martedì 30 giugno 2009

Vedete come sono cresciuta?

Vi ricordate come mi chiamo? Mi riconoscete ancora? Oggi sono venuta trovare i Fratelli, che mi hanno dato i soldi per la rata delle tasse scolastiche, e vi ringrazio tanto anche a nome della mia mamma. Oggi sono venuta da sola, perche' la nostra casa e' a due passi dal Cottolengo Mission Hospital. Mia madre lavora a Meru e la vedo durante i fine settimana. Gli altri giorni sto a casa con la nonna.
Faccio la seconda elementare e me la cavo benino. Sono nella stessa scuola di Kawira e Faustine che vedo ogni giorno.
Ai miei genitori adottivi di Roma un fortissimo abbraccio.



Abigail Nkatha



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lunedì 29 giugno 2009

Grazie Pinuccia

Otto mesi a Chaaria non sono uno scherzo. Hai davvero lavorato tantissimo con dedizione ed umilta', con amore ai poveri e disponibilita' a fare qualunque cosa ti fosse richiesto.
Sei stata la mia compagna inseparabile nella cosiddetta "ora X", quando il cercapersone suonava verso le 3 di mattina e ci faceva saltar giu' dal letto nel cuore della notte per uno delle centinaia di cesarei che abbiamo condiviso.
Ci mancherai, cara Pinuccia.
Anche gli orfani, che ogni sera accudivi e sistemavi per la notte, sentiranno fortemente la tua mancanza.
Solo Dio ti puo' ripagare per tutto quello che hai fatto per noi.
Sei parte di Chaaria e non ti dimenticheremo mai.


Fr Beppe Gaido a nome di tutti




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Ancora grazie a chi ci vuole bene


Sappiamo dal Presidente della Associazione Lino Marchisio che e' finalmente arrivato in Italia il lettino chirurgico, che speriamo di piazzare nella nuova sala operatoria. Manca ancora un po' di tempo prima che possiamo vederlo, in quanto ci arrivera' via mare, ma fin da ora desideriamo ringraziare, oltre alla Associazione Volontari Mission Cottolengo, anche la Pro Loco di Cuorgne' che ha contribuito generosamente all'acquisto, in memoria del volontario di Chaaria dott Guido Giaccone.

Siamo inoltre in attesa di una nuova scialitica, ben piu' potente di quella che ora usiamo per il gabinetto odontoiatrico e che avete visto nella foto. La piccola scialitica apparsa ieri sul blog non andra' nella nuova sala operatoria, ma verra' poi trasferita nella attuale stanza chirurgica, che sara' traformata in ambulatorio per la chirurgia minore, come raschiamenti o ferite da machete.
La nuova sala operatoria sara' invece dotata di una nuova e moderna apparecchiatura "sinumbra" che che ci e' stata donata dalla parrocchia Santa Monica di Torino, per interessamento del Prof. Roberto Russo.

Il Signore vi benedica tutti.


Fr Beppe

domenica 28 giugno 2009

Il cuore dell'uomo chi lo può conoscere? (Salmo)

Cammino lento verso il generatore, sotto il sole cocente, e circondato da un gentile profumo di fieno. Manca la corrente da alcune ore, e per risparmiare qualche scellino, spegnamo il potente gruppo autogeno, per affidarci ai pannelli solari.
Sono molto triste. Ho gli occhi gonfi, a causa di una notte insonne, passata per la quasi totalita’ in sala operatoria; ma soprattutto ho un macigno che mi pesa sul cuore.
In un attimo ripenso a Giulio Cesare nel momento in cui e’ stato assassinato; al suo sguardo incredulo quando, dopo l’ennesima pugnalata alle spalle, si gira e riconosce il figlio; mi risuonano nella mente le sue parole: “Te quoque, Brute!” (anche tu, Bruto!).
Avevo piu’ volte aiutato Ayub e vari membri della sua famiglia. Mi ero fatto in quattro per loro. Sapendo quanto erano poveri ed indifesi, dal momento che avevano un padre-padrone che non li capiva e non faceva altro che vessarli e farli soffrire, avevo dato loro soldi per le molte necessita’ spicciole. Mi sono esposto ed ho spesso perorato la causa dei loro diritti di fronte a un genitore incapace di modificarsi. Ero certo che in essi avevo trovato degli amici. Nessuno avrebbe potuto convincermi del contrario. Le esperienze vissute insieme avevano cementato il nostro rapporto, e lo avevano reso forte e inossidabile.
Ma proprio ieri sono stato accusato di aver rubato delle cose che non mi appartengono… ed il momento piu’ triste e’ stato quando sono venuto a sapere che coloro che mi incolpano sono Ayub ed i suoi fratelli, che ora sono maggiorenni e sperano di trarre qualche vantaggio da questa montatura.
Non si tratta che di dicerie che sono state messe in giro; ma io mi sento distrutto: perche’ essere pugnalato alle spalle proprio dalle persone a cui hai dato di piu’? Qual e’ il mistero della umana cattiveria che porta a misconoscere i doni ricevuti, e a rivoltarsi contro i benefattori? Perche’ colpire la mano che ti ha nutrito?
Ho parlato con Ayub ed i suoi fratelli che hanno negato tutto. Dicono che e’ la cattiveria della gente: hanno messo in giro queste voci incolpando poi loro di esserne la fonte.
Sempre piu’ mi convinco che, come Manzoni diceva, il cuore umano e’ un grazzabuglio, e che nessuno lo puo’ conoscere, come la Bibbia saggiamente ci ricorda.
Ancora una volta nessuno sapra’ la verita’, perche’ tutti sono innocenti.
Gia’ i Romani saggiamente ci ricordavano che “homo homini lupus” (ogni uomo e’ un lupo per il suo simile), ma e’ sempre dura farne l’esperienza diretta, soprattutto quando si lavora gratuitamente, sette giorni alla settimana, per cercare di aiutare tutti.
E’ anche triste quando si considerano i soldi che sono stati spesi per quelle persone che poi hanno usato i denti per ferire proprio quella mano che per esempio aveva pagato le loro tasse scolastiche per anni.
Pensando a Cristo, si trovano gia’ tutte le risposte: e’ stato messo in croce proprio da coloro che prima erano stati da lui guariti.
Bisogna sempre piu’ concentrarsi su Dio, che e’ la ragione ultima per cui lavoriamo, ci spendiamo e cerchiamo di operare il bene. Poi occorre fare le cose per se stessi e per la propria coscienza: le accuse maliziose non aggiungono o sottraggono nulla a quello che veramente siamo nel nostro cuore. Noi siamo quello che siamo, e non quello che la gente dice di noi.
Sempre piu’ mi convinco che difendersi non serve a nulla. Meglio pregare in silenzio e chiedere a Dio di essere il nostro scudo.
Ho spento il generatore, ed ora sto trasferendo i due piccoli nati con cesareo durante la notte, nell’unica incubatrice azionata dai pannelli solari: ci stanno un po’ stretti, ma credo che siano ugualmente a loro agio.
“Poveri piccoli, cosi’ indifesi: non sanno ancora che il mondo e’ una arena in cui sempre bisogna combattere per riuscire a stare in piedi”…
“meno male che ci sono loro: in sala operatoria, in sala parto, in ambulatorio, in un camerone dell’ospedale ritrovo facilmente il senso della mia vita. Se un bambino stava per morire in utero, e noi riusciamo a tirarlo fuori prima che accada il peggio, cio’ appaga tutte le sofferenze trasversali che non ti aspettavi e che ti tagliano le gambe; un successo clinico con malato grave ti rinnova la forza fisica e morale, e ti dona il coraggio di credere che ha ancora senso andare avanti”.


Fr Beppe



PS: Ayub non e’ il vero nome, ma la storia e’ assolutamete autentica



Ordinazione Sacerdotale



Oggi a Chaaria siamo rimasti solo in tre (Fr Lodovico, Fr Giancarlo ed il sottoscritto) in quanto la comunta' al completo (Suore, Fratelli, Postulanti e volontari) sono andati a Mukothima, dove hanno partecipato alla solenne celebrazione per l' Ordinazione Sacerdotale di Don Nicholas Kirimo, dei Preti del Cottolengo.
Mi hanno detto che e' stata una bella festa. Era presente il Vescovo di Meru, che ha presieduto la Messa, insieme ad un buon gruppo di Sacerdoti, sia diocesani, che cottolenghini, che della Consolata. C'erano molte Suore dalle altre Missioni del Cottolengo.
Oltre a Fr Giuseppe Meneghini, anche il Padre Generale Don Aldo Sarotto, ed il Sacerdote Don Eugenio Cavallo sono venuti in Kenya per l'occasione.
Al neosacerdote Don Kirimo auguriamo fedelta', gioia e perseveranza nel ministero da lui intrapreso oggi.


