabili,di non temere gli altri ma di ascoltarli, di vedere la loro bellezza e il loro valore,di comprendere le loro paure,le loro necessità,le loro speranze.
La tenerezza non conosce la paura. Non è debolezza,mancanza di forza,sdolcinatezza; la tenerezza è una forza piena di rispetto e di saggezza. Con la tenerezza,sappiamo come e quando stare vicino a qualcuno,per aiutarlo a vivere e a vivere bene.
La comunione ci rivela la nostra bellezza e il nostro valore; ci libera e ci dà la possibilità di essere veramente noi stessi. Però, questa comunione ci chiede di ascoltare con rispetto il linguaggio non verbale dell’altro. Dico “non verbale” perché,nell’amicizia e nella relazione, il gesto precede la parola. La parola è là per confermare il gesto e attribuirgli il suo significato.
La via del cuore è un cammino di guarigione della nostra affettività,attraverso la comunione e il dono di sé; ma questa guarigione non è mai completa. Dovremo sempre lottare contro il potere della paura e dell’egocentrismo nascosti dentro di noi.
Avere un cuore aperto che lascia sgorgare la compassione,la comprensione e il perdono, è un segno di maturità. Ci si sente liberati,purificati e rassicurati. Potremo allora divenire, a nostra volta, fonte di vita per gli altri e con loro vivremo una comunione di cuori. In questa comunione ciascuno diventa una sorgente di compassione, di fiducia e di liberazione per l’altro, come pure per le nostre comunità.
Donaci, Signore, la scienza del cuore! La scienza del cuore ci chiama ad accettare gli altri come sono,ad avere fiducia nella loro crescita verso una verità e una bellezza sempre più profonde. Il cuore che ha raggiunto la maturità,non cerca di imporre la propria fede agli altri. Si mette in ascolto di ciò che ciascuno è chiamato a divenire. Non giudica,non condanna. Si fa perdono. Diventa anche un cuore compassionevole; vede la presenza di Dio negli altri.



mercoledì 29 aprile 2009

Un seme di speranza da Mar Rosso

E’ il titolo della agile biografia di una suora cottolenghina missionaria in Kenya all’inizio del secolo scorso. Si tratta della rivisitazione in chiave moderna di un’altra interessante biografia gia’ esistente alla Piccola Casa e portante il titolo: “TRA LE ONDE DEL MAR ROSSO”.
E’ una storia avvincente che ci porta a contatto con le difficolta’ estreme incontrate nei primi anni del ‘900 dalle Suore del Cottolengo, che hanno accompagnato i primi missionari della Consolata nel durissimo lavoro di evangelizzazione in Kenya. Erano anni di fame, di altissima mortalita’ per malattie per la maggior parte ancora sconosciute, di difficolta’ estreme di comunicazione con l’Italia: ci voleva circa un mese a raggiungere il porto di Mombasa da Genova, e poi le centinaia di chilometri che separano la costa dal Meru, venivano percorsi a piedi o in groppa ad un mulo. La prima Guerra Mondiale ha poi completamente impedito anche lo scambio epistolare per circa 5 anni.
Tempi eroici, in cui donne come Sr Maria Carola Cecchin hanno dato la vita per seminare il Vangelo tra persone che gia’ vivevano il dramma della colonizzazione, e quindi non vedevano di buon occhio gli “uomini bianchi”.
Sr Maria Carola “attrae perche’e’ tra le prime esperienze di vita missionaria di suora europea; avvince perche’ la sua esistenza si e’ conclusa con una tragica morte tra le onde del Mar Rosso, durante il ritorno a Casa Madre, nella Piccola Casa di Torino”’
Sono convinto che questo libretto piacera’ a molti di voi, come e’ piaciuto a me. Ecco i dati completi:

PAOLO RISSO
Un seme di speranza dal Mar Rosso
ELLEDICI

PS Domani e’ la festa di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, un giorno importante e bello per tutti noi.

Fr Beppe

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Sensazioni

[...] Qui a Chaaria davvero si sperimenta una certa solitudine che è un richiamo alla solitudine propria del consacrato che non ha una famiglia, che non ha figli propri e quindi di dà, corpo ed anima, per i figli degli altri, li cura, soffre per loro, se li porta nel cuore, ma poi, quando la malattia è finita ed i poveri se ne sono andati, magari senza ricordarsi di dire grazie, si ritrova solo e deve rinnovarsi nella convinzione che Dio e Dio solo basta.

[...] La mancanza di gratitudine e’ un problema che si sperimenta ovunque. Se ne e’ lamentato anche Gesu’, ma anche a questo si puo’ sopravvivere, soprattutto se si cerca di fare tutto per il Signore. Se ci si aspetta umana riconoscenza sovente si rimane molto depressi e delusi. E’ indubbio che anche qui ci siano molti poveri, ma non mancano certo i disonesti… Noi cerchiamo di aiutare tutti e quando veniamo ingannati pensiamo che un giorno o l’altro il Signore metterà a posto ogni cosa.

[...] La pioggia e’ certo una grande benedizione, ma e’ pur vero che venire a fare volontariato nella stagione delle piogge significa anche accettare di essere tagliati fuori; significa essere sporchi di fango da mattina a sera; significa che devi accettare i poveri per quello che sono: sporchi e puzzolenti, stanchi e spesso arrabbiati per aver dovuto camminare otto ore nel fango prima di raggiungere l’ospedale.

Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


Dio Padre Provvidente

Numero 167

Essendo noi membri di una famiglia posta sotto le ali della Divina Provvidenza, le facciamo gran torto nel mostrarci malinconici.


Riflessione
L’immagine prevalente di Dio nella Piccola Casa è quella del Padre Provvidente e pieno di tenerezza.
Il padre, o l’immagine paterna, è colui che ama l’altro di un amore unico e personale, e desidera solo che cresca. Tra i due c’è un rapporto di reciproca fiducia: essi sia mano. Il padre sostiene, incoraggia,rafforza,consiglia e, se necessario,corregge. Il padre sa che nessuno è perfetto, sa che in ciascuno c’è una ferita, una grande fragilità, delle tenebre di rabbia e di depressione. Ma è paziente: prepara, sostiene,promuove la crescita e la maturazione. Egli sa perdonare, come sa anche dialogare. Le ali della Divina Provvidenza fanno pensare anche a una mano paterna che ci sostiene. Essa forma quasi un nido: sostiene e regge, comunica calore e sicurezza, perché al momento giusto possiamo affrontare la vita. La nostra vita, il nostro corpo,le nostre mani sono chiamate ad essere questo nido, per accogliere e sorreggere gli altri. Non possedere, non fare violenza, non giudicare, non condannare, ma portare e sorreggere. Sorreggere il debole nelle sue sofferenze, nelle sue ire,nelle sue depressioni, nei suoi sogni,nelle sue illusioni; ma anche nella sua luce,nelle sue speranze,nelle sue possibilità di crescita e di maturazione; sostenerlo e fortificarlo fino al giorno in cui potrà prendere il volo,diventare pienamente se stesso,capace di scegliere da solo il suo nuovo posto. In questo modo,tra colui che sostiene il debole e il debole che è sostenuto,si crea un vincolo di fiducia e di amore: questo vincolo è un dono di Dio. E’ una vera alleanza. Ognuno è responsabile dell’altro. Il debole, che riceve vita, dà anche lui ugualmente vita, aprendo il suo cuore a colui che lo sostiene. Il debole non tocca la nostra intelligenza, ma il nostro cuore. Se noi entriamo in relazione con lui, noi entriamo nella compassione e troviamo che Dio è compassione.

martedì 28 aprile 2009

Il nostro ringraziamento all'Associazione Volontari Missioni Cottolengo

Con il sostanziale sostegno economico dell'associazione, siamo riusciti ad acquistare e ad installare due importanti nuovi macchinari per il nostro laboratorio analisi.
Nella prima foto allegata, vedete l'analizzatore degli elettroliti plasmatici: ora siamo in grado di seguire l'andamento di sodio potassio, calcio e cloro. Cio' ci permettera' di essere piu' oculati, soprattutto nel follow up di pazienti in terapia cronica con diuretici o ipotensivi. Sara' di grande importanza anche per i cirrotici e per tutti coloro che si presentano in uno stato di coma.

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Il macchinario che potete vedere nella seconda foto e' un analizzatore della biochimica ematica. Possiamo fare piu' o meno tutti gli esami cossiddetti di routine in Europa, soprattutto gli esami di funzionalita' epatica e renale, il profilo lipidico, le proteine plasmatiche totali.


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Ringraziamo di cuore tutti i benefattori della associazione che hanno reso possibile l'acquisizione di questi due strumenti che certamente ci aiuteranno a servire meglio le persone che si affidano a noi per cure.

Fr Beppe anche a nome di tutti coloro che lavorano in ospedale.



