AlberiStagioniStriscia.gif

Un bimbo al mattino andava sulla spiaggia a ributtare le stelle marine che erano portate in secca dalle onde.

Quando qualcuno lo vide, gli disse che tale lavoro era completamente inutile, perchè egli non sarebbe mai riuscito a ributtare in mare tutte le migliaia di stelle, che si trovavano sul bagnasciuga.

Il bambino con calma guardò la stella che aveva ancora in mano, la buttò in acqua e poi rispose: "per questa stella sicuramente non è stato inutile".

Chiunque abbia voglia di aiutarci in questo intento, fosse anche per salvare una sola stella... non sarà stato invano. Grazie.

Nadia Monari - Infermiera volontaria


Leggi "Chi siamo", "La storia dell'Associazione" e "Le nostre Missioni"

Lettera del Superiore Generale, Fr. Giuseppe Meneghini


sabato 31 gennaio 2009

Cottolengo Center di Langata Nairobi


E’ stato fondato nel 1990, dapprima come casa di noviziato per le Suore.

Per un breve periodo ha ospitato bambini handicappati mentali, ed ha organizzato attivita’ di assistenza a domicilio nel vicino slum, come da tradizione per la nostra spiritualita’, ma, a partire dal1992 si e’ decisamente rivolto verso l’accoglienza di bimbi affetti da HIV, molti dei quali orfani. All’inizio c’e’ stata una gestione condivisa, insieme ad un’altra struttura chiamata Nyumbani e diretta da un gesuita americano (Padre Angelo D’Agostino).
Langata.jpeg
Dal 1994 pero’, appena raggiunta una certa confidenza sul come gestire la patologia in eta’ pediatrica, sia dal punto di vista medico che sociale, la Piccola Casa ha assunto la direzione del centro in modo completamente autonomo.
Il Cottolengo Centre di Nairobi e’ stato da subito una struttura di eccellenza per l’alto livello di efficienza e per le terapie di ottima qualita’ offerte. Puo’ essere definito come un hospice dove si cerca anche di fornire un ambiente del tutto familiare ed uno stile di vita il piu’ possiblie normalizzato.
La vita dei bambini e’ quindi scandita dalle comuni attivita’ proprie dell’infanzia, dal gioco, al canto, alle scuole di ogni ordine e grado. Il centro si avvale della collaborazione di specialisti che visitano i bambini in giorni prestabiliti. In caso di necessita’ di ricovero ospedaliero si affida al Kenyatta National Hospital. Il servizio e’ portato avanti da Don Giusto Crameri, in qualita’ di direttore, e dalle Suore del Cottolengo, che coordinano tutte le attivita’.

La struttura accoglie preferenzialmente bambini molto piccoli e li accompagna fino all’eta’ adulta, quando poi si cerca per loro una sistemazione nella vita al di fuori del Cottolengo.
Ci sono anche dei casi in cui, applicando con correttezza la terapia profilattica a dei neonati, si sono ottenute delle negativizzazioni di test positivi alla nascita: tali bambini vengono quindi reinseriti in famiglia, se i genitori sono vivi... e vengono definiti come liberi da malattia. Purtroppo, nonostante le terapie in atto, la mortalita’ e’ ancora significativa, ed e’ sempre drammatico veder morire un bambino con cui si e’ vissuto per molti anni.
Dai primi anni ’90 ad oggi lo scenario per la cura dell’AIDS e’ comunque cambiato moltissimo: da una parte c’e’ il grande problema dei bambini che sopravvivono al lungo, ed oggi possono giungere fino alla vita adulta. All’inizio, data la scarsita’ di buoni farmaci ARV, era molto raro che un bimbo positivo arrivasse alla adolescenza: oggi, con il migliorare delle terapie, si pongono problematiche nuove, come per esempio la gestione della sessualita’ di questi ragazze e ragazze, il loro bisogno di farsi una famiglia e di avere una vita indipendente. Il lavoro di counseling e’ dunque diventato sempre piu’ complesso perche’ sono proprio gli adolescenti a fare le domande piu’ difficili: perche’ proprio a me? Perche’ la gente mi evita? Che colpa ne ho io se me lo sono preso fin dalla nascita? Anche i problemi di reinserimento sono divenuti assai piu’ complessi e cozzano spesso con lo stigma ancora presente nei loro confronti.
Su un fronte completamente diverso c’e’ invece il fatto che il numero di bambini piccoli che necessitano di hospice sta diminuendo, vuoi per tutte le strategie di prevenzione messe in atto a livello sanitario, vuoi per le terapie di profilassi date a tutte le donne gravide ed ai loro neonati, vuoi per il fatto che i genitori sieropositivi oggi possono sopravvivere molto a lungo, se in antiretrovirali.
Questo pone il Cottolengo Centre di fronte ad un un nuovo discernimento sulla tipologia di pazienti da ricoverare in futuro.

Fr Beppe Gaido



venerdì 30 gennaio 2009

Alcuni dati dalla maternità di Chaaria


2008 INDICATION OF C/S

La seguente tabella illustra le indicazioni per il cesareo a Chaaria nel 2008. I dati sono in numeri assoluti.
CPD significa disproporzione cefalopelvica.
Twins in prime significa gemelli in primipara.
Failure of synto significa che abbiamo indotto la mamma con oxytocina ed il travaglio non e’ iniziato.
BOH significa storia ostetrica pesante (molti nati morti).
Grafico2.jpg
Grafico1.jpg

HIV POS MATERNITY - 2008

Nelle due colonne di sinistra della tabella sotto riportata possiamo osservare il numero di pazienti positive per HIV tra quelle che hanno accettato il test durante la visita prenatale (ANC).
Nelle due colonne di destra si puo’ riscontrare il numero di pazienti positive tra quelle che hanno partorito a Chaaria ed hanno accettato il test. Il numero totale dei parti si riferisce solo a quelle donne che hanno accettato il test, ed e’ quindi inferiore al numero totale di parti a Chaaria per il 2008.
ANC sta per ANTE-NATAL CLINIC.
Grafico3.jpg

Grafico.jpg
Le statistiche e le tabelle, sono state elaborate e preparate da Fr. Beppe.




giovedì 29 gennaio 2009

Los especialistas


É interessante notare come i medici specialisti che vengono all’Hogar hanno pian piano cambiato il loro atteggiamento verso di noi.
Oltre al dr. Almeida, nostro medico di base che da sempre viene come volontario tutti i sabati pomeriggio e al bisogno su chiamata, e Giulia, la fisioterapista servicivilista dell’OVCI, da tempo godiamo di un gruppo di specialisti che vengono periodicamente: una psichiatra, un cardiologo e un dermatologo.
All’inizio si portavano gli anziani nei loro ambulatori privati ad Esmeraldas. Come tutti si fissava un appuntamento e si pagava la visita che andava da 20 a 100 dollari(!!). Piú naturalmente i vari esami e le medicine prescritte.
Col tempo hanno iniziato a venire loro all’Asilo: questo perché l’anziano in cura da loro si aggravava e, allettato, non poteva essere trasportato fino alla cittá che dista una trentina di km. Vengono sempre al sabato o alla sera tardi.
Ora personalmente ero un po’ preoccupato perché pensavo che la parcella, comprendente visita a domicilio piú spese di viaggio, aumentasse notevolmente.
Anziani.jpgInvece venendo all’Asilo in tutti é successo “qualcosa”! Chissá, forse vedendo il posto e la struttura, parlando e conoscendo gli altri anziani ascoltando le loro spesso tristi storie d’abbandoni e tradimenti, osservando il nostro lavoro...
Iniziando dal problema dei finanziamenti ci hanno riempiti di domande: dagli ospiti alla nostra scelta di vita, dagli orari ai volontari...
É cosí che attualmente a loro do solo un piccolo rimborso-benzina e, naturalmente, una buona...tazza di caffé italiano!
Ad alcuni anziani hanno offerto esami gratis (ecocardio, ECG, biopsia cutanea...), pagando di tasca propria:” é il minimo che posso fare per voi, fratello...”!
La “metamorfosi” di questi amici medici spacialisti mi ha colpito molto e ho voluto condividerla con voi.
Ancora una volta ho capito che il Signore é un Buon Imprenditore e chi lavora per Lui... non va in rosso!
NOTIZIE DA TACHINA