Fr Beppe, i Fratelli, le Suore ed i volontari di Chaaria

sabato 27 giugno 2009

Ancora un passo avanti

Con grande gioia oggi abbiamo ricevuto la nuova scialitica (o luce da sala operatoria), che ci e' stata donata dai miei compaesani del gruppo solidarieta', e dagli amici di Pinuccia Cheroni.
La luce sara' impiegata per alcuni mesi nello studio dentistico, fino a quando riceveremo le scialitiche odontoiatriche gia' acquistate per noi dalla Associazione Volontari Mission. In seguito la impiegheremo in sala operatoria.
Ringraziamo Dio prima di tutto, e poi ogni nostro sostenitore che continua ad aiutarci e a farci sentire il calore della loro amicizia anche con questi importanti regali. Vedete che Chaaria e' un ospedale che sta venendo su mattone dopo mattone, e parecchi di voi hanno un ruolo molto diretto nella sua costruzione. Grazie ancora.


Fr Beppe a nome di tutti i malati



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Fiori d'arancio

Anche oggi una grande festa per Chaaria. Nella chiesa parrocchiale la nostra dipendente Phyllis si e' unita in matrimonio con Andrew, un ex ricoverato presso la Missione di Tuuru, spesso anche nostro collaboratore come traduttore per i volontari medici italiani che non conoscono adeguatamente la lingua inglese.
PhillisAndrew1.jpgAndrew e Plyllis hanno gia' tre bambine, che nella stessa cerimonia sono state battezzate.
La Messa e' stata caratterizzata da un immenso ritardo da parte degli sposi che hanno fatto aspettare i poveri fedeli per tre ore e mezza prima di presentarsi all'altare. La liturgia poi e' stata molto ricca di colori, come in genere Father John Peter riesce a fare.
Ora Phyllis ed Andrew, che gia' si sono amati per molti anni, hanno consacrato la loro unione davanti a Dio per sempre. A loro auguriamo felicita' per tutta la vita.
Dopo il rito religioso, il rinfresco si e' tenuto direttamente nel cortile della parrocchia, in quanto la casetta degli sposi non ha un cortile. E' stato un susseguirsi di canti e balli, dolci e bibite per alcune ore molto pittoresche. E' poi venuto l'atteso momento del taglio della torta, e la consegna dei regali: era presente alla festa anche un folto gruppo di Buoni Figli (i nostri handicappati mentali), oltre ai volontari e ad una nutrita delegazione dello staff.
Tutto e' andato benissimo, e la gente e' ritornata alle loro case prima che scendesse la notte.


Fr Beppe Gaido




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venerdì 26 giugno 2009

Uno strano caso di occlusione

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Cris e’ arrivato in ospedale verso le 11 a.m. del 23/6/09. Non poteva camminare e la sua mamma lo portava in braccio. Faceva molta fatica a respirare ed aveva un pancione enorme.
Pensavo che avesse ascite (=acqua nella pancia) e ho fatto l’ecografia, ma con sorpresa ho visualizzato solo aria. Inoltre le anse intestinali si muovevano in modo convulso sotto la cute tesa dell’addome, quasi fossero un grande pitone.
“Da quanto tempo non va di corpo?”
“Da tre giorni”, mi dice la mamma con certezza.
Purtroppo questi sono i casi in cui mi sento incapace e frustrato:
“Cara signora, questa sembra una occlusione intestinale, una condizione seria che richiede un’operazione urgente, che noi non siamo in grado di fare. Il bambino pero’ deve essere andare in sala oggi. Non piangere ora… piangere non e’ la soluzione! Sii forte: ti accompagnamo noi in un altro ospedale, dove un bravo chirurgo sapra’ aiutare il tuo bambino che sorridera’ di nuovo quando sara’ guarito”.
I tempi di organizzazione sono stati brevi. Tharamba e’ stato l’infermiere scelto per accompagnare Cris in ambulanza, ed in meno di 20 minuti, la macchina, pilotata dall’espertissimo Kabithioli, e’ partita con un nuvolone di polvere alle spalle.
Oggi ho avuto una riunione clinica nello stesso ospedale in cui avevamo portato il piccolo. Ho deciso di passare a vedere le sue condizioni generali. L’ho trovato seduto sul letto, completamente nudo, corona del rosario al collo, e con la ferita scoperta: “mi hanno detto di tenerla cosi’ finche’ il violetto di genziana asciughera’”.
“Tutto OK?”, ho accennato con il police in su.
“Benissimo. Vuoi vedere che cosa mi hanno tolto dalla pancia? Guarda sul comodino! Sono tutti vermi che si erano attorcigliati l’uno all’altro ed avevamo formato come un tappo. Mi hanno raccomandato di smetterla di mangiare con le mani sporche”.
“E bravo Cris… cosi’ eri pieno di vermi. Sono felice per te. Tienili come ricordo, e falli vedere agli altri bambini, in modo che capiscano cosa succede a chi si nutre con le mani zozze”.

PS. I vermi nella foto si chiamano ascaris lumbricoides e sono molto frequenti dalle nostre parti, anche se sono presenti in tutto il mondo.
Spesso non danno alcun sintomo, e la madre ci porta il bambino solo perche’ ha defecato o vomitato un verme. Altre volte danno malessere generale, vago dolore addominale e talvolta una forma asmatica transitoria che si chiama polmone eosinofilo.
Possono pero’ dare complicazioni: nel caso di Cris hanno formato una matassa, occludendo l’intestino. Altre volte ci sono complicazioni legate alla migrazione del verme: abbiamo avuto un caso di sordita’ monolaterale, che e’ totalmente regredita quando abbiamo dato la terapia per devermizzare il bambino… un ascaride era risalito nella tromba di Eustachio dell’orecchio. Abbiamo registrato almeno due casi di colica biliare dovuta all’occlusione del coledoco da parte di un ascaride.
La trasmissione e’ fecale orale: il paziente cioe’ si infetta toccando alimenti sporchi di feci, o mangiando terra (pratica a volte frequente tra i bambini), o bevendo acqua inquinata da edscrementi di persone infette.

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giovedì 25 giugno 2009

I miei occhi quasi spenti ora vedono la luce

Carissimi amici dell'Istituto Galvani,
non ci vedo quasi niente. Il mio problema è stato causato dal diabete e dalla pressione alta. Non ho mai saputo di avere questi problemi. Mi accorgevo che diventavo sempre più magra, anche se mangiavo molto; l'altra cosa strana è che avevo sempre sete: avrei bevuto una tonnellata d'acqua, ma la mia bocca rimaneva riarsa come se fossi nel deserto. Per non parlare della pipì: avevo sempre voglia di orinare, e se non correvo in fretta e furia, me la facevo addosso.
Avevo spesso mal di testa, ma siccome ero quasi sempre nella steppa del Nord con alcune mucche malandate e poche capre ossute che disperatamente cercavano qualcosa da mangiare, non mi sono preoccupata più di tanto. Pensavo che fosse il sole.
Anche la vista se ne è andata pian piano: non so nè leggere, nè scrivere... usiamo pochissimi indumenti a causa del clima torrido delle nostre zone, e quindi non rammendo quasi mai. Proprio per questo, quando mi sono resa conto che non ci vedevo più neanche per i lavori più grossolani (come per esempio la mungitura), il danno era già avanzato.
Questi occhiali mi sono stati preparati qui in Africa, ma non ci vedo troppo bene. Ora però so che riceverò presto i nuovi occhiali che voi avete preparato con amore durante la scuola.
Arriveranno in tempo, perchè io dovrò stare a lungo in ospedale, in quanto la mia glicemia non va ancora bene, nonostante l'insulina, e la mia pressione non accenna a diminuire. Anche le mie gambe non mi reggono: mi sembra che siano quasi paralizzate... sento sempre il formicolio... il dottore dice che anche questo è legato al diabete
Dio vi benedica fino alla decima generazione dei vostri figli per quanto avete fatto per me e per tanti altri come me.


Una malata di Chaaria


PS: mi ha chiesto di non scrivere il suo nome, e rispettiamo la sua richiesta


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Chaaria news

1) Continua l’epidemia di gastroenterite pediatrica che sta riempiendo il nostro reparto. Fortunatamente non sono forme molto gravi e non abbiamo una mortalita’ infantile in aumento statisticamente significativo. Lo stato di allerta rimane comunque alto, dal momento che il colera continua a mietere vittime qua e la’.
2) In aumento anche i casi di tubercolosi, che non sempre riusciamo a trattare come pazienti ambulatoriali. I malati in condizioni piu’ critiche sono quasi sempre uomini Abbiamo al momento trasformato la room 23 in isolamento maschile per TBC.
3) La nostra maternità e’ sempre pienissima, ed anche la attivita’ chirurgica ad essa correlata e’ decisamente in aumento. Un esempio di cio’ ci e’ dato dal numero di cesarei: paragonando il periodo tra gennaio e maggio abbiamo riscontrato che nel 2008 gli interventi sono stati 169, mentre nel 2009 sono stati 201. Con la pubblicazione di questi numeri intendo anche ringraziare Kanyua e Jesse per la puntuale e preziosa collaborazione.
4) Fr Giuseppe Meneghini, nostro Superiore, inizia in data odierna la sua visita alle nostra presenze in Kenya: oggi e’ a Nairobi con fr Giancarlo ed i giovanissimi. Lo aspettiamo a Chaaria domani sera.
5) Ieri abbiamo eseguito la nostra quarta autopsia di quest’anno. Non e’ una pratica a cui ci dedichiamo spesso: sono normalmente casi di polizia, ed il post mortem e’ eseguito da un medico di fiducia delle forze dell’ordine. Noi offriamo la nostra collaborazione tecnica, oltre che ai locali della sala settoria.

