lunedì 30 novembre 2009
Lettera del Presidente dell'Associazione per il Progetto "Occhiali per l'Africa"
Diverse tipologie di medico per l'Africa
Finalmente a casa
Oggi con me sono arrivati anche i nuovi amici dalla Sardegna, i quali hanno avuto qualche difficolta' a raggiungerci a causa di disordini nei pressi di Isiolo. Ora i problemi legati al furto di vari capi di bestiame, sono stati risolti e la strada e' stata riaperta dalle forze dell'ordine... anch'essi quindi sono giunti a Chaaria con qualche batticuore.
Volevo ancora segnalarvi il lavoro che il dott Matteo Baraldi sta facendo in Etiopia per studiare piante medicinali che possano servire a curare malattie tropicali oggi trattate con farmaci molto costosi. Il suo lavoro mi e' sembrato molto interessante e degno di essere segnalato...gli ho quindi promesso che avrei messo il link della sua associazione sul nostro blog. Lui mi ha assicurato che fara' lo stesso.
IPO (INCREASING PEOPLE OPPORTUNITIES)
www.ipoassociazione.org
Fr Beppe
domenica 29 novembre 2009
Progetto "Occhiali per l'Africa"
Il Progetto “Occhiali per l’Africa”, nato il 7 gennaio 2005 con finalità professionali e di cittadinanza attiva, produce occhiali da vista sulla base di prescrizioni provenienti dall’Ospedale del Cottolengo in Kenya.
“Frontifocometro” (con una spesa di 1035 Euro) ed oggi di una “Lampada a fessura” (con una spesa di 2872 Euro).L’intervento di un volontario cottolenghino il 12.11
In ogni esercitazione di laboratorio ottico noi realizziamo un occhiale; sappiamo però che quell’occhiale non sarà mai usato da nessuno. Quelle lenti dopo essere state valutate saranno buttate. Quando invece costruiamo un occhiale per l’Africa sappiamo che è tutto vero, ci sentiamo veramente ottici e sentiamo di collaborare ad un’opera sociale molto importante.
occhiali. Hanno bisogno di occhiali da vista, ma il costo rimane assolutamente troppo alto per loro. Di fronte a queste situazioni spesso si dice: “Non ci possiamo fare niente” ed invece collaborando con l’Ospedale del Cottolengo e con i volontari che da Torino scendono a Chaaria, con l’aiuto anche del Lions Club Albinea, noi stiamo sperimentando che “insieme” si può fare molto. E questo è molto bello.sabato 28 novembre 2009
Pronto a tornare
Mi e' mancata tanto. Mi sono mancati i malati e l'attivita' frenetica.
Il bilancio del Convegno e' stato molto positivo: il Dr Morrone ed il suo team desiderano iniziare un rapporto di collaborazione che dovremmo formalizzare entro la fine dell'anno. Speriamo di poter ricevere il dermatologo che verra' da Mekele per la nostra formazione gia' per la fine di febbraio.
Inoltre il Prof Pala dell'Universita' la Sapienza di Roma desidera mandare dei medici e degli specializzandi in chirurgia generale e ginecologia. Mi ha promesso che si mettera' in contatto con la associazione a Torino.
Il Prof Kathami di Teheran e' stato entusiasta di quanto gli ho raccontato di Chaaria e si e' ripromesso di passare a farci visita e di aiutarci venendo a lavorare con noi per dei periodi.
Chiedo un vostro pensiero per il viaggio di domattina in quanto sembra che si sia rotto l'aereo per la tratta interna del volo, e non sanno se lo ripareranno in tempo...per cui sono incerto se riusciro' ad arrivare nei tempi prescritti o se dovro' spostare il volo da Addis a Nairobi. Speriamo di no.
Fr Beppe
Solidarietà...con un corso di "lana infeltrita"
Video foto collage di Chaaria
venerdì 27 novembre 2009
Mekele-Meru
Rispetto a Meru e' molto piu' grande; le strade sono molto piu' spaziose, ed in genere la citta' sembra meno caotica.
