sabato 28 febbraio 2009

Salutiamo Renzo..

... che oggi ha concluso il suo lavoro di dentista a Chaaria; ed onestamente mi dispiace moltissimo, in quanto da lunedi’ saremo nuovamente in emergenza con Sr Florence incaricata delle estrazioni, il sottoscritto sempre pronto ad intervenire quando c’e’ un molare rotto o una radice che non viene… ma purtroppo ne’ la Suora, ne’ il sottoscritto saranno in grado di fare otturazioni o terapia conservativa di alcun genere.
RenzoDentista1.JPGRenzo e’ arrivato attraverso l’A.P.A. che ancora ringraziamo moltissimo: non era nei nostri elenchi ed il suo arrivo a Chaaria puo’ essere considerato un grandissimo dono della Provvidenza.
Ha avuto l’occasione di dedicarsi a centinaia di pazienti, cercando anche di “salvare” i denti, e non solo di toglierli, come invece facciamo noi di solito.
Ha concluso le visite preventive per i bambini della CHAARIA PRIMARY SCHOOL, ed ha assistito anche alcuni pazienti ricoverati in ospedale per altre patologie, ma con forti dolori di denti.
E’ stato una presenza silenziosissima e laboriosa, completamente adattata alle condizioni difficili della nostra “sala denti” provvisoria, e capace di collaborare ottimamente con lo staff keniano, in particolare con Eunice che qui vedete nella foto con lui.
Nei pochi momenti liberi, quando non sapevamo dove fosse Renzo, era sufficiente tendere l’orecchio un attimo ed ascoltare: lui infatti e’ un ottimo suonatore di tromba, e tutti i momenti di pausa li ha dedicati alle prove.
Grazie anche al dott Moiraghi che ha pensato a Chaaria, mandandoci Renzo. A lui e all’APA chiediamo di indirizzarci ancora altri odontoiatri, anche considerando che la nuova sala dentistica e’ ormai quasi pronta.

Fr Beppe Gaido

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CHAARIA NEWS
Oggi abbiamo accolto la nuova volontaria Emanuela: e’ un’infermiera di Torino, pronta a rimpiazzare il vuoto lasciato da Paola ed Alessia. E’ arrivata presto a Chaaria ed in pomeriggio si e’ unita al gruppo dei volontari che hanno fatto visita all’orfanotrofio di Nkabune.
Anche questa sera poi, al Chaaria Brothers’ Restaurant ci sono stati i manicaretti, in quanto le dolci cuoche sarde ci hanno preparato una pastasciutta alla carbonara, che era la fine del mondo... unico problema e’ stato quello di fare il giro pazienti dopo cena, in quanto la nostra pancia era troppo piena.
Domani pomeriggio i volontari andranno invece a trovare i bambini dell’ HURUMA CENTRE.



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L'ambulatorio odontoiatrico è ora quasi pronto. Sono state ordinate a Nairobi la poltrona e la luce scialitica. Ci hanno parlato di circa quattro settimane per la consegna. L'unità rotante ed il compressore funzionano. Speriamo di essere operativi prestissimo.


venerdì 27 febbraio 2009

In macchina verso il Tharaka

Il paesaggio è estremamente bello. La natura è pressoché incontaminata e bellissima; ogni tanto qualche scoiattolo, capra o gallina ci tagliano la strada.
Man mano che ci allontaniamo da Chaaria, lungo la strada cominciano ad esserci non più case di legno con il tetto in lamiera, ma sono preponderanti quelle fatte di fango e paglia; spesso sono addirittura così piccole che sembra impossibile che qualcuno ci possa vivere dentro. La strada è sempre più malmessa e, in alcuni tratti, ho quasi l’impressione che il veicolo si possa capovolgere da un momento all’altro; per non parlare della polvere rossa che, sollevata dall’auto come una nuvola, penetra all’interno nonostante i finestrini chiusi. Lungo la strada incrociamo molta gente che va a piedi: donne con i bimbi sulla schiena, altre curve che trasportano sulle spalle pesanti fascine di legna, oppure sacchi così pieni che sembrano quasi scoppiare, bambini che pascolano le mucche o le capre; altri bimbi assieme ai più grandicelli vanno e tornano dal ruscello portando taniche piene d’acqua, o meglio trascinandole dato il loro peso eccessivo.
Ed ecco che passiamo vicino al ruscello che ai miei occhi appare quale un piccolo corso d’acqua dall’inconfondibile tinta rosso-marrone, ovviamente non potabile... e invece qui si ha l’impressione che quell’acqua sia indispensabile alla vita. In pochi metri si vede di tutto: chi riempie d’acqua le taniche, chi lava i vestiti, chi porta le mucche ad abbeverarsi... Non posso fare a meno di pensare alle nostre comodità, facendo il confronto con la nostra vita; in casa nostra basta semplicemente aprire il rubinetto e l’acqua potabile scorre, calda o fredda, per ogni uso domestico; per non parlare della corrente elettrica, del bagno in casa, delle strada asfaltate... insomma, tutte cose a cui noi siamo abituati e che diamo per scontato, e invece qui...
Così mi nascono dentro un sacco di emozioni: di vergogna per tutto quello che abbiamo e che spesso non apprezziamo, rabbia, tristezza, senso d’impotenza...; allora mi pongo una serie di domande: perché c’è chi non ha neppure il necessario per vivere, chi soffre così tanto, chi conduce una vita così dura e, al contrario, c’è chi ha, non solo il necessario, ma addirittura il superfluo, c’è chi conduce una vita con tutte le comodità, per cui ogni cosa, anche la più banale, appare indispensabile?
Di certo anche da noi la vita non è facile e non mancano le difficoltà; ma, se guardo le cose da qui, dalla parte dei poveri, il mio punto di vista è un po’ diverso e vedo ogni cosa sotto un’altra luce.



Una volontaria



giovedì 26 febbraio 2009

Grazie alle infermiere Paola e Alessia

Con il cuore pieno di riconoscenza, salutiamo le due infermiere cuneesi Paola ed Alessia che domattina ripartiranno per Nairobi e quindi per l'Italia. Sono state una presenza preziosissima ed umile. Si sono rese disponibili per qualsiasi tipo di servizio, anche il meno gratificante: le piaghe da decubito erano tutte per loro; i malati paralizzati e gravissimi hanno trovato in loro dei veri angeli custodi. Da mattino a sera hanno imboccato, lavato, portato ai servizi persone in gravi situazioni di bisogno. Anche in sala sono sempre state presenti tutte le volte che si è reso necessario. A Paola e Alessia dico grazie per non aver assunto atteggiamenti da "superdonne"; per aver accettato anche i nostri limiti; per aver compreso che in Africa si viene in punta di piedi, cercando prima di tutto di capire e non di giudicare. Grazie per aver compreso, insieme a me, che per noi è un privilegio essere accolti dalla gente del posto che ci fa uno spazio reale nel loro cuore, nonostante le nostre diversità culturali e di preparazione professionale..."e se anche un solo bicchiere d'acqua dato per amore, non sarà dimenticato", allora la vostra ricompensa sarà davvero grande.

Fr Beppe

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Pen Friends

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Sin dal 2007 la scuola elementare di Passatore (CN) ha iniziato un rapporto epistolare con i bambini della CHAARIA PRIMARY SCHOOL. Non è un'idea nuova certamente, ma è comunque molto significativo che dei giovani italiani abbiano voglia di scrivere a dei coetanei nel cuore dell'Africa, per conoscersi meglio, per lanciare dei ponti di fraternità universale, per abbattere sempre di più ogni barriera di colore, razza o nazionalità.
I bimbi di Chaaria sono stati entusiasti di questa iniziativa: scrivere a degli amici in Italia li fa sognare, li porta a pensare che forse un domani potrebbero anche prendere un aereo e vedere quanto sia diverso lo stile di vita in Continenti limitrofi ma insieme così distanti.
Per i giovani italiani è senza dubbio anche una occasione per migliorare la conoscenza della lingua inglese. Grazie, Passatore; sei un paesino non più grande di Chaaria, ma sei brulicante di iniziative: concerti e serate "per noi", tanti volontari che ci vengono ad aiutare, moltissimii amici che ci seguono, ed ora che questa esperienza pionieristica degli scambi epistolari.

Fr Beppe

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Purtroppo ancora polio

Da anni siamo impegnati in prima linea nella lotta a questa antica malattia. Quotidianamente portiamo avanti un ambulatorio per le vaccinazioni, collaboriamo alle giornate di "mobile clinics anti polio" organizzate dal Ministero della Sanità. Quando però ieri l'OMS ha confermato due nuovi casi di polio in Kenya, ci siamo sentiti un po' tristi: pensavamo di essere ad un passo dalla eradicazione.
La malattia è stata ufficialmente documentata nel Turkana e sembra che sia dovuta a dei ceppi di virus provenienti dal Sud Sudan.
L'ultimo caso di polio era stato diagnosticato in Kenya 20 anni prima.