Marion ha un figlio morto in grembo

Era ricoverata in un altro ospedale a 150 Km da Chaaria, per una ipertensione in gravidanza. Oggi e’ stata dimessa, per permetterle di andare a farsi una ecografia: in quella struttura infatti non c’era il macchinario.
La ragione per cui i sanitari di quella localita’ hanno richiesto un ultrasuono era rappresentata da fatto che la pancia di Marion era troppo piccola per l’eta’ gestazionale.
La donna era sicura della sua ultima mestruazione, che orientava verso una gravidanza a termine, ma la palpazione del fondo uterino non faceva pensare che ad una gestazione di circa 5 mesi.
La donna e’ giunta da noi alle 21, dopo aver perso l’ultimo matatu ed aver camminato da sola al buio per vari chilometri.
Ero gia’ in ambulatorio a causa di una precedente emergenza, e quindi ho avuto modo di accoglierla subito. Stanca, pallida, emaciata, sporca di fango e sangue.
E’ stata Sabina a raccontarmi i dettagli in due parole, mentre Dorothy aiutava Marion a farsi una doccia: “Magari non e’ neppure incinta, e quello che si palpa in addome potrebbe essere un grosso fibroma”.
“Gia’, potrebbe esserlo davvero, visto che la donna sanguina abbondantemente… guarda le gocce sul pavimento!”.
Poi e’ venuto il momento della verita’. Mentre prepariamo Marion per l’eco, ci rendiamo conto che ha una cicatrice da pregresso cesareo.
“Il bambino era podalico – mi dice la malata – ma e’ vivo”.
“ Quanti anni fa sei stata operata?”
“ Nel 2007 verso dicembre”.
“Per la miseria, questa e’ una cicatrice molto recente ed i pericoli di rottura d’utero sono molto reali. – dico a Sabina sottovoce – Speriamo solo che non abbia anche una placenta previa; se no siamo proprio nei pasticci”.
La sonda si muove delicatamente su quella pancia dolente, e mi rivela che non si tratta di un fibroma, ma di una gravidanza. Fortunatamente la placenta e’ inserita sul fondo e questo ci rassicura un po’. Il feto e’ nuovamente podalico, molto piu’ piccolo di quanto l’ultima mestruazione porterebbe a pensare. Eppure la mamma giura di essere sicura delle date. Cerco a lungo di localizzare il battito cardiaco, ma inutilmente… si tratta di una morte endouterina, che forse e’ ritenuta da mesi.
Sabina ritiene di doverlo dire subito alla mamma, ma la reazione e’ drammatica.
Marion urla, si dimena, si lancia giu’ dalla barella e picchia ripetutamente la testa sul pavimento. Dice di voler morire. Ci vuole molto a calmarla, ma la malata si chiude in un mutismo assoluto che non mi permette di parlarle.
Sabina mi consiglia di darle tempo per digerire la botta. Le somministriamo un po’ di Valium e la portiamo a letto. Cammina come un automa.
“Ora siamo davvero nei pasticci. – confido alla mia infermiera – Ha gia’ una cicatrice pregressa, e questo controindica l’uso dell’oxitocina. Fare un cesareo per estrarre un feto morto, mi sembra davvero poco etico. Speriamo che la notte porti consiglio. Ora copriamola con antibiotici e poi domani decidiamo con Ogembo. Certe responsabilita’ e’ meglio condividerle”.

Fr Beppe Gaido


Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


La pazienza: accettare la realtà come è e noi stessi

Numero 157

Io sono più sicuro e certo di questa Divina Provvidenza, che non così son certo che esista la città di Torino.


Riflessione

Cosa intendeva il Cottolengo dicendo che era “più sicuro e certo della Divina Provvidenza che dell’esistenza della città di Torino”?. Lo sguardo del Nostro Santo e la lettura degli avvenimenti di ogni giorno erano fatti con gli occhi e il cuore di Cristo.
Gesù ci chiama a condividere la sua pazienza e la sua impazienza. Ci aiuta ad accettare le persone così come sono, senza giudicare né condannare, con tutti i loro difetti,le loro difficoltà, la loro amarezza e le loro speranze, le loro ambizioni e i loro doni. Ci aiuta a guardare l’altro, a comprenderlo e, attraverso questa comprensione, ad aiutarlo a crescere secondo la misura del suo essere, donandogli il nutrimento di cui ha bisogno.
E’ questa la pazienza: accettare la realtà come è, e accettare noi stessi con tutta la povertà, le nostre debolezze e ferite. Dovremmo imparare a rallegrarci del dono di ogni giorno. Dovremmo essere sereni nella malattia come nella buona salute, accettando tutte e due come un dono dello Spirito.
La saggezza comincia quando smettiamo di voler combattere la realtà del presente, come se non esistesse, ma l’accettiamo come è.
Il nostro cuore deve essere impaziente e pieno di speranza, ma questa speranza e impazienza devono fondarsi sulla realtà del presente. E’ nella realtà del momento che Gesù ci parlerà e che lo Spirito si donerà a noi. Dobbiamo imparare che Dio ci ama, che siamo preziosi ai suoi occhi e che possiamo abbandonarci al suo Spirito nell’istante presente.
Lo Spirito ci darà domani ciò che vuole che viviamo domani, ma non dobbiamo perdere tempo nell’inquietarci. La bellezza della nostra relazione con Gesù, il suo Spirito e gli altri va vissuta nell’istante presente.
Lo Spirito ci darà la pace, la forza e l’amore necessari domani. Adesso ci dà la forza di vivere il momento presente. E’ il dono che Dio ci fa oggi. Solo imparando a non avere paura ma a confidare nell’amore di Dio, abbandonandoci in Lui, impariamo a rimanere sereni.

Dio ama i figli che si abbandonano a Lui.

lunedì 27 aprile 2009

Due amiche in più in paradiso


Cecelina e Rael ci hanno lasciato, e sono finalmente andate nella Casa del Padre dove troveranno un po' di riposo.
Cecelina (di cui purtroppo non ho una foto) e' rimasta con noi per circa 8 mesi. Era abbastanza anziana ed aveva avuto un ictus. All'inizio le condizioni generali erano così scadenti che non siamo riusciti a prevenire le piaghe da decubito. Poi pian piano si è ripresa, fino a poter stare seduta in carrozzina... ma le piaghe non si sono mai rimarginate. Durante questi mesi in cui è stata ricoverata nel camerone delle donne, sono morti ben tre congiunti di Cecelina, nella adiacente camera 28. Dapprima è mancato il marito, a causa di una crisi ipertensiva che non siamo riusciti a controllare. Poco tempo dopo un figlio è arrivato in ospedale con una grave forma di malaria cerebrale, e si è dovuto arrendere al plasmodio, che lo ha ucciso in meno di due giorni. Da ultimo anche un altro figlio è stato ricoverato d'urgenza dopo aver tentato il suicidio, ingerendo grandi quantità di erbicida... anche questo giovane è riuscito nel suo intento, ed è volato in cielo a pochi metri da Cecelina, senza che lei si accorgesse di nulla. Non le abbiamo mai detto niente e lei non ha mai chiesto, nè del marito nè dei figli. Veniva sempre a trovarla una ragazzina di 16 anni, ultimogenita ed unica rimasta di questa famiglia ora portata via da malattie varie. Cecelina ora riposa nell'obitorio... E' chiaro che questa bambina non ci potrà pagare le cura offerte alla mamma in tutti questi mesi, ma è proprio per casi come questi che siamo in Africa.

Rael, che invece vedete nella foto, è rimasta al Cottolengo Mission Hospital per più di un anno. Era completamente paralizzata, ed estremamente rigida, a causa di una grave forma di tubercolosi della colonna vertebrale. Sembrava un tronco, e l'unica cosa ce poteva muovere erano gli occhi. Rael è sempre stata lucida ed Rael.jpganche loquace. Naturalmente, la posizione supina e l'estrema difficoltà a farla dormire sul fianco a causa della rigidità, ha provocato il formarsi e l'estendersi di enormi piaghe da decubito che andavano dalle scapola al sacro. Bisognava imboccarla con tanta pazienza ed usando quasi sempre una cannuccia, in quanto Rael mangiava completamente sdraiata e guardando il soffitto. La fisioterapia però pian piano ha ottenuto dei miglioramenti, ed alla fine siamo riusciti addirittura a metterla seduta in carrozzina, cosa che facilitava moltissimo la deglutizione, anche se probabilmente non faceva molto bene alle ulcere del sacro.
Anche lei ora riposa in obitorio, ed attende che qualcuno dei parentio si ricordi di venirla a prendere.
Quanti volontari e volontarie hanno passato ore ed ore a medicare Cecelina e Rael. Ora avete due angeli in più in Paradiso, che pregano per voi.

Fr Beppe



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Nella foto: Rael insieme alla volontaria Giulia



Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


Fare le cose normali con tenerezza

Numero 155

Sta quieta e confida nella Divina Provvidenza; vuoi tu pensare che il Signore ci lascerà senza minestra? Nemmeno per sogno, vedi, senza dubbio ci provvederà.


Riflessione

Quando mettiamo amore in una attività, essa diventa bella, e il frutto di questa attività è bello. Ma la bellezza più grande è una bellezza spoglia e semplice, in cui tutto è orientato verso l’incontro delle persone fra di loro e con Dio.
Una comunità più giusta si fa a poco a poco, attraverso i gesti di amore nel quotidiano. Non ci viene chiesto di fare grandi cose, ma di fare piccole cose con un amore crescente, che attinge nel cuore di Dio.
“Stare quieti e confidare nella Provvidenza” richiede da parte nostra non di voler essere o fare i protagonisti ma di vivere umilmente le beatitudini,di vivere il piccolo quotidiano di ogni giorno nella nostra comunità, nell’amore del Padre Provvidente.
La vita nascosta di Gesù è il modello di ogni vita è fatto di semplici azioni. E’ fatto di doni, di gioie e di feste. La nostra bellezza è nella fedeltà alla meraviglia di ogni giorno. Questa fedeltà nasce in noi se riconosciamo la nostra grandezza è nell’accettare la nostra piccolezza, e nel rendere grazie a Dio per aver messo nella nostra fragilità semi di eternità che si manifestano attraverso i piccoli gesti quotidiani d’amore e di perdono.
Nella Piccola Casa si può scoprire che l’amore non è fare delle cose straordinarie, eroiche,ma fare le cose normali con tenerezza.

domenica 26 aprile 2009

Alcune suggestioni sudanesi e non...