Anche qui ci sono molti matatu che vanno su e giu', e, come a Mombasa, ci sono degli apecar, che fanno da taxi. Esiste anche un mezzo di trasporto piu' povero e piu' caratteristico: si tratta del calesse trainato da un cavallo.
Al mercato di Mekele la gente non ti urla: "uomo bianco". Hanno uno speciale rispetto per gli italiani, e, se possono, tentano di salutarti con il CIAO. Non bisogna contrattare sui prezzi, e loro non cercano di fregarti.
Anche qui, come a Meru, ci sono degli street boys che dormono per strada coperti da cartoni... forse ce ne sono meno che da noi. Pero' a notte tarda, per strada, e' normale vedere le iene: poveri piccoli che dormono sul marciapiede!
Mekele e' una citta' universitaria. Esistono due campus estremamente nuovi e moderni. La scuola in Etiopia e' sempre completamente gratis. Anche le scuole superiori e l'univertsita' sono gratuite. L'accesso avviene su base meritocratica. Tra le varie facolta', e' presente a Mekele anche quella di Medicina.
La citta' ha un aeroporto ed e' la capitale del Tigrai, la regione piu' sviluppata della Repubblica Federale.
Si vede abbondantemente la cooperazione del governo italiano che ha sponsorizzato sia la struttura dermatologica portata avanti dal Prof Morrone e dal team del San Gallicano, sia un nuovo ospedale per malattie infettive, sia una struttura di maternita' e pediatria. Tutte queste costruzioni, edificate e coordinate dal gruppo di Morrone, sono estremamente moderne.
Onestamente, rispetto allo sviluppo che vedo qui, la nostra situazione a Chaaria mi sembra un po' piu' arretrata: loro hanno reparti spaziosi e arieggiati, con grande spazio tra un letto e l'altro. Hanno camere di isolamento e letti moderni. Ma la bellezza di Chaaria, lo sappiamo, e' proprio nel numero altissimo di malati, che afferiscono per le nostre cure, e rendono il Cottolengo Mission Hospital un posto magico, al di la' di tutte le nostre innegabili carenze umane e strutturali.
Fr Beppe
giovedì 26 novembre 2009
Al Congresso Chaaria è stata molto apprezzata
Tutti hanno apprezzato la mia semplice presentazione sui casi dermatologici piu' complicati di Chaaria.
Molti hanno espresso il desiderio di rimanere in contatto e di aiutarci nella diagnosi delle patologie dermatologiche piu' difficili.
Il centro di alleviamento della poverta' del San Gallicano di Roma, mi ha accennato alla possibilita' sia di mandare dermatologi a Chaaria per la nostra formazione, sia di ospitare un nostro infermiere a Mekele per due mesi, al fine di dargli un training dermatologico intensivo. Inoltre saranno disponibili alla diagnosi telematica se invieremo loro delle foto.
E' molto bello sperimentare questa fraternita' scientifica tra persone di cosi' diversa estrazione culturale e geografica, oltre che di credo religioso. Quello che accomuna tutti in questo congresso e' il desiderio di aiutare i piu' derelitti ed abbandonati.
Non ho sentito alcuna difficolta' a comunicare con persone che provengono da Continenti diversi, perche' tutti abbiamo un ideale che ci accomuna, pur in diverse situazioni di vita.
Al convegno sono presenti anche giornalisti, alcuni di radio Vaticana, ed insieme questa mattina abbiamo avuto un commovente momento di preghiera al cimitero dei caduti italiani qui a Mekele. Qui nessuno si vergogna della propria fede: ne' i cristiani, ne' i musulmani... e tutti sanno che sono un Fratello.
Fr Beppe
I nuovi Calendari 2010

Il contributo da versare per un calendario è di 6 euro.

