mercoledì 31 marzo 2010
L'ambulatorio
martedì 30 marzo 2010
Troppo tardi
Lça cicogna...
lunedì 29 marzo 2010
Gli abbiamo salvato la vita...
Oggi pero’ le cose sono diverse!
domenica 28 marzo 2010
Lucyline
sabato 27 marzo 2010
Ricordo di un bel momento
La comunita' di Chaaria
Qualche successo nella nostra lotta contro l'AIDS
venerdì 26 marzo 2010
Articolo scritto dalla volontaria giornalista reporter Marzia Gandini
Tutto comincia una sera al ristorante, tra le risa e i discorsi frenetici del fine settimana di noi amici trentenni impegnati soprattutto a scrollarci di dosso i giorni passati tra le carte dei nostri lavori di avvocati, architetti, giornalisti. Anna, che invece è dentista un po’ per eredità paterna un po’ per caso, se ne esce con la notizia che sta pensando di andare per tre settimane in Kenya, in un ospedale del Cottolengo di Torino, come volontaria. Parole su altre parole, nessuno ci fa troppo caso, anche perché conosciamo Anna e sappiamo che non può vivere per tutto quel tempo lontano dal suo guardaroba siderale e da un cocktail come si deve.
Io però torno a casa e continuo a pensare alla storia dell’ospedale di Chaaria, proprio sull’Equatore a pochi chilometri dal Monte Kenya, ai medici, ai dentisti e agli infermieri, soprattutto di Torino, che vanno e vengono per dare una mano a fratel Beppe, il chirurgo dell’ordine del Cottolengo che dirige questo posto dove si soccorre e si cura chi arriva dalle strade di terra rossa e fango delle campagne poverissime della Meru Region. Ci penso perché sono stufa di commuovermi e provare rabbia davanti ai telegiornali e alle mille trasmissioni di approfondimento che mi guardo a ripetizione per interpretare al meglio il mio ruolo di giornalista informata e consapevole. Voglio vedere com’è. E poi sono anni che dico e sento dire di come sarebbe bello e utile fare un’esperienza di volontariato internazionale.
Un mese più tardi Anna ed io siamo sulla strada che da Nairobi sale verso gli altipiani centrali, aggrappate ai nostri zaini che schizzano da tutte le parti per le buche e i salti che fratel Lorenzo, con una maestria acquisita in tredici anni di servizio sul luogo, affronta senza timore e senza pietà. Drogate nostro malgrado di reality show televisivi, educate all’ironia dai mille improbabili viaggi collezionati nel tempo, iniziamo senza nemmeno concordarlo un gioco in cui le otto ore di viaggio sono la prova del giorno e il trauma cranico che mi sono appena provocata decollando verso il soffitto del fuoristrada solo un altro motivo per farsi due risate. D’altronde abbiamo riso tanto anche il giorno prima, quando causa un errore di comunicazione siamo rimaste dalle dieci di sera alle tre e mezza di mattina appollaiate sui nostri inseparabili cento chili di bagaglio (attrezzature, medicine) all’aeroporto Jomo Keniatta, piacevolmente sorprese nel constatare che nessuno in fondo voleva davvero rapinarci. La prova è dura, e riserva ancora qualche sorpresa (venti chilometri di sterrato zuppo e intervallato da voragini di cui non si intuisce il limite dividono Chaaria dall’ultimo centro abitato degno di questo nome che attraversiamo, Meru) ma la superiamo e accolte dai fratelli della missione, Beppe, Maurizio, Giovanni, Ludovico, veniamo infine liberate dei valigioni, rifocillate e spedite a dormire. Percorro con Anna le poche decine di metri che separano la casa della missione dall’ospedale, preparandomi ad affrontare tutti i fantasmi, le paure, gli interrogativi cui io, piuttosto incline a svenire quando vedo la pubblicità di una siringa in Tv, sto per dare una risposta. È domenica mattina, l’ospedale si occupa soprattutto dei pazienti già ricoverati e delle urgenze e io vengo subito intercettata da fratel Lorenzo, che mi chiede se me la sento di seguirlo nella parte riservata ai “Buoni figli”. Come inizio è piuttosto duro e mi trovo davanti al mio terrore, alla mia meschinità, alla mia rabbia tutto d’un colpo. Loro sono tanti, ognuno con una storia e una condanna diversa, fisica e mentale insieme di solito, nel peggiore dei casi solo fisica e molto grave, tutti abbandonati dalle loro famiglie perché considerati un dispetto del malocchio. È l’ora del pranzo, gli inservienti preparano la stanza e portano i ragazzi uno a uno verso i tavoli, sulle loro sedie a rotelle. Sono urla e risa inconsapevoli e colpi sordi di pugni nei piatti e io caccio indietro la voglia di girare sui tacchi e scappare, anche se non posso troppo mentire con me stessa, le sensazioni che provo non sono di pietà umana, di amore o di gioia di rendermi utile. Faccio ciò che è necessario – imboccare uno dei ragazzi più “facili” mi dicono – e lo faccio con dolcezza e con cura, ma non mi inganno, più che di dolcezza e cura si tratta di circospezione e imbarazzo. Da fuori sono fredda e molto composta, ma a ogni cucchiaio di minestra mi trovo davanti alla mia angoscia, alla mia inadeguatezza e anche a una lieve impressione di schifo che non mi abbandona. È difficile ammetterlo, ma non c’è niente da fare, non riesco a farmi pervadere dall'accettazione della Divina Provvidenza che sembra giustificare ogni situazione e a trovare questo mio compito gratificante o almeno giusto. Più che altro mi osservo con interesse scientifico, antropologico, e assisto alla mia capacità di reagire comunque, di rimboccarmi le maniche, non dar retta al mio istinto e portare a termine il servizio.