Il 20 gennaio sono arrivati i volontari Vaccaro Domenico e Rizzo Roberto che si sono aggiunti a Paolo Riggio, giá tra noi dal 5 gennaio.
GruppoSoniaIvan.jpgLo stesso giorno sono arrivati anche i due fratelli Consiglieri Generali Confalonieri Sandro e Gada Ernesto per la visita canonica e che sono ritornati a Quito il 28 del mese.
Come se la quieta vita dell’Hogar non fosse giá abbastanza “sconvolta” da tutte queste nuove presenze, il 21 sono arrivati anche Borrini Sonia e Ivan Vandoni: due giovani italiani provenienti dal Perú e diretti in Colombia, interessati a conoscere la nostra realtá. Si sono fermati con noi tre giorni.
Vi lascio immaginare la gioia degli anziani nel vedere tutte queste belle nuove facce intorno a loro!
Davvero un dono per tutti.
Se il buon esito si vede dall’inizio, diciamo pure che abbiamo iniziato il nuovo anno molto bene.
Anche di questo ringraziamo il Signore.

Fratel Maurizio



Tragedia inaspettata


Silas bussa alla porta e mi dice: “Hai delle visite... Sono Bianchi”. Tra me penso che si tratti di qualche prete missionario che ha bisogno di un consulto medico. Mi avvio verso la sala di attesa e vedo un gruppo molto frizzante di persone dall’aspetto veramente pallido e dal volto sorridente e gentile.

Mi corrono incontro e si dimostrano molto felici di vedermi. Il loro accento è sicuramente d’oltreoceano, ma non riesco bene ad identificare da dove vengono con esattezza.
Sono loro a togliermi subito dall’imbarazzo: “We are Canadians (siamo Canadesi): da due settimane abbiamo iniziato un progetto di assistenza medica e sociale presso il dispensario di Mikinduri, ed ora siamo venuti qui a Chaaria perchè abbiamo bisogno di aiuto. Cerchiamo un ospedale dove mandare i nostri malati quando non possiamo gestirli ambulatoriamente nella nostra clinica”.
“Se questa è la ragione della vostra visita, la collaborazione la avete già trovata. Io sono felice di aprirvi le porte del nostro ospedale, per tutte le cose che siamo in grado di fare”.
L’incontro è davvero piacevole: sono persone simpaticissime, con tagli professionali simili e complementari. Ci sono medici e infermieri, ma anche assistenti sociali. Con loro hanno due piccoli bambini keniani, di età non superiore all’anno: sono in braccio alle loro mamme e versano in condizioni non buone.
stanza bimbi.JPG
Uno dei medici canadesi mi dice di aver provato con antibiotici e antimalarici orali, ma di non aver visto alcun miglioramento. Poi aggiunge che vedrebbe l’opportunità di una terapia endovena. Il mio occhio clinico, che ha seguito decine di migliaia di malarie complicate, non ha dubbi al riguardo: entrambi i bambini necessitano di chinino in vena.
“Doctor, non preoccuparti... ci prendiamo noi cura di questi pazienti e ve li restituiremo come nuovi”.
Il gruppo è entusiasta, vuole visitare i reparti, e poi mi dice che è loro intenzione tornare in pomeriggio con una grossa donazione di farmaci. Alla Provvidenza non si dice mai di no, ed io ho detto che quelle medicine ci sarebbero veramente servite, ed avrebbero anche portato un po’ di ossigeno alle nostre finanze decisamente stremate.
Abbiamo fatto qualche foto insieme. Ci siamo scambiati gli indirizzi email, e poi sono partiti. Poco dopo però una dottoressa è tornata e mi ha chiesto: “Voi qui potreste fare qualcosa per un giovane ragazzo con turbe depressive e con delle contratture alle ginocchia? Da tre anni questo paziente era rinchiuso in una capanna con le gambe rannicchiate sul petto, in preda ad una crisi depressiva che nessuno a casa aveva preso seriamente e per cui nessuna terapia era mai stata instaurata. Tutto era iniziato quando il suo papà era morto: da quel momento il bambino aveva lasciato la scuola, e si era chiuso in un suo mondo solitario. Questo lo aveva isolato anche dalla famiglia che lo trattava più o meno come un demente. Ora lo abbiamo accolto in missione e vorremmo tentare sia una terapia antidepressiva, che una fisioterapia per rimettere in funzione le sue gambe”.
“Credo che potremmo fare qualcosa. I nostri fisioterapisti sono molto bravi e conoscono il loro mestiere”. Due ore dopo mi trovo davanti Martin. E’ su una carrozzina, ha le ginocchia piegate e molto vicine al petto. Parla molto, e chiaramente nei suoi discorsi si percepisce un certo disturbo psichiatrico: è come una valanga di parole, passa da un argomento all’altro senza una connessione logica e ha fuga di pensiero.
Gli amici canadesi vogliono andare, perchè temono le due ore di strada sterrata, e desiderano raggiungere Mikinduri prima di notte. Io li rassicuro che Martin è in buone mani, e subito comincio una blanda terapia antidepressiva. Poi lo visito insieme ai fisioterapisti e decidiamo che non si tratta di un problema chirurgico, ma fisiatrico: in altre parole, non avrà bisogno di un intervento chirurgico, ma di riabilitazione e di estensione degli arti con tutori.
Decidiamo di applicare subito delle docce che, senza grossa trazione, riescono ad allentare la tensione muscolare e tendinea. Martin ha male, ma sembra aver capito: deve sentire dolore adesso per poi camminare domani.
Passo a rivederlo verso le 23. Sta dormendo e non sembra che la sofferenza sia eccessiva. Per questo decido di non togliere i tutori e di lasciarli in posizione fino all’indomani mattina, quando avrebbe iniziato le sedute di mobilizzazione passiva.
La notte è stata tranquilla, ma alle 9 del giorno seguente vengo chiamato d’urgenza: Martin ha un torace terribilmente congesto, ha fame d’aria e respira malissimo. Tutto è iniziato 5 minuti prima. Quando arrivo il bambino è già in fin di vita. E’ cianotico. Corriamo. Pratichiamo tutte le misure di rianimazione che conosciamo, ma Martin se ne va in meno di dieci minuti.
Mi siedo per terra. Sono svuotato. “Cosa è successo? Non possono essere i sedativi. Ho usato una dose troppo bassa. Non posso averlo avvelenato”.
Poi pian piano mi calmo e mi si para davanti la verità, dapprima come un dubbio... poi come una certezza:
“Un’embolia polmonare! Che stupido! Come ho fatto a non pensarci? Questo ragazzo è stato con le gambe immobili e ripiegate per tre anni, e quando le abbiamo mobilizzate, forse abbiamo dislocato un trombo, e questo è partito attraverso le vene fino a bloccargli i polmoni. Avrei dovuto fare dell’eparina prima di iniziare la fisioterapia... ma ora è troppo tardi”. Come faccio ora a dirlo ai dottori canadesi?
Mi sento vuoto, distrutto e pieno di sensi di colpa. Non ho il coraggio di chiamarli. Preferisco parlare al telefono con il parroco di Mikinduri. Lui mi rassicura e dice che sempre nella vita c’è quello spazio di incognita dove non riusciamo ad avere tutto sotto controllo. Poi aggiunge che forse era un piano di Dio che Martin, abbandonato tra i suoi escrementi per tre anni in una capanna, andasse in Paradiso circondato da persone che cercavano di prendersi cura di lui e di aiutarlo.
Io non ho parole. Sono completamente annichilito e dico solo al parroco di spiegare lui ai miei colleghi canadesi... spero che capiranno e che la nostra collaborazione possa ancora continuare in futuro, così come avevamo sognato.