Il rientro a Chaaria è stato un tripudio ed una fatica insieme. Quanti abbracci, quanti sorrisi affettuosi da parte di chi lavora con me. Ma anche tanti malati che mi aspettavano: oggi, pur essendo domenica, ho deciso che dovevo recuperare il tempo perduto. C'erano pazienti che aspettavano un Sudan2.jpgECG; altri in attesa di una ecografia; altri ancora in reparto da alcuni giorni per essere messi in lista operatoria domattina. E' stata una domenica lavorativa, a dire il vero non priva di confusione mentale da parte mia: il mio corpo, un po' provato dalla fatica di questa settimana, si muoveva bene, ma la mente scappava spesso al Sudan, a quella gente nera come il carbone (sicuramente più scuri dei Kenyani) ed alti come delle torri; alle loro case fatiscenti, alla loro sofferenza e povertà generate da decenni di guerra.
Stamattina, durante la Messa con i malati, ho ripensato alla cappella di bambù dell'ospedale di Mapourdit, e mi sono sentito in comunione con loro che celebravano esattamente nello stesso momento (non c'è differenza di fuso orario tra le due Nazioni).


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Ma oggi per Chaaria è anche un giorno di grande commozione e di saluti, con le lacrime agli occhi: i giovani Aspiranti e Provandi sono partiti per Nairobi insieme a Fr Giancarlo, per iniziare una nuova esperienza formativa che li prepari al noviziato in un ambiente meno confusionario di quello di Chaaria. Di colpo la nostra comunità si trova con sei elementi in meno, e certamente ci sentiremo un po' soli, in quanto saremo pochi.
Li vedete qui nella foto insieme a Fr Giancarlo. Molti volontari li hanno conosciuti. Contiamo anche sulla vostra preghiera per la loro nuova esperienza.

Fr Beppe


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Viva il Blog


Cara Nadia,
ringraziandoti moltissimo per il grosso lavoro che fai, ti mando un allegato con alcune riflessioni sul blog e ti ho copiato stralci delle mail che riguardano questo argomento che ci siamo scambiati con Beppe in modo che tu capisca anche il senso e la finalita del mio scritto.
Io purtroppo non so se e quando potrò andare mai a Chaaria, ma questo non mi impedisce, proprio grazie alla vicinanza permessa dal blog, di sentirmi molto legata a tutti voi con un vero coinvolgimento affettivo, imprevisto, inspiegabile e stupendo e di cercare di fare qualcosa da qua per Chaaria; scrivendo mi sembra di tirare un filo tra Kenya e Italia e un filo è pur sempre parte di una trama. Grazie Nadia.
Un saluto affettuoso e un abbraccio.

Daniela Albano


PS Il nuovo blog è più svelto e agile e questo è stato un vero progresso.



W IL BLOG DI CHAARIA

In occasione della nascita del nuovo blog, vorrei fare alcune considerazioni, senza entrare nel merito se questo è meglio o peggio del precedente.
Mi collego abbastanza spesso al sito e ogni volta che lo visito mi sorprendo per il tempo che rimango al computer a spostarmi tra gli scritti e le foto.
Spesso ricevo lettere o comunicazioni da Associazioni che operano nel campo della solidarietà in Italia, a volte nella mia città, che descrivono le loro attività, i loro intenti; frequentemente condivido i loro obiettivi e penso che dovrei rivolgere a loro il mio aiuto.
Poi, piano piano, quelle lettere incominciano a girare da un mobile all'altro; la risonanza dentro di me svanisce ed io mi dimentico di loro e delle mie buone intenzioni.
Ho capito perché mi succede questo quando mi sono trovata ad aprire per la prima volta il blog di Chaaria e ho incominciato a leggere i resoconti delle giornate, dei problemi che vengono affrontati.
Ecco che sparisce la distanza, e incomincio a sentirmi lì in quel luogo che, giorno dopo giorno, è diventato familiare; nei racconti non si parla solo di obiettivi, di progetti, ma di vita vera, con una sua dura routine, rotta ogni giorno da eventi diversi, finestra su una realtà a noi lontana, ma percepita come vicina.
Cresce il sentire e con quello la sensazione di essere parte di qualcosa che si installa dentro di me, come se le esperienze solo lette siano in qualche da me modo vissute, come se un po' mi appartenessero.
Virtuale? Effetto dei neuroni specchio? Forse, ma con un impatto molto significativo che crea un sentimento di affiliazione.
Credo che senza i resoconti della vita e delle vicende che accadono nell'Ospedale, questo blog assomiglierebbe ai comunicati delle varie Associazioni che contattano le persone in cerca di contributi.
Senza la descrizione delle malattie, degli interventi chirurgici eseguiti nell'urgenza e nella speranza; senza il sangue, l'odore, il sudore che ti sembra di sentire, le flebo appese alle piantane, le zanzariere, testimoni della sottostante tragedia della malaria; senza le notizie sui parti, sulle nascite, senza le foto dei neonati, dei malati, dei bambini, dei buoni figli, dei volontari; senza i racconti del bisogno, delle piogge, del fango nelle strade, della notte africana, del buio...il lettore resterebbe lontano, chiuso nella propria realtà e poco alla volta si dimenticherebbe di questo sperduto Ospedale nel cuore del Kenya, come io mi dimentico delle lettere sul mobile di casa mia...ma non di Chaaria.
Penso che questo blog serva moltissimo perché, attraverso la comunicazione, crea un interscambio di pensieri, emozioni, slanci e risorse, di cui Chaaria ha tanto bisogno.
Non c'è stata persona alla quale io abbia suggerito di visitare il blog, che non sia stata colpita da ciò che leggeva e abbia voluto dare anche un piccolo contributo.

Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


Ogni atto di servizio diventi atto di comunione

Numero 153

Ora c’è più niente: ora vi è necessità, dunque la Divina Provvidenza provvederà.



Riflessione

La realtà più importante nella Famiglia della Piccola Casa deve essere la relazione, deve essere l’amore e la crescita nella fiducia reciproca; deve essere la capacità di perdere tempo insieme, ammirare la bellezza e il dono dell’altro per rallegrarsene. Amare è essere contenti della vita, della bellezza dell’altro,prima ancora che fare qualcosa per lui.
Il Santo Cottolengo desiderava che nella Piccola Casa a poco a poco si imparasse che nei gesti di amore e di accoglienza dei poveri, nella tenerezza e nella fermezza, nel cuore a cuore c’è una presenza di Dio e un silenzio. In questo modo, il cuore del povero è sacramento. Per scoprirlo e per viverlo,bisogna sforzarci di vivere alla presenza di Gesù. Tra il cuore del povero e il nostro cuore si deve stabilire una vera comunione, che è come un incontro intimo, un dono di Dio: è un momento di grazia.
Il servizio deve essere impregnato di ascolto, di tenerezza, di presenza e di pace.. Questi momenti di comunione si trasformano così in preghiera e comunione con Gesù, che diventa egli stesso l’anello di congiunzione dei nostri cuori.
Questa relazione è impegnativa, ma ci insegna a non chiuderci in noi stessi. Ci chiama a superare il nostro egoismo, per vivere un amore sempre più autentico.



sabato 25 aprile 2009

Casa dolce casa...


Questa mattina dopo colazione abbiamo salutato la comunita' che ci ha ospitati con tanta cordialita', abbiamo abbracciato lo staff della sala operatoria che ha passato lunghissime ore con noi per cinque giorni interi, e siamo stati accompagnati a Rumbek da Fratel Andres. Il viaggio verso il capoluogo di questa regione del Sud Sudan dura circa due ore e mezza, ed e' in se stesso come un libro aperto che parla dei problemi di questa poverissima nazione. Non riesco a staccare gli occhi dal finestrino, ed osservo con il cuore pieno le condizioni di vita della gente. Mi impressiona ancora molto vedere tanti bambini completamente nudi che rincorrono l'automobile per la strada. Mi fanno tanta tenerezza le donne, mentre con il loro tradizionale bastone, macinano il mais al di fuori della capanna. Anche gli uomini, malvestiti e dall'aspetto vecchieggiante anche quando hanno poco piu' di vent'anni, intenti a inseguire alcune mucche malconce, mi riempiono il cuore di tristezza.
Poi l'aereo ha rullato sulla pista sterrata di Rumbek, ed si e' lasciato alle spalle questa nazione tribolata. In poco piu' di un'ora e mezza il nostro velivolo e' arrivato a Lokichokio, in Kenya: anche qui il paesaggio e' povero, ma si sente nell'aria che la guerra e' lontana e non ci ha toccati per lungo tempo.
Un altro salto del bimotore e sono a Nairobi, dove Fr Lorenzo mi sta aspettando per tornare a Chaaria immediatamente: non voglio passare la notte a Langata. Chaaria mi manca gia' molto e preferisco arrivare oggi... magari ci saranno chiamate questa notte e voglio essere disponibile da subito.
Casa e' sempre casa, ed alla fine tutti sentono la nostalgia di tornarci.


Fr Beppe



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Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


Dio ama i figli che si abbandonano a Lui



Numero 152

Esaminiamoci; sarò io, sarete voi la causa dell’indugio della Divina Provvidenza? Esaminiamo il nostro cuore, e qual cosa ci risponde?


Riflessione

Il nostro cuore deve essere impaziente e pieno di speranza, ma questa speranza e impazienza devono fondarsi sulla realtà del presente. E’ nella realtà del momento che Gesù ci parlerà e che lo Spirito si donerà a noi.
Dobbiamo imparare che Dio ci ama, che siamo preziosi ai suoi occhi e che possiamo abbandonarci al suo Spirito nell’istante presente.
Lo Spirito ci darà domani ciò che vuole che viviamo domani, ma non dobbiamo perdere tempo nell’inquietarci. La bellezza della nostra relazione con Gesù, il suo Spirito e gli altri va vissuta nell’istante presente.
Lo Spirito ci darà la pace, la forza e l’amore necessari domani. Adesso ci dà la forza di vivere il momento presente. Per questo occorre rallegrarci in ogni tempo, di ciò che ci dona ora: le gioie, i dolori, la pace, le speranze. E’ il dono che ci fa oggi.
Solo imparando a non avere paura ma a confidare nell’amore di Dio, in Lui abbandonandoci, impariamo a rimanere sereni.
Dio ama i figli che si abbandonano a Lui.


venerdì 24 aprile 2009

Workshop terminato

Abbiamo concluso l’ultima operazione ed abbiamo ricevuto le ultime spiegazioni dal nostro tutor. Mi e’ stato anche consegnato il certificato di partecipazione a questo periodo intenso di formazione sulla fistula vescico e retto-vaginale.
Le donne operate sono state 16. L’intervento e’ molto difficile e richiede non meno di due ore e mezza a paziente. Non so se saro’ in grado di farlo. Magari iniziero’ con i casi piu’ semplici.
Nove delle malate erano state mandate qui da altre organizzazioni umanitarie. Medecin sans Frontiere per esempio, ha inviato le pazienti con l’aereo, in quanto i loro ospedali sono lontanissimi e le strade molto difficili. Verranno a prenderle lunedi’ ancora con il loro velivolo.
Ora sono pronto a ritornare a Chaaria e sono rimotivato a fare ancora di piu’ per i nostri malati. Sono carico di lettere da parte dello staff di Mapourdit in quanto qui non c’e’ nessun servizio postale e mi chiedono di spedire per loro dal Kenya.