MA CHE COSA E' LA POLIOMIELITE?

SI TRATTA DI UNA MALATTIA VIRALE DEL SISTEMA NERVOSO CHE SI MANIFESTA CON FEBBRE, CEFALEA E MAL DI GOLA. QUINDI IL VIRUS ATTACCA I NERVI, CAUSANDO DEBOLEZZA MUSCOLARE, PIU' PRONUNCIATA ALLE GAMBE, ED IN SEGUITO DEFORMITA' O PARALISI.
LA MALATTIA SI TRASMETTE PER VIA ORO-FECALE, MA ANCHE CON LA TOSSE E LO STERNUTO IN AMBIENTI SOVRAFFOLLATI.

Ora saranno pianificate iniziative di vaccinazione massiva di tutti i bambini di età inferiore ai 5 anni nel distretto del Turkana, ma anche in Uganda, Sud Sudan e Etiopia. In tutto il Kenya si cercherà di massimizzare l'afflusso dei bambini ai centri di vaccinazione. Naturalmente saremo in prima linea anche in questa nobile impresa.

Fr Beppe


mercoledì 25 febbraio 2009

Succede anche nelle migliori famiglie

Oggi ho chiesto aiuto ad una infermiera inglese che era passata da Chaaria: «Mi vorresti assistere per un raschiamento?». Lei risponde subito: «Va bene»; si infila camice e mascherina e, dopo avermi confidato che per lei era la prima volta, inizia a seguire fedelmente le mie indicazioni su dove stare, su come tenere gli strumenti. Le racconto la storia triste della paziente che stiamo assistendo: questa donna è al suo terzo aborto spontaneo, che non ha figli, e, considerata l’età non più giovane, difficilmente riuscirà a portare a termine una gravidanza. Mentre parlo, chiedo a Jesse se l’anestesia è profonda abbastanza da poter iniziare. Dopo il suo consenso inizio a lavorare in una stanza torrida e con livelli di umidità micidiali. Ad un certo punto mi rendo conto che Joan non mi sta ascoltando perché ha già dei grossi problemi a tenere aperti i suoi occhi, poco preparati a ciò che stavano vedendo. La vedo barcollare e chiedo a Jesse di intervenire, mentre io finisco il raschiamento da solo: il nostro vecchio anestesista si fionda su di lei, la raccoglie mentre già sta per stramazzare a terra, e poi la pone sulla barella della room 17. Joan inizia a grondare di sudore, sa che sta per perdere i sensi e continua a ripetere ad alta voce che non può, che deve respirare profondo, che l'ultima cosa di cui c'è bisogno qui è di una persona in più da assistere su un lettino.
Intanto io finisco la mia procedura a raggiungo Jesse. Joan è sdraiata senza cuscino, con le gambe leggermente sollevate. E’ bianca come la traversa della barella.
Le facciamo una flebo e pian piano si riprende, chiedendoci scusa per il disagio.
“Non preoccuparti, sono cose che possono succedere. Anche il caldo contribuisce a questi malori. Mi dispiace che nel tuo unico giorno a Chaaria ti abbiamo causato tutti questi problemi, ma sappi che sono svenuto anche io una volta in sala”.

PS: il Regno di Sardegna si è ricompattato:
con l’arrivo del Chirurgo generale Rinaldo Orrù di Cagliari, abbiamo intensificato ancora di più la nostra attività chirurgica ed il tempo pieno di Chaaria diventa ancora più esigente. La sala operatoria funziona a tempo pieno sia di giorno che di notte ed io sto imparando sempre nuove tecniche.
Con lui sono presenti anche la moglie Antonella, e le amiche Dolores e Mariangela: loro fanno servizio dai Buoni Figli ed aggiungono un taglio di femminilità, ed anche di italianità, alla cucina dei Fratelli e dei volontari.

Ciao a tutti.

Fr. Beppe


Ciao, mi chiamo Isidoro

...e sono uno dei più anziani dei Buoni Figli. Parlo poco ma so che molti volontari mi conoscono. Ero il custode della tartaruga di Fr Maurizio, ed ora sono responsabile della pelatura delle patate e delle carote nella cucina dell'ospedale.
A nome di tutti i ragazzi del Centro Buoni Figli desidero augurare una buona quaresima ai lettori del blog ed ai volontari.

Ciao Isidoro

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martedì 24 febbraio 2009

Patrick

Vi mando una foto di Patrick. Vi ricordate come era emaciato a dicembre quando addirittura avevamo temuto che morisse? Sembrava quasi che fosse malato di marasmo. Ecco come era....


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Ora invece e’ davvero paffuto ed ha superato la crisi brillantemente. Patrick saluta tutte le volontarie che in questi mesi si sono prese cura di lui.

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Un raggio di speranza per l'AIDS?

Secondo dati riportati dal New England Journal of Medicine in novembre scorso, un paziente sarebbe stato “accidentalmente” curato dall’HIV attraverso un trapianto di midollo. All’ inizio sembrava un dato solo aneddottico, ma ora la comunita’ scientifica sta considerando il caso con serieta’ in quanto il paziente sarebbe stato trapiantato due anni fa ed oggi e’ ancora negativo. Per cui sono ora in corso dei seri studi per verificare la applicabilita’ di questa metodica come terapia su ampia scala.
Questo dato scientifico arriva in un momento in cui anche all’Universita’ di Nairobi si stanno intensificando gli studi su un gruppo di prostitute operanti negli slum di Korogocho e Kangemi, le quali da quasi un decennio rimangono negative pur essendo a contatto quasi quotidiano con il virus HIV: con l’aiuto della comunita’ scientifica internazionale, a Nairobi si cerca di trovare il gene che dona questo tipo di immunita’ al virus.
La metodica usata in quel caso di trapianto e’ comunque molto costosa e necessita di tecnologie relativamente nuove chiamate “terapia genica”: in pratica si tratta di inserire un gene “modificato in modo da essere resistente all’ HIV” in cellule staminali prelevate dal midollo osseo di un paziente... e poi di reiniettare nello stesso paziente le cellule ora diventate resistenti, dopo l’ingegneria genetica. Esse quindi si replicherebbero e darebbero all’organismo la capacita’ di impedire al virus di entrare nelle cellule target.
Come sapete invece gli studi ed i trials sui vaccini anti-HIVnon stanno dando i risultati sperati. Noi che leggiamo questi dati stando all’equatore ci sentiamo lontani anni luce, ed anche se proviamo un certo incoraggiamento da questi risultati, ci chiediamo comunque: “anche se tutto questo funziona davvero, quando sara’ disponibile a prezzo accessibile anche ai piu’ poveri del mondo?”.

Fr Beppe Gaido

domenica 22 febbraio 2009

Sondaggio tra i nostri pazienti sul livello di conoscenze riguardo all'infezione HIV


Da molti anni abbiamo una buona attivita’ di counseling per i pazienti a cui proponiamo un test di screening HIV. Abbiamo anche sempre tenuto dei registri da cui possiamo estrapolare alcuni dati sul nostro campione di popolazione. Paragonando le nostre percentuali a quelle nazionali, ci rendiamo conto che esse non differiscono di molto. I dati riportati si riferiscono a tutti i nostri pazienti (sia inpatients che outpatients) che hanno usufruito del nostro servizio negli ultimi due anni.
Eccone una sintesi:
1) l’87% dei clienti e’ convinto che la malattia sia prevenibile, mentre l’8% non ritiene la attivita’ di prevenzione di alcun valore, ed il 5% non ne e’ sicuro
2) Circa il 92% dei malati che hanno ricevuto il counseling ritengono che soltanto l’astinenza e l’essere fedele ad un singolo partner possa essere completamente efficace nella prevenzione della infezione HIV.
3) il 98% conosce che cosa sia il VCT (voluntary counseling and testing) e sa bene dove rivolgersi anche vicino a casa per avere un test di screening gratuito.
4) alla domanda se avessero desiderato conoscere il loro status HIV, solo il 70% ha accolto la proposta ed e’ stata testata. Il 3% ha detto che non voleva il test, ed il 7% ci voleva pensare un po’ piu’ a lungo prima di accettare.
5) l’85% preferisce che il test e l’eventuale terapia siano espletati in una struttura lontana da casa e dicono che cio’ e’ dovuto alla stigmatizzazione ancora molto forte.
6) il 50% crede di non correre alcun rischio di infezione HIV. Tra gli altri che invece si ritengono a rischio, circa il 9% ritiene di essere ad alto rischio. Coloro che si pensano ad alto rischio sono per la maggior parte donne (la ragione piu’ frequentemente addotta e’ che non sono sicure dei comportamenti extraconiugali del marito).
7) solo il 25% e’ libero di condividere con una terza persona (normalmente il partner) un eventuale risultato positivo. Gli altri non vorrebbero comunicare la notizia a nessuno.
8) Le ragioni principali per rifiutare un test HIV sono state le seguenti: paura di un responso positivo (75%); paura della morte (20%). Altre ragioni addotte: la convinzione che tanto non ci sarebbe una cura; la stigmatizzazione in famiglia e nei villaggi; la paura che il test possa essere comunque sbagliato.
9) circa il 7% dei malati sposati ritengono che il loro partner abbia avuto una relazione extraconiugale nell’ultimo anno. Questo dato e’ riferito soprattutto dalle donne riguardo ai loro mariti
Questi dati ci danno indicazioni utili e ci aiutano a riprogrammare le nostre attivita’ preventive, lavorando molto su aree come:
a) Il “behaviour change”, cioe’ di cambiamento dei comportamenti (insistendo molto sulla fedelta’ coniugale);
b) La riduzione dello stigma sociale;
c) La necessita’ di comunicare al partner un eventuale test positivo in modo da garantirgli una giusta possibilita’ di profilassi e terapia, oltre che programmare adeguatamente la prevenzione della trasmissione verticale alla prole.