Fr Beppe Gaido




mercoledì 28 gennaio 2009

Nessuno mi crederà


Parlo con Mwenda (ma il nome e’ falso perche’ voglio proteggere il suo segreto). E’ venuto da me per sfogarsi. Ci conosciamo da molto tempo e facciamo lo stesso lavoro, con il medesimo impegno e dedizione. Il colore della nostra pelle e’ diverso, ma il nostro cuore batte all’unisono, infiammandosi per gli stessi ideali e per le identiche cause di giustizia e servizio. Mwenda e’ emotivo come me, e se e’ venuto, vuol dire che ha qualche turbamento interiore che deve condividere perche’ non riesce a gestirlo da solo. A volte sputare il rospo serve, e fa diminuire il livello di tensione interna.

So che devo ascoltarlo e basta. So che lui ha in se stesso le risorse. Non ha bisogno di parole ne’ di consigli. Gli serve solo un cuore aperto all’ascolto che funga da ansiolitico in un attimo di turbamento.
“Sono tutto orecchie, amico. Cosa ti e’ successo?”
“Ti ricordi quante volte siamo andati in giro per insegnare alla gente le norme basilari sulla prevenzione dell’AIDS? Rammenti con quanta enfasi sottolineavamo le vie di trasmissione, i comportamenti a rischio, i modi con cui uno puo’ infettarsi?”
“Certo! E’ uno degli argomenti piu’ frequenti che ci chiedono di trattare nelle scuole, nelle parrocchie ed in vari gruppi ed associazioni”.
“Gia’, e’ vero. Pensa a quando ci riempivamo la bocca di numeri. La percentuale di infezione per una puntura con ago infetto e’ circa dello 0.2%... quindi bassissima. Questo dato ci portava a dire che il personale sanitario in realta’ corre dei bassi rischi, perche’ le statistiche dicono che se si bucano duemila persone, solo due hanno la possibilita’ di infettarsi”.
“Si’. Questo e’ proprio quello che crediamo e cerchiamo di far conoscere alla gente”.
“Pero’, Beppe, noi abbiamo sempre parlato degli altri, e parlare sulla pelle altrui non e’ poi cosi’ difficile.
Ora il mio problema e’ che mi sono bucato durante un cesareo di una donna infetta da HIV. Mi sono disinfettato subito e mi sono lavato con acqua corrente. Ho fatto uscire il sangue.
Poi ho concluso l’intervento dicendo a me stesso: mi sono punto tante volte con pazienti di cui neppure conoscevo lo status... anche questa volta non succedera’ nulla.
Ma appena fuori della sala il mio cervello e’ andato in paranoia. Dopo quel cesareo ne ho avuto un altro a ruota. Ho cercato di rimanere calmo, ma quel piccolo dolorino al dito mi ricordava continuamente la possibilita’ che qualche virus fosse gia’ entrato nel mio torrente circolatorio. Inoltre quella percentuale dello 0.2% non e’ riuscita a tranquillizzarmi: e se fossi proprio uno di quei due sfortunati che si infettano, malgrado i 1998 che invece non di beccano niente?
Ho quindi deciso di prendere la profilassi. Ma anche questa non e’ stata una scelta indolore. Prendere farmaci antiretrovirali ha avuto in me un indubbio impatto anche emotivo. Poi, leggendo la serie di effetti collaterali e le possibilita’ di tossicita’ anche gravi, la mia crisi e’ aumentata. Devo davvero assumere la medicina per 28 giorni, correndo tutti questi rischio di reazioni indesiderate per sparare contro un nemico che forse non e’ neppure entrato nel mio corpo?
All’ inizio e’ prevalso il no: non prendo niente e mi affido all’aiuto di Dio. Poi pero’ i fantasmi sono ritornati all’attacco: ho ripensato alla dottoressa C. che in Uganda si e’ presa l’AIDS in sala operatoria. Se la scienza ci da’ delle opportunita’ di prevenzione, perche’ non usarle?
Ora ho iniziato. Da una parte questo e’ peggio perche’, se magari non prendessi le medicine, mi dimenticherei piu’ facilmente dell’incidente. Pero’ almeno in futuro non potrei darmi dello scemo se il test malauguratamente risultasse positivo ed io non avessi assunto la profilassi.
Sai cosa mi fa sorridere amaramente? Se mai dovessi bucarmi di nuovo fra un mese, cosa farei? Prederei di nuovo le pastiglie per altri 28 giorni? Preferisco non pensarci. Era tanto tempo che non mi succedeva nulla in sala operatoria”.
“ Caro Mwenda, cosa dirti: e’ capitato a te, e quindi per me e’ sin troppo facile parlare quando la croce non e’ caduta sulla mia testa. Certo, dobbiamo accettare questo come parte dei rischi del nostro lavoro. Se sceglievamo di fare i commercialisti, molto probabilmente non avremmo di questi problemi e di queste ansie. Preghero’ per te. Comunque, credo che la scelta di assumere la terapia sia stata quella giusta. Solo mi raccomando una cosa: non dimenticarti di prenderla. Sii fedele... altrimenti non serve a nulla... e siccome ti conosco, e so che non sei mai riuscito a portare a termine neppure un antibiotico prescritto per cinque giorni, penso che ti dovrai veramente impegnare a fondo.
In questo modo avrai fatto la tua parte. Il resto lascialo a Dio”
“ Se divento positivo, ci sara’ qualcuno che mi crede, o tutti inizieranno a dire che me lo sono preso andando a donne?”
“ Di questo non preoccuparti davvero. Dio proteggera’ il tuo nome... e poi, alla fin della fiera, noi siamo quello che siamo, e Dio lo sa. Cio’ che la gente dice non aggiunge ne’ toglie nulla, se la nostra coscienza e’ tranquilla. Ancora una cosa: per favore continua ad operare; non lasciarti prendere dallo scoraggiamento. Se lasci la chirurgia adesso, potresti non essere poi piu’ in grado di riprendere. E’ come chi smette di guidare dopo un incidente stradale. Per favore vinciti, e lavora come prima. La tua mano e’ troppo importante per salvare ancora molte vite”.

Fr Beppe Gaido


Un ringraziamento all'AIT di Roma


Ait.jpg

L'Associazione Infermieristica Transculturale ha inserito sul loro sito web il link del nostro blog.

Ringraziamo l'Associazione per il riconoscimento al valore ed ai contenuti di questo blog.

Ait1.jpg

L'Associazione è una Società Scientifica di INTEGRAZIONE E PROFESSIONALITÀ SENZA CONFINI.

Un passo verso il futuro per promuovere oltre ogni confine geografico la cultura infermieristica, la ricerca, l'integrazione professionale e sociale nel campo dell'assistenza sanitaria.

In particolare, vorrei ringraziare l'I.P. Dr. Alessandro Stievano (Revisore dei conti del Collegio Ipasvi di Roma), che si è interessato direttamente alla valutazione ed all'inserimento di questo nostro lavoro.