Uscendo mi chiedo se sono io il mostro. Io che non provo pietà ma più che altro rabbia, non trasporto umano ma un fastidio difficile da scacciare. Nessun mostro mi dico, solo inesorabile appartenenza allo stesso genere che quei ragazzi li ha abbandonati, che li guarda da lontano, qui in Africa ma anche nella civile Europa, che non perde occasione per abbattere barriere architettoniche e pronunciare frasi politicamente corrette ma non riesce a scrollarsi di dosso la sensazione di disagio che prova quando è messa di fronte a questo genere di realtà. Sono molto dura con me stessa, molto spietata e non posso dimenticare che ci sono generi di persone diverse, che con amore assistono disabili, che avendone uno in famiglia lo amano e curano con infinita dolcezza. Ma io, e forse è una facile giustificazione, una difesa di persona sana e arrogante, non ci riesco e tutto ciò che provo è rabbia, rifiuto di chi mi dice che è un miracolo di Dio che questi ragazzi possano vivere qui, assistiti e curati. O forse c’è una via di mezzo, e tutti abbiamo gli stessi umani pensieri, ai quali reagiamo in modo diverso. Intanto io sono qui, a faccio quello che devo fare, venendo a patti con la mia vigliaccheria.
Terra rosso intenso e natura strabordante, quasi eccessiva nella sua esuberanza di verde acceso e foglie giganti. È da qui che vengono i pazienti dell’ospedale di Chaaria, da qui e da trenta, quaranta chilometri di distanza a piedi. Camminiamo nel pomeriggio in questo scenario corroborante di natura sana, di terra fertile, di sole benevolo e di gente povera, malata, nullatenente. Facciamo chilometri anche noi, incontrando qua e là minuscole case di fango inghiottite dalla vegetazione, dove non c’è acqua, né elettricità né commercio e dove tutto è lontano, anche il fiume, dove tra una persona e un qualunque servizio c’è solo l’ostacolo spesso insormontabile della fatica fisica. Non si muore di fame, ognuno ha il suo piccolo campo, la sua pianta di banane. Le persone qui possono morire perché non bollono l’acqua. Non lo fanno perché non hanno la legna. Per raccoglierla bisogna fare chilometri, e distrutte dalla malaria, o solo da una ferita alla gamba mai curata, qualche volta non ce la fanno a camminare. E se ce la fanno, quella poca che raccolgono serve per cucinare il miglio o i fagioli. Oppure si muore perché spesso l’unico posto vicino dove ricevere cure è un piccolo dispensario, dove le mamme vedono somministrare ai loro bambini pieni di tosse e affanno respiratorio sciroppi e pasticche di cui non sanno. Tornano a casa, aspettano ancora qualche giorno che la medicina faccia effetto e quando il bambino non respira quasi più, lo portano in ospedale, da fratel Beppe.
«Spesso ai dispensari danno succo di frutta e acqua racconta lui con un sorriso rassegnato spacciandolo
per sciroppo, oppure dosi decimate di farmaci. Le madri aspettano, perché hanno visto il camice bianco dell’addetto al dispensario e sono sicure che il bambino guarisca. Poi dopo giorni vengono qui, con il bambino in coma da malaria, che non respira quasi più e noi facciamo quello che è possibile».