Fr Beppe Gaido


sabato 21 febbraio 2009

Ancora fame


Oggi ho visitato una famiglia poverissima che veniva dal distretto di Laikipia, non molto lontano da Maralal. Sono passato due anni fa da quelle zone e mi aveva colpito l’aridità del terreno e la difficoltà per quelle popolazioni a coltivare terre difficilissime con pochissima acqua. A volte fanno fatica anche con le mandrie, visto che i corsi d’acqua sono pochi e spesso l’erba secca completamente. Non pochi capi di bestiame sono già morti negli ultimi tempi a causa della siccità.
Mi hanno detto che dalle loro parti c’è fame vera, e che molta gente deve il proprio sostentamento agli aiuti umanitari che arrivano tramite le strutture governative.
Mi hanno confidato che anche loro, a casa non hanno quasi più nulla da mangiare, e che il numero di persone che ora vanno a fare la file per ricevere qualcosa da mettere sotto i denti è più che raddoppiato negli ultimi due mesi.
Loro sono di religione musulmana, ma mi hanno espresso una profonda riconoscenza perchè da tempo la Caritas distribuisce cibo a tutti senza fare alcuna discriminazione.
Hanno aggiunto che da loro i raccolti sono persi completamente, per cui l’immediato futuro non offre nulla di buono.
Ho dato loro le medicine gratuitamente, ed ho regalato anche del latte in formula per i loro bambini, cercando di spiegare adeguatamente l’importanza di bollire l’acqua che sarà usata per la diluizione della polvere. Poi ho riempito le loro borse di farina per UGALI ed ho promesso la mia preghiera.

Fr Beppe Gaido

PS: anche oggi la sala operatoria ci tiene impegnati fino allo stremo. Nuova urgenza anche in questo momento, per un distress fetale. Per questo vi devo salutare velocemente, lasciandovi una dolce foto di Kawira che sta andando bene a scuola e che oggi è venuta a trovarmi brevemente.


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venerdì 20 febbraio 2009

Un saluto da Abigail


Ciao, sono Abigail Nkatha, e sono passata da Chaaria a salutare i Fratelli e a mandarvi questo breve messaggio per dirvi che vi sono sempre grata per l’aiuto che date alla mia mamma a pagare le spese della mia scuola. Anche questi vestiti nuovi li devo ai miei genitori adottivi di Roma.
Un abbraccio.

Abigail


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Chaaria News


1) FINALMENTE LA CONNESSIONE SATELLITARE E' STATA RESTAURATA. RINGRAZIAMO DI CUORE ANTONIO CAMPANARO E TUTTE LE PERSONE CHE SI SONO ADOPERATE PER PIU’ DI QUATTRO SETTIMANE PER TOGLIERCI DAL NOSTRO ISOLAMENTO TELEMATICO.

2) IL LAVORO IN OSPEDALE CONTINUA AD ESSERE MOLTO INTENSO. IERI BEN 6 CESAREI, PER UN MONTE ORE DI CIRCA 24 ORE, VISTO CHE IL PRIMO ERA STATA UNA EMERGENZA DELLE 2 DI MATTINA E L’ULTIMO E’ TEMINATO ALLE 2.30 DELLA MATTINA SEGUENTE.
3) CONTINUIAMO A VISITARE PAZIENTI DA MOLTO LONTANO: OGGI UN GRUPPO DI NORTH HORR CI HA RACCONTATO DI COME NEL KENYA SETTENTRIONALE LA SITUAZIONE CREATA DALLA SICCITA’ SIA ANCORA MOLTO DRAMMATICA CON GENTE COMPLETAMENTE DIPENDENTE DAGLI AIUTI ALIMENTARI PORTATI DAL GOVERNO.
4) NEI DUE GIORNI SCORSI ABBIAMO CONCLUSO UN ESERCIZIO DI PREVENZIONE HIV CHE ERA STATO CONCORDATO TRA NOI E LA ONG “SAVE THE CHILDREN-CANADA”: ABBIAMO OFFERTO COUNSELING E TEST HIV GRATUITO A 135 FAMIGLIE POVERE. E’ STATO UN BEL MOMENTO DI COLLABORAZIONE.
5) CON IL NUOVO DENTISTA VENUTO AD AIUTARCI IN QUESTI GIORNI ABBIAMO RICOMINCIATO L’ATTIVITA’ PREVENTIVA NELLE SCUOLE, CHE PER QUALCHE TEMPO AVEVAMO SOSPESO A CAUSA DELLA MANCANZA DI ODONTOIATRI. OGGI ABBIAMO INIZIATE LE VISITE PER GLI SCOLARI DELLA CHAARIA PRIMARY.
6) IL DOTT. OGEMBO E’ IN FERIE E QUINDI PER ME LE CONDIZIONI LAVORATIVE SONO MOLTO DIFFICILI, ANCHE SE ORA LE GIOVANI DOTTORESSE MAYA E ALICE RIESCONO A DARMI UNA GROSSA MANO NELLA GESTIONE SIA DELL’AMBULATORIO CHE DEI PAZIENTI RICOVERATI.
7) ANCHE IN QUESTO MOMENTO CI SONO MOLTI PAZIENTI ALETTATI E PIAGATI. PARECCHI SONO I MALATI CON ULCERE TROPICALI GRAVI: PER QUESTO RINGRAZIO DELLA PRESENZA DELLE 3 INFERMIERE PINUCCIA, ALESSIA E PAOLA.