Nadia Monari.


martedì 27 gennaio 2009

Siamo molto grati del vostro aiuto



Vi ricordate la mia storia? Provate a rileggerla nel blog di febbraio 2008. Ora sono nel nuovo Huruma Centre, con Daniele ed il nuovo team. La signora che mi tiene in braccio e’ la mia educatrice. Anche i bei vestitini che ho, li devo a voi cari amici e sostenitori.
Sono ritornata a Chaaria perche’ Sr Oliva voleva vedermi. Tra qualche giorno (non so bene con precisione quando) avro’ un anno. Ma sono un po’ precoce, in quanto gia’ posso camminare... sono brava vero?
Elena
ElenaGenn2009.JPG


Io invece sono Ireen ed ho una brutta malattia della pelle. Non ho molto da dirvi se non che sarei molto grata di trovare un Buon samaritano, che aiuti la mia mamma a pagare le medicine che spero mi faranno guarire.
Ireen
Ireen.JPG
Ed io sono Lina,
la situazione è sempre drammatica. Ho finito la radioterapia, ed ora mi propongono un nuovo ciclo di chemio. Ho molta paura ma non voglio arrendermi e desidero continuare. Anche io sento il bisogno di ringraziare tutti i Samaritani che stanno mandando soldi per queste terapie che mi tengono viva. Sono mostruosa, non ho più neanche il naso, ma riesco ancora a vederci un po’ con l’occhio destro. Finchè c’è speranza, c’è vita. Insieme continuiamo a lottare.
Grazie.
Lina

LinaGenn2009.JPG



Articolo per la rivista "Popoli e Missione"


E' stato pubblicato il seguente articolo sulla rivista "Popoli e Missione", da cui ho estratto il contenuto scritto da Fr. Beppe.

PopoliMissioni.jpg

PopoliMissioni1.jpg





Oggi la comunita’ di Chaaria ha gli occhi gonfi di lacrime perche’ salutiamo 4 nostri Fratelli che voleranno domani per l’Italia. Li vedete nella foto: sono Bro Godfrey, Bro Simon, Albert e Wilson. Si fermeranno a Torino per alcuni anni al fine di proseguire con la loro formazione religiosa.
vct0723.JPG


La comunità di Torino sara’ arricchita dalla presenza di queste nuove vocazioni che porteranno piu’ internazionalita’ e freschezza. Naturalmente i nuovi Fratelli saranno anche malati di nostalgia per alcuni mesi, per cui, se potete, andateli a trovare e fateli sentire a casa in Italia. E’ chiaro che per loro sarà molto dura in una nazione che non conoscono, tra gente vct0724.JPGcompletamente nuova che parla una lingua a loro in parte ancora sconosciuta e si comporta con modelli culturali molto lontani dai loro.
Noi li accompagniamo con la preghiera e la fraternità; voi tutti accoglieteli con amicizia.
Immagine 084.jpgCon la partenza di Bro Godfrey mi sento anche di segnalare il grande lavoro da lui compiuto nella sala denti fino ad oggi compreso.
Da domani, il settore odontoiatrico sara’ ancor piu’ “azzoppato” di quanto non lo sia stato fino ad oggi.
Fratel Godfrey aveva imparato dai volontari, e soprattutto da Daniele, a fare otturazioni e cure. Ora questo servizio sara’ bloccato completamente, perche’ ne’ io, ne’ Sr Florence possiamo andare al di la’ delle estrazioni.
Proprio per questo, desidero chiedere ai dentisti che eventualmente leggessero questo blog, di mettersi in contatto con l’associazione e di iniziare una specie di catena della solidarieta’, in modo che il nostro ambulatorio dentistico possa ancora essere significativo ed importante per le persone che afferiscono a Chaaria.
Abbiamo bisogno di volontari in questo campo, dove, per circostanze varie, siamo ora del tutto scoperti.

Grazie a coloro che raccoglieranno questo mio appello.

Fr Beppe


domenica 25 gennaio 2009

Sprito e budget


A noi che lavoriamo nei Paesi in via di sviluppo, spesso viene detto che dobbiamo assolutamente puntare sulla SELF RELIANCE, e cioe’ su una gestione sostenibile, su una graduale autosufficienza dai donatori internazionali.