Fr Beppe Gaido

mercoledì 24 giugno 2009

L'amico dei volontari


Di battesimo mi chiamo Adriano, ma lo uso così poco che sicuramente non mi girerei se qualcuno mi chiamasse con questo nome.
Non so nulla della mia famiglia e non ricordo quando sono nato. Da quello che mi dicono i Fratelli, devo avere circa 37 anni. Sono stato raccolto in uno slum di Nairobi da Don Giusto, nei primi anni dopo la fondazione di Tuuru, e vi ci sono stato portato. Ho vissuto tra quelle alte montagne fino al 1985, quando sono stato trasferito nella nuova casa di Chaaria.
Mi dicono che allo slum ero uno street boy e che mangiavo le cose che riuscivo a raccogliere nella discarica.
Stando nelle missioni cottolenghine, ho imparato a comprendere benissimo l'Italiano, l'Inglese, il Kiswahili ed il Kimeru. Capisco tutto, ma non riesco a parlar nessuna Lingua.
KimaniNatascia.jpgIl mio vero nome, quello che mi piace di più, è Kimani (che voi in Italia dovete pronunciare Chemani): considerando che porto il numero di scarpe 45, qualcuno sostiene che dovrei chiamarmi anche CHE PIEDI.
Mi piace tantissimo imitare quello che i volontari fanno: adesso con Gianni passo la giornata a verniciare e spostare tralicci di ferro; con un volontario cuoco, mi diletterei volentieri a rimestargli la polenta od altri piatti.
Vado quasi sempre in chiesa con i Fratelli, portando i miei libri di preghiere: uso normalmente topolino, che leggo rigidamente al contrario. Cerco di imitare i suoni che escono dalla bocca del mio vicino, e regolarmente lo faccio sbagliare.
Ho anche tutta una serie di lavori occupazionali completamente miei. Al mattino alle sei faccio la provvista di legname per la cucina. Aiuto a preparare la colazione per i pazienti dell'ospedale. Collaboro con Isidoro e Geremia alla pelatura delle papate.
La mia passione più grossa è comunque quella di andare a Chaaria alla domenica pomeriggio: lì trovo sempre qualche persona di "buon cuore", che mi fa bere birra locale e mi regala la miraa. Spesso però, quando ho bevuto un po' e masticato tanta miraa, loro mi portano via le scarpe ed io devo tornare a casa scalzo.
Il mio motto preferito è: "chi lavora, non mangia": non so se è proprio giusto, ma a me suona bene così.
Ciao Ciao Ciao
Vi aspetto a Chaaria

Kimani

martedì 23 giugno 2009

Un saluto da Kawira e Faustine

Carissimi amici e Benefattori,
vi scriviamo queste due parole al fine di rinnovarvi il nostro grazie per l'aiuto che ci permette di continuare i nostri studi. Siamo stati in vacanza per tre giorni (si chiama mid term break) ed oggi ritorniamo a scuola. Per noi è stato bello rivedere i nostri cari: lo sapete che in Kenya le scuole sono convitto, e normalmente non possiamo vedere i genitrori durante il trimestre.
Adesso abbiamo un lungo nperiodo di studi fino a nmetà agosto, quando nuovamente avremo una vacanza, stavolta più lunga, di circa 5 settimane.
Dio protegga tutti quelli che ci hanno fatto del bene.


Josphine Kawira e Faustine Mugambi


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Ritratti di Chaaria

Mi chiamo Mururu,
e sono certo una delle mascotte di Chaaria. Sono anche uno dei più vecchi residenti del centro Buoni Figli. Onestamente non so quanti anni potrei avere: forse 50 o 55, ma tutti dicono che il mio cervello non ne dimostra più di 5.
Qualche volontario sostiene che somiglio al "GOBBO DI NOTRE DAME": io non so cosa voglia dire, ma siccome loro si divertono, mentre me lo dicono, allora rido anche io, perchè deve essere qualcosa di carino.
Sono di Kaguma, a quattro chilometri dal Cottolengo. Io vorrei andare a casa spessissimo, e qualche volta scappo senza dire niente a nessuno: non è poi così difficile! Dicono che sono un handicappato mentale, ma io lo so benissimo che basta aspettare l'orario di visite all'ospedale e poi infilarsi per il cancello posteriore da dove si fanno entrare i parenti. Quando qualcuno si accorgerà che non ci sono, io sarò già a pochi metri da casa mia, che è poi una baracca di legno. Il problema però è che in famiglia non sono altrettanto contenti di vedermi di quanto lo sia io. Normalmente mi danno poco da mangiare; non mi aiutano a fare il bagno... ed allora dopo alcuni giorni capisco che è meglio tornare al Cottolengo. A volte ci torno con le pulci penetranti, ma sempre mi accolgono a braccia aperte. E' anche successo che mi sia perso, perchè purtroppo i miei parenti non hanno tempo neppure di accompagnarmi: qualche volta, ad un incrocio, io non so davvero che strada prendere.
Poi decido per la prima che mi capita, e non sempre è quella giusta. A casa mi interesso molto del mio pezzo di terra e del granoturco che i miei fratelli coltivano. Purtroppo non me ne danno mai, neppure un pochino.
Quando sono al Cottolengo Centre, la mia occupazione preferita è aiutare gli altri Buoni Figli. So essere molto servizievole: imboccare, fare i bagni ai piccoli, metterli a letto, sono lavori più che congeniali per me... e non ho mai fatto cadere nessuno.
Anche gli orfani di Sr Oliva mi fanno girare la testa: quando posso, li prendo in braccio e li coccolo con amore.
Come ulteriore attività accupazionale, collaboro alla lavanderia del centro, e mi piace soprattutto stendere.
Alla domenica vado a Messa all'ospedale, e canto forte. Spesso anche ballo ed i malati ridono: è sempre bello per me quando gli altri ridono, ed allora sorrido anche io.
Mi piace scrivere lettere, anche se non so scrivere: uso i mei geroglifici, che però verranno capiti al volo dai miei amici del cuore.
Non parlo nessuno lingua, ma mi aggiusto con un miscuglio di Kimeru, Kiswahili, Inglese ed Italiano.
Molti volontari mi chiamano E TU?, perchè io non mi ricordo mai come si fa a chiedere COME STAI, e mi viene sempre e solo da dire "e tu?" anche ad una persona che non mi ha chiesto niente.
Quando verrai a Chaaria, vorrei essere tuo amico.


Ciao, Mururu.




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lunedì 22 giugno 2009

Crisi economica a Chaaria

Carissimi amici,
a commento della lettera di ieri desidero riproporvi alcune riflessioni che avevo scritto non molto tempo fa sul blog. Con queste mie parole, che in parte cito ed in parte attualizzo, desidero anche rispondere a varie osservazioni che mi sono state fatte recentemente, sulla gestione economica di Chaaria.

Quello che spesso ci viene domandato e’ come mai non riusciamo ad essere autosufficienti, e siamo sempre in rosso.
C’e’ anche chi mi dice che la nostra amministrazione e’ del tutto fallimentare, se non riusciamo neanche a pagare le medicine.
In risposta a tali dubbi, in se’ del tutto legittimi, vi ripropongo un concetto di cui sono profondamente convinto: l’ indipendenza economica, il poter sostenere tutte le spese senza bisogno di aiuti stranieri, non mi sembra possibile per Chaaria al momento.
Molti dicono che, se non puntiamo a tale obiettivo, gradualmente condanniamo le nostre strutture all’ autodistruzione: a tutti e’ chiaro infatti che gli aiuti internazionali non possono durare per sempre, e verra’ di conseguenza il momento in cui bisognera’ farne a meno.
Noi comprendiamo certamente questo discorso, ma non e’ cosi’ facile metterlo in pratica. Ero recentemente in Sud Sudan, che certamente vive una situazione molto diversa dalla nostra.
Laggiu’ la gente non ha proprio nulla e ancora vive completamente sotto l’egida degli aiuti internazionali: ci sono elargizioni di cibo, in quanto i campi sono spesso ancora minati, e pochi hanno soldi liquidi per comprare le medicine o pagare un ricovero.
Il Sudan e’ pero’ al momento al centro dell’ attenzione internazionale ed e’molto sponsorizzato, per cui l’ amico che mi ha accolto nel suo ospedale mi diceva che l’importante e’ fare dei buoni progetti e spendere bene i soldi che comunque arrivano. Lui ha gli stipendi pagati dal governo, le automobili regalate da ONG internazionali, le costruzioni donate ed anche messe in piedi sotto l’egida di grandi sponsor stranieri. Ha realizzato un sistema di pannelli solari gigantesco, e tutto gli e’ stato dato gratuitamente. Qui da noi gli aiuti ci sono si’, ma su scala molto diversa; si tratta di amici, volontari, parrocchie, e naturalmente la Piccola Casa di Torino.
Noi dobbiamo far pagare qualcosa ai nostri pazienti perche’ altrimenti non ce la faremmo davvero a tirare avanti. E’ vero che le offerte ci aiutano molto, ma e’ anche vero che esse non posso coprire tutti i nostri fabbisogni.
Spesso siamo in “profondo rosso”, ed anche se sappiamo che i nostri amici dall’Italia continueranno a sostenerci, questo dato non puo’ lasciarci tranquilli. Si lavora dal mattino alla sera, si e’ di guardia tutte le notti, ed alla fine della settimana si guarda il portafoglio e lo si trova estremamente vuoto: i soldi vanno a velocita’ supersonica perche’ i prezzi volano sempre piu’ in alto.