Fr Beppe


SALA OPERATORIA DI MAPOURDIT CON ME VEDETE IL DOTT TOM, IN PRIMO PIANO, ED IL DOTT FRATEL ROSARIO, DIRETTORE DELL'OSPEDALE COMBONIANO CHE CI HA OSPITATI.


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Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


Ogni giorno un dono per noi

Numero 149

Quando non ci sia assolutamente più nulla, la Divina Provvidenza ci manderà il necessario, e staremo allegri.


Riflessione

In ogni situazione dobbiamo imparare ad accogliere la realtà e la gente che il momento presenta. Gesù ci chiama a condividere la sua pazienza e la sua impazienza. Ci aiuta ad accettare a poco a poco le persone così come sono, senza giudicare né condannare, con tutti i loro difetti, le loro difficoltà, la loro amarezza e le loro speranze, le loro ambizioni e i loro doni. Ci aiuta a guardare l’altro, a comprenderlo e, attraverso questa comprensione, ad aiutarlo a crescere secondo la misura del suo essere, donandogli il nutrimento di cui ha bisogno. E’ questa la pazienza: accettare la realtà come è, e accettare noi stessi con tutta la nostra povertà, le nostre debolezze e ferite. Dovremmo imparare a rallegrarci del dono di ogni giorno. Dovremmo essere sereni nella malattia come nella buona salute, accettando tutte e due come un dono dello Spirito. Certo, dobbiamo saper dobbiamo fare dei progetti, abbiamo i nostri appuntamenti a Gerico. Ma quando l’avvenire si fa presente dobbiamo saper modificare i nostri progetti alla luce delle nuove situazioni concrete e dei bisogni immediati delle persone. Pronti a cambiare i nostri piani per ascoltare il richiamo del momento. La saggezza comincia quando smettiamo di voler combattere la realtà del presente, come se non esistesse, ma l’accettiamo come è.

giovedì 23 aprile 2009

Mortalità e morbilità materna ed infantile


Con questa esperienza a Mapourdit ho preso coscienza di un grosso problema presente in questa cultura cosi’ tradizionale e cosi’ poco esposta ad influenza esterne: qui le donne partoriscono sempre a casa, ed il cesareo e’ considerato un tabu’ dalla popolazione.
Da questo deriva una conseguenza che mi e’ balzata agli occhi il primo giorno: mentre a Chaaria abbiamo 50 parti al mese, qui in maternita’ seguono in media un travaglio al mese.
Altra conseguenza e’ rapresentata dal fatto che a Chaaria normalmente il cesareo salva la vita del bambino, mentre qui i pochi cesarei sono eseguiti su feti morti quando la presentazione e’ tale che impedisce di espellere per via naturale il bimbo gia’ deceduto.
Una delle infermiere che lavorano qui mi ha spiegato che e’ un problema grandissimo: lo staff della maternita’ ha provato a proporre il parto in ospedale anche attraverso incontri o parlando in chiesa, ma gli anziani del clan hanno messo in giro la voce di non andare a partorire in ospedale, dove certamente avrebbero fatto un cesareo.
Questo dato culturale certamente contribuisce a far si’ che in questo Paese ci sia una delle mortalita’ materno-infantili piu’ alte del mondo.
Lavorando con il Dr Tom, e cercando di imparare da lui le tecniche chirurgiche, ho anche avuto modo di conoscere la storia di queste poverette che sono state radunate da ogni parte della Nazione per la settimana di chirurgia delle fistole vescico-vaginali: molte sono rimaste a casa in travaglio per 6-7 giorni, e poi hanno alla fine in qualche modo partorito un feto morto, riportando pero’ gravi lacerazioni del perineo, e a volte anche la rottura d’utero.
Abbiamo operato oggi una donna ancora relativamente giovane, che ha un solo figlio dopo 8 gravidanze: il bimbo vivo e’ l’ultimogenito, nato con cesareo, purtroppo fatto troppo tardi. La mamma ha quindi complicato con una fistula che il dott Tom ha oggi riparato.
Un’altra giovane paziente era stata operata di fistula l’anno scorso dal nostro tutor; e’ quindi rimasta incinta nuovamente, ma, dopo aver confidato al marito che, in seguito all’operazione subita le era stato detto di non provare mai piu’ un parto a casa, lui aveva opposto un netto rifiuto, con il risultato che il neonato e’ morto in utero, e la mamma ha nuovamente la fistula.
Un enorme problema e’ la mancanza di istruzione: nessuna delle donne da noi visitate e’ mai andata a scuola. Questo vale anche per quasi tutti i loro mariti: cio’ e’ del tutto comprensibile, visto che ci sono stati decenni di guerra… Ma ora le cose sembrano cambiare lentamente: ci sono tante nuove scuole elementari e superiori. Certo l’istruzione portera’ un rinnovamento, anche se ci vorranno ancora anni.

Fr Beppe

Culture diverse

Pensavo che mi capitasse solo a Chaaria, ma anche a Mapourdit non e' molto diverso: oggi gli interventi programmati si sono tutti complicati, ed i tempi operatori si sono allargati all'infinito, portandoci ad una seduta di 13 ore. Siamo usciti dalla sala alle 22.30.
Meno male che stamattina avevo deciso di alzarmi prestissimo per andare a camminare, per non correre il rischio di essere stato qui, senza vedere il Sudan. Ho camminato per vari chilometri ed ho attraversato due villaggi poverissimi. Quello che mi colpisce e' da una parte la miseria, e dall'altra anche il fatto che questa gente abbia davvero ancora stili di vita atavici e lontanissimi da noi. I bambini piccoli girano per i cortili completamente nudi; non e' infrequante trovare delle donne vestite di solo perizoma. Gli uomini sono a casa o dietro alle mandrie: questa tribu' e' per lo piu' dedita alla pastorizia, anche se qualcuno coltiva qualcosa.
Camminavo e la gente mi salutava in linguaggi sconosciuti. Spesso le donne mi venivano incontro per darmi la mano e salutarmi con un SALAAM ALEIKUM.
Sono rientrato al Centro appena i tempo per la messa e con gli occhi pieni della loro poverta'.

Anche in ospedale sento una differente cultura rispetto a Chaaria: qui per esempio i parenti sono presenti in reparto 24 ore al giorno, ed e' l'amministrazione stessa che richiede la loro presenza, perche' si occupano di dar da mangiare ai malati, collaborano con il loro igiene personale e si prendono cura degli operati.
E' impressionante per me passare per i cortili e vedere gente seminuda che bivacca e che si prende cura dei propri bambini: mi hanno spiegato che sono i parenti, e che sono qui per seguire un congiunto ammalato.
L'ospedale non ha una cucina e non offre cibo: ci pensano i parenti.
L'altra cosa che mi ha impressionato e' il fatto che in questa cultura uomini e donne vengono ricoverati nello stesso camerone ed a loro non fa problema.

E' proprio vero che viaggiando si vedono usi e costumi diversi che sempre dobbiamo rispettare.
Ciao

Fr Beppe

Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


Vivere nella pace e nel rendimento di grazie


Numero 148

Tenete pure preparata l’acqua od il brodo per la minestra, perché se non avete alla mano né riso, né farina, né paste, a suo tempo preciso la Divina Provvidenza le manderà.


Riflessione

L’amore non è fare delle cose straordinarie, eroiche, ma fare le cose normali con tenerezza.
La Piccola Casa non ama la pubblicità! La vita nascosta di Gesù è il suo modello di vita. Il suo quotidiano è fatto di semplici compiti: preparare i pasti, sporcare e lavare le stoviglie, riporle. E’ fatto di doni, di gioie e di feste. La bellezza dell’uomo è nella fedeltà alla meraviglia di ogni giorno.
Questa fedeltà nasce in coloro che hanno riconosciuto che la grandezza dell’uomo è nell’accettare la sua piccolezza, la sua condizione, e nel rendere grazie a Dio per avere messo in un corpo limitato dei semi di eternità che si manifestano attraverso i piccoli gesti quotidiani d’amore e di perdono.
Purtroppo abbiamo ancora in noi paure e blocchi. L’aiuto del Signore ci è necessario in questo cammino per essere fedeli. Un cammino che terminerà quando lo incontreremo, lo vedremo, lo ameremo e staremo con Lui per sempre.


mercoledì 22 aprile 2009

Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


Vivere nel momento presente per scoprire i segni di Dio

Numero 147

Modicae fidei, se sapeste con chi aggiusto i miei conti, voi mi direste di dover fare anche più. La Divina Provvidenza che non lascia perire un passerino, penserà a me ed a tutti i miei cari; e quando abbisognino prodigi e miracoli, non mancheranno né i miracoli né i prodigi.