In molti seminari ci viene ricordato che senza questo occhio teso allo “svezzamento” delle nostre strutture dal flusso di denaro che proviene dall’Europa, gradualmente le condanniamo all’ autodistruzione: a tutti e’ chiaro infatti che gli aiuti internazionali non possono durare per sempre, e verra’ di conseguenza il momento in cui bisognera’ farne a meno.
MalatoTerm1.jpg
Noi comprendiamo certamente questo discorso, ma non e’ cosi’ facile metterlo in pratica. Ero recentemente con un amico del Sud Sudan, il quale mi ha parlato della sua situazione, certamente molto diversa dalla nostra.
Laggiu’ la gente non ha proprio nulla e ancora vive completamente sotto l’egida degli aiuti internazionali: ci sono elargizioni di cibo, in quanto i campi sono spesso ancora minati, e nessuno ha soldi liquidi per comprare le medicine o pagare un ricovero.
Il Sudan e’ pero’ al momento al centro della attenzione internazionale ed e’molto sponsorizzato, per cui questo amico mi diceva che l’importante e’ fare dei buoni progetti e spendere bene i soldi che comunque arrivano. La cosa essenziale e’ la trasparenza, ma normalmente non ti trovi nella situazione di non avere denaro in cassa. Quella e’ comunque una situazione particolare, giustificata dal fatto che solo ora il Sud Sudan sta uscendo da una ventennale guerra civile.
Qui da noi gli aiuti ci sono si’, ma su scala molto diversa; si tratta di amici, volontari, parrocchie, e naturalmente la Piccola MalatoTerm3.jpgCasa di Torino.
Noi dobbiamo far pagare qualcosa ai nostri pazienti perche’ altrimenti non ce la faremmo davvero a tirare avanti. E’ vero che le offerte ci aiutano molto, ma e’ anche vero che esse non posso coprire tutti i nostri fabbisogni.
Senza volerlo, siamo spesso sull’orlo della bancarotta, e dobbiamo essere molto oculati nel gestire le enormi spese che l’ospedale comporta.
Spesso siamo in “profondo rosso”, ed anche se sappiamo che i nostri amici dall’Italia continueranno a sostenerci, questo dato non puo’ lasciarci tranquilli. Si lavora dal mattino alla sera, si e’ di guardia tutte le notti, ed alla fine della settimana si guarda il portafoglio e lo si trova estremamente vuoto: i soldi vanno a velocita’ supersonica. I prezzi sono aumentati molto, e questo fa si’ che dopo una settimana traboccante di pazienti e di interventi chirurgici, io guardi la cassa e mi trovi nella situazione critica di decidere: “pago prima la luce o prima le medicine, perche’ non ho denaro per pagare entrambe?... questo mese gli stipendi li paghiamo dopo il 15 in quanto abbiamo dovuto fare un grosso ordine di farmaci!.... questo mese non pagheremo la rata per l’acquisto della nuova macchina in laboratorio, perche’ ci sono state troppe festivita’ e gli stipendi sono alle stelle”.
Sono venuti degli esperti che hanno cominciato a darmi dei consigli su come migliorare la situazione economica: molti dicono che devo aumentare i prezzi. Questa soluzione mi contorce le budella e mi manda in crisi esistenziale. Infatti, da una parte io credo nell’importanza del “cost sharing”(condivisione dei costi) con i pazienti, perche’ in tanti anni ho ormai maturato che il dare gratuitamente non aiuta: i pazienti che non si sono sacrificati neppure un po’ per comprarsi della tachipirina, la butteranno via senza problemi, oppure penseranno che, siccome e’ gratis, non vale niente (anche qui la gente ritiene che quella particolare medicina deve essere molto potente perche’ costa veramente tanto)... inoltre il distribuire gratuitamente le medicine favorisce il nascere di un mercato nero, in cui i farmaci ricevuti vengono poi rivenduti a gente che abita lontano e non ha avuto la possibilita’ di viaggiare fino all’ospedale (anche i matatu costano parecchio, tra l’altro).
MalatoTerm2.jpgPero’ ho sempre voluto che i prezzi di Chaaria fossero i piu’ bassi possibile; questo per due ragioni:
1) La prima e’ che, tenendo i prezzi bassi ed eliminando totalmente le parcelle, speriamo di non tagliare fuori i piu’ poveri, quelli che non avrebbero i soldi per pagare il dottore o non ce la farebbero a comprarsi le medicine.
2) La seconda e’ di ordine puramente economico: io ho sempre creduto che noi siamo venuti in Africa per lavorare, e non per grattarci le ginocchia... ora e’ chiaro che se terremo i prezzi alti, vedremo la gente che affluisce a Chaaria ridursi molto velocemente, ed i pochi che continueranno a venire non saranno certamente i piu’ poveri: non avremo quindi ottenuto un risanamento del budget, e non riusciremo piu’ a trovare un senso al nostro stare qui. Se invece i prezzi sono minimi, allora vedremo centinaia di malati, e alla fine della giornata, l’ “income” sara’ ancora maggiore. In termini matematici io ragiono cosi’: se il prezzo medio e’ 1000, e’ chiaro che io non mi potro’ aspettare piu’ di 20 pazienti al giorno, e quindi alla sera avro’ raccolto solo 20000. Se invece il mio prezzo medio e’ 100, avro’ almeno 400 pazienti al giorno e quindi alla sera mi aspettero’ 40000. Cio’ mi sembra anche in linea con lo Spirito del Cottolengo che diceva che, per sanare una situazione di ammanco economico, bisognava aumentare il numero dei letti. Lui ragionava certo da uomo di fede che crede fortemente nella Provvidenza, e che quindi non puo’ dubitare sull’aiuto del Padre Celeste, se ci vede impegnati nel servizio degli altri fino allo stremo delle nostre forze. A volte pero’ fede ed economia parlano lingue leggermente diverse...
Infatti spesso mi trovo ad un crocevia, senza riuscire a trovare il bandolo della matassa: uno nodo irrisolto e’ certamente quello dei paralizzati per varie ragioni (lesioni della colonna, malattie neurologiche, tubercolosi, traumi, violenze). Sono senza dubbio dei poveri, perche’ sono abbandonati da tutti, spesso anche dalle loro famiglie, che li considerano ormai dei pesi morti e delle zavorre economiche.
E’ pero’ sempre piu’ chiaro, in vari anni di esperienza, che, una volta ricoverati, sara’quasi impossibile dimetterli: avranno piaghe da decubito, saranno incontinenti, avranno bisogno di continua fisioterapia... mandarli a casa sara’ quasi impossibile, a
MalatoTerm.jpgmeno di portarli noi con l’ ambulanza... ma poi, mandarli a casa a fare cosa? Ad essere mangiati dalle pulci penetranti? Allora li si tiene in ospedale. Dei parenti neppure l’ombra. Anche quando riusciamo a trovarli, non avranno quasi mai la possibilita’ di pagare il “cost sharing” per un ricovero durato circa un anno. Ogni paziente paralizzato e’ un “buco nero” per i nostri bilanci, ma il Cottolengo ci direbbe che proprio lui deve essere la nostra perla preziosa, perche’ e’ il piu’ abbandonato.
Un ragionamento puramente economico mi dovrebbe convincere che e’ meglio stabilire che a Chaaria non si ricoverano casi di paralisi... ma sono sicuro che in questo caso io sarei ancora fedele all’intuizione del Cottolengo? Lui mi ripeterebbe che sono proprio loro le cambiali che dobbiamo presentare a Dio, perche’ ci mandi piu’ aiuti.
Inoltre, lo stesso discorso dovremmo applicarlo per i tumori in stadio terminale, per gli AIDS conclamati: anch’ essi sono spesso abbandonati, e nessuno paghera’ per loro se magari muoiono in ospedale dopo sei mesi di degenza... ma anche in tal caso, io credo che il Cottolengo mi dica che sono proprio i terminali ad avere la precedenza, se quello di Chaaria deve essere un ospedale fedele allo spirito del Fondatore. Come si fa a non ricoverare un gravissimo solo perche’ saprai che ti costera’ una fortuna e nessuno ti verra’ incontro? E’ proprio accettandoli che possiamo esercitare un po’ di abbandono alla Divina Provvidenza e vivere la sfida della nostra fede che deve portarci ad una speranza anche contro l’evidenza.
Ci sono poi degli ammortizzatori economici che sicuramente pagheranno quello che chiediamo, e ci aiuteranno di conseguenza a bilanciare un po’ tutti quei buchi amministrativi:
a) Il piu’ importante e’ rappresentato dalla maternita’ dove la donna ha avuto nove mesi per prepararsi economicamente anche alle spese del parto o dell’eventuale cesareo (anche in questo settore i nostri prezzi sono comunque tra i piu’ bassi).
b) Poi ci sono le circoncisioni tradizionali che, essendo molto legate a profondi valori culturali, vengono normalmente pagate senza battere ciglio.
Molte delle vostre offerte vanno proprio a finire in questo calderone. Le uso per pagare il ricovero di una poveretta che e’ in coma diabetico e non ha nessuno; o per comprare l’insulina ad un altro paziente che non se la puo’ permettere; o per permettere il ricovero a lungo termine di un AIDS terminale. Questo e’ stato anche il fine del Progetto “Buon Samaritano” con cui molti ci hanno pagato un singolo ricovero per un bimbo affetto da varie patologie.
Non so se sono riuscito a comunicarvi quello che sento: la conclusione e’ comunque che, pur comprendendo che ci voglia una amministrazione oculata, e pur riconoscendo che ci sara’ sicuramente un futuro in cui questo ospedale dovrebbe essere in grado di funzionare senza le offerte e gli aiuti internazionali, voglio comunque lasciarmi sempre guidare dallo spirito del Cottolengo, che non chiude la porta a nessuno, soprattutto se povero e abbandonato. Con lui voglio credere che sono proprio i poveri che non pagano a far commuovere la Provvidenza, la quale poi si servira’ di tanti cuori buoni per venire in nostro soccorso.
Attualizzando l’episodio della vita del nostro Fondatore in cui egli tranquillamente risponde agli inquisitori governativi che la ragione della imminente bancarotta della Piccola Casa era la sua mancanza di generosita’, in quanto alcuni letti erano ancora liberi e lui non si era dato abbastanza da fare per riempirli di poveracci, io credo che sia opportuno per noi a Chaaria non aumentare i prezzi e non dire di no a nessun tipo di patologia, soprattutto se grave e accompagnata da un alto livello di abbandono sociale e stigmatizzazione... anche se cio’ portera’ ad una perdita economica certa.

Fr Beppe



sabato 24 gennaio 2009

Progetto Occhiali per l'Africa

LogoProgetto.jpg















Binocoli.gif




1. Le finalità del progetto


07. Interpupillometro donato.JPGIl progetto “Occhiali per l’Africa” è nato nell’anno scolastico 2004-2005 con tre finalità
• Offrire agli studenti ottici, con abilità nelle attività di laboratorio, l’opportunità professionale di produrre occhiali per pazienti reali sulla base di specifiche prescrizioni optometriche
• Aiutare Strutture sanitarie che operano nel Terzo Mondo in favore delle popolazioni più povere, dando loro la possibilità di offrire occhiali da vista ai pazienti poveri senza doverli pagare.
• Realizzare una concreta collaborazione tra Scuola, Istituzioni, Aziende e Strutture sanitarie del settore ottico, nello spirito della tanto auspicata integrazione che vuole le scuole inserite nel loro territorio e capaci di una formazione integrale dei giovani.


Attualmente produciamo gli occhiali per l’Ospedale del Cottolengo a Chaaria, una zona poverissima del Kenya. Riceviamo le prescrizioni via e-mail e spediamo gli occhiali a Torino, da dove raggiungono Chaaria nella valigia dei volontari che quasi ogni mese vi si recano.


2. Gli occhiali prodotti


Nell’ambito del progetto
• abbiamo costruito 82 occhiali su prescrizione specifica inviata da Chaaria: tra questi segnalerei 2 occhiali progressivi, 8 occhiali bifocali e 22 occhiali per persone ipovedenti di età compresa tra i 6 e i 24 anni, con lenti da –5, -6, -7, -10, -11, -12, -15, +13;
• abbiamo inviato anche 1327 occhiali da lettura premontati di varia gradazione e tipologia (954 chiari e 373 bifocali ombrati).