Amministrazione.jpgAltri sostengono che, proprio perche’ lavoriamo sodo e alla fine non abbiamo soldi in cassa, dobbiamo aumentare i prezzi se vogliamo salvarci dal totale collasso. Su questo punto pero’ mi trovo normalmente in disaccordo con loro. Infatti, da una parte io credo nell’importanza del “cost sharing” (condivisione dei costi) con i pazienti, perche’ in tanti anni ho ormai maturato che il dare gratuitamente non aiuta: i malati che non si sono sacrificati neppure un po’ per comprarsi della tachipirina, la butteranno via senza problemi, oppure penseranno che, siccome e’ gratis, non vale niente... inoltre il distribuire gratuitamente le medicine favorisce il nascere di un mercato nero, in cui i farmaci ricevuti vengono poi rivenduti a gente che abita lontano e non ha avuto la possibilita’ di viaggiare fino all’ospedale (anche i matatu costano parecchio, tra l’altro).
Pero’ ho sempre voluto che i prezzi di Chaaria fossero i piu’ bassi possibile; questo per due ragioni:
1) la prima e’ che, tenendo giu’ i prezzi, speriamo di non tagliare fuori i piu’ poveri, quelli che non avrebbero i soldi per pagare il dottore o non ce la farebbero a comprarsi le medicine.
2) La seconda e’ di ordine puramente economico: io ho sempre creduto che noi siamo venuti in Africa per lavorare, e non per grattarci le ginocchia... ora e’ chiaro che se terremo i prezzi alti, vedremo la gente che affluisce a Chaaria ridursi molto velocemente, ed i pochi che continueranno a venire non saranno certamente i piu’ poveri: non avremo quindi ottenuto un risanamento del budjet, e non riusciremo piu’ a trovare un senso al nostro stare qui. Se invece i prezzi sono minimi, allora vedremo centinaia di malati, e alla fine della giornata, l’ “income” sara’ ancora maggiore.

Certamente abbiamo anche il peso economico dei lungodegenti. Abbiamo per esempio il problema irrisolto dei paralizzati per varie ragioni (lesioni della colonna, malattie neurologiche, tubercolosi, traumi, violenze). Sono senza dubbio dei poveri, perche’ sono abbandonati da tutti, spesso anche dalle loro famiglie, che li considerano ormai dei pesi morti e delle zavorre economiche.
E’ pero’ sempre piu’ chiaro, in vari anni di esperienza, che, una volta ricoverati, sara’quasi impossibile dimetterli: avranno piaghe da decubito, saranno incontinenti, avranno bisogno di continua fisioterapia... mandarli a casa sara’ quasi impossibile, a meno di portarli noi con l’ ambulanza... ma poi, mandarli a casa a fare cosa? Ad essere mangiati dalle pulci penetranti? Allora li si tiene in ospedale. Dei parenti neppure l’ombra. Anche quando riusciamo a trovarli, non avranno quasi mai la possibilita’ di pagare il “cost sharing” per un ricovero durato circa un anno. Ogni paziente paralizzato e’ un “buco nero” per i nostri bilanci, ma il Cottolengo ci direbbe che proprio lui deve essere la nostra perla preziosa, perche’ e’ il piu’ abbandonato.
Un ragionamento puramente economico mi dovrebbe convincere che e’ meglio stabilire che a Chaaria non si ricoverano casi di paralisi... ma sono sicuro che in questo caso io sarei ancora fedele all’intuizione del Cottolengo? Seguendo questo discorso si potrebbe arrivare a pensare che pure i Buoni Figli sono solo una zavorra: infatti sono 51 gli handicappati ricoverati, e nessuno di loro e’ in grado di pagare uno scellino. L’ospedale deve anche coprire tutte le loro spese.
Inoltre, lo stesso discorso dovremmo applicarlo per i tumori in stadio terminale, per gli AIDS conclamati: anch’ essi sono spesso abbandonati, e nessuno paghera’ per loro se magari muoiono in ospedale dopo sei mesi di degenza... ma come si fa a non ricoverare un gravissimo solo perche’ saprai che ti costera’ una fortuna e nessuno ti verra’ incontro?
Molte delle vostre offerte libere sono sempre andate a finire proprio in questo calderone. Le usiamo per pagare il ricovero di una poveretta che e’ in coma diabetico e non ha nessuno; o per comprare l’insulina ad un altro paziente che non se la puo’ permettere; o per consentire il ricovero a lungo termine di un AIDS terminale. Questo e’ stato anche il fine del Progetto “Buon Samaritano” con cui molti ci hanno pagato un singolo ricovero per un bimbo affetto da varie patologie.

Ancora ringrazio tutti quelli che continueranno ad aiutarci nel momento economico difficile che stiamo attraversando. Dio vi benedica.


Fr Beppe



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domenica 21 giugno 2009

Richiesta di aiuto per il pagamento delle medicine


Carissimi amici del blog,
indubbiamente gestire un ospedale nel Terzo Mondo non e’ facile, anche se la Casa Madre ci sostiene, e nonostante i grandi aiuti economici che puntualmente riceviamo tramite i volontari ed i benefattori.
Dal gennaio 2008, abbiamo avuto difficolta’ crescenti nell’amministrazione ordinaria del nostro Centro, prima a causa di una elevatissima inflazione che ha fatto salire i prezzi in modo esponenziale; poi a causa della recessione mondiale che in qualche modo sta avendo un impatto anche sui Paesi in via di sviluppo, e non ultimo a causa della siccita’ che anche quest’anno ha falcidiato le campagne in molte parti della Nazione, rendendo scarse e costose le scorte alimentari.
Nel 2007 compravamo un sacco di fagioli con 2000 scellini, mentre ora ne paghiamo circa 4000. Due anni fa un pacco di pancarre’ veniva 25 scellini, mentre ora ne costa 40. Il prezzo dell’elettricita’ e’ quasi raddoppiato.
Anche i costi delle medicine continuano ad andare su: nel 2007 preventivavamo una uscita media di 900.000-1.000.000 di scellini al mese per l’acquisto dei farmaci. Nel 2009 non riusciamo mai a fare un ordine che sia al di sotto di 1.800.000 scellini.
Non parliamo poi dei reagenti di laboratorio, il cui prezzo e’ sempre piu’ proibitivo.
Farmaci.jpgNaturalmente il costo della vita e’ salito non soltanto per noi, ma anche per la gente comune, che fa sempre piu’ fatica a pagare le spese ospedaliere ed i famaci necessari alle loro condizioni morbose. Proprio per questo non ci siamo sentiti di aumentare i prezzi del Cottolengo Mission Hospital, se non con ritocchi minimi e per prestazioni che non siano salvavita (vedi per esempio una cura conservativa dentaria).
Il continuo aumento del costo dei generi alimentari, dei farmaci, del diesel per il generatore, della elettricita’, sta mettendo a dura prova le nostre finanze: abbiamo sempre cercato di non tardare nel pagamento degli stipendi, perche’ sappiamo che sarebbe un’ingiustizia. Anche sulle tredicesime e sugli aumenti di salario dovuti agli scatti di contingenza, abbiamo tentato di essere assolutamente puntuali.
Facciamo poi in modo di non dilazionare mai nel pagamento dell’elettricita’, per non rischiare la sconnessione, che poi ci causerebbe un altro buco economico, dato dall’impiego del generatore che consuma un sacco di diesel.
Purtroppo al momento abbiamo un enorme debito con la ditta che ci fornisce i farmaci: in data odierna il debito e’ di 3.835.968 scellini.
Da un mese a questa parte abbiamo deciso di mettere da parte 150.000 scellini dell’incasso settimanale specificamente per questo debito. Per la fine del mese credo che saremo in grado di pagare circa 1.200.000 scellini dai risparmi dei nostri incassi e da alcune donazioni.
Le medicine in magazzino dureranno ancora fin verso la fine di luglio, e noi continueremo a mettere da parte i 150.000 scellini alla settimana (di piu’ non possiamo perche’ abbiamo tutte le altre spese della gestione ordinaria, oltre ai soliti guasti automobilistici e riparazioni di macchinari vari, che pesano non poco sul budget della Missione e sono purtropo imprevedibili). Tramite gli ultimi volontari, abbiamo avuto varie offerte libere (cioe’ non vincolate a questo o quel progetto specifico: vedi microscopio o lettino per trazioni), e le abbiamo gia’ destinate al pagamento delle medicine.
Quando alla fine di luglio non avremo piu’ farmaci, bende, disinfettanti, aghi e materiale di consumo, e dovremo nuovamente fare l’ordine...dobbiamo aver pagato il nostro debito in toto. Altrimenti la Compagnia rifiutera’ di servirci.
Spesso, amici e simpatizzanti mi scrivono chiedendomi uno scopo specifico per la raccolta di soldi, magari durante una scatolata parrocchiale, una lista nozze, un lutto familiare. Mi dicono che avere un progetto specifico e verificabile e’ molto piu’ attraente per la gente, perche’ tutti sono un po’ restii alle offerte a fondo perduto, che poi non si sa mai come vengono utilizzate.
Ebbene, questo e’ un progettino che vi offro ed a cui vi chiedo di collaborare, se potete e se credete. E’ per me una grande ansia, perche’ c’e’ sempre lo spauracchio di dover chiudere l’ospedale non perche’ non abbiamo pazienti e quindi forse non veniamo piu’ apprezzati dalla gente, ma semplicemente perche’ i nostri magazzini sono vuoti e la ditta non ci fa piu’ credito.
Abbiamo anche un tempo davanti a noi. Pure questo puo’ aiutare nella concretezza. Dobbiamo farcela a coprire questo buco di circa un milione e seicentomila entro la fine di luglio.
Il Cottolengo era avvezzo a queste situazioni in cui non sapeva neppure se l’indomani avrebbe avuto cibo da mettere sul tavolo dei suoi ricoverati, e quindi non siamo spaventati... certo pero’ che, onestamente parlando, un po’ ce la sentiamo l’acqua alla gola.
Chi volesse fare una offerta specificamente per questo proposito, potra’ inviare i soldi direttamente sul conto della associazione, specificando sulla causale "PAGAMENTO DEBITO MEDICINE CHAARIA MISSION HOSPITAL".
Sara’ mia premura informarvi quando il debito e’ stato pagato completamente. Vi ringrazio a nome di tutti i malati di Chaaria.