Riflessione

Quando si mette amore in una attività. Essa diventa bella, e il frutto di questa attività è bello. Ma la bellezza più grande è una bellezza semplice, in cui tutto è orientato verso l’incontro delle persone fra di loro e con Dio.
Il modo in cui ci occupiamo del nostro corpo mostra se siamo a nostro agio nel nostro corpo e nel nostro essere. Talvolta dimentichiamo il ruolo delle cose che ci circondano nella crescita e nella liberazione interiore.
Molti di noi hanno imparato che un mondo più giusto si fa a poco a poco, attraverso i gesti di amore nel quotidiano. Non si tratta di fare grandi cose, ma di fare piccole cose con un amore crescente, che attinge nel cuore di Dio.
La Piccola Casa è il luogo dove le piccole cose di ogni giorno vengono vissute con intensità, attenzione e gioia. Vivere umilmente le realtà della salute, dell’amicizia, del lavoro, della preghiera, del divertimento… tutti insieme in un’unica famiglia nell’amore del Padre Provvidente… valiamo più di molti passerini!


martedì 21 aprile 2009

La cappella di Madpourdit


Questa mattina sono stato svegliato dal canto del gallo. Mi sembrava di averlo sul letto, tanto forte era il chiasso che faceva. La capanna in cui dormo infatti non ha vetri alle finestre, e tra la porta ed il suo stipite ci sono circa 5 cm.
Subito dopo e’ iniziato il suono della campana: un rumore stonato di latte percosse da un bastone.
Mi sono svegliato in fretta per non arrivare in ritardo alla Messa. La Chiesa e’ una tettoia che si basa su tanti tronchi piantati nel pavimento. C’e’ un solo muro, quello dietro all’altare, in cui e’ anche immurato il tabernacolo. Il resto del perimetro e’ costituito da canne di bambu’.
Ci si siede su semplici panche, ma l’atmosfera e’ veramente raccolta. Il tetto e’ costituito da lamiere ondulate su cui e’ anche fissato uno strato di erba secca, per evitare che il solleone arroventi la testa di coloro che stanno pregando.
La Messa e’ stata celebrata in Inglese, dall’unico membro sacerdote della comunita’ comboniana: ha usato l’ Inglese, ripetendo alcune cose in Dinka, la lingua della tribu’ che vive in questa parte del Sud Sudan.
Con noi a pregare c’erano anche alcune persone del villaggio: tutti erano vestiti in modo poverissimo, per lo piu’ in abiti tradizionali. L’unico bambino presente portava probabilmente una camicia di suo padre che gli arrivava fin sopra le ginocchia; non indossava nient’altro, neppure le scarpe.
I canti erano accompagnati dal suono di tamburi percossi da dei bastoni, come le stecche di una batteria.
Che bella e’ stata questa Messa! Mi ha dato la forza per iniziare la giornata sul piede giusto, una giornata che poi si e’ rivelata pesantssima, con circa dieci ore tra interventi chirurgici e spiegazioni da parte di Tom.
Prima del tramonto sono pero’ riuscito a scappare per tre quarti d’ora: mi sono inoltrato a piedi per il primo sentiero che mi sono trovato davanti, con l’unico scopo di vedere dove e come vive la gente. Sono stato sorpreso dalla cortesia di chi mi incontrava: anche i bambini non mi gridavano dietro, ma si avvicinavano un po’ impauriti, sorridendomi e chiedendomi di stringere loro la mano. Le donne procedevano a gruppi con la tanica dell’acqua sulla testa, acqua che avevano raccolto ad una delle tante pompe che varie organizzazioni internazionali hanno costruito durante la guerra. Gli uomini erano gentili: qualcuno provava anche a scambiare due parole con me in Ingese; altri continuavano a far pascolare la loro unica mucca dalle corna lunghissime, ma accennavano ad un segno di saluto.
Mi sono sentito di casa; e non ho provato paura, neppure quando mi sono accorto che la Missione non si vedeva piu’, cancellata dall’alta sterpaglia. Ho visto le loro capanne di paglia, i loro bambini nudi che giocano con niente, ed ho pensato a quanto io spesso sia ingrato nei confronti di Dio che mi ha dato tanto: davanti a scene come queste, di fronte a creature che non hanno nulla, come posso ancora lamentarmi?

Fr Beppe

30 Aprile: Solennità di San Giuseppe Benedetto Cottolengo

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Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


Lasciamoci amare per amare


Numero 146

Se nella spezieria c’è il rimedio, lo daremo subito; se non c’è lo faremo venire; perché chi comanda qua dentro, e ci regala d’ogni cosa, è la Divina Provvidenza, la quale non è mai inceppata nei suoi affari.



Riflessione

Il problema per molte persone “normali” è la paura. Si ha paura gli uni degli altri, si ha paura di incontrarsi. Siamo bravi a costruire barriere che ci separino da tutto ciò che può metterci in crisi.
La prima medicina per superare il mondo della separazione è quella di guardare e identificarci con il mondo degli esclusi, degli umili e dei piccoli. La Piccola Casa è la farmacia che può offrirci questo prodigioso farmaco.
Gesù ha sete di amare ed è attirato da coloro che hanno sete di amore.
Beato te perché sei povero, non ti sei rinchiuso nel mondo falso delle convenzioni, delle sicurezze.
Beato te che sei dolce, che rifiuti la violenza, l’aggressività, che ti lasci condurre dallo Spirito nel mondo della tenerezza e della pazienza.
Beato te perché ha accettato senza ribellione la condizione umana, i dolori, le separazioni, le sconfitte… Beato te che hai fame e sete di giustizia: il tuo cuore ha la dimensione del cuore di Gesù.
Beato te che hai il cuore puro; non accetti compromessi. Beato te che sei misericordioso, unisci il tuo cuore alla miseria, riceverai misericordia e nessuno vedrà il tuo peccato.
Beato te perché in qualunque occasione e in qualunque momento puoi essere strumento di pace, cercando ovunque l’unità, la comprensione, la riconciliazione.
Beato te perché hai lasciato che la tua coscienza personale si sviluppasse, non ha badato a ciò che la gente diceva di te ed hai agito da persona libera, hai accettato di essere perseguitato, hai sempre annunciato la verità.



lunedì 20 aprile 2009

Finalmente Mapourdit


La giornta inizia prestissimo, alle 5, quando Fr Lorenzo bussa alla mia porta e mi dice che e’ tempo di andare all’aeroporto. E’ dura alzarsi perche’ di notte una zanzara mi ha costantemente tormentato e non mi ha lasciato dormire.
Alle 5.30 gia’ eravamo a casa del Dr Tom, il nostro relatore, ed insieme siamo andati all’aeroporto Wilson.
Il volo e’ partito puntuale. Piccolo aereo ad elica con non piu’ di 15 persone a bordo; atterraggio a meta’ strada, a Lokichokio e poi di nuovo in cielo verso il Sudan.
L’ultima mezz’ora prima dell’arrivo a destinazione e’ stata terribile, con turbolenze micidiali ed il piccolo velivolo sbattuto di qua e di la’, quasi come se si dovesse spezzare in due.
Alla fine pero’, anche se con lo stomaco annodato, siamo atterrati sulla pista sterrata di Rumbek: imperversava una tempesta di sabbia ed il vento era cosi’ violento da rendere difficoltoso il cammino.
Dopo le poche formalita’ di frontiera ci siamo trovati fuori: davanti a noi solo capanne di paglia e fango, bambini seminudi e gente dai vestiti stracciati. Che poverta’ terribile ho visto a Rumbek… Con nostra grande sorpresa, ad aspettarci c’era il Vescovo in persona, che ci ha anche offerto uno spuntino presso una comunita’ di Gesuiti. E poi, via verso Mapourdit: solo strada sterrata che dopo pochi chilometri e’ diventata una pista ai limiti delle possibilita’ anche per le nostre due Toyota. Spesso poi il sentiero si trasformava in fiume da guadare: attorno a noi abitazioni poverissime di paglia e fango sparse in una campagna verde per la stagione delle piogge e pochissimo abitata. Tantissimi bambini giocavano nelle pozzanghere completamente nudi; altri erano vestiti di una maglietta stracciata e basta (erano cioe’ senza mutande ne’ pantaloni).
E poi eccoci a Mapourdit, dove ci ha accolto una comunita’ comboniana stupenda, e dove immediatamente ci siamo immersi nelle attivita’ di formazione e di servizio: oggi il nostro tutor ha visitato 10 pazienti e ci ha spiegato le tecniche chirurgiche che ci fara’ vedere domani. Anche noi dormiamo in una capanna di paglia, ma questo e’ bello e ci fa sentire piu’ vicini a tutte quelle persone che vivono in tuguri indescrivibili a pochi passi dalla missione.
I miei occhi ora si chiudono e non riesco a dirvi altro. Spero di potervi raccontare domani dopo il tour de force in sala operatoria ed in classe.

Fr Beppe



Un'esperienza in Sud Sudan


Fr Rosario Iannetti è un Fratello Comboniano, ma è anche medico specializzato in chirurgia. Da anni gestisce un ospedale in Sud Sudan, a Madourpit, nella diocesi di Rumbeck.
Fr Rosario mi ha invitato ad unirmi ad un chirurgo olandese che si reca a Madourpit per un corso pratico intensivo sulla chirurgia della fistola vescico-vaginale. Dopo essermi consultato con il Consigliere Generale Fr Roberto Trappa, e, dopo aver ottenuto il parere favorevole del nostro Superiore Fr Giuseppe Meneghini, eccomi in viaggio verso quel martoriato Paese.
Fr Rosario mi ha detto che potrò essergli molto utile anche in ambulatorio, visto che, come succede anche a Chaaria, quando ci sono chirurghi che ci insegnano, poi si rischia di tralasciare le patologie e le emergenze del quotidiano. Avremo lezioni teoriche e molta sala operatoria con dimostrazioni pratiche da parte del Dr Tom. Sarò di ritorno a Chaaria sabato sera sul tardi.
Devo veramente ringraziare il dott. Ogembo che si è fatto in quattro perchè io non perdessi questa occasione di formazione chirurgica, ma anche di crescita umana nel contatto con una realtà estrema di povertà.
Ringrazio la Provvidenza per questa occasione di maturazione medica e spirituale insieme. Sarò ospite del Padri Comboniani che hanno un satellitare, per cui spero di potervi scrivere giornalmente le mie emozioni dal Sudan.