Gli occhiali vengono realizzati durante le ore curricolari di laboratorio come attività di eccellenza. Ora vi mostriamo come.
(Presentazione dell’attività in laboratorio, dalla lettura della prescrizione all’occhiale finito e confezionato, compreso il cartellino ottico)



Immagine 4.jpg



3. La ricaduta dell’attività sugli studenti


Le parole degli studenti:
In ogni esercitazione di laboratorio ottico noi realizziamo un occhiale; sappiamo però che quell’occhiale non sarà mai usato da nessuno. Quelle lenti saranno buttate.
Quando invece costruiamo un occhiale per l’Africa sappiamo che è tutto vero, ci sentiamo veramente ottici e ci rendiamo conto di collaborare ad un’opera sociale molto importante.
Quando si montano occhiali per pazienti dell’Africa siamo molto concentrati; dobbiamo cercare di non sbagliare … anche per non ritardare la spedizione.
Montiamo anche lenti molto particolari, che a scuola non monteremmo mai:
immaginatevi di montare lenti + 13 gradi per una ragazza di 20 anni!
È una grande soddisfazione: quella ragazza non ci vede, ma con i nostri occhiali ci vedrà!


Immagine 2.jpg




4. Le collaborazioni che si sono sviluppate intorno al progetto e la spedizione degli strumenti

Collaborando con il Cottolengo ci siamo resi conto che il loro ambulatorio ottico era sprovvisto di strumenti propri per la corretta misurazione della vista ed allora abbiamo cercato sponsor per poterli acquistare ed abbiamo inviato in Kenya
• un interpupillometro elettronico pagato dalla Caritas reggiana
• una valigetta di lenti di prova completa di due occhialini di prova (donata da un ottico di Verona membro della Società Optometrica Italiana)
• un frontifocometro, donato dal Lions Club di Albinea (RE).

Queste spedizioni ci permettono di sottolineare un fatto importante e cioè la rete di collaborazione che si è creata intorno al progetto grazie anche a diversi ottici della nostra provincia.
Occhiali.gif

5. La riflessione di una studentessa

“Questo progetto ci sta coinvolgendo profondamente. C’è una vera gara nella classe per aggiudicarsi gli occhiali da montare e la voglia di fare, di aiutare prevale sul timore di sbagliare.
Tutti noi ci teniamo molto a dare il nostro contributo! Anche per la soddisfazione di sapere che un occhiale montato interamente da noi andrà a migliorare la vita di una persona!
Siamo stati largamente responsabilizzati nei confronti di questo progetto e siamo protagonisti in prima persona della sua 09. Valigetta lenti prova donata.JPGrealizzazione: noi scegliamo la montatura ideale per il problema del paziente, montiamo l’occhiale preoccupandoci di controllare più volte i centraggi delle lenti e i poteri. Scegliamo addirittura la custodia dell’occhiale. Proprio per questo motivo la voglia, l’attenzione e la precisione sono sempre di gran lunga maggiori rispetto alle normali esercitazioni scolastiche.
Il progetto ci aiuta poi a renderci conto di quanto avviene nei Paesi poveri. Nell’ospedale al quale giungono i nostri occhiali fatti con tanto calore, ma anche con facilità, senza un impiego eccessivo di tempo e di mezzi, bambini e mamme, uomini e donne muoiono tutti i giorni per mancanza di apparecchiature mediche adeguate ... E contemporaneamente ci sono tanti altri che sembravano spacciati e che vengono salvati, grazie all’opera di Fratel Beppe e dei suoi collaboratori.
Crediamo fortemente che anche se il nostro piccolo impegno può essere considerato solo una goccia di pioggia in un campo totalmente arido, le grandi opere si costruiscono passo dopo passo proprio in questo modo. Con il nostro aiuto noi portiamo avanti un progetto umanitario veramente utile, anzi indispensabile”.
OtticoSara.jpg
ProgettoSwahili1.jpg


6. La difficoltà di lavorare con l’Africa e la parola di Fr. Beppe

Certo, collaborare con strutture operanti in Africa non è mai cosa semplice ed anche per noi i problemi sono stati molti, ma fino ad ora non hanno impedito al progetto di vivere. Fr. Beppe ci incoraggia sempre con le parole e con l’esempio ad andare avanti ed abbiamo tutta l’intenzione di farlo.

Prof. Alessandro Corsini, coordinatore del progetto

ProgettoSwahili.jpg



Nuovo Padiglione per anziani a Funteman

Lunedí 19 gennaio, a poco piú di un anno dall'inizio dei lavori, é stato benedetto il nuovo padiglione per anziani in Funteman.
La cerimonia, semplice e dignitosa, é consistita nella celebrazione della Messa presieduta da Monsignor Lorenzo Voltolini, Arcivescovo di Manabí (orgogliosamente ex volontario cottolenghino!) e la benedizione dei nuovi locali.
100_1174.JPG
Ne é seguita, la consegna di un riconoscimento simbolico alla Fondatrice di Funteman per celebrare l'inizio ufficiale dei lavori del nuovo Collegio Tohalli avvenuta la settiamna scorsa. Si tratta della struttura educativa che sorge a lato della nostra 100_1175.JPGFondazione che aveva invaso parte del terreno giá assegnato a Funteman. Ci son voluti circa dieci anni di trattative con ministeri, direzioni provinciali, ministri, sottosecretari e, chi piú ne ha, piú ne metta, per arrivare a questo punto che, se anche non é il definitivo, costituisce per lo meno l'inizio del finale. Tutte queste trattative sono state portate avanti con decisione e grinta dalla signora Vittoria che, convinta della giustizia della causa, ha saputo tener testa a tutti raggiungendo il suo obiettivo.
Per questo, si é pensato in un regalo speciale, che non terminasse in un cassetto: una pianta di orchidea, che richiederá di attenzioni giornaliere, dato che adesso la Signora avrá meno pensieri per la testa!
Con tutto questo, si spera che, nel giro di un anno, si possa disporre di nuovo spazio per iniziare a pensare seriamente in una 100_1178.JPGstruttura definitiva per Funteman.
Idee ne abbiamo giá, e sono grandi, ma sognare non costa molto e, seppur raro, non é detto che i sogni non s'avverino.
Intanto lavoriamo. Il nuovo padiglione ha giá tre ospiti e, il prossimo lunedí ne arriveranno altri tre. Di questo passo non ci vorrá molto per riempirlo.
Saluti

Fr. Giuseppe Visconti

100_1202.JPG
100_1180.JPG
100_1190.JPG
100_1201.JPG



FOTOBLOG DEL GIORNO...un'altro riconoscimento...


Oggi il nostro Album Fotografico e cioè il Fotoblog http://chaariahospital.fotoblog.it è stato nominato "FOTOBLOG DEL GIORNO"

FotoblogDelGiorno.jpg

Un'altro segno di roconoscimento ricevuto dalla piattaforma di Alice, che offre il servizio per la gestione del Blog su cui lavoriamo ogni giorno.

Di questo riconoscimento, ne siamo naturalmente orgogliosi e quindi condividiamo questo sentimento con tutti voi lettori.

Un cordiale saluto a tutti.