Fr Beppe Gaido




Ps: Il cambio è di 100 scellini per 1 euro.





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sabato 20 giugno 2009

Adozione a distanza per Adriana


Carissima Alice,
ti scrivo in neonatese e quindi cerca di capirmi e di perdonare le affermazioni magari un po' infantili.
Prima ti tutto di do un morsicone sulla guancia, perche' mi stanno spuntando i dentini ed ho voglia di mordere tutto. Poi ti do un grande bacione ed un tenero abbraccio.
Grazie di cuore per la tua decisione di sostenermi e di accogliermi come tua figlia adottiva a distanza.
Perdere la mamma e' sempre una esperienza terribile, soprattutto quando lei non se ne e' andata subito, ma e' stata con te per alcuni mesi, prima di essere rapita in cielo. Ma ora ci sei tu che mi vuoi come figlia, seppure un po' da lontano.
Staro' a Chaaria ancora per qualche mese... esattamente fino alla fine di agosto, e poi saro' trasferita, non a Nkabune, ma a Mujwa presso il nuovo Huruma Centre. L'orfanotrofio di Nkabune e' infatti strapieno, mentre Daniele a Huruma mi accoglie volentieri. Anche li' mi potrai venire a trovare se tornerai a Chaaria.
Sono sempre stata bene. Non ho mai avuto la malaria. Di me si prendono cura i volontari, oltra a Sr Oliva e alle signore dello staff: dormiamo sempre sotto la zanzariera, e questa e' una delle ragioni principali della nostra lunga resistenza agli attachi malarici.
Spero che tu mi scriva presto per farmi sapere se la mia letterina ti e' piaciuta. Onestamente io non ho bisogno di nulla in particolare, perche' qui non mi fanno mancare proprio niente: il latte in polvere e' buono ed abbondante; ora poi mi nutro anche di "ocioro" e di frutta tritata... un'altra notizia bomba e' poi che, grazie alle offerte dei volontari, adesso ci comprano anche i pampers, per cui il noioiso problema del sederino che brucia e' abbastanza risolto.
Saluta anche Maia che era con te a Chaaria e di cui mi ricordo benissimo.
Un forte abbraccio


Adriana


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venerdì 19 giugno 2009

Una terribile disgrazia (dal diario di Chaaria)

Sto visitando pazienti ambulatoriali. E’ l’una e venti di venerdì 19 giugno. L’ambulatorio e pienissimo, come solitamente accade prima del weekend. Dalla finestra si sente il vociare dei malati ancora in attesa di essere visitati.
Poi improvvisamente un boato: e’ chiaramente un rumore metallico, e pare lo schianto di due automezzi in collisione frontale.
Il chiacchiericcio cessa di colpo e si sente il rumore di gente che corre; qualcuno grida e chiede aiuto.
Finisco l’ecografia che stavo facendo nel minor tempo possibile, e mi avvio verso il cortile antistante il dispensario. Noto subito che il cancello del passo carraio e’ tutto storto. A poca distanza un camion ancora in moto, e dietro ad esso una folla di curiosi che fanno ressa. Mi faccio strada insieme ad Ogembo, e scorgo a terra un uomo in stato di profonda incoscienza. C’e’ una pozza di sangue sotto la sua testa, ed il respiro e’ molto irregolare.
L’emorragia viene soprattutto dall’orecchio sinistro e dalla bocca, mentre dal naso esce un liquido rosa in quantità impressionante.
Raccogliamo un po’ di storia dal camionista ancora sotto shock: “Eravamo a Giaki a caricare legname da portare a Isiolo. Lui si e’ sentito male; probabilmente era malaria. Lo abbiamo trasportato qui in fretta e furia. Era seduto nel cassone del camion insieme ad altri operai. Sudava ed aveva capogiro. Non so come sia successo: i freni non hanno funzionato ed ho preso in pieno il cancello. Il contraccolpo ha provocato l’apertura del portellone posteriore, e lui, che già barcollava a causa del malore, non ha potuto tenersi in equilibrio ed e’ stato scaraventato fuori, picchiando la testa su una pietra”.
Il povero conducente piange disperato, mentre noi pensiamo al “da farsi”:
“Prendiamo il telo che usiamo in sala per il trasporto dei pazienti. Meno si muove e meglio e’. Ogni piccolo movimento può causare ulteriore danno cerebrale”.
Arrivano in tanti. Bro Elisha e’ il più solerte. Poi giungono i watchmen ed un paio di infermieri.
Lottiamo disperatamente contro la morte che si avvicina inesorabile e senza pietà. Gli prendiamo una vena. Facciamo del cortisone per ridurre l’edema (il gonfiore) cerebrale. Intanto gli diamo ossigeno, ed aspiriamo le secrezioni sanguinolente che gli escono dalla bocca e dal naso. E’ in coma profondo.
“Vuoi fare una TAC per confermare la frattura della base cranica?”
“Assolutamente no! Non arriverebbe certamente vivo a Meru”
Ed in effetti la morte prende il sopravvento, e alle ore 16 il nostro operaio, di cui ancora non conosciamo il nome, ci lascia e va in Paradiso. Noi siamo stremati, affamati, ma anche rassegnati: in fondo lo sapevamo fin dal primo momento che non ce l’avremmo fatta!
Rimaniamo con il camionista sconvolto, che e’ già stato interrogato dalla polizia… teme di essere arrestato. Ma ora il suo problema più grosso è un altro: dirlo alla moglie.
Quel giovane uomo e’ partito da casa sano per andare a lavorare, ed ora e’ nel nostro obitorio. Chissà che colpo per la consorte e per i figli.


Fr Beppe



PS. A NOME DI TUTTI A CHAARIA, ESPRIMO GRANDE RICONOSCENZA ALL’UFFICIO COOPERAZIONE DELLA PROVINCIA DI PESARO, PER AVER DECISO DI DONARCI UN GROSSO QUANTITATIVO DI FARMACI, SELEZIONATI A SECONDA DEL NOSTRO BISOGNO. AVEVO INFATTI MANDATO UNA LISTA DELLE MEDICINE A NOI PIU’ UTILI, A CUI POI E’ SEGUITA LA RISPOSTA POSITIVA DELLA PROVINCIA. GRAZIE ANCORA.


giovedì 18 giugno 2009

UNITER di Arese in aiuto ai bambini malarici



Desidero ringraziare di vero cuore il Comitato Promotore dell’UNITER di Arese per aver deciso di stanziare per noi la cifra di 1000 Euro, che utilizzeremo per la terapia antimalarica in bambini poveri, le cui madri non potrebbero pagare il ricovero ospedaliero.
Come sapete la malaria è il grande killer dimenticato: 300 bambini nell’Africa Subsahariana muoiono di complicazioni correlate alla malaria, ogni 10 minuti.
Se si guarda anche solo superficialmente alle casistiche, la malaria uccide quattro volte di più dell’AIDS in Africa.
Abbiamo certo fatto dei passi avanti, e sul blog ne abbiamo parlato a più riprese: indubbiamente il nostro sforzo di distribuzione delle zanzariere a tutte le mamme che hanno bimbi al di sotto dei 5 anni, sta portando qualche risultato tangibile.
Il numero dei ricoveri di bimbi malarici di età inferiori all’anno, è circa dimezzato, rispetto a 10 anni fa. Anche la mortalità infantile si è ridotta, ma non è azzerata (ci aggiriamo ora sull’1.5% dei casi in pediatria).
Anche le medicine a nostra disposizione sono migliorate. I nuovi derivati artemisinici sono efficaci quanto il chinino, ed hanno meno effetti collaterali.
Pure il numero di trasfusioni da anemia malarica è globalmente ridotto, perché le terapie sono rapidamente efficaci prima che il plasmodio abbia il tempo di mangiare tutto il sangue al malato.
Con tutto ciò, circa il 60% dei ricoveri in pediatria sono dovuti alla malaria ed ai suoi effetti devastanti sulla salute umana.
Le categorie che ancora sono a maggior rischio di morire in seguito alla malattia sono infatti i bambini di età inferiore ai 5 anni e le donne gravide.
La vostra offerta, cari amici dell’UNITER, ci aiuterà a curare circa 100 casi: la spesa media per una terapia endovenosa con chinino, o intramuscolare con artemisinici, non supera i 10 Euro per paziente.
Vi promettiamo trasparenza ed onestà. Soprattutto promettiamo che useremo il denaro per coloro che sono davvero poveri e non potrebbero pagarsi il ricovero in alcun modo. La foto allegata parla da sola, ma di casi come questo ce ne sono tanti.
Che Dio vi benedica.