Un abbraccio a tutti. Ora posso leggere le vostre mail.
Fr Beppe




giovedì 19 febbraio 2009

Ann, vittima dei nostri errori


E’ arrivata da me con forti dolori addominali ed ho fatto diagnosi ecografica di PID, cioe’ di malattia pelvica infiammatoria. L’ho messa in antibiotici dicendole che sarebbe migliorata prestissimo. All’eco vedevo delle masse in corrispondenza delle ovaie. Lei lamentava pure dei bruciori allo stomaco da varie settimane ed ho quindi instaurato anche un protocollo per eventuale ulcera gastroduodenale.
Dopo il primo ciclo di medicine, la situazione e’ comunque rimasta pressoche’ invariata. Tanto dolore addominale, e nessun cambiamento riguardo alle masse che avevo visto precedentemente.
Ho quindi deciso di non fidarmi della mia diagnosi e di mandare la paziente in un altro ospedale dove operavano anche dei dottori americani. Speravo che la ricoverassero ed invece anche la’ i sanitari hanno sollevato lo stesso sospetto diagnostico ed hanno ripetuto un secondo ciclo di terapia. La donna e’ venuta a dirmi che cosa le avevano detto, ma sembrava non credere alle nostre ipotesi, anche se le mie opinioni combaciavano con quelle dei colleghi d’oltreoceano. Ha comunque accettato di sottoporsi al corso di medicine proposto ed e’ andata a casa.
L’ho rivista dopo circa tre settimane e sono rimasto letteralmente sconcertato dallo scenario: Ann era completamente emaciata. Aveva scritto in faccia che si doveva trattare di un brutto tumore. Aveva le gambe gonfissime e non riusciva piu’ a camminare senza essere sostenuta. La accompagnava il marito, che tra l’altro e’ un nostro dipendente. Anche lui aveva scritto in faccia il terrore di una diagnsi presunta, che diventava pero’ quasi evidente anche ad un occhio profano. Ho ripensato alla situazione familiare di Ann: alla sua giovane età, ai suoi due bambini piccoli, all’ultimogenito morto l’anno scorso di una forma molto aggressiva di leucemia....
Ho rifatto l’ecografia e quello che ho notato non era affatto incoraggiante: l’addome era ora pieno di fluido (ascite) e le masse erano molto piu’ grandi. Ora sembravano palle da tennis attorno all’utero.
Ann era molto anemica. L’ho quindi ricoverata per trasfusione e poi ho deciso di mandarla a fare una TAC dell’ addome. E’ un esame costoso, ma ho ritenuto che dovevamo fare questo sacrificio, sia in considerazione della gravita’ della situazione, sia perche’ Ann era la moglie di un nostro operaio.
La Tomografia ci ha suggerito la diagnosi di tumore dell’ovaio in fase avanzata, con presenza di carcinosi peritoneale. E’ stata una doccia fredda, ma, con il senno di poi, tutti dicevano che avremmo dovuto pensarci prima. Ora la mamma era cosi’ grave che forse non valeva piu’ la pena tentare un intervento. Ma il marito, in preda alla disperazione, ha detto che bisognava tentare, anche se esisteva una sola possibilita’ su 1000.
Abbiamo quindi contattato un bravissimo chirurgo, ed abbiamo trasportato Ann in un altro ospedale dotato di una sala operatoria molto attrezzata. L’operazione e’ stata lunga e difficile, ma il chirurgo sembrava soddisfatto del suo lavoro: secondo lui aveva tolto praticamente tutto il tumore. Gli ho chiesto di mettere una mano in addome e di controllare tutti gli altri organi. E’ stato impressionato dallo stomaco, che gli appariva duro e con pareti quasi lignee. “E’ strano – gli ho detto – perche’ il radiologo alla TAC segnalava uno stomaco normale... e di solito ci azzecca sempre”.
“Speriamo che abbia ragione lui – ha continuato il chirurgo – ma a me questo stomaco non piace affatto”.
Passano i giorni ed il recupero post-operatorio di Ann e’ piu’ o meno normale, anche se dobbiamo continuare a trasfonderla spesso. Poi arriva il risultato dell’esame istologico, che e’ una bomba per tutti noi: “Metastasi ovariche e peritoneali da carcinoma dello stomaco”. Ci eravamo sbagliati tutti.
Ho quindi informato il chirurgo che pero’ mi ha detto che non si sarebbe sentito di toccare una paziente in quello stato. Poi mi ha aggiunto: “Non farti neppure venire in mente di tentare una chemio, perche’ tanto questo tumore non rispondera’”.
Ann e’ rimasta da noi ancora per alcune settimane, ed ha continuato a spegnersi lentamente come una candela. Ho assistito al suo dolore nel vedere la vita sfuggirle; ho contemplato le lacrime del marito e gli sguardi spaesati dei suoi bimbi quando venivano a trovarla in ospedale.
Ora Ann e’ sepolta non lontano dal nostro centro. Il marito sembra uno zombi e non ha ancora trovato la pace del cuore. I figli sono totalmente disfatti e vivono insieme ai nonni.
Io continuo a pensare a tutti noi che non siamo arrivati alla diagnosi corretta. Lei ce lo diceva sempre che aveva mal di stomaco, ma noi non ci abbiamo dato peso.
Chissa’, magari se non sbagliavamo la prima diagnosi, l’intervento sarebbe stato possibile, e magari Ann sarebbe viva... Ma purtroppo e’ inutile piangere sul latte versato.

Fr Beppe



mercoledì 18 febbraio 2009

La storia di MICKELINE GATWIRI


… E’ una bella bambina di 8 anni. E’ stata ricoverata da noi per anoressia, letargia, incapacità di esprimersi, febbre on-off.
Prima di giungere alla nostra osservazione era stata trattata in un altro dispensario per malaria con chinino orale, per ameba con metronidazolo e per infezione respiratoria con amoxicillina.
Quando me l’ hanno presentata, la piccola malata si presentava sonnolenta; il suo aspetto era molto malato; aveva febbre ed era veramente emaciata. Non era in coma e non aveva segni di paralisi di alcun tipo.
La prima cosa che mi è venuta in mente è che si trattasse di malaria non completamente guarita e con iniziale interessamento cerebrale. La bambina era infatti molto sonnolenta e difficilmente risvegliabile. Inoltre non presentava alcun interesse per quello che le capitava attorno. Ho quindi iniziato il chinino e.v., nell’ipotesi che il precedente corso di terapia fosse stato interrotto anzitempo.
La bambina però stentava a migliorare. L’indomani oltre che saporosa, era diventata anche irritabile: piangeva continuamente, non era soddisfatta di alcuna posizione in cui si provava a metterla. A questo punto mi è nato il sospetto di meningite associata a malaria cerebrale.
Ho quindi tentato ripetutamente a praticare una puntura lombare, ma la paziente sembrava un serpente e si dimenava. Avevamo paura a sedarla, in quanto temevamo che il valium potesse provocarle un arresto respiratorio; dopo vari tentativi ci siamo quindi arresi ed abbiamo desistito.
Abbiamo quindi deciso di mettere la paziente in terapia empirica (cioè senza il sostegno di un esame di laboratorio positivo) per meningite meningococcica , continuando anche il chinino in vena. Secondo linee OMS, abbiamo usato la associazione di Penicillina G e di Cloramfenicolo, entrambi per via e.v.
Il test HIV è risultato negativo. L’emocromo non ci dato alcun lume sulla direzione da prendere.
La piccola praticamente non si alimentava affatto. Abbiamo quindi istituito dei controlli periodici degli zuccheri nel sangue per evitare ipoglicemia sia da chinino che da digiuno della paziente.
Nel frattempo abbiamo anche posto Mickeline in fisioterapia sia per la parte respiratoria, in quanto i suoi polmoni erano diventati congesti e lei non riusciva a tossire, sia per la stimolazione degli arti inferiori dove notavamo una progressione verso la paralisi.
Nei giorni seguenti è poi diventata evidente una certa rigidità nucale, anche se meno pronunciata di quella che normalmente ci aspettiamo nella meningite meningococcica.
Dopo 7 giorni di Cloramfenicolo-Penicillina G però non si notava alcun cambiamento: paziente semi-comatosa, anoressica ed irritabile. Abbiamo quindi pensato di provare a somministrare Ceftriaxone ad alte dosi nel sospetto di una forma di meningite resistente alla prima linea di antibiotici. Anche con il Rocefin però la paziente non sembrava rispondere alla terapia.
Alcuni giorni dopo siamo però riusciti a fare la puntura lombare che ci ha dato chiare indicazioni verso una diagnosi di meningite tubercolare.
Abbiamo quindi posto la paziente in terapia con SRHZ (streptomicina, rifampicina, isoniazide, pirazinamide) ed abbiamo associato del cortisone secondo linee guida nazionali per questa grave patologia.
Anche il Widal test per la infezione da salmonella tiphi è risultato positivo a titoli crescenti (all’ultimo controllo: O= 1:320; H= 1:320). Il test per la brucellosi invece era risultato negativo. La VES era rimasta molto elevata=100 mm/1hour. Abbiamo quindi preso la decisione di completare il corso di Rocefin per almeno un totale di 14 giorni per coprire una eventuale forma di neuro-tifo.
Mickeline è comunque rimasta in condizioni generali scadenti per molti giorni. Siamo quindi giunti anche alla scelta di inserire un sondino naso-gastrico per la nutrizione entrale. Lo stato di coscienza pian piano è scivolato verso il coma. La bambina si è anche fatta due episodi di edema polmonare che fortunatamente siamo riusciti a controllare.
Poi, quando ormai eravamo tutti depressi e sconsolati, e quando non sapevamo più cosa dire alla sua mamma disperata, 17 giorni dopo l’inizio della terapia antitubercolare, la bimba ha iniziato a migliorare lentamente ma stabilmente. Pian piano ha ripreso coscienza ed ha re-imparato a mangiare da sola. Per parecchio tempo è stata ancora incapace di stare seduta o di camminare, ed ha continuato la fisioterapia. Il miglioramento dello stato di coscienza è stato veramente incoraggiante per tutti noi perché nel giro di altre 2 settimane si è completamente normalizzato. Mickeline ha poi ripreso gradualmente a camminare con sostegno.
Abbiamo dimesso Mickeline Gatwiri dopo quasi due mesi e l’ abbiamo presa in carico ambulatorialmente per continuare la fisioterapia e la terapia antitubercolare.
Per noi questa bella bambina, gracile è sorridente, è veramente un grande successo, un ricostituente che dona nuova forza alle nostre menti a volte un po’ scoraggiate e stanche.
Ringrazio Dio per questa bimba che è stata strappata alla morte anche con il piccolo contributo del nostro impegno e della nostra ricerca diagnostica.

PS: la storia di Mickeline è assolutamente vera, mentre il nome è stato cambiato per rispettare la sua privacy.