ERIKA BAGGIO
MARIA GRAZIA SCALCO
donpaschiavulli@gmail.com
mercoledì 25 novembre 2009
Negltected tropical diseases
martedì 24 novembre 2009
Addis Abeba
E’ sempre una esperienza molto particolare arrivare nella capitale etiopica (per me la seconda volta): l’aeroporto e’ super moderno e ti lascia l’impressione di una metropoli avanzatissima.
Appena fuori pero’ l’impressione si modifica rapidamente: le luci elettriche ci sono anche lungo la strada; si possono vedere case molto “prominenti”, ma tra di loro si notano magioni in gran parte costituite di fango. Anche di notte i negozietti sono aperti: molti hanno l’elettricita’, ma altri usano una semplice lampada a petrolio. Certo poi ci sono quartieri eccezionalmente belli, come quelli vicini alla sede della Unione Africana: in quella parte della citta’ ci sono molti semafori, mentre in tutto il resto della capitale il traffico si deve regolare senza questo ausilio, perche’ i semafori sono pochissimi: ho gia’ visto un incidente tra due taxi a pochi minuti dal mio arrivo. Fortunatamente la macchina in cui mi trovavo non e’ stata coinvolta. Il mio taxista era molto gentile, come in genere la gente in Etiopia, e non ho avuto alcun timore quando, arrivato all’aeroporto completamente solo, ho dovuto chiedere di essere accompagnato in macchina all’hotel Semien, dove mi avevano gia’ prenotato la stanza.
L’altra cosa veramente impressionante per me e’ l’impatto con i lebbrosi: sono tantissimi; molti di loro vivono di elemosina sui grandi marciapiedi della capitale. I marciapiedi sono anche la loro casa e di notte sono occupati quasi completamente da sacchi a pelo, o da cartoni nei quali i senza-fissa-dimora tirano a campare. Si sente un forte odore di urina quando si cammina, cercando di non calpestarli.
Fa male passare vicino a queste centinaia di mani senza dita che si levano da corpi storpiati e mutilati, avvolti in stracci indecenti... Mi ricorda quella scena del film “Jesus Christ Superstar”, quando Gesu’ viene assalito da decine di lebbrosi che lo spintonano da tutte le parti urlando i loro problemi; ed il Signore, nella sua profonda umanita’, sembra non farcela piu’, ed esclama nel canto: “Siete troppi!”.
Ho visto anche scene molto dolorose, come quando un bambino-mendicante ha rubato le monete dalla ciotola del lebbroso cieco, ed e’ stato inseguito senza successo dai passanti.
Molti lebbrosi vivono nel cortile della grande chiesa ortodossa di San Giorgio, a poche centinaia di metri dal Centro Culturale Italiano, dove si tiene la prima parte del Congresso. Anche gli eterni riti ortodossi mi affascinano e mi attirano, con i loro incensi, le loro preghiere lunghissime, il sacta sanctorum in cui puo’ entrare solo il sacerdote. Al mattino presto, dopo aver fatto presente al pope che io sono un cattolico, mi piace togliermi le scarpe ed essere da lui accompagnato al luogo della preghiera, dove mi dice che posso fermarmi a mio piacimento. Lui e’ orgoglioso farmi notare che parla bene inglese (moltissimi qui conoscono solo l’amarico), e mi conduce di fronte ad un muro affrescato della chiesa, dove sono dipinte ed elogiate tutte le imprese del Negus Haile’ Selassie’.
Ad Addis sono rimaste alcune reminiscenze italiane: ci sono baretti con dehors che potrebbero ricordare Trastevere a Roma. In essi si puo’ bere un espresso discreto, che in genere ti offrono con un dolcetto (cosa del tutto impossibile in Kenya, dove il caffe’ ricorda cio’ che potresti bere a Londra). Altra cosa per me carina e’ il trovare delle panetterie, dove posso comprare del pane caldo che mangio come pranzo e come cena (infatti negli alberghi i pasti non sono compresi nel pacchetto dell’offerta/congresso che ho ricevuto).