Fr Beppe Gaido,
a nome di tutte le mamme il cui bimbo sarà guarito dalle “vostre” cure




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mercoledì 17 giugno 2009

Dialoghi serali

Sono quasi le 23, e ci avviamo verso la comunita’ dopo la solita giornata spezza-gambe. Ci auguriamo che stanotte non ci siano chiamate, ed ancora parliamo dei nostri malati, che sono effettivamente le nostre perle, e riempiono non solo le nostre giornate, ma anche i nostri pensieri.
Pinuccia inizia a parlare:
“Mi sa che, se continua cosi’, fra due o tre anni avrai i reparti completamente pieni di pazienti HIV, con TBC associata”.
“E’ davvero un grosso problema: hai visto quanti ne abbiamo? Ogni giorno ne ricoveriamo 4 o 5 in piu’”.
“Ma quello che impressiona tanto e’ che la maggior parte e’ gente che gia’ faceva la terapia antiretrovirale: poi si e’ stancata ed ora e’ in uno stadio quasi terminale soprattutto perche’ non e’ stata fedele all’assunzione dei farmaci. Pensa poi a quanti e quali problemi tali comportamenti creano, anche riguardo alla resistenza verso i farmaci!”
“Gia’... Hai notato quanti degenti abbiamo in ricaduta tubercolare, perche’ non hanno completato il ciclo terapeutico? Presto la situazione sara’ fuori controllo e dovremo vedercela con dei ceppi multiresistenti: le medicine disponibili sono pochissime, e chissa’ quanti moriranno”.
“ Ma non si puo’ fare niente per arginare questa situazione?”
“Cosa ti devo dire... A volte lo scoraggiamento fa capolino, perche’ sono anni che insistiamo sulla necessita’ della aderenza agli schemi terapeutici prescritti. Pero’ la gente non ci bada: appena si sentono un po’ meglio, smettono di assumere le pastiglie. Non ti posso negare che li capisco. A proposito: tu quante volte sei riuscita a portare a termine una terapia antibiotica per una settimana soltanto, senza dimenticare qualche capsula? Io onestamente mai... Per questo mi pare di comprendere chi deve assumere medicine per mesi, o magari per tutta la vita.
Per loro in piu’ c’e’ il problema dei costi: e’ vero che le trapie per la TBC sono gratis, cosi’ come gli ARV, ma spesso per loro e’ difficile anche trovare i soldi per il matatu che li porta fino a Chaaria. E’ complicato giudicare!”
“Onestamente e’ vero, ma bisogna anche considerare il fatto che pian piano il reparto di medicina si sta trasformando in una lungodegenza in cui i pazienti sono cosi’ male in arnese che non possono essere dimessi per molti mesi: alcuni hanno paralisi che richiedono fisioterapia; altri invece sono tanto deboli da non poter camminare... Potresti non avere piu’ letti per i malati acuti”.
“E’ pero’ anche vero che questi sono i malati che nessuno vuole, ed e’ precisamente per tale ragione che li ritengo benvenuti a Chaaria, pur con tutti i problemi annessi e connessi... e poi, per i posti letto, lascio che ci pensi il Signore. Buona notte, Pinuccia”

Fr Beppe

Grazie ancora a Gianni Derossi


Anche oggi ci sentiamo in dovere di esprimere il nostro sentito ringraziamento alla Associazione Volontari Mission Cottolengo, che, per mano di GianniDerossiTroncatrice.jpgGianni Derossi, ha regalato alla nostra Missione due importanti strumenti che miglioreranno il nostro dipartimento di manutenzione.
Si tratta di un trapano industriale di precisione e di una troncatrice per metalli.
Per il momento i nuovi macchinari sono usati solo da Gianni che pero’ sta insegnando ai nostri dipendenti ad impiegarli nel modo migliore.
Come sempre, non abbiamo nulla da offrire in cambio, ma promettiamo la nostra preghiera e la nostra amicizia.


Fr Beppe Gaido



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martedì 16 giugno 2009

Lettera da Angelo Albertini

Riceviamo la seguente mail, che volentieri pubblichiamo assieme ad alcune delle foto che il volontario ci ha inviato; troverete le restanti nell'album fotografico del Blog.

Ringraziamo Angelo per la sua testimonianza ed il suo contributo e gli auguriamo un Buon Viaggio per l' imminente partenza per Chaaria.

Suor Oliva, Angelo, Anna, Agnese e Jany.jpg
Angelo, Suor Oliva, Anna, Agnese e Jany




Il giorno 20 giugno ripartirò per la missione di Chaaria per la 6° volta. Mi chiamo Albertini Angelo e sono di Pompiano, paese natio di suor Oliva nella provincia di Brescia. Mia suocera è sorella di suor Oliva. La nostra (faccio riferimento a me, a Anna mia moglie e a Agnese mia suocera) prima visita è avvenuta nel 1991. Quell'anno era appena stata aperta la missione di Nairobi Langata e lì ho incontrato Don Giusto Crameri che arrivava Teresina.jpgdalla missione di Tuuru. Tuttavia a Langata i bambini vennero accolti soltanto l'anno successivo. Il nostro secondo viaggio del 1993 ci ha permesso di visitare meglio tutte le missioni Cottolenghine del Kenya: la Cottolengo community di Nairobi Langata, il Disable children's home di Tuuru, l'acquedotto di fratel Algese, le Cottolengo sisters di Gatunga e il st. Joseph cottolengo center di Chaaria. Nel 1999 abbiamo conosciuto fratel Giovanni Bosco, fratel Ludovico, fratel Beppe, fratel Maurizio e fratel Lorenzo. Dopo il trasferimento di suor Oliva da Tuuru a Chaaria, nel 2003 siamo tornati in Africa, ospitati dalle uniche suore di Chaaria: suor Oliva per l'appunto e suor Lucy. L'ultimo nostro viaggio è stato nel 2005, dove abbiamo trovato con sorpresa e gioia un nuovo e vero ospedale. Durante i nostri soggiorni ci limitiamo, quasi sempre a curare i bambini dell'ospedale e a fare qualche lavoro nelle nostre possibilità. Aspetto con ansia il giorno della partenza. Vi allego alcune delle mie foto fatte nel 2005. Spero di poterle vedere pubblicate. Sono un accanito visitatore dei vostri siti internet: su quello di chaariahospital.blogspot.com ho visto delle bellissime foto in cui ho riconosciuto persone e luoghi familiari. Un saluto.


Angelo



Scolaresca in visita alla missione di Tuuru.jpg
Scolaresca in visita alla missione di Tuuru



Suor Oliva con Cristina e Teresina.jpg
Suor Oliva con Cristina e Teresina


Suor Oliva, la sorella Agnese e Anna. Andrea, Philips, Jany, Stefania e Ann.jpg
Suor Oliva, la sorella Agnese e Anna, Andrea, Philips, Jany e Ann