Fr Beppe Gaido



martedì 17 febbraio 2009

La mia preghiera della sera


E’ notte fonda e sono da solo in ospedale; sembra tutto finito ed al momento anche la sala parto tace; mi reco in cappella per un’ultima preghiera prima di provare a dormire: in questo momento ho la testa pienissima; il pensiero va veloce e raggiunge le tante pietre miliari che si sono succedute in questi anni. Penso all’aumento costante dei posti letto; alla fiducia dei nostri superiori che hanno investito grandi capitali per noi ed hanno costruito sempre nuovi reparti che oggi ci consentono di dare ai
CottolengohouseChaaria.JPGpazienti una sistemazione dignitosa (è adesso più raro vedere 2 o 3 pazienti per letto). Ritorno con la mente a tappe essenziali, come al giorno in cui ci sono stati dati i farmaci per la tubercolosi, o al giorno in cui, grazie alla world bank e ad altri organismi internazionali, ci e’ stata data la possibilità di terapia antiretrovirale gratuita.
Torno con la mente ai tempi in cui l’ecografia ha rivoluzionato il nostro modo di Ecografo.JPGlavorare, permettendoci diagnosi più accurate soprattutto nel campo della maternità. Attendo con trepidazione l’arrivo a marzo del gruppo di dottori sardi che dovrebbero aiutarmi ad attivare il servizio di endoscopia digestiva.
Non posso poi dimenticare che cosa ha significato per molte persone paralizzate l’inizio ed il potenziamento dei servizi di fisioterapia da parte di Fr Lorenzo e dei suoi collaboratori. E che dire poi del quotidiano servizio dentistico che abbiamo cercato di continuare anche con evidenti difficolta’ dopo la partenza di Daniele prima e di fr Godfrey poi. Domani arrivera’ Renzo, un dentista dell’ A.P.A.: non lo aspettavamo, ma anche lui e’ un regalo della Provvidenza, soprattutto per il fatto che questa settimana anche Sr Florence, che mi aiuta con le estrazioni, e’ assente per un impegno a Nairobi.
Il mio pensiero va a tutti i volontari che sono venuti a Chaaria e mi hanno insegnato tante cose. Tutte le nuove tecniche le ho imparate dai volontari: quando sono arrivato a Chaaria non ero che un “medichino piccolo, piccolo”, capace di provare la pressione o poco piu’.
Scorro i volti di tutti nella mia mente, ma non scrivo i loro nomi per paura di dimenticare qualcuno. Il Signore li conosce tutti e per ognuno di loro dal mio cuore nasce una preghiera.
Nel buio della cappella, mentre guardo la fiammella del tabernacolo che danza davanti a me ed un po’ mi culla, offro al Signore tutto il cammino percorso. Ricordo come fosse ieri il mio primo giorno al Chaaria Catholic Dispensary, al mio arrivo dalla Tanzania. Rammento che iniziai il mio servizio in punta di piedi, quasi per non disturbare: accettai di buon grado la proposta di Fr Maurizio di lavorare in laboratorio analisi, e di essere disponibile alle chiamate per casi urgenti. Il laboratorio mi affascinava, perché a Londra avevo studiato tanta parassitologia ed ora per la prima volta potevo mettere a frutto le cose imparate nel “Master” londinese. Furono mesi in cui il laboratorio crebbe: iniziammo test nuovi e perfezionammo quelli già in atto. Nel frattempo i pazienti gravi aumentarono. Il “tam tam” funziona più velocemente di internet, e così i malati arrivarono a frotte, sempre più complicati e malconci: ricordo il disagio da me provato all’inizio perché Fr Maurizio mi diceva di visitare i malati mentre stavano seduti su una sedia. Io veramente non ci riuscivo, e fu un grande giorno quando vidi la prima barella su cui ebbi la possibilità di visitare una persona.
Oggi, pur non considerando il nostro ospedale come una clinica di prima classe, non posso che rendere grazie a Dio, per quanto ha operato in noi.
Ho davanti a me tanti volti di ammalati, tanti bambini di cui non ricordo il nome (ma di cui sempre porto nelle orecchie il pianto continuo... quasi un sottofondo musicale necessario che mi manca moltissimo ogni volta che sono fuori da Chaaria). Penso al tonfo sordo di tutti quei corpicini che abbiamo seppellito in quella fossa profondissima al cimitero: quanti angioletti ora pregano per noi in Paradiso.
Signore, accogli questa mia piccola preghiera prima di andare a nanna, e benedici Chaaria e tutti coloro che ci hanno aiutato e sostenuto in questi anni.

Fr Beppe


lunedì 16 febbraio 2009

Global Warming


Secondo dati fatti circolare oggi in ambienti scientifici l’effetto serra ha fatto si’ che molte aree dell’ Est Africa per il passato tradizionalmente libere da malaria, siano ora affette dal parassita. Parliamo soprattutto delle high lands, cioe’ degli altipiani e delle aree montagnose al di sopra dei 1700 metri (parliamo anche per esempio di Nairobi). Questo provoca problemi enormi in quanto le popolazioni di quelle zone sono praticamente non immuni contro il parassita, e gli effetti della malattia su di esse sono assai piu’ devastanti.
Altre zone per il passato falcidiate dalla malaria, sono ora diventate troppo aride per la malattia: non ci sono piu’ le paludi o i corsi d’acqua dove la anofele completava il proprio ciclo vitale. Questo pero’ non puo’ essere considerato come una buona notizia, visto che la desertificazione porta con se’ aridita’ e mancanza di cibo.

Fr Beppe
CHAARIA NEWS
Anche oggi abbiamo avuto una giornata campale. Tra l’altro abbiamo fatto 5 cesarei nel giro di 7 ore a partire dalle ore 14.
Inoltre credo che sia opportuno far sapere ai volontari che si preparano a venire ad aiutarci che la connessione satellitare rimane persistentemente fuori uso, nonostante i ripetuti tentativi di ripristinarla. Questo provochera’ qualche disagio ai volontari stessi che potranno consultare la mail magari solo 1 o 2 volte alla settimana quando organizzeremo per loro una scappata a Meru presso l’internet point.
Ora pero’ a Chaaria i telefonini hanno campo ed i volontari possono comunicare con casa tramite sms senza eccessivi problemi.




domenica 15 febbraio 2009

Il mese più caldo


Febbraio e’ il mese piu’ bello dell’anno. Il cielo e’ limpidissimo, blu scuro; qualche volta persorso da nubi bianchissime. La temperatura e’ torrida, ma e’ un caldo secco che si sopporta bene, anche se al sole ci si scotta dopo pochi minuti.
dintorni di chaaria.JPGIl sole sorge puntualissimo alle 6.10 come una palla rossa che si tira su lentamente dall’orizzonte infuocato. Il tramonto invece arriva verso le 18.45: non lo vediamo direttamente, perche’ il sole va a cuccia dietro alle colline, ma ciononostante ci sono giochi di colore veramente entusiasmanti, con raggi luminosi che si spandono da oriente a occidente, spesso originando dietro una sottile striscia di nuvole sull’orizzonte occidentale: quando vedo questo elemento cosmico, sempre penso al Passaggio del Mar Rosso... non so neppure perche’.
Le notti sono ugualmente limpide. La via lattea si stende sopra la nostra testa e trapunta il cielo di una polvere bianchissima di stelle. La luna sorge a orari ogni giorno diversi, che e’ difficile seguire; sempre maestosa al suo apparire al di sopra delle chiome degli alberi: un disco rosso che poi diventa bianco e luminosissimo, durante la sua salita allo zenit, e ci da’ cosi’ tanta luce da poter leggere un libro nella shamba (campo).
Di notte comunque si dorme bene (se non ci sono chiamate in sala operatoria) in quanto l’escursione termica e’ notevole, ed in genere si usa sempre una coperta e si tengono le finestre chiuse.
Qualche volta al mattino ci sono brevi rovesci, e questo rappresenta una vera benedizione, soprattutto perche’ fa crescere l’erba per le mucche e ci protegge dal rischio della siccita’, che invece ha infierito cosi’ pesantemente da altre parti. Anche le strade non sono cosi’ polverose, e le gite dei volontari sono piu’ piacevoli anche da questo punto di vista.
I pazienti sono tanti, in quanto a febbraio c’e’ una recrudescenza malarica e normalmente ci aspettiamo anche piccole epidemie di meningite nei bambini. Le stanze dell’ospedale sono piene e l’ambulatorio brulica di pazienti anche alla domenica... e questa e’ la Chaaria che amo di piu’.

Fr Beppe


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sabato 14 febbraio 2009

Non sempre il paziente ha ragione


Antonia (nome di circostanza) e’ venuta da noi per il parto. Ha una cicatrice dovuta ad un cesareo precedente. Facciamo l’eco e ci rendiamo conto che e’ giunta a termine. Alla visita ci sembra che il suo bacino sia contratto, anche se lei sostiene che il primo intervento chirurgico era stato motivato dalla presentazione podalica.

Le parliamo a lungo e cerchiamo di consigliarle un secondo cesareo, sia per l’anatomia della sua pelvi, sia per la cicatrice pregressa. A questo punto pero’ la mamma si irrigidisce ed afferma di volere il parto naturale a tutti i costi. Proviamo a spiegarle, ma lei e’ irremovibile.
Le facciamo firmare la cartella, ma anche questo passo non la dissuade: non ha problemi a dichiarare per scritto che lei rifiuta la soluzione chirurgica. Purtroppo, come ci aspettavamo, il travaglio si prolunga e non procede per il meglio. La dilatazione e’ lenta e la testa del feto rimane alta.
Passa una notte intera senza che Antonia ripensi alla sua decisione. Le vicine di letto affermano che lei e’ convinta che noi vogliamo operarla solo per “prenderle piu’ soldi”. La situazione non cambia neppure quando le diciamo che il battito cardiaco fetale sta cominciando a diventare irregolare.