Nadia Monari

Immagine 2.jpg

venerdì 23 gennaio 2009

Le donne... che monumento


Una mamma che ha perso la sua bambina, mi ha detto che io non potevo capire il suo dolore. Io le ho chiesto perché mi avesse detto quella frase dura. E lei, tornando a piangere disperata, mi ha urlato: “Perché Monica, la mia piccola, non ti è entrata nella pancia!”…

Per me quella frase è stata una legnata difficile da digerire, ma salutare: io non posso capire fino in fondo le mamme che mamma2.JPGperdono un bambino, perché questi per me sono solo pazienti, e non “carne della mia carne”. Essi fanno sì parte di me, ma in fondo io non ho sofferto per metterli al mondo, non ho speso notti insonni quando erano piccoli e non riuscivano a dormire, non ho fatto piani sul loro futuro…
E’ proprio vero che “un dolore che ti passa per la pancia” ha delle dimensioni difficili da comprendere dall’esterno. Devo accettare questo mio limite, ed allo stesso tempo impegnarmi sempre di più nella condivisione delle sofferenze altrui che pian piano vorrei far mie.
Mi rendo conto che la scelta di incontrare Dio negli ultimi, negli ammalati è una delle poche sicurezze che mi sono rimaste. O ricomincio sempre di lì, nella dedizione gratuita di un servizio quotidiano, o rischio di perdere in modo definitivo il senso di Dio e dell’uomo. O riparto da lì, con umiltà, accettando i miei limiti riscattati dall’amore che cerco di dare, o sono destinato a perdere la fede. Ma ce la farò. La vita che ci viene data proprio da coloro che sono i perdenti, che sono avvolti dal silenzio dei senza voce, una vita che, incarnata nell’umano, lo supera in ogni istante, è il nostro alimento quotidiano.
Ed in questo cammino verso Dio attraverso gli ultimi ed i sofferenti, sempre incontro sulla mia strada la figura gigantesca della donna africana.
Anche oggi questa mamma illetterata, che ha firmato il permesso di seppellire qui la sua Monica, apponendo l’impronta digitale del pollice destro, perchè non sapeva scrivere, è stata la mia maestra di vita. Con quell’urlo disperato, mi ha insegnato più di molte prediche dotte e piene di cultura.
Più vado avanti e più mi sembra che Shakespeare abbia commesso un errore quando ha scritto: “Woman, thy name is frailty” (donna, il tuo nome è fragilità).
Infatti, tantissime sono le figure femminili che mi hanno profondamente colpito negli anni della mia presenza qui a Chaaria. La donna africana è come un monumento di pazienza, di laboriosità e di fedeltà di cui non puoi che essere profondamente impressionato.
Il vero pilastro della società è la donna, che è quella che si alza al mattino prima di tutti, va a mungere la mucca quando è ancora buio, prepara la colazione per il consorte ed i figli ancora addormentati, accompagna i bambini a scuola e va nei campi con la “panga” a fare tutti i lavori necessari, torna a casa la sera a lavare la biancheria e preparano la cena al marito e ai piccoli.
Altro che fragile!... la donna africana è una roccia!

Fr Beppe



giovedì 22 gennaio 2009

Auguri di Buon Compleanno a Fr. Beppe

Tantissimi auguri di Buon Compleanno a Fr. Beppe da tutti i lettori del Blog.

Torta4.gif

FrBeppe.JPG

Dono.gif

Tantissimi auguri di Buon Compleanno a Fr. Beppe da tutti i lettori del Blog.













mercoledì 21 gennaio 2009

Fame


Carissimi,

molti mi chiedono se vedo tanta gente morire di fame. Infatti la stampa internazionale comincia a interessarsi della grave siccità che ha colpito parti del Kenya (anche Chaaria, ma per fortuna da noi, pur avendo perso completamente il raccolto di fagioli, potremo forse raccogliere un po’ di granoturco).
CIMG2301.JPG
La situazione più grave è nel Kenya settentrionale, dove ci sono già notizie di bambini morti di fame, e dove molti sono ricoverati per gravi malnutrizioni.
Il nord del Kenya è desertico e là già normalmente non c’è acqua. Ora anche i pozzi sono seccati. Sappiamo di migliaia di persone che già richiedono aiuti alimentari, e sono ridotte alla fame: il Governo sta distribuendo aiuti alimentari nelle zone più colpite. Anche la croce rossa è attiva per porre un rimedio ai problemi sanitari dei bambini denutriti e disidratati.
Pregate per chi non ha da mangiare.
Oggi ho visitato un paziente emigrato a Chaaria della regione dell’Ukambani; mi ha detto che nella sua zona d’origine, ormai da settimane si fanno bollire i mango non maturi, perchè in campagna tutto il resto è stato perso. Poi ha aggiunto: “E quando la stagione dei mango sarà finita, a casa cosa mangeranno?”. Io l’ho incoraggiato ad aver fiducia perchè sicuramente gli aiuti alimentari arriveranno, visto che le autorità si sono mobilitate da tempo.
Al Cottolengo Mission Hospital non è frequente ricoverare bambini denutriti, ma questa settimana abbiamo già ammesso in pediatria un bimbo con kwashiorkor ed uno con marasma (le due forme più comuni di malnutrizione da queste parti del mondo).
Vi ho detto questo per chiedervi di sostenere tutte queste persone che non hanno da mangiare con la vostra preghiera.

Ciao.
Fr Beppe Gaido


PS Grazie di cuore a tutte le persone che mi hanno mandato sms o email con gli auguri per il mio compleanno. Sono ormai nella fase discendente della vita (47 anni), anche se nel cuore mi sembra di averne sempre 18.




"Donne": Il femminile nei tempi e nelle culture


Presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino, si terrà il seguente evento:


Donna.jpg


Donna1.jpg



Le medicazioni per ulcere e piaghe


Una delle attivita’ certamente molto importanti per gli infermieri che ci vengono ad aiutarci qui a Chaaria e’ quella della cura di piaghe, ulcere e ferite.
Nei Paesi Tropicali ci sono molti tipi di piaghe: e’ spesso difficile classificarle e molte volte non se ne conosce neppure la causa. Insieme formano un gruppo molto eterogeneo definito: ULCERE TROPICALI.
Sono normalmente cosi’ croniche nel tempo da durare anni o decenni ed essere quindi definite in Kiswahili: “kidonda ndugu” (letteralmente piaga amica), per significare che il paziente e la sua ulcera sono rimasti insieme per cosi’ tanto tempo da diventare amici.
Sono normalmente torbide e spesso infette. A volte sono addirittura ricoperte di larve di mosca che in Inglese vengono definite maggots.
Spesso hanno una tendenza alla status quo, e con questo intendo dire che ne’ migliorano, ne’ peggiorano, ma continuano a provocare dolore e ad essere causa di invalidita’, oltre che essere una porta aperta per le infezioni, soprattutto se si considerano le condizioni igieniche in cui molto spesso vivono i nostri pazienti. A volte complicano con osteomielite.
Le ulcere tropicali per la maggior parte interessano le gambe, ma possono anche essere trovate in altre parti del corpo (questo e’ il caso per esempio delle ulcere da leishmaniosi cutanea, o bottone d’Oriente).

Tra le cause piu’ frequenti di piaghe riconosciamo:
1) l’ ulcera di Buruli
2) la piaga tropicale di eziologia sconosciuta
3) la tubercolosi cutanea
4) la cellulite o piomiosite suppurata
5) il piede diabetico
6) le ulcere flebostatiche in paziente obeso