lunedì 15 giugno 2009

La lebbra

Sicuramente a Chaaria e’ una condizione molto piu’ rara che in altre parti dell’Africa dove sono stato. Non ci sono paragoni per esempio con l’Etiopia e con il Sud Sudan, dove i lebbrosi sono migliaia. Ma ancora, soprattutto in soggetti anziani, possiamo riscontrare esiti della terribile malattia, che comunque non e’ del tutto scomparsa e rischia di infiltrarsi nuovamente anche nei nostri territori, soprattutto a causa delle migrazioni dalla Somalia e dal Sud Sudan.
Siamo cumunque preparati alla diagnosi ed alla terapia: abbiamo farmaci dati dal governo che ci permettono di curare la condizione morbosa prima che si verifichino le terribili complicazioni che vedete per esempio in questa vecchia donna.
Lebbra1.JPGLa lebbra causa infatti una anestesia della parte del corpo colpita, insieme a chiazze cutanee biancastre e rigonfiamenti dolorosi dei nervi. I malati non sentono dolore quando si procurano ferite ai piedi, magari camminando scalzi. Queste ulcere poi diventano sempre piu’ profonde e infette, fino a coinvolgere l’osso e a condurre ad una autoamputazione della parte. Lo stesso puo’ succedere a livello delle dita, soprattutto in popolazioni rurali dedite all’agricoltura: la mani sono infatti spesso ferite a causa di rami, spine, ecc.
Le ulcere spesso sono purulente e puzzano tremendamente. Ecco la ragione per cui i lebbrosi sono sovente ostracizzati e temuti.
C’e’ anche interessamento dei nervi motori, con progressiva perdita della forza muscolare: quando cio’ accade ai muscoli che controllano le palpebre, i pazienti non riescono piu’ a chiudere l’occhio (lagoftalmo), e normalmente c’e’ cecita’ totale dovuta alle infezioni che poi complicano il quadro clinico.
Si tratta di una malattia batterica, che si trasmette tramite il diretto contatto con la pelle di un paziente infetto. E’ pochissimo contagiosa, ma siccome la gente non lo sa, sta molto alla larga dai lebbrosi.
Se presa in tempo, al minimo segno di anestesia, danno motorio, rigonfiamento di un nervo, o chiazze ipopigmentate della cute, la malattia e’ del tutto curabile. Normalmente la anestesia e la paresi sono dovute a reazione del nervo per i primi sei mesi, e la risposta al cortisone e’ generalmente ottima, con totale ripresa della funzione entra il lasso di tempo sudddetto. Se i sintomi neurologici durano pero’ piu’ di un semestre, ormai il nervo e’ stato distrutto e non c’e’ piu’ nulla da fare, anche se gli antibiotici fermano il decorso della malattia. Si trattera’ allora di procurare delle calzature confortevoli e morbide per prevenire traumi e lacerazioni di arti ormai anestetizzati. Bisognera’ insegnare ai pazienti a guardarsi le mani, e a curare immediatamente ogni taglio o lesione.
La terapia antimicrobica in grado di uccidere il batterio (che si chiama mycobacterium leprae ed e’ parente stretto di quello che causa la TBC), consta di 3 antibiotici: la Rifampicina, il Dapsone, la Clofazimina.
Per la nostra paziente ormai le parti distali degli arti sono andate, ma una buona terapia antibiotica le salvera’ la vita.

Fr Beppe

Lebbra.JPG


domenica 14 giugno 2009

Lettera agli OSS (Operatori Socio/Sanitari)


Carissimi amici,
se c’e’ qualcuno di voi connesso e sta leggendo il blog, desidero lanciare un appello.
Per ragioni di studio, negli ultimi mesi ben nove Fratelli della nostra comunita’ sono stati trasferiti in altre realta’ (in Italia e a Nairobi).
Questo fatto, in se’ necessario per la crescita formativa di questi giovani confratelli, ha senza dubbio creato anche dei vuoti nel nostro servizio, sia presso i Buoni Figli, sia nei reparti dell’ospedale.
Gli infermieri sono normalmente molto pochi in ogni singolo turno, e fanno fatica a stare dietro al nursing di base dei nostri ricoverati.
Il vostro servizio umile (igiene personale, svuotare le borse dell’urina, imboccare i malati non autosufficienti, accompagnarli ai servizi, sbarbarli, tagliare loro i capelli, “sederli” in carrozzina e poi rimetterli a letto quando sono stanchi) e’ grandemente apprezzato, ed onestamente molto richiesto in questa fase storica di Chaaria.
Se qualcuno avesse disponibilita’ di ferie, magari dopo la fine di agosto (in quanto siamo pieni durante l’estate), sappia che sara’ il benvenuto e per noi sara’ una presenza provvidenziale.
Per gli accordi tecnici riguardo alla partenza, potete scrivere a Lino Marchisio (email: linomarchisio@fastwebnet.it) o a Sr Anna Maria Derossi (email: derossiannamaria@ospedalecottolengo.it).
Vi ringrazio anticipatamente.


Fr Beppe

Non fiori ma opere di bene

Oggi noi tutti di Chaaria desideriamo esprimere la nostra riconoscenza alla signora Giuseppina Chiavazza che, in occasione del funerale del suo amato marito Bartolomeo, non ha voluto che i soldi venissero impiegati per corone o mazzi di fiori, destinati ad appassire dopo pochi giorni.
Microscopio.jpgHa deciso invece di onorare la memoria del coniuge con una sostanziosa offerta di denaro per l’ospedale, lasciandoci liberi di scegliere in quale modo utilizzarla, per il bene dei poveri da noi serviti.
Ecco nella foto come abbiamo pensato di onorare la memoria di Bartolomeo Chiavazza: un potente microscopio Olympus che viene a sostiture quello vecchio, dopo circa dieci anni di onorevole servizio.
Questo strumento servira’ per la diagnosi della malaria, di tanti parassiti intestinali e urinari, per la ricerca dei bacilli della tubercolosi, per l’esame della meningite e tante altre malattie ancora.
Crediamo che questo dono sia un bel suffragio per il defunto, uno squisito atto di carita’ certamente gradito a Dio, ed un grande regalo per noi e per le persone da noi assistite.

Fr Beppe Gaido

sabato 13 giugno 2009

Oggi sposi

Nella parrocchia di Chaaria c’e’ grande movimento. Da Materi e’ gia’ arrivato un pulman colmo di infermieri in alta uniforme. I membri del nostro staff stanno aspettando da parecchio davanti alla Chiesa: sono vestiti tutti allo stessso modo: le donne hanno un vestito rosa fosforescente e gli uomini un completo con giacca a doppio petto.
Tutti stanno attendendo, ed l’aspettativa cresce man mano che il proverbiale ritardo si fa lungo ed estenuante. Anche il prete, Fr John Peter, e’ davanti alla porta della Chiesa, vestito a puntino con i paramenti liturgici.
Poi finalmente ecco un nuvolone di polvere alzarsi all’orizzonte. Pochi istanti dopo, dal cancello della parrocchia fa il suo ingresso la nostra auto storica: la mitica “spugna”, ansimando ed emettendo un fumo nero dell’accidenti si inerpica in mezzo alle grosse radici degli alberi e si ferma a pochi metri dalla folla.

Improvvisamente suonano i tamburi e le kayambe (strumento tradizionale fatto di canne e semi di legumi); le donne emettono le loro proverbiali grida di festa ( vigheleghele); tutti cantano e danzano, battono le mani e si agitano.Millicent1.jpg

Dalla macchina scende Millicent, bella come una fatina nel suo candido abito nuziale, mentre dal gruppo degli infermieri di Materi emerge Patrick.
Preceduti da una lunga fila di bambini, tra cui orgogliosamente erano presenti anche i loro tre figli, si dirigono in chiesa, dove li accoglie un parroco scoppiettante ed un coro da “grandi occasioni”.
La Messa e’ lunghissima, ma piena di colori, di musica e di danze. Tutti sono “rapiti” dalla predica di father John Peter che oggi e’ a meta’ tra un Pastore ed un Disk Jokey.
E’ stato proprio bello! Poi tutti sono andati alla casa di Patrick e Millicent, sulla collina oltre il Mariara, dove c’e’ stato un semplice e caldo ricevimento.
Millicent e’ al Cottolengo Mission Hospital da circa 9 anni, e lavora come “subordinate staff” presso il grande reparto degli uomini.
Patrick e’ un infermiere che da vari anni lavora all’ospedale St Orsola di Materi.
A loro auguriamo felicita’ per tutta la vita.


Fr Beppe


Millicent.jpg


venerdì 12 giugno 2009

Mohamed è in paradiso


E’ veramente un mistero cosa passa per la testa dei pazienti quando si stanno preparando ad andare in cielo.
Mohamed, di cui vi ho parlato qualche giorni fa sul blog, stava veramente meglio, anche se continuava a lamentare una sensazione di estrema chiusura a livello del torace, tanto da non riuscire a respirare bene.
Il vomito era diminuito. Poteva bere latte e frullati.
Soprattutto il morale era molto alto. Sempre pronto a farti un sorriso, a dire grazie anche per i servizi piu’ insignificanti.
Ieri poi era particolarmente felice di Rossella, che ha speso molto tempo facendogli il bagno e poi spalmando la sua pelle disidratata con della crema emolliente e profumata.
Verso le 22, mentre completavo l’ultimo giro visita con i pazienti, Mohamed mi ha chiamato ripetutamente: ero molto stanco per una chiamata notturna dovuta ad una ferita da panga, ma ho pensato che non potevo ignorarlo.
Mi sono seduto sul suo letto, aspettandomi una lunga serie di problemi e di sintomi ancora presenti. Invece lui ha sorriso e mi ha detto di essere felicissimo di Rossella; mi ha chiesto di ringraziarla da parte sua, in quanto tra loro c’era completa incomunicabilita’ dovuta alla barriera linguistica.
Poi mi ha fatto scivolare in mano parecchie banconote da 1000 scellini. La mia prima reazione e’ stata di rifiuto: “Non devi darmi alcuna mancia. Noi lavoriamo per Dio e per te. Non e’ davvero necessario, amico mio”.
“Non e’ una bustarella. Volevo solo che tu custodissi questi soldi. Li ho tenuti nel letto parecchi giorni, ma ora sento che sto morendo, e quindi non vedo il caso di avere con me questo denaro che puo’ anche essere rubato da altri malati mentre dormo”.
“A giudicare dal tuo aspetto e dal tuo sorriso, non penso che tu stia per morire. Buona notte”.
Poi stamattina alle 6 sono stato chiamato per un altro caso di violenza da machete, e mentre iniziavo a suturare, l’infermiera mi ha confidato: “Lo sai che il tuo amico Mohamed e’ morto veramente pochi minuti fa? E’ passato dal sonno alla morte in pochissimi istanti, e credo che non si sia accorto di nulla. E’ proprio vero che i malati se lo sentono quando la vita scivola via!”
Un po’ sconvolto dalla notizia davvero inaspettata ho aggiunto: “ E’ in effetti misterioso, ma succede cosi’ spesso che anche bambini molto gravi prevedano la loro dipartita. Chissa’ cosa provano!”
Ora che Mohamed e’ nel suo Paradiso Musulmano, gli chiedo di pregare Allah (che poi non e’ altro che il mio stesso Dio) di darmi la forza della dedizione incondizionata a chi soffre, di insegnarmi che il tempo speso al capezzale del malato non e’ mai sprecato, anche se si tratta solo di ascoltarlo e di dargli l’impressione di avere qualcuno vicino.
La mia breve storia con Mohamed mi fa pensare tanto a Madre Teresa mentre raccoglie moribondi sui marciapiedi di Calcutta insieme alle sue piccole sorelle ed ai suoi fratelli della carita’: il loro compito primario era quello di accompagnare i miserabili nel momento estremo della morte: morire puliti ed accuditi, con la percezione di non essere abbandonati, con la certezza che Dio ha mandato qualche angelo a prendersi cura di loro… e’ una grande missione, forse insignificante secondo i parametri di una medicina quantistica e molecolare, ma centrale in una visione spirituale della nostra professione.
Buon riposo, Mohamed.