Fratel Beppe è l’unico medico qui all’ospedale di Chaaria. È arrivato da Torino nel 1998, dopo due anni in Bosnia durante la guerra e la specializzazione in malattie tropicali a Londra, quando qui c’era solo la parte dedicata ai Buoni Figli e una farmacia aperta al pubblico. In sei anni ha portato la struttura a regime e oggi è in grado di dare assistenza a 75mila pazienti l’anno, con cure di pronto soccorso, analisi di laboratorio, visite ecografiche, operazioni di chirurgia ginecologica, oncologica, ortopedica, d’urgenza, assistenza dentistica, cura e degenza per malati di malaria, di HIV e malattie infettive in generale. La sua vita guardata dall’esterno sembra un inferno senza fine, ma lui non se ne accorge. Questa sera è domenica e lui va a dormire – come ogni notte con un occhio solo perché in ogni momento può essere svegliato per un’urgenza – sapendo che la mattina dopo ci sarà da cucire più del solito, in uno stillicidio di feriti da armi da taglio, risultato delle risse tra ubriachi delle notti di “festa” del fine settimana.
Alle sette e mezza della mattina io sono dai Buoni Figli per la colazione. Ci so fare già un po’ di più, ma non mi sento né migliore né utile né in pace con me stessa, tutt’altro. Dopo la colazione, come ieri, lavo i piatti e mi accorgo di essere guardata male. Ci metto poco a capire che i piatti si lavano a turno, e che sono il compito più ambito, perché gli altri sono portare i ragazzi al bagno, lavarli, rifare le loro stanze. Io sono nuova e non so nulla, oppure faccio finta di non accorgermene e lavo i piatti lo stesso, senza chiedere spiegazioni quando assisto a una discussione accesa in dialetto kimeru tra due delle inservienti, una di loro probabilmente salterà il suo turno di lavare i piatti per colpa mia. Mi ero preparata a molte cose prima di venire qui, a soffrire, a non farcela, a provare orrore. Non mi ero preparata a scoprire i miei lati peggiori o almeno troppo umani, a trovarmi di fronte alle piccolezze dell’animo, agli escamotage di sopravvivenza, guardati fino ad allora con severità e invece tutti lì in fila dentro di me. Intanto ho finito e la ragazza kimeru che sta pulendo i tavoli mi dice in inglese di scopare per terra e poi lavare. Eseguo ma alla terza volta che passa sul pavimento appena lavato sporcandolo di nuovo desisto, anche perché sono le nove e devo andare in ospedale. Lei mi guarda un po’ divertita e mi dice che c’è ancora da lavare dentro gli armadietti sotto i lavandini (ragnatele decennali mi dicono che è cosa riservata a me sola, una piccola vendetta). Lo faccio.
Poi di nuovo lei mi guarda e mi dice che il pavimento non è lavato bene, osservando con poca approvazione tutte quelle orme inequivocabilmente sue. Io sorrido sinceramente, un po’ rincuorata dal male comune di essere tutti molto umani e lo faccio. Quando lei ripassa di nuovo sul bagnato, sfodero il mio più umano sorriso, le piazzo lo straccio in mano e me ne vado.
Trovo Nadia, infermiera di Roma arrivata con noi da Nairobi, alle prese con una fila interminabile di persone in attesa di essere medicate. Fratel Beppe mi ha chiesto di darle una mano se me la fossi sentita e io, un bel respiro e una buona scorta della mia ironia, infilo guanti e mascherina e mi metto a disposizione.
L’ironia mi serve per sdrammatizzare con Nadia una situazione che credo di non essere pronta ad affrontare e lei gentile sta al gioco, senza nulla togliere alla cura con cui svolge le bende, e indicandomi di volta in volta ciò di cui ha bisogno, rifà le medicazioni ai pazienti. Io non devo aspettare più di cinque minuti per capire che siamo preparati di natura a far fronte a molte situazioni che di norma riteniamo inaccettabili, e al secondo paziente, una bambina di circa un anno con metà della testa ustionata, divento un pezzo di ghiaccio decisamente efficiente, insensibile sia al pianto della piccola che allo sguardo assente della madre. Nei ritagli di tempo tra un'ondata di pazienti e l'altra cerco di seguire le tappe della giornata di fratel Beppe, impresa non facile perché lui, mosso senza alcun dubbio da una "forza superiore" a me sconosciuta, passa da un'ecografia, a un parto cesareo, a un giro di visite nelle camerate alla constatazione di un decesso nello spazio di un paio d'ore.