Verso la sera del secondo giorno in ospedale, quando tutte le linee di allarme e di azione del partogramma sono state oltrepassate, improvvisamente Antonia rompe le acque nel suo letto: e’ lei ad accorgersi del colore verde e tenebroso del suo liquor che ormai e’ diventato denso come una gelatina.
A questo punto comincia a piangere e a chiedere il cesareo d’urgenza. Sono le ore 21: il nostro anestesista non e’ disponibile a venire perche’ si trova molto lontano, e ad aiutarmi c’e’ solo Pinuccia.
Comunque non ci sono alternative. Bisogna fare in fretta. Cesarizziamo la mamma alla velocita’ della luce; tiriamo fuori un bel maschione che da’ qualche accenno di pianto. Terminiamo l’operazione senza complicazioni: lo shock per noi arriva quando andiamo in sala parto ad appurare le condizioni del neonato. Le infermiere della notte lo stanno ancora rianimando: stanno usando l’ambu; stanno massaggiando; hanno gia’ trovato una vena, ma i nostri sforzi sono vani. Dopo aver lottato per piu’ di 2 ore, il battito cardiaco si ferma. Lasciamo l’ambu da una parte; sentiamo un macigno sul cuore; ci sembra di aver fallito tutto.
“Adesso bisogna trovare il coraggio di dirlo alla mamma!”, affermo mentre ancora mi sto asciugando rivoli di sudore che scendono sulle mie tempie. Poi tra me penso che sono stato uno stupido a darle retta. Se mi fossi impuntato, ora avremmo un bambino vivo. Devo essere piu’ duro: se penso che ci sia una indicazione seria, non ascoltero’ mai piu’ una mamma che rifiuta il cesareo solo per ragioni emotive, e senza alcuna base scientifica. Salvare una vita deve essere il fine primario, anche se cio’ puo’ andare contro la decisione del malato, che evidentemente qualche volta non ha ragione.


Fr Beppe




Chaaria Mission Hospital - Relazione


Ringraziamo il Dr. Max Albano, medico volontario già stato presente più volte a Chaaria, che ha preparato la seguente relazione contenente informazioni, immagini e dati inerenti la Missione di Chaaria e che ha voluto condividere con tutti i lettori del blog.

La relazione è stata pubblicata anche sul sito della Uniter di Arese (Università del tempo libero e delle tre età).

Max.JPG














venerdì 13 febbraio 2009

Come meteore


Sono le 10 di mattina e vedo arrivare un carretto trainato da una mucca. Ci sono uomini che si danno da fare insieme al nostro watchman, e dopo pochi minuti mi trovo davanti un giovane molto edematoso, sudato freddo e vagamente confuso. Giace sulla barella e fatica a respirare: e’ come se i suoi polmoni fossero due pentole a pressione.

“E’ in edema polmonare, e bisogna fargli diuretici”, mi dice Leonard.
Ma Kim interrompe: “la pressione non si sente. Il paziente sembra gia’ collassato e non mi pare una buona idea”. Io chiedo ai parenti se qualcuno ci puo’ dire qualcosa della sua storia: “E’ stato malato per lungo tempo?... Quali medicine sta assumendo? Qual e’ la sua malattia di base?”
Ovviamente nessuno sa niente. Luke ansima, ma e’ cosciente: lui mi dice che non e’ mai stato malato prima, e i sintomi sono iniziati quasi improvvisamente.
Dopo un ECG fatto direttamente sulla barella in OPD, ci rendiamo conto che non si tratta di una malattia cardiaca, anche se il cuore e’ in sovraccarico.
Metto allora la sonda dell’ecografo portatile sulla sua pancia e mi trovo davanti due reni quasi completamente bianchi e ridotti di volume. Mi rendo anche conto che ha una milza enorme che gli arriva fin sotto l’ombelico: “Da dove vieni?”
“Da Gatunga”, e la risposta sussurrata da Luke tra i gorgogli dei suoi polmoni e la schiuma che gli esce dalle labbra.
“Si tratta quasi certamente di una splenomegalia tropicale post malarica: sicuramente sara’ anche anemico ed avra’ globuli bianchi e piastrine ridotti. Facciamo gli esami di funzionalita’ renale, le urine e l’emocromo con procedura d’urgenza”.

Intanto portiamo il giovane a letto. Lungo il tragitto ci dice che ha 23 anni. E’ cosi’ debole che bisogna trasportarlo di peso. Non riesce neppure ad alzarsi dalla barella per raggiungere il suo giaciglio. Prescrivo dell’ efedrina a goccia lenta e provo a fare del lasix per tentare di contrastare l’edema polmonare ingravescente. La risposta ai diuretici e’ modesta, e continuiamo a somministrare altro lasix a dosi crescenti. Intanto arrivano gli esami: creatinina a 8 mg/dl. Emocromo con una pancitopenia (cioe’ con riduzione sia della serie rossa che di quella bianca e delle piastrine).
L’emoglobina pero’ e’ 8 g/dl, per cui decido di non trasfondere, al fine di evitare ulteriore sovraccarico polmonare.
La respirazione peggiora rapidamente. Luke diventa agitato. Poi inizia a urlare lamentando dolori addominali che non sappiamo bene come controllare: proviamo con il buscopan. Intanto siamo gia’ arrivati al fialone di lasix ma nella sacca non vediamo che pochi ml di urina.
Alessia mi chiede: “Quale sara’ l’eziologia della insufficienza renale in un uomo cosi’ giovane? E poi quell’emocromo... non avra’ mica qualche disordine mieloproliferativo?”
“E’ molto difficile per noi fare diagnosi in queste condizioni: e’ arrivato in condizioni gravissime, non abbiamo una storia clinica precedente, non possediamo documentazione clinica riguardo al passato. Pero’ all’eco non ho visto idronefrosi, per cui non penserei ad una causa ostruttiva. Non ha un diabete giovanile in quanto la sua glicemia e’ normale. Non e’ un iperteso. Credo che anche lui sia una vittima della malattia reumatica che qui da noi e’ ancora molto diffusa. Probabilmente si e’ fatto una glomerulonefrite acuta rapidamente progressiva ed ora e’ in insufficienza renale acuta. L’emocromo mi sembra semplicemente riconducibile ad un ipersplenismo dovuto all’enorme splenomegalia”.
Luke intanto e’ sempre piu’ confuso. Di tutti gli uomini che c’erano al mattino con lui, nessuno si e’ fermato. Vengo a sapere dal watchman che erano vicini di casa e che la mamma sta ancora camminando per raggiungere Chaaria: Gatunga e’ a circa 50 chilometri, e la strada e’ sterrata.
L’edema polmonare peggiora sempre di piu’: provo disperatamente a fare alte dosi di cortisone, metto l’ antibiotico specifico per la febbre reumatica a dosi ridotte come per l’insufficienza renale... ma in poche ore Luke se ne va: prima di morire ha continuato a ripetere per alcuni minuti: “Ngakwa, ngakwa” (muoio, muoio... in Kimeru).
Noi che l’abbiamo visto spirare lentamente, siamo rimasti senza parole: un’altra giovane vita se ne e’ andata e non siamo riusciti a contrastare il potere della morte.
Pochi minuti dopo il trapasso di Luke, abbiamo ricoverato un bambino dell’eta’ di circa 9 anni: il test della malaria era positivo ad alta densita’. Il piccolo paziente era profondamente comatoso, non risvegliabile neppure attraverso stimoli dolorosi intensi. Era agitato: gli occhi aperti si muovevano a velocita’ notevole rincorrendo qualche incubo di cui non sapremo mai nulla. Di tanto in tanto il suo corpo emaciato veniva scosso da violente convulsioni.
Iniziamo subito il chinimo, ma ci rendiamo conto che il bambino e’ gravemente ipoglicemico: vuoi per il coma che dura da alcune ore, vuoi per il digiuno, vuoi per la malaria stessa. Sospendiamo quindi questo farmaco che puo’ peggiorare l’ipoglicemia, e ci affidiamo alle artemisine in muscolo. Tentiamo di riportare in range il suo glucosio ematico, ma risulta quasi impossibile: la macchinetta ci dice 10 mg/dl. Facciamo dosi da cavallo di destrosio al 50% in vena, ma i valori non salgono. Infondiamo anche del cortisone sperando che anche questo innalzi un po’ i livelli di zucchero nel sangue, ma il destrostick e’ implacabile: la glicemia non sale sopra i 20 mg/dl.
Inseriamo un sondino nasogastrico e somministriamo pappette zuccherate, ma l’ipoglicemia e’ costante ed il piccolo Douglas ci sfugge dalle mani e va in Paradiso. Anche questa volta ha vinto l’anofele: la mamma e’ disperata, e io mi siedo sul letto vicino al corpo senza vita del bambino, senza dire una parola. Poi mi sento una mano che mi sfiora la spalla. Alzo gli occhi e vedo Claudia: “lo so che sei stanco, ma ci sono ben due cesarei, e siccome ormai sono quasi le 23, conviene che mi lasci qui a consolare questa donna, mentre tu vai a cambiarti e inizi le operazioni. Pinuccia e Kathure sono gia’ dentro con la prima paziente”.