Fr Beppe


giovedì 11 giugno 2009

Joshua ed il burkitt

E’ venuto ieri per l’ultima visita del follow up a 10 anni. Da oggi in avanti possiamo assicurarlo che e’ completamente guarito.
Joshua e’ davanti a me. E’ ormai un ragazzone; la sua faccia mostra la prima peluria della puberta’, ma e’ sostanzialmente liscia come l’olio.
Con un flash back ritorno a quel giorno del 1999 in cui Fr Maurizio mi chiese di accompagnarlo in una villaggio vicino a Chaaria, dove un bambino mostruoso era stato rinchiuso dai genitori in una stalla, perche’ lo credevano indemoniato.
Avevo una brutta malaria e facevo fatica a stare in piedi, soprattutto a causa del Lariam che mi causava vertigini quasi insopportabili. Accettai comunque di accompagnare il mio confratello ed amico a Giaki, dove entrammo in una capanna completamente costruita con paglia e fango.
Cio’ che si presento’ davanti ai nostri occhi fu veramente sconcertante: un bimbo di circa 5 anni, con la faccia sfigurata da una massa terribile (simile a quella che ha ucciso Lina). Era sporco. Giaceva nei suoi escrementi e nella saliva che scendeva abbondante dalla sua bocca.
Basto’ uno sguardo tra me e Maurizio e l’intesa fu immediata: non potevamo lasciarlo li’. Lo abbiamo portato a Chaaria, ed abbiamo chiesto alla mamma di venire con noi. Lo abbiamo ripulito, medicato… ed abbiamo anche tentato di nutrirlo.
A quei tempi eravamo un dispensario, e le spese di gestione erano molto inferiori rispetto ad oggi.
Abbiamo quindi deciso di portarlo al Kenyatta National Hospital, dove l’esame istologico ha rivelato un linfoma di Burkitt, che e’ stato curato con chemioterapia per circa un anno. E’ stato un periodo di viaggi da e per Nairobi, soprattutto da parte di Fr Lorenzo, che partiva alle 3 di mattina e tornava alle 2 della notte seguente. Abbiamo speso un occhio della testa per pagare le degenze, i costosissimi farmaci chemioterapici, le trasfusioni che ai tempi ancora non erano possibili a Chaaria.
Poi, dopo la chemio e’ venuto il periodo del follow up, che abbiamo portato avanti noi stessi con visite periodiche ogni 6 mesi, per cogliere sul nascere ogni possibilita’ di ricaduta… Ma tutto e’ andato benissimo. Il tumore ha risposto alla chemio in modo eccellente, ed oggi possiamo pronunciare la parolina fatidica: “sei guarito”. Ci sono voluti 10 anni di impegno, di fatiche, di spese, di paure, per arrivare al risultato odierno.
Non possiamo negare che sia un momento esilarante, anche se si tratta di una goccia nell’oceano. Per guarire Joshua abbiamo speso piu’ soldi di quanti ne avremmo utilizzati per migliaia di malarie cerebrali. A quanti altri bambini abbiamo dovuto dire di no dopo di lui, perche’ economicamente non ce la facevamo a sostenere di nuovo il peso della chemioterapia e del follow up! Quanti bimbi ho visto morire di linfoma di Burkitt dopo aver incontrato Joshua?
E’ sempre difficile decidere: diamo tutto ad una persona, perche’ lei ha il diritto di guarire, e poi restiamo senza finanze per tutti gli altri?
Oppure neghiamo anche al singolo malato le terapie che sappiamo essere disponibili, perche vogliamo che il nostro patrimonio sia distribuito piu’ equamente tra tutti quelli che ne han bisogno?
E’ un tarlo quotidiano che “ti ruga” nel cervello!.
Oggi comunque ho davanti a me un ragazzone forte e guarito, alto come la sua mamma. Sono convinto che questo sia un risultato eccezionale, e che davanti a Dio valga moltissimo.
Ora Joshua e la madre se ne sono andati. Si sono dimenticati anche di dire grazie per quello che abbiamo fatto per loro. Sicuramente non li vedro’ mai piu’, a meno che il giovane abbia nuovamente bisogno di speciali terapie gratuite.
Ma noi dobbiamo lavorare a fondo perduto, sapendo che la ricompensa verra’ dal Signore, e non dagli uomini.


Fr Beppe



PS: Nelle foto che ho scattato dal vecchio album dell’ospedale vedete Joshua 10 anni fa prima che iniziassimo la terapia

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mercoledì 10 giugno 2009

Buona fortuna, caro Patrick.... Benvenuta piccola Kangai


Oggi pomeriggio alle 16 abbiamo vissuto un momento bello e triste insieme. E’ venuta Rita da Materi e si e’ ripresa Patrick. Adesso e’ grande e forte, e Rita lo puo’ ospitare nel suo orfanotrofio senza problemi.






Patrick e’ stato con noi per 10 mesi. Abbiamo vissuto anche dei momenti molto difficili con lui, in cui abbiamo addirittura temuto per la sua sopravvivenza: appena arrivato sembrava un denutrito, ma ora, come potete vedere, e’ un bel pacioccone pieno di vita e socievole con tutti.

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Rita non e’ comunque venuta a mani vuote: ci ha donato Kangai, una bella femminuccia di 5 mesi. E’ orfana di mamma, mentre il papa’ e’ vivente. La sua e’ una storia tristissima.
Cinque mesi fa sua madre era stata ricoverata a Materi per il travaglio: purtroppo non era riuscita a partorire normalmente, ed era stata portata in sala per il cesareo.
Tutto sembrava ok, a parte il fatto che la mamma non ha ripreso l’uso delle gambe dopo l’anestesia spinale. Sono poi state fatte delle indagini, e si e’ compreso che non si trattava di un errore tecnico dei medici, ma di un preesistente tumore che gia’ aveva dato metastasi alla colonna ed aveva causato dei crolli vertebrali.
La donna non e’ mai stata dimessa da Materi: l’hanno assistita con dedizione ed amore, ma le condizioni generali sono diventate sempre piu’ scadenti. Sono comparse piaghe da decubito un po’ ovunque, ed una settimana fa la mamma di Kangai e’ volata in Paradiso.
Il marito e’ chiaramente devastato. A casa ha un altro figlio piu’ grande, ed ora non ha piu’ una moglie per prendersi cura di Kangai.
Anche la bimba e’ tristissima: e’ infatti molto piu’ semplice per noi ricevere dei neonati che non hanno avuto esperienza del calore materno, piuttosto che una bimba ormai avvezza al seno di quella madre che ora non vedra’ mai piu’ e che le manca cosi’ tanto. Kangai piange disperatamente, ma speriamo che le nostre coccole la aiutino a riprendersi.
Siamo anche in attesa di un altro neonato, la cui mamma e’ morta di parto a casa. Oggi ho parlato con il padre, che dovrebbe portarci la piccola in settimana.

Ciao.


Fr Beppe


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martedì 9 giugno 2009

Un ringraziamento


Desidero esprimere il mio personale ringraziamento all'Infermiera Brunella Raia (nella foto a sinistra), mia collega del Pronto soccorso dell'Aeroporto di Fiumicino, per aiutarmi costantemente nella raccolta di materiale e presidi sanitari e nello stoccaggio, fino al momento di consegnarli a Don Pasquale Schiavulli presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza di Roma, da dove partono poi per Torino ed essere ripartiti nelle valigie dei vari volontari in partenza.

Nadia


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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