Insieme a lui fratel Maurizio uno dei due clinical officers dell'ospedale (figura intermedia tra infermiere e medico) una ventina di infermieri e altrettanti inservienti, tutti assunti tra la gente del villaggio di Chaaria, fanno funzionare questa clinica svizzera in mezzo al nulla, dove si può avere una cura dentistica o un'analisi di laboratorio per una cifra di 35 volte inferiore a quella di un ospedale pubblico keniota. Nessuna delle persone che ogni giorno affollano le panche della sala d'attesa, che in alcuni casi si spostano per centinaia di chilometri, dalle regioni del nord, dal lago Turkana, dall'Etiopia per venire qui, potrebbe permettersi un'ecografia a 3500 scellini (l’equivalente di uno stipendio mensile medio, circa 40 euro) e fratel Beppe, sostenuto dalla casa madre del Cottolengo di Torino, fa di tutto per mantenere il costo di questo esame a 100 scellini: "E' un prezzo quasi simbolico per noi, ma per loro è già pesante così. Non attuiamo una politica di assistenza gratuita perché sarebbe impossibile da gestire, oltre che poco gradita dalle istituzioni locali. Però in questo modo, nel giro di sei anni, le persone della zona si sono abituate ad andare in ospedale a farsi vedere, curare, ad avere un'alternativa ai dispensari improvvisati, o al parto in casa, su un pavimento di terra lontano da tutto".
Già, il parto. All'inizio non ci faccio caso, presa come sono dalla costruzione di difese mentali nei confronti di ciò che mi circonda, ma al terzo giorno, durante il giro con fratel Beppe tra i reparti di degenza, ho come un risveglio di soprassalto. Ma qui ci sono solo mamme con bambini, appena nati, di qualche mese, al massimo un anno. Presa dalla questione faccio un giro veloce per tutto il comprensorio della struttura e le vedo. La camicia da notte blu dell'ospedale, i bambini vestiti di rosa in braccio o sulla schiena, le facce rilassate di chi si gode un posto pulito, fresco, all'ombra di una pianta dove chiacchierare con le altre mamme. A pochi passi c'è la camerata, e si sentono voci di donne e versi di bambini. Mi sposto ancora, tornando verso il cuore dell'ospedale e mi trovo davanti a una panca interminabile di altre camicie da notte blu e altri vestitini rosa, tutti in attesa della terapia quotidiana. Proseguo ed entro nella stanza dove ogni mattina, alle nove, le mamme lavano i bambini appena nati, e ne trovo quattro, tutte in fila, tutte intente negli stessi movimenti.
Poco dopo, nella stessa sala, una donna di 24 anni, dopo quattro aborti spontanei, partorirà il suo primo
figlio, un maschio di tre chili e cento, tra urla di dolore e di gioia, per essere diventata finalmente mamma, grazie a un cerchiaggio uterino, e anche perché non avere figli qui è una maledizione, un'esclusiva colpa della donna. Unico rimedio di solito, essere cacciata di casa e finire per strada.
Ripenso al giorno prima, quando fratel Beppe mi chiama e mi fa: "Vuoi assistere a un raschiamento?" Io dico "va bene", infilo camice e mascherina e, sempre nella stessa sala, di fianco allo studio dentistico, seguo le sue indicazioni su dove stare, su cosa succede. Lui mi spiega che questa donna è al suo terzo aborto spontaneo, che non ha figli e che difficilmente riuscirà mai a portare a termine una gravidanza. Io non riesco ad ascoltare tutte le sue parole perché ho già dei grossi problemi a dar retta ai miei occhi, che non sono proprio preparati a ciò che vedono. Appena ha finito, sento una sorta di formicolio alla testa, mi fiondo nello studio di Anna, piombo su uno sgabello e inizio a grondare, capendo che sto per svenire e continuando a ripetermi che non posso, che devo respirare, che l'ultima cosa di cui c'è bisogno qui è di una persona in più da assistere su un lettino. Anna mi guarda perplessa, parlandomi tra un paziente e l'altro, io mi riprendo e le dico che, non importa cosa faccia per guadagnare punti, la prova del giorno l'ho vinta io.