Fr Beppe



giovedì 12 febbraio 2009

L'Anofele colpisce ancora

NUOVI STUDI SOSTENGONO CHE LE ZANZARE PORTATRICI DELLA MALARIA SONO ORA RESISTENTI AI DERIVATI DEL PIRETRO….


… ciò significa che sono ormai in grado di sopravvivere ai comuni spray insetticidi usati nelle case e alle preparazioni impiegate per impregnare le zanzariere; in questo modo sono riuscite quindi a rimuovere dalle nostre mani una delle armi più potenti (le zanzariere appunto) usate per la lotta alla malaria in Kenya.
Zanzariere2.JPGTale dato emerge da uno studio della Liverpool School of Hygiene and Tropical Medicine, ed è stato pubblicato la settimana scorsa on line sulla rivista “Genome Research”.
Ancora una volta si tratta di una mutazione genetica che ha dato questo vantaggio evolutivo alle zanzare. Gli scienziati inglesi sono già riusciti ad identificare il gene responsabile della resistenza, ed affermano che ciò potrebbe portare a nullificare l’importanza dei derivati del piretro nella prevenzione della malaria.
C’è chi sostiene che questi nuovi elementi potrebbero portare ad una riscoperta del DDT come mezzo di prevenzione.
Tale cattiva notizia arriva ad una sola settimana da un altro studio pubblicato nel “New England Journal”, secondo cui il plasmodium falciparum starebbe già sviluppando una resistenza ai derivati artemisinici, che sono ora i farmaci antimalarici di prima linea in Kenya ed in molte nazioni africane.
I casi di resistenza a cui lo studio del “New England Journal” si riferisce, sono stati documentato al confine tra Tahilandia e Cambogia, laddove negli anni ‘50 si ebbero i Zanzariere4.JPGprimi dati sulla resistenza alla clorochina. Varie nazioni in Asia avevano già suonato il campanello di allarme, dicendo che gli artemisinici stanno perdendo efficacia clinica, in base alle loro osservazioni sui pazienti.
Il dramma è che, a quanto pare, la resistenza agli artemisinici si sta diffondendo rapidamente… e non ci sono nuovi farmaci in cantiere.
Fattori certamente coinvolti nella genesi di questo problema sono:
1. uso improprio dei farmaci a dosi inadeguate
2. presenza sul mercato di medicine contraffatte con pochissimo principio attivo
3. l’incapacità dei pazienti di finire le dosi prescritte.

Tali notizie sono preoccupanti e ci arrivano come una “gelata precoce”, in quanto gli artemisinici e la distribuzione massiva di zanzariere impregnate con piretro hanno aiutato il Kenya a ridurre la mortalità per malaria al di sotto dei 5 anni, di circa il 50%, passando da 35.000 morti all’ anno ai 15.000 attuali.

Fr Beppe



mercoledì 11 febbraio 2009

Le mani del dottore


Un consiglio che mi sento certamente di dare a tutti i medici che si preparano all’esperienza con noi a Chaaria e’ quella di dare la massima importanza al contatto umano con il paziente.
Molte volte i farmaci a nostra disposizione non sono molto diversi da quelli che trovano nel dispensario del loro villaggio. Se poi leggiamo i loro documenti precedenti, sovente ci rendiamo conto che hanno assunto piu’ o meno tutto cio’ che e’ disponibile sul mercato, ma non sono migliorati.
Terapia.JPG Quando invece vengono a Chaaria, dicono che i nostri farmaci sono efficaci e che con le nostre terapie stanno davvero meglio. Perche’ questo? Le ragioni possono essere varie, ma la principale penso vada ricercata nel fatto a Chaaria si sentono ascoltati senza fretta, e poi ricevono anche spiegazione dettagliata di quello che abbiamo trovato e delle ragioni per cui abbiamo compiuto una particolare scelta terapeutica.
Spesso dicono che altri dottori si limitano a dare medicine, senza dedicare neppure un momento al dialogo, con il risultato che alla domanda: “ che cosa ti ha detto il medico? Di che malattia ti ha parlato?”, la risposta e’ sovente: “Non mi ha detto niente”.
Credo poi moltissimo nel valore taumaturgico delle mani: a Chaaria i malati vengono visitati. A loro non neghiamo il contatto fisico: il dottore non e’ uno che ascolta una lista di sintomi e risponde con una lista di medicine. Dopo vari anni mi sono reso conto che una mano sulla pancia, uno stetoscopio sul torace, un abbassalinga in bocca, sono veramente importanti per far comprendere al paziente che ci siamo veramente occupati di lui.
E’ poi indubbio il fatto che molta povera gente attribuisce poteri eccezionali alle macchine: sono convinti che, se potranno “essere messi nel computer” (cioe’ ricevere una ecografia), tutte le loro malattie saranno scoperte e curate. Per loro la sonda ultrasonografica non e’ mai solo diagnostica, ma anche curativa: ecco perche’ spesso siamo generosi nell’ accettare la loro richiesta di eco, anche se sappiamo che sara’ quasi certamente normale, in quanto ci rendiamo conto che la guarigione iniziera’ nel momento stesso in cui applicheremo il gel sulla parte dolente.
Altra componente che il medico italiano dovra’ considerare e’ il fatto che loro hanno normalmente un forte bisogno di essere medicalizzati: fare magari 600 chilometri ed arrivare a Chaaria per sentirsi dire che l’eco e’ negativa e che il dolore addominale FrBeppefonendo.JPGe’ probabilmente psicosomatico, crea una delusione quasi incolmabile nel paziente che non comprende questo aspetto della medicina, molto sviluppato invece per esempio in Europa. Qui infatti non si va dal medico per essere rassicurati che le medicine non sono necessarie: si va da lui proprio perche’ i farmaci li vuoi. Per cui, senza esagerare, mi pare di poter dire che la rassicurazione da parte del medico, insieme a qualche multivitaminico o analgesico, sia molto piu’ efficace che un counseling in cui si nega poi ogni farmaco: se non riceve farmaci, il malato potrebbe quasi pensare che il curante non ha creduto che davvero loro stanno male.
Questo poi assume significati ancora piu’ pesanti quando andiamo su aree delicate come la infertilita’: e’ sempre meglio dare loro una speranza e magari anche qualche placebo, piuttosto che sparare loro in faccia un “non c’e’ niente da fare”.
Ma soprattutto penso che bisogna dare loro tempo, bisogna visitarli, toccarli, ascoltarli, non essere nervosi, e far loro comprendere che crediamo alla loro sofferenza.
Altro elemento che indubbiamente gioca un ruolo decisivo e’ il fatto che spesso molti pazienti ricercano il parere del medico “MZUNGU”: cio’ e’ insieme un punto di grossa responsabilita’ ed anche un po’ una croce, perche’ a volte capita che l’ospedale e’ tranquillo e non ci sono tanti pazienti, ma la coda del medico “espatriato” e’ sempre lunghissima.

Ciao fr Beppe



Lettere da un medico volontario che si trova in Cambogia

Le lettere che seguono, ci sono pervenute da una dottoressa italiana (un'anestesista) che presta la sua opera per una ONG in Cambogia proprio in questo periodo. Per mantenere anonima la sua identità, l'abbiamo firmata Carola anche se non è il suo vero nome.
Questa dottoressa è stata volontaria a Chaaria già due volte e la ringraziamo per questa sua testimonianza preziosa, relativa ad eventi attuali e toccanti.