Fr Beppe


Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


Numero 144

Non solo la mano sinistra non ha da sapere ciò che faccia la destra, ma neppure la destra ha da sapere ciò che si faccia essa stessa.


Riflessione

Nella misura in cui la Piccola Casa ha una sua identità ed è aperta a chi è “diverso”, diventerà a poco a poco luogo dove si vive sotto il segno della compassione, della pace e della riconciliazione.
Con gesti umili e semplici, con l’ascolto e la bontà, sarà portatrice di pace e di unione. Con la sua competenza orientata alla comunione, aiuterà altri a vivere più pienamente la loro umanità e a radunarsi nella condivisione e nell’amicizia.
Il dono gratuito delle nostre persone, nel silenzioso servizio a chi soffre, è conosciuto soltanto al Padre Provvidente. Gesù ci aiuta ad aprire le braccia, a trasformare i nostri cuori, ad amare come Lui ama.

domenica 19 aprile 2009

Alta mortalità a Chaaria

L’ultima settimana a Chaaria e’ stata caratterizzata da un numero di decessi veramente impressionante. Per la maggior parte si e’ trattato di morti attese, per lo piu’ di pazienti in stadio terminale di HIV, o con malattie neoplastiche ormai al di la’ di ogni possibilita’ di controllo. Ci sono anche stati due casi di epatiti acute fulminanti, di tipo A. La morte ci coinvolge sempre emotivamente, e soprattutto crea un clima veramente difficile nei nostri cameroni, dove gli altri malati a volte vedono anche due o tre persone “andare al Creatore” nello stesso giorno.
La pediatria poi e’ stata falcidiata dalla malaria cerebrale che negli ultimi tre giorni si e’ portata via tre bambini. Anche qui i pianti disperati delle mamme creano un ambiente pesante per le altre madri che ancora vedono il loro bambino lottare per la sopravvivenza.
Pure in maternita’ abbiamo avuto dei giorni difficili con complicazioni rare: un bimbo e’ infatti nato con onfalocele, cioe’ con una malformazione che ha causato l’assenza di parete addominale anteriore; in pratica il piccolo aveva i visceri all’esterno, avvolti solo dalla trasparente membrana peritoneale. Un altro pupo, al quinto giorno della sua vita ha avuto una occlusione intestinale, probabilmente dovuta al meconio precedentemente ingerito durante il travaglio.
Entrambi questi due neonati sono stati trasferiti a Nairobi, dove speriamo possano essere salvati.
E’ sempre una lotta tra la vita e la morte, ma quando l’ago della bilancia si piega di piu’ verso “chi se ne va”, allora facciamo fatica a non deprimerci.

Fr Beppe



Gioia grande a Chaaria - Fr. Robert Maina


Fr Robert Maina ha rinnovato i suoi voti religiosi per un altro anno nel suo cammino di formazione che lo porterà alla consacrazione definitiva per tutta la vita.
E' stata una funzione molto semplice e raccolta, nella nostra piccola cappellina. Erano presenti solo i Fratelli della comunità, e questo ha creato quell'ambiente intimo in cui Robert ha ripetuto il suo sì al Signore, che lui vuole servire soprattutto nella preghiera e nel servizio incondizionato verso i più poveri.

Ciao Fr Beppe


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Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


Numero 143

Distribuite pure il solito cibo agli ammalati ed ai sani; perché se a quest’oggi che è quest’oggi la Divina Provvidenza ha già pensato, a domani che è domani la medesima Divina Provvidenza ci penserà.



Riflessione
Dobbiamo avere fede nella persona umana; altrimenti corriamo il rischio di diventare puramente competitivi e di assumere atteggiamenti paternalistici nei confronti dei deboli.
La Piccola Casa deve diventare sempre più Casa che accoglie, aperta a tutte le sofferenze: aprire le braccia, gli occhi, il cuore perché questa Casa della Divina Provvidenza diventi luogo dell’incontro e della comunione, della pace e del dono.
Aprirci agli altri e soprattutto a quelli che sono diversi da noi, significa considerarli non come rivali da giudicare e da rifiutare, ma come fratelli e sorelle nella grande Famiglia della Chiesa, persone capaci di trasmetterci quella luce di verità che c’è dentro di loro e persone con cui si può vivere una comunione.
L’apertura non è debolezza, non è una tolleranza vissuta senza darsi pensiero della verità e della giustizia; è simpatia e apertura nei confronti delle persone e in particolare dei deboli, dei poveri, degli emarginati, per vivere una comunione con loro e ricevere il loro dono.
Aprirsi significa allargare la tenda del proprio cuore.

sabato 18 aprile 2009

Renato, Maria Grazia e Pinuccia...

... sono partiti. Ora Chaaria è vuota, senza volontari.
Un ringraziamento sentito ai chirurghi pediatrici, che hanno fatto davvero tanto per noi. Anche Pinuccia, con noi ormai da sei mesi circa, è andata a riposarsi per tre settimane, prima di rientrae a Chaaria nuovamente per l'ultima parte del suo splendido servizio.
Che grande dono i volontari.


PS Oggi è venuta a salutarmi Kendi, l'eroica bambina che ai miei occhi rappresenta l'Africa, con le sue potenzialità e la sua forza interiore. Sta bene; cresce ed è sostenuta dagli amici che le pagano gli studi: ora è in vacanza, ma già lunedì riprenderà la scuola, sempre in quel collegio dove degli amici protestanti stanno pagando per lei.

Vi ripropongo la sua storia ed il suo esempio così come la scrissi qualche tempo fa.