Alcuni quartieri hanno ancora nomi italiani: la zona della chiesa di San Giorgio si chiama “Piazza”, mentre quella dei dei mercati generali si chiama appunto “Mercato”.
Ad Addis si puo’ comunque anche vedere il progresso. Rispetto al 2007 e’ piu’ pulita. Ci sono molte costruzioni nuove. Ci sono alberghi e centri congressi. Il traffico non ricorda ancora quello caotico di Nairobi, ma e’ aumentato tanto, con molte macchine fresche di fabbrica. Ci sono persone ben vestite che passeggiano. Ci sono moltissimi negozi di oreficerie.
Purtroppo, come spesso in Africa, il corasto tra ricchi e poveri e’ piu’ crudele: io ho una camera con televisore ed antenna satellitare atraverso cui posso vedere la BBC, ma a pochi metri dall’hotel, i poveri dormono sul marciapiede.
Ad Addis i matatu sono blu e bianchi, e sono dei pulmini Wolswagen di modello antico. I taxi sono di marca Lada, anch’essi blu e bianchi: somigliano moltissimo alla vecchia 124 della FIAT, e costituiscono una reminiscenza degli anni in cui il regime etiopico era una roccaforte africana del blocco sovietico.
Tutte queste sono emozioni a margine del congresso. Poi vi diro’ le cose che imparero’. Per ora vi dico che e’ molto internazionale, e che sto conoscendo medici di varie parti del mondo.
Per me e’ bello poi stare con il gruppo che viene da Roma (Istituto San Gallicano): il loro accento romanesco ed il loro entusiasmo mi riempiono il cuore di gioia.
Fr Beppe
lunedì 23 novembre 2009
Influenza H1N1
Mesi fa, grazie a donatori internazionali, il governo ci ha fornito di materiale iconografico da apporre ai muri dell'ospedale: sono cartelloni che insegnano alla gente come riconoscere i segni iniziali dell'infezione.
Ci sono notizie che i farmaci antivirali sono stati comprati, e le scorte sono sufficienti per una eventuale pandemia. Ma non ci sono campagne vaccinali in corso.
Un paio di mesi fa si era creata una certa fobia, perche' alcune scolaresche venute dall'Inghilterra a scopo di gemellaggio con allievi locali, erano poi state diagnosticate come affette dal virus influenzale. Almeno due secondary schools sono state "quarantenate", ma ora onestamente non ne sentiamo piu' nulla, ed il livello di ansia sembra scemare pian piano anche tra i pazienti piu' informati, come infermieri ed insegnanti. Non ci sono mai stati morti in Kenya per influenza suina.
Io onestamente non ho mai denunciato alcun caso sospetto. Solo una volta, circa due mesi fa, ho visitato una volontaria slovacca di un'altra missione, che era stata mandata a Chaaria perche' "affetta da influenza suina". I test sono invece risultati positivi per la malaria, e, dopo alcuni giorni di terapia, la spaventatissima volontaria si e' completamente ristabilita. Credo che sia tornata in patria prima del tempo per lo spavento.
Onestamente, almeno per ora, focalizziamo i nostri sforzi su altre malattie, che sono killer reali (e non potenziali), come la malaria, la TBC, le diarree, l'HIV.
Fr Beppe
PS: Mentre viaggiavo verso il convegno oggi sono stato abbordato da uno street boy, che, non riuscendo a strapparmi il borsello, mi ha rubato gli occhiali con una "manata". Ho dovuto ricorrere all'aiuto urgente di un ottico, per un paio di occhiali di emergenza, in quanto, senza di essi, non riuscirei nemmeno a leggere le diapositive al convegno.
La prossima volta ci sentiamo dall'Etiopia.
domenica 22 novembre 2009
Carissimi amici sardi
sabato 21 novembre 2009
Il congresso internazionale di dermatologia tropicale in Etiopia

Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.
Fratel Beppe Gaido