Da tenere in considerazione e’ il fatto che la nostra fisioterapia segue anche molti casi di paralisi: Guilllain Barre’, TBC osse, esiti di ictus. Inoltre spesso abbiamo pazienti HIV in stadio terminale.
Queste sono le tipologie di pazienti che sovente complicano con ulcere e piaghe da decubito.
Il volontario infermiere che viene da una struttura sanitaria ben piu’ avanzata di Chaaria potra’ spesso trovarsi un po’ in difficolta’ nel gestire queste patologie, soprattutto per la mancanza di preparati, medicine e strumentario.
Sul mercato non troviamo pomate da usare per favorire la granulazione dei tessuti (esempio: fitostimoline od altro), ne’ si trovano pomate con poteri fibrinolitici da usare su ulcere sporche (come Iroxol o Elase). Preparazioni piu’ moderne come il duoderm sono introvabili qui da noi.
E’ vero che spesso riceviamo questi preparati dall’Italia, ma il volontario dovra’ tenere conto che a volte puo’ succedere che non abbiamo ne’ pomate, ne’ duoderm.
In questi frangenti, io credo molto nella asepsi e nella disinfezione con potenti preparati in grado di uccidere la maggior parte dei germi (sto parlando del Betadine, che e’ presente a Chaaria). Inoltre per i decubiti sono essenziali i continui cambiamenti di posizione del malato.
Normalmente, quello che consiglio e’ una sequenza che puo’ essere piu’ o meno di questo tipo:
1) Se la piaga e’ sporca, cominciamo con acqua ossigenata che poi cerchiamo di asciugare accuratamente per evitare eccessivi danni anche su tessuto granuleggiante.
2) Lavaggio con acqua fisiologica, seguito poi dalla disinfezione con betadine (naturalmente, se le pomate sono disponibili, le usiamo a seconda della diversa indicazione).
3) Medicazione chiusa in modo da evitare ulteriore contaminazione o danni da strofinamento da parte delle traverse.
4) Non supporto molto l’uso di pomate o lozioni antibiotiche locali, che mi pare selezionino germi resistenti a causa della bassa dose con cui il farmaco viene assorbito. Se l’ulcera e’ settica preferisco cicli di antibioticoterapia sistemica.
5) Abbiamo avuto buoni risultati dall’uso di una pappa che prepariamo con normale zucchero di canna mescolato a betadine: sembra molto efficace per uccidere i germi con meccanismo osmotico; in pratica questa pappa densa richiama liquidi attraverso la membrana cellulare dei batteri, li disidrata e li fa morire.
6) Ogni volta che sia possibile, a contatto con la piaga applichiamo garze vaselinate che noi stessi prepariamo qui in loco (a volte ne abbiamo anche di preconfezionate dall’ Italia).
7) Per quanto riguarda le ustioni, la sequenza di medicazione e’ piu’ o meno la stessa. Ma alla fine applichiamo una pomata di sulfadiazine d’argento all’ 1% w/w. Per le ustioni e’ naturamente molto importante l’uso delle garze vaselinate che previene almeno in parte l’adesione della medicazione alla piaga, adesione che sarebbe dolorosissima per il paziente alla medicazione seguente, e potrebbe anche causare il distacco delle cellule neoformate. Proprio per questa ragione io supporto la medicazione quotidiana, anche in considerazione del fatto che i nostri ustionati non vengono tenuti in camera sterile. Quando le garze vaselinate stanno sulla ustione per piu’ di 24 ore, diventano secche e aderiscono.
Quando ci sono aree di necrosi, e’ opportuno organizzare escarectomie e toelette chirurgiche, in cui i volontari potranno contare sulla nostra collaborazione anche dal punto di vista dell’anestesia.
Nel caso di ascessi, grandi aree di piomiosite e morsi di serpente, si procede alla medicazione a piatto con ittiolo finche’ si e’ certi della colliquazione del pus, e poi si organizza una incisione e drenaggio del materiale necrotico. Le medicazioni seguenti seguirenno lo schema sopra descritto ma si lasceranno sempre delle garze sterili imbevute di betadine nelle cavita’ dell’ascesso per impedire la chiusura della breccia cutanea prima della guarigione dal fondo. Gli ascessi e le piomiositi devono guarire sempre per seconda intenzione.
Spesso ricoveriamo casi di osteomietilte in cui facciamo una sequestrectomia. Anche in questo caso la medicazione seguira’ le linee guida degli ascessi. Non permetteremo mai che ci sia la chiusura della cuta prima della ricrescita dal fondo.
Al volontario infermiere puo’ capitare di medicare una ferita chirurgica suturata in un paziente,che ha un gesso o una doccia gessata: in genere si tratta di ferite con concomitante frattura ossea o rottura tendinea. E’ importante che il volontario si metta in contatto con il dottore o il clinical officer il giorno in cui si tolgono i punti, perche’ normalmente il gesso va rifatto e tenuto per un altro mese in modo da permettere alla frattura o al danno tendineo di guarire.
Nel caso di piede diabetico seguiamo piu’ o meno le stesse modalita’ di disinfezione ed antisepsi che mettiamo in pratica per gli altri tipi di ulcera. In questo caso staremo attenti a riportare al personale di ruolo ogni segno di osteomielite e di gangrena che potrebbero poi portare alla necessita’ di amputazione.
Nel caso un volontario infermiere si trovi davanti ad una ulcera piena di vermi bianchi che si muovono nei tessuti, deve farsi forza e resistere all’inevitabile senso di ribrezzo. Si tratta di maggots, cioe’ di larve di mosche che sono maturate e schiuse negli anfratti della piaga stessa, ed hanno trovato un ambiente favorevole sia come condizioni di umidita’ che di temperatura. E’ una complicazione frequente ai tropici e non significa necessariamente che il nostro ospedale sia sporco o che non ci prendiamo cura dei pazienti. La lotta alle mosche e’ particolarmente difficile in queste condizioni climatiche.
Sara’ comunque opportuno cercare di impedire alle mosche di posarsi su ferite o medicazioni, quanto piu’ sia possibile. Quando i pazienti piagati sono a letto, e’ bene che usino la zanzariera anche di giorno. Quando sono in carrozzina, per prevenire i maggots, ci affidiamo soprattutto a delle medicazioni ben chiuse.
Per rimuovere questi vermi, usiamo immergere l’arto e la parte ulcerata in una bacinella piena d’acqua in cui abbiamo aggiunto dell’ euclorina che fa morire le larve. Se invece si tratta di una parte del corpo che non puo’ essere immersa in un secchio (ad esempio il cordone ombelicale infetto di un bimbo nato a casa), si faranno impacchi con acqua ed euclorina, fino a quando le larve saranno morte. Dopodiche’ vanno rimosse manualmente con l’aiuto di garze o di pinze.
Nel post-operatorio, normalmente medichiamo la ferita a giorni alterni. Credo che a questo proposito non ci siano differenze tra quanto facciamo qui e quanto vedete fare nei reparti chirurgici in Italia. La diversita’ principale sara’ forse nei cerotti che abbiamo a disposizione. Normalmente non disponiamo di fixomul e quando ce lo abbiamo, lo usiamo esclusivamente in sala operatoria. La medicazione serve anche per segnalare al chirurgo qualunque tipo di complicazione (sieroma, suppurazione, deiscenze). I punti vengono normalmente rimossi alternati in settima giornata post operatoria. Se poi la ferita e’ bella asciutta, vengono rimossi completamente in ottava.
Spesso capita di avere pazienti con pulci penetranti (giggers in Inglese) . Sono per la maggior parte localizzate ai piedi e alle mani. Anche in questo caso e’ utile chiedere consiglio ai colleghi infermieri locali sul come rimuoverle senza rompere il sacco. Non bisogna affatto preoccuparsi perche’ quando la pulce penetrante e’ nel sottocute di una persona e’ gia’ morta ed ha gia’ deposto le uova. Il sacco che non vogliamo rompere e’ infatti l’uovo stesso da cui prima o poi spuntera’ una nuova pulce che saltera’ via e vivra’ nella polvere fino al momento di riprodursi nuovamente, quando di nuovo tentera’ di attaccare un poro sudoriparo di un malcapitato passante. Le giggers non danno sintomi superiori a quella che potrebbe dare una spina di legno sotto la pelle (io stesso me le sono prese parecchie volte). Il problema dei nostri pazienti e’ che ne hanno centinaia e sono infette, e quindi anche piene di pus. Anche per questi malati e’ opportuno disinfettare abbondantemente con betadine, dopo aver rimosso la pulce.
Ecco cari amici infermieri alcune idee di fondo. Sono sicuro di aver dimenticato moltissime cose, e sarei davvero felice se da questo scritto potesse nascere una specie di piccolo forum in cui infermieri gia’ venuti a Chaaria scrivessero loro consigli per completare quello che ho scritto e dare ai futuri volontari qualche strumento in piu’ per non scoraggiarsi quando saranno qui a Chaaria ad aiutarci.

Ciao Fr Beppe