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Non giudichiamo i poveri


Oggi ho dovuto prendere la macchina ed accompagnare a casa i resti di una persona morta parecchi giorni prima nel nostro ospedale. Era tempo che non facevo più questo servizio. Da tempo mi sono convinto che non possiamo permettercelo perché le strade sono pessime, le nostre automobili vecchie e le forze inevitabilmente misurate. Sempre, inoltre, dobbiamo fare i conti con le non indifferenti spese di carburante.
Ma la situazione oggi era diversa: si trattava di un uomo morto da più di 10 giorni, e collocato in cella frigorifera nel nostro obitorio. Già stavo pensando di seppellirlo nel cimitero interno dell’ospedale, ma sono stato dissuaso dal “Public Health Technician” che mi ha detto che per legge dovevo aspettare fino a 15 giorni.
Poi, con mia sorpresa, due giorni fa è arrivata una bambina di non più di 14 anni. Era impaurita ed evidentemente poverissima: cercava suo papà e nessuno dello staff aveva il coraggio di dirle che il suo babbo non c’era più. Ancora una volta è toccata a me. E’ stato uno di quei momenti terribili, in cui dici a te stesso che davvero fare il medico è spesso molto amaro. La piccola parlava un Kiswahili stentato ma mi capiva a sufficienza. Io sono partito da lontano e le ho detto che suo papà era stato molto male, e per tanti giorni, senza vedere nessuno. Le ho quindi chiesto: “come mai la mamma non è mai venuta a visitarlo? Ha altri bambini piccoli da accudire?”
Sono seguiti interminabili momenti di silenzio in cui la piccola guardava nel vuoto e non rispondeva.
Al che, da buon Occidentale senza pazienza, io le ho dato la notizia in modo abbastanza brusco e sbrigativo perché sentivo già una tensione interiore crescermi dentro pensando alla coda di pazienti che ancora aspettavano fuori.
La bimba non ha pianto e mi ha detto che sarebbe tornata “kesho kutwa” (dopo due giorni). Ho cercato di recuperare e di essere molto tenero nella continuazione del discorso, ma ormai lei voleva andare via. Le ho domandato se voleva vedere il suo papà nella camera mortuaria, ma lei ha detto di no con un evidente gesto di paura. E’ quindi partita, promettendomi di tornare come stabilito.
Ed infatti è successo proprio così, ma invece di veder arrivare un “Land Rover” scassato e pieno di parenti in lacrime, ho rivisto la stessa bambina, che era tornata a piedi e senza alcun mezzo per il trasporto del cadavere… non parliamo neppure di soldi. Anche i vestiti erano quelli che aveva addosso il nostro primo incontro.
Ancora una volta ho permesso al mio congenito razzismo di avere la meglio per un attimo, ed ho detto allo staff: “questo è il solito trucco. Mandano una bambina senza soldi, così lo “ Mzungu” (uomo bianco) porta a casa il cadavere gratuitamente”.
E’ l’una del pomeriggio, e la situazione in ospedale sembra abbastanza tranquilla. Il Dr Ogembo è presente ed in caso di cesareo urgente può intervenire lui. Prendo la decisione in un attimo: “Vado io a portare il morto a casa, così posso anche dire la mia a questi adulti irresponsabili che cercano di fregarci anche nel momento drammatico della morte di un congiunto”.
Prendo la macchina più vecchia (la spugna come è ormai conosciuta anche da tutti i volontari), carico il corpo di quel papà e poi faccio salire al mio fianco la piccola Kendi, che è molto timida ed allo stesso tempo ha una gran paura a stare nella stessa auto dove è collocato il defunto.
Dopo lunghe trattative con la piccolina che voleva tornare a piedi, ci avviamo insieme verso Gachua (a circa 14 km). Per convincerla a salire, le ho dovuto dire che non conoscevo la strada e che non sarei mai arrivato a casa sua da solo. In macchina le chiedo del funerale: lei dice che verrà un catechista perché nessun prete era disponibile. Le domando, quindi, se nella sua famiglia sono cattolici: lei fa un segno di assenso con il capo. Guido lentamente tra le buche e non so cosa dire. Provo molta tenerezza per questa bimba malvestita ed impolverata. Tra l’altro nella furia di scoprire l’inganno degli adulti che non si erano presentati, non le avevo neppure offerto un pezzo di pane o un po’ di “Chai”. Le ho chiesto se aveva fame, e lei mi ha detto che non mangiava da più di 24 ore. Inchiodo la macchina a Giaki e compro una confezione di pancarrè ed una bottiglietta di succo d’arancia. Lei accetta subito. Stringe il malloppo al petto e non mangia nulla.
Quando arriviamo a Gachua le chiedo dove è la sua casa. Lei mi fa entrare in un sentiero sempre più stretto, fino al punto di continuare il viaggio nei campi per almeno qualche chilometro. Mentre vado su e giù per i dossi, lei sempre mi ripete che siamo arrivati, ma intanto io continuo a guidare.
A un certo punto mi dice di fermarmi: alla mia destra un tugurio di fango e paglia, un gruppo di bambini più piccoli di lei ed una vecchia quasi cieca seduta sotto una pianta. Le ho chiesto: “ma dove sono gli altri?” Mi risponde che, a parte i suoi fratellini e la nonna, erano morti tutti. Io, quasi senza rendermi conto che la mia domanda avrebbe aumentato il suo dolore, le chiedo: “e la mamma?” Kendi mi dice che è gravissima all’ospedale distrettuale di Meru, ma che non sa ancora che il papà è morto. “Ieri sono andata a Meru a piedi a vedere la mamma e le ho detto che il babbo migliora. Allora la mamma mi ha detto di ricordargli di non bere tanto e di iniziare a seminare perché è stagione delle piogge. Ora che lui non c’è più non so chi seminerà”.
La mia confusione è totale e non so cosa dire: ero venuto quasi per riscuotere i soldi che loro non avevano pagato per l’ospedale, ed il Signore mi ha dato un’altra legnata.
Una di quelle che, nella loro umiliazione, solo i poveri ti sanno dare.
Che brutto quando abbiamo dei preconcetti, quando pensiamo di giudicare le intenzioni degli altri, quando crediamo di sapere tutto della situazione del nostro prossimo. Io, al di là del fatto che nessuno ha pagato per questo ricovero, non ho mai saltato un pasto, ho la corrente elettrica e l’acqua in casa. Ho un’automobile quando ne ho bisogno e posso usare Internet. Qui non c’è niente, neanche un gabinetto, e l’acqua bisogna andare a prenderla al fiume. Che stupido sono stato! Il Signore voleva farmi capire che si può coltivare sentimenti di razzismo anche quando si pensa di donare la propria vita come missionari. Quante volte giudichiamo i poveri e ci sentiamo migliori di loro… e questo non è bello!
Kendi ha poi preso l’iniziativa perché io ero paralizzato. Mi ha aiutato a scaricare il cadavere e a porlo sulla nuda terra vicino alla fossa appena scavata. I bambini non c’erano più. Li aveva mandati via, in una famiglia di vicini a giocare: “ non voglio che si fermino al funerale… sono troppo piccoli. Capiranno più avanti quello che è capitato al papà”.
Intanto è arrivata un po’ di gente: si è sistemata in silenzio, seduta sull’erba, aspettando l’inizio della cerimonia. Da ultimo, con il proverbiale ritardo dell’”african time” si è presentato anche il catechista. Non avevo intenzione di fermarmi alla celebrazione: avevo tanto da fare in ospedale. Ho dato uno sguardo a quel cadavere avvolto in un lenzuolo, vicino alla fossa in cui sarebbe stato posto. Ho salutato Kendi e le ho detto di essere forte. Senza troppa convinzione ho aggiunto: “vedrai che la mamma tornerà presto!” Le ho quindi promesso che l’aiuterò se avrà bisogno di me. Ho detto una preghiera e sono salito in macchina, mentre ancora il catechista dava ordini su come la celebrazione si sarebbe dovuta svolgere.
E tra me penso e ripenso: che botta al cuore. Che lezione di vita da parte di quella poverissima bambina che certo vorrò aiutare. So che anche sua mamma non ce la farà, perché purtroppo so di cosa è morto il marito. Chissà se anche Kendi è affetta da HIV. Forse lei no, perché è troppo grande, ma i piccoli possono essere certamente positivi. Che disastro questa malattia… che mistero la sofferenza dei poveri!”
Il mio umore è terreo, ma mi ripropongo di andare a trovare Kendi prestissimo, magari domenica pomeriggio… e poi cercheremo d’aiutare questa situazione così terribile. Lasciamo solo che passi qualche giorno dal funerale. Dobbiamo fare il test a tutti quei bambini e magari iniziare, se risultassero positivi, la terapia antiretrovirale. Già, ma poi chi li segue? Chi darà loro le medicine al momento opportuno? Chi procurerà loro il cibo o il necessario per la vita? La nonna è vecchia e quasi non ci vede. Sarà tutto sulle spalle di Kendi. Ma lei ce la farà?
Ed insieme mi ritorna un’autocritica continua: perché ho giudicato questi poveri senza conoscere? Perché al di là delle apparenze sono ancora razzista? Perché penso sempre che gli altri mi vogliano fregare invece di dar loro fiducia?
Sono davvero un peccatore e oggi, di nuovo, l’ho toccato con mano.
Ciao.

Fr Beppe Gaido


Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


Numero 133

Vedete un poco, miei cari, chi vi ha dato questo bel pane bianco di cui vi nodrite? E’ il Signore. Chi vi ha preparato questi cibi di cui mangiate con appetito? E il Signore; le vesti che vi ricoprono, il letto nel quale dormite, le stanze nelle quali siete raccolti, la casa nella quale vivete, è il Signore che ve la dà, ed è pronto a darvi cose anche più grandi, E pure, come siete riconoscenti a questo Signore sì buono? Come lo amate? Alcuni di voi non lo ama, anzi lo offende.



Riflessione

Capita di incontrare persone pie che ti commiserano: “Che croce pesante ti ha dato il Signore. Pregherò per te”. Più difficile sentirsi dire: “hai bisogno di una mano; posso esserti utile in qualche cosa?”. A volte diciamo parole che sono barriere, più che dono di amore.
Ogni essere umano ha il suo segreto, il suo mistero. Sembra che certe persone vivano le tappe della crescita e che altre non le vivano affatto.
Ogni persona è importante indipendentemente dai suoi limiti, dalla sua povertà o dai suoi doni. La vita di ciascuno ha un senso, anche quando non lo si vede. Dobbiamo credere nella sacralità della storia di ogni persona, nella sua bellezza e nel suo valore.
La Piccola Casa esiste anche per dire a tutti che la persona esiste fin dal concepimento. Esiste con la sua bellezza, a volte sfigurata negli uomini e nelle donne diversamente abili, nei senza fissa dimora o nelle carceri, negli individui caduti nella trappola della droga o dell’alcool.
Ogni persona è importante, è capace di cambiare, di evolversi, di aprirsi un po’ di più, di rispondere all’amore, di risvegliarsi a un incontro di comunione.
Questa Piccola Casa-Famiglia è la Divina Provvidenza che ce la dona e la vivremo come esperienza dell’amore del Padre Provvidente nella misura in cui tutti ci sentiremo dono l’uno per l’altro.