Cambogia 09 Febbraio 2009

UN GELATO PER CHANTA
Un giorno come un altro, una famiglia di contadini come tante qui in Cambogia si sta recando al lavoro nei campi con il carretto trainato dai buoi, sopra ci sono un padre, una madre con una piccolina di 6 anni in braccio e altri 3 fratelli più grandicelli, davanti al carretto cammina la sorella più grande di 17 anni. La ruota del carro fa pressione su quella mina anticarro che chissà da quanto tempo era lì sotto, il boato è forte e improvviso, la sorella più grande si gira e nel tempo di un respiro ha perso metà della sua famiglia… il padre e tre fratelli muoiono sul colpo e la madre con la figlioletta più piccola sono scaraventate a terra… Vengono portate all’ambulatorio più vicino dove la bimba appare subito in condizioni molto gravi, respira male e si lamenta di dolori addominali… La caricano su un ambulanza e via verso l’ospedale che dista 3 ore di auto…
E’ sera quando l’ambulanza che porta la piccola Chanta arriva al nostro pronto soccorso, la visitiamo, la studiamo con le radiografie del torace ma nulla è chiaro… siamo perplessi perchè le condizioni sembrano stabili anche se quel respiro e quel addome non ci convincono e poi è così piccola, ha 6 anni ma pesa solo 13 kg…
Decidiamo di farle una tac torace e addome: ha contusioni polmonari bilaterali e un immagine molto dubbia di sanguinamento sul fegato, le controlliamo l’emoglobina ogni ora… scende di 1 grammo e poi un altro… decidiamo di portarla in sala…
E’ sulla barella con un pupazzetto rosso tra le mani, una infermiera le chiede se ha mai mangiato un gelato… lei dice che non le piace poi ci pensa un po’ e ci dice che lo vorrebbe proprio tanto un gelato… l’infermiera la guarda e le sussurra: “te lo prometto Chanta, lo mangerai quel gelato…”
Nell’addome c’è sangue… ci guardiamo con il chirurgo e pensiamo la stessa cosa, Dio fa che non sia il fegato… e invece ha proprio una lesione epatica molto grave… lo staff della sala si mobilita… comincia l’ennesima battaglia per la vita al di qua e al di là dei teli verdi… noi anestesisti che speriamo che il chirurgo faccia il più in fretta possibile per arrestare l’emorragia e guardiamo i bottiglioni dell’aspiratore con angoscia… ci affanniamo a trovare le vene, a trasfondere, a ventilare la paziente, non ci sono ventilatori pediatrici… né infusori per bimbi così piccoli… L’emostasi riesce e il chirurgo chiude l’addome lasciando un packing di garze… ma le condizione respiratorie sono brutte… ci vuole più di un ora per estubare la bimba e non è brillante… passa la notte nella terapia intensiva ma la mattina successiva ha 50 di frequenza respiratoria, broncospasmo, un respiro superficiale, piena di secrezioni e poi comincia ad avere delle apnee… In queste condizioni - dico allo staff- non ce la farà, presto andrà in arresto respiratorio e non possiamo aiutarla, non abbiamo i ventilatori… non c’è modo… Gli infermieri mi guardano, la loro responsabile, che è anche l’infermiera più esperta dell’ospedale, mi dice che se la intubiamo, la ventilano loro a costo di stare lì 24 ore… Penso ma come fanno a non rendersi che non è possibile! Se non si danno per vinti loro allora va bene, ci proviamo… Ogni volta che va in apnea – spiego- la aspirate dal naso così lei si sveglia comincia a tossire, migliora la saturazione… ma dovete andare avanti così tutta la notte… ve la sentite? Mi rispondono che ci sarà un infermiere solo per la piccola Chanta per tentare di farla arrivare viva al mattino dopo quando la riopereremo per toglierle le garze…
Il mattino è arrivato, sono passate 48 ore. Ci serve sangue fresco per i fattori della coagulazione e le piastrine… non c’è problema, mi dicono, ci sono due donatori compatibili pronti a donare il mattino dell’intervento: una è la sorella e l’altro è il nostro amministratore… Ormai c’è tutto lo staff che fa il tifo per Chanta… Si va in sala… l’emostasi ha tenuto, il packing rimosso e ora la piccola deve respirare… Ce la teniamo 2 ore in sala, sulla barella… guardo l’infermiera che la assiste e che le dice con tenerezza: “su Chanta, respira piccolina, ricorda che devi mangiare il gelato…”.
Sono passati alcuni giorni, Chanta con quelle misteriose risorse che solo i bimbi hanno, ce l’ha fatta, tornerà a correre con gli altri 5 fratellini. Chiedo alla sorella più grande se è contenta… è stata al suo capezzale nei giorni più critici… Non sorride, non è felice, pensa al padre morto, l’unica fonte di sostentamento della sua numerosa famiglia non c’è più… mi dice che non sa ora come faranno a tirare avanti, non si possono sfamare 6 bambini solo raccogliendo legna, lei è la più grande e si sente responsabile per tutti, lei non sa neanche cosa è una scuola ma sa cosa è la fame e sa che dovrà tornare presto in quei campi maledetti che le hanno distrutto la famiglia, sperando di non finire su altra mina.

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Cambogia 22 Gennaio 2009

UNA MADRE, UN FIGLIO
Neang San è un ragazzo di 22 anni che arriva in pronto soccorso per una ferita penetrante al torace e all’addome dovuta a un bambù che lo ha trapassato come una lancia. Sono casi frequenti perché i bambù sono materiali molto resistenti e utilizzati nella costruzioni delle case. Ci rendiamo subito conto che si tratta di un caso molto grave e decidiamo di operarlo immediatamente per escludere lesioni interne. Purtroppo aperto l’addome la situazione appare quasi disperata: diaframma lacerato e una lesione gravissima al fegato che richiede una resezione e un packing per controllare l’emorragia. Solo in sala trasfonde 12 sacche di sangue. Ne esce comunque vivo anche se in condizioni critiche. Con il chirurgo parliamo con la madre e il padre, ci andiamo giù molto pesanti, non vogliamo dare quasi nessuna speranza, la mortalità in casi come questo da noi, in una vera e propria terapia intensiva e con la possibilità di trasfondere plasma, piastrine, fattori della coagulazione è altissima… Il nostro inglese è tradotto in khmer, le parole cadono come macigni, pesantissimi, la madre si copre il viso, si inginocchia e comincia a piangere, ci guarda a cercare qualche speranza… vorrei dirle che forse…, magari ce la fa, insomma è uscito vivo, chissà… voglio anch’io convincermi… Finchè è vivo, ci diciamo, facciamo tutto quello che qui possiamo fargli, un infermiere dedicato solo a lui che registra ogni modificazione dei parametri, continua a sanguinare e lo trasfondiamo ancora… Lui è perfettamente cosciente, ci guarda avvicinarci al suo letto con due occhi grandi e scuri con un’espressione che non si dimentica… La madre gli è accanto e segue ogni nostra azione, lo vede sveglio, che le parla, ci chiede se proprio non c’è nulla che si possa fare… La guardo… gli bagna le labbra secche, gli copre la fronte con degli asciugamani bagnati, gli strofina le mani e i piedi freddi…
Passano 48 ore… in cui lo abbiamo rincorso tra liquidi e trasfusioni per tenergli su la pressione e la diuresi, si chiamano parametri vitali, sono solo numeri… quel drenaggio nel torace che continua a riempirsi inesorabilmente ci dice che il sanguinamento c’è sempre e che la nostra battaglia per la sua vita non lascia molte speranze… E’ sul letto operatorio per la seconda volta, sempre cosciente che ci guarda con quegli occhi… e penso che forse il mio sarà l’ultimo volto che vedrà… vorrei invece che fosse quello della madre. Si sveglia anche questa volta, ma la situazione è disperata, il sangue trasfuso, siamo ormai a 24 sacche di sangue, non contiene quello che serve per la coagulazione, qui non abbiamo il plasma e ricomincia a sanguinare… Ha lottato come un leone fino all’ultimo ma non c’è più nulla da fare, la madre gli è accanto, lo accarezza, anche se è sedato gli parla dolcemente senza piangere e senza fermarsi mai e continuerà a parlargli anche dopo che gli infermieri l’hanno preparato e avvolto nei teli bianchi…


Una dottoressa italiana,

Carola.

martedì 10 febbraio 2009

Luce dei miei occhi


Come ogni primo venerdì del mese, anche a Febbraio il nostro “dottore degli occhi” è arrivato puntuale, ed ha trovato una lunga coda di persone che lo stavano attendendo.
Oltre ai normali pazienti ambulatoriali il nostro specialista sempre visita i pazienti ricoverati che presentano complicazioni oculistiche: si tratta di soggetti ipertesi, diabetici, HIV.
Ci dà consigli terapeutici e a volte offre loro le lenti più appropriate.

JosephMithika.jpg
In questa foto, ha appena dato uno degli occhiali mandatici tramite il Progetto occhiali per l’Africa a Joesph Mithika, ricoverato JosephMithika1.jpgpresso il nostro ospedale per gravi complicazioni da diabete mellito. Tra le altre cose il malato nella foto ha una forma ormai avanzata di retinopatia diabetica.
Sicuramente Joseph avrà in seguito bisogno anche di un intervento di cataratta, ma per ora questi occhiali gli permettono di vedere meglio, e quando sarà dimesso, potrà addirittura leggere e apporre la sua firma su qualche documento.
Grazie ancora a tutti gli studenti dell’ Istituto Galvani di Reggio Emilia, ed in particolare al Prof Alessandro Corsini, che è il motore e l’anima di questo progetto.
Siamo al momento ancora privi di internet e questo file parte da un cyber point in Meru. Appena possibile invieremo al Prof . Corsini anche le nuove prescrizioni che il nostro ottico ha preparato per il mese di Febbraio.

Fr Beppe Gaido




Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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