venerdì 17 aprile 2009

Informazioni per i Volontari a Chaaria


1) Quando si arriva all’aeroporto di Nairobi si deve essere pronti con 40 dollari per il VISA turistico. Bisogna compilare un documento in cui si dichiara il tempo di permanenza in Kenya e l’indirizzo dove si verra’ ospitati. L’indirizzo che potete scrivere e’ COTTOLENGO MISSION HOSPITAL. PO BOX 1426. 60200 MERU.
2) Ad aspettarvi in aeroporto ci sara’ sempre qualcuno di noi. Puo’ essere il nostro autista Joseph, oppure il nostro Fratel Lorenzo. Non dovete preoccuparvi di riconoscerli. Avranno un cartello con la scritta COTTOLENGO MISSION HOSPITAL. CHAARIA.
3) Sarete quindi accompagnati in auto al Cottolengo Centre di Langata dove passerete la notte. Quindi l’indomani mattina sarete portati a Chaaria. Il viaggio e’ quasi tutto su strada asfaltata, a parte gli ultimi 20 km che sono sterrati. Il tempo previsto e’ di circa 5 ore.
4) Anche il giorno della partenza sarete accompagnati all’aeroporto con la macchina della missione. Saremo noi a confermare il vostro biglietto di ritorno, per cui non vi dovete preoccupare. All’uscita dal Kenya non e’ previsto alcun pagamento.
5) Vitto, alloggio e trasporti sono tutti gratuiti per i volontari, cosi’ come le gite domenicali. L’unica escursione che i volontari si devono pagare e’ quella al parco nazionale (per chi ne fa richiesta). Tra le uscite domenicali e’ prevista anche una giornata a Isiolo dove i volontari possono dedicarsi allo shopping di curiosita’ e oggetti tradizionali. La dieta e’ in parte mediterranea ed in parte locale: ci vorra’ forse un po’ di spirito di adattamento!
6) L’alloggio e’ dignitoso, anche se certamente non a 5 stelle: forniamo noi lenzuola, asciugamani e saponette. Non preoccupatevi per le prese corrente di tipo inglese. Abbiamo escogitato mezzi per potervi permettere di ricaricare i telefonini usando il vostro caricabatterie senza necessita’ di comprare riduzioni. A Chaaria c’e’ infatti corrente elettrica e generatore in caso di problemi. I telefonini prendono relativamente bene. Portatevi ciabatte o sandali da usare in ospedale, e scarpe da ginnastica per le gite. A volte alla sera e’ frescolino per cui anche un maglione vi potrebbe far comodo. Non credo sia il caso che vi portiate farmaci, in quanto in ospedale siamo ben forniti anche in caso di vostri problemi di salute, ma comunque sentitevi liberi se volete prepararvi un piccolo kit di pronto soccorso personale.
7) E’ possibile usare internet per email: l’orario previsto per i volontari e’ dalle 20.30 alle 22.30.
8) Per le vaccinazioni internazionali chiediamo di attenersi a quanto prescritto dagli Uffici d’Igiene competenti. Il libretto della febbre gialla e’ a volte richiesto all’aeroporto, per cui chiediamo di fare la vaccinazione suddetta. Sconsigliamo categoricamente di venire a Chaaria senza una profilassi antimalarica: non ci sono sostanziali differenze di protezione tra il lariam ed il malarone. In camera sono disponibili le zanzariere. Consigliamo di portare delle lozioni repellenti, tipo autan.
9) Siccome il viaggio da e per Nairobi e’ impegnativo per la missione, sia dal punto di vista economico (diesel, autista in trasferta), sia per il fatto che siamo abbastanza limitati nel parco macchine, se possibile chiediamo ai volontari di attenersi a turni di tre settimane o multipli di esso ( 6 o 9 settimane), in modo da poter far combaciare (quando possibile) gli arrivi in Kenya e le partenze per l’Italia. Certamente le eccezioni saranno contemplate e valutate caso per caso.
10) Se i volontari non abitano molto lontano da Torino chiediamo loro di recarsi al Cottolengo e di avere un colloquio con Fr Giuseppe Meneghini, Superiore Generale della nostra famiglia religiosa, e con Sr Anna Maria Derossi, coordinatrice delle partenze. In quell’occasione i volontari potrebbero anche prendere una valigia di materiale sanitario ed altre donazioni che in genere riceviamo dalla Casa Madre. Ringraziamo anticipatamente per questo servizio di trasporto bagagli.
11) A parte i 40 dollari necessari all’aeroporto, si puo’ tranquillamente venire con gli Euro. Per l’acquisto di scellini keniani, potete chiedere in Missione e noi cambieremo per voi in banca, dandovi anche ricevuta.
12) Se al volontario dovesse succedere qualcosa che lo portasse alla necessita’ di dover ripartire anticipatamente per casa, sara’ nostra premura cambiare la data del biglietto e riaccompagnarlo all’aeroporto.
13) Non e’ necessario portarsi il camice o la divisa da sala operatoria, in quanto ce ne sono qui di uso comune. Certo, se ne portate alcune e poi ce le lasciate, questo ci sara’ molto utile. Per i medici consiglio di venire con il proprio fonendoscopio. Per i chirurghi con problemi di allergia al lattice o al talco, chiedo per favore di portarsi i guanti sterili. Anche chi ha le mani molto grandi o molto piccole potrebbe avere dei problemi in sala operatoria: i guanti a disposizione a Chaaria sono di taglia 6.5, 7, 7.5. Abbiamo guanti non sterili a sufficienza, ma solo tutti in lattice. Abbiamo a disposizione occhiali di protezione e visiere per la sala.
14) Altre informazioni riguardanti i voli, lo scarico di responsabilità, l’iscrizione all’Associazione, ecc. le potrete avere direttamente Fr Giuseppe Meneghini che sapra’ dirvi chi contattare. Sul blog troverete anche un vademecum di benvenuto a Chaaria per i volontari, ed in piccolo dizionarietto Inglese/Kimeru/Kiswahili.
15) Per i volontari con problemi di ipertensione ricordo che Chaaria e’ a 1.100 metri sul livello del mare; ma, forse a causa del caldo e della vasodilatazione, normalmente la pressione tende a scendere un po’ rispetto all’Italia.

Spero di avervi dato informazioni utili. Se ci sono dubbi ancora non chiariti, non fatevi problemi e scrivetemi una mail.

Fr Beppe Gaido

Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


Numero 113

Stiamo allegri, non ho più che tre centesimi; con tutto questo stiamo allegri, abbiamo fede nella Divina Provvidenza.



Riflessione

Gesù ci chiama ad essere dei risorti, chiunque siamo, ovunque siamo, qualsiasi cosa pensiamo di noi stessi.
Abbiamo creduto nell’amore misericordioso del Padre, siamo chiamati a vivere come Cristo ha vissuto vicino e con i poveri.
Abbiamo un comando: amare come Lui ha amato, con quell’amore preferenziale per i piccoli e gli umili; a parlare come Lui ha parlato; ad offrire la nostra vita come Lui ha offerto la sua; a fare ciò che Lui ha fatto e anche cose più grandi, perché Lui è ritornato al Padre.
Il Cottolengo è pronto a vendere tutto per essere libero di amare e lasciarsi usare come docile strumento nelle mani del Padre Provvidente.

giovedì 16 aprile 2009

Appena in tempo

Onesimus era venuto all’ospedale già tre volte nell’ultima settimana. Aveva dolori addominali, che ci orientavano verso un’ ulcera duodenale. Bruciore epigastrico che migliorava con l’assunzione di un po’ di pane o di un bicchiere di latte; dolore in zona periombelicale.
Lamentava anche una sensazione sgradevole, di cupa sofferenza alla pressione sulla cistifellea.
L’ecografia era sostanzialmente negativa: non si vedevano calcoli ne’ alla colecisti, ne’ ai reni. Gli altri organi esplorati erano normali, ed i movimenti intestinali presenti. Avevamo anche pensato ad una gastroscopia ma il paziente non ha accettato.
Ci siamo quindi orientate verso la diagnosi di malattia peptica ulcerosa e lo abbiamo messo in terapia. Onesimus non e’ mai stato ricoverato perche’ ha sempre opposto un netto rifiuto alla nostra proposta di ulteriori accertamenti.
Dopo alcuni giorni di relativo benessere a casa, ieri e’ stato accompagnato in ospedale dalla moglie in condizioni gravissime. Urlava di dolore addominale, e la palpazione del punto appendicolare era dolentissima. Un emocromo urgente ha rivelato un incremento dei globuli bianchi che non lasciava molto spazio ai dubbi: 20.000 leucociti, quasi tutti neutrofili.
Non c’erano ormai piu’ dubbi diagnostici: quella che pensavamo essere una ulcera peptica era probabilmente una appendicite fin dal primo momento.
Bisognava correre in sala: io ed Ogembo avevamo una gran paura, soprattutto in considerazione del fatto che, come ci diceva un vecchio chirurgo, l’appendicectomia puo’ durare da un minimo di 4 minuti ad un massimo di 4 ore.
Per fortuna questa urgenza e’ capitata mentre abbiamo ancora i due chirurghi pediatrici, che hanno una grande esperienza della patologia in questione, anche se loro normalmente la operano in malati piu’ giovani.
Con grande perizia, Renato e Maria Grazia hanno deciso per un accesso un po’ piu’ grosso del normale, pensando che ormai potessero esserci delle complicazioni… e cosi’ e’ stato. Si trattava ora di una peritonite, causata da perforazione dell’appendice stessa. Per fortuna si trattava di una peritonite saccata (cioe’ il pus si era raccolto in una sacca periappendicolare); i nostri amici italiani hanno fatto buon viso alla cattiva sorte: hanno usato gli strumenti da noi offerti, anche se un po’ inadeguati; non si sono lamentati del tipo di anestesia (spinale), che ha reso l’operazione piu’ indaginosa; e con pazienza sono riusciti a rimuovere una appendice lunghissima, friabile, facilmente sanguinante, e soprattutto completamente appiccicata e nascosta dietro al colon… su su fin quasi al fegato.
Ora Onesimus ha un sondino nasogastrico, un tubo di drenaggio in pancia e le flebo che gli scendono nelle vene… ma e’ stabile, e noi siamo contenti di essere arrivati in tempo per salvargli la vita.

Fr Beppe


PS: desidero esprimere il mio piu’ sentito ringraziamento a Renato e Maria Grazia per lo splendido servizio svolto in queste due settimane di servizio intenso e faticoso. Grazie soprattutto perche’ non si sono formalizzati sui pazienti in eta’ pediatrica, ma ci hanno aiutato per tutte le patologie che si sono via via presentate.
Inoltre sono stati splendidi nella loro umilta’ che non ci ha mai messi a disagio, ne’ per le nostre limitate capacita’ chirurgiche, ne’ per le condizioni della nostra sala operatoria.
Dio vi benedica.

Riflessioni giornaliere dal Diario di Padre Pasquale SSC su alcuni "Detti e Pensieri" di S. Giuseppe Cottolengo, a cura di Lino Piano


Numero 103

Per provvedere i nostri ammalati io sono pronto a vendere le lampade, e qualunque cosa mi venga alle mani.



Riflessione

Tutti abbiamo bisogno di un amico, di qualcuno in cui poter credere, di qualcuno col quale poter avere un rapporto profondo e con cui possiamo condividere le nostre debolezze e i nostri segreti.
Ognuno di noi ha bisogno di essere amato, ha bisogno di affetto e di tenerezza. Senza questo di diventa duri. Ma alcuni hanno paura dell’amore e del rapporto con qualcuno: temono di divenire vulnerabili, di essere feriti nei loro cuori, di venire rifiutati. Si chiudono in se stessi per difendersi.
E’ più facile “dare delle cose” che noi stessi. Noi possiamo far morire i più indifesi non soltanto togliendo loro il cibo e l’acqua, ma rifiutando loro il nostro amore.
La felicità e la pace nel cuore dei nostri fratelli più fragili è in grandissima parte frutto della certezza di essere amati; è l’unica strada per non avere paura delle proprie debolezze.
Gli ospiti e le ospiti della Piccola Casa non hanno bisogno di dimostrare che sono buoni, intelligenti, capaci; sanno di essere amati, perciò credono e confidano. Se la loro fiducia, tuttavia, viene ingannata, allora cadranno nella tristezza. Se si sentono abbandonati, verranno meno anche spiritualmente.

Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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