Oggi sono decisamente più lucida e mi ricordo di ciò che Beppe mi ha detto durante l'intervento il giorno prima, che nessun uomo contempla la possibilità di essere lui la causa dell'infertilità, che una donna senza figli è considerata una maledizione del destino, che peggio ancora, se ha abortito e ha visto o toccato il feto morto, sarà creduta sterile per sempre. Una conferma che ho la sera stessa, quando, come accade quasi tutte le sere, fratel Beppe va nella casetta di legno che ospita l'obitorio, prende in braccio l'involto di un bambino morto durante il giorno e si dirige verso il cimitero della missione. "E' un problema che cerchiamo di risolvere con il massimo dell'umanità”, mi spiega. “I genitori non vogliono nemmeno vedere il corpo del loro figlio morto, se ne vanno, lo lasciano qui. Non possiamo permetterci delle bare e quindi li avvolgiamo ermeticamente in teli cerati". Seguo al buio la traccia della pila con cui fratel Francisco, un giovane novizio, illumina il sentiero. Sono e mi sento inopportuna con le mie macchine fotografiche al collo e i flash che per forza dovrò usare. Beppe ha ancora quel volto rassegnato ma gentile e dice a Francisco, keniota e poco propenso a capire il senso di documentare un simile momento: "It's for the dollars, Francisco, to keep the prices low". The dollars, quelli delle donazioni, sono una parte importante del sostentamento dell'ospedale e farlo conoscere sui giornali è uno dei modi per ottenerne. Arriviamo al cimitero, fratel Beppe con il bambino in braccio, Francisco che apre l'imboccatura della fossa, chiusa da spesse assi. Io sono imbarazzata, sparo due flash e mi fermo quando Beppe sta per lasciare andare il bambino. Non c'è altro modo, è una fossa comune scavata da poco e il bambino cade giù per metri con un tonfo sordo sulla poca terra che protegge il corpo sepolto prima di lui. Un po' di terra per coprirlo, una preghiera breve, lo sguardo per un attimo stanco, e fratel Beppe mi fa cenno di tornare. Si preoccupa che tutto questo mi sembri disumano, io lo rassicuro dicendogli che è quanto di più umano e amorevole abbia visto in materia di morti. Gli chiedo come fa a non crollare, a non sentire il dolore, la fatica. Lui mi dice che è più dura quando un bambino lo ha avuto in ospedale per tanto tempo, mi racconta di una bambina che era rimasta lì per mesi e che aveva iniziato a chiamarlo papà. Poi era morta, e lui l'aveva sepolta così, con il dolore per la sua vita finita e perché chissà se qualcun altro ancora lo avrebbe chiamato papà.
Per riprendermi accompagno Beppe nel giro serale in camerata, e guardo a lungo le decine di mamme addormentate con i loro bambini a fianco. Ora mi è tutto molto più chiaro. La Piccola Casa della Divina Provvidenza di Chaaria non è un ospedale di sole mamme, è un ospedale africano, e in Africa tutte le donne o quasi hanno dei bambini, di solito sempre uno molto piccolo, perché la maggior parte, che lo voglia o no, rimane spesso incinta. Quindi se sono malate, in ospedale bisogna ricoverare anche il bambino, che non può stare a casa senza di lei (che spesso è sola, senza marito o genitori). Oppure è il bambino a stare male, e allora anche la madre viene ricoverata, oppure si tratta di donne che devono partorire o stanno per farlo. Il novanta per cento delle persone qui è composto da donne e la percentuale di queste che hanno per un motivo o l'altro un bambino al seguito, è poco più bassa. Gli uomini vanno poco in ospedale, per i motivi più vari, ma soprattutto per il totale fatalismo di chi non vuole sapere di essere malato e lo ignora finché può, e ogni angolo dell'ospedale di Chaaria è una sfida a tutte le eventuali teorie sulla procreazione responsabile.
Qui nelle campagne del Meru si nasce, di continuo, nonostante tutto, nonostante tre persone su dieci siano sieropositive, nonostante la malaria, nonostante le epidemie di colera, nonostante la mancanza di scuole. Si nasce perché la vita, come la natura intorno, è strabordante, prepotente, inarrestabile, e se ne frega degli standard di giudizio del primo mondo. E allora meglio nascere a Chaaria, a testa alta, tra le braccia delle mamme vestite di blu che sembrano un esercito di visi sereni, quasi spavaldi, forse fieri di avere qualcuno che si prende cura di loro, di avere un posto pulito dove andare, un po' frenetico, spesso caotico ma dove se capita qualcosa fratel Beppe ti tira fuori col cesareo, ti rianima, ti mette per un po' nell'incubatrice, ti dà un benvenuto frettoloso e sorridente e se ne va a ricucire la testa dell'ennesimo ragazzo aggredito da qualcuno nella notte a colpi di macete…
Grazie agli amici sardi
giovedì 25 marzo 2010
La conflittualità tra e con i volontari
E’ un argomento tabu’, ma in punta di piedi lo affronto, senza riferirmi a nessuno in particolare e comprendendo che sono io il primo a non comportarsi bene come sarebbe necessario.
Mi sento comunque di poter dire che e’ sempre negativo quando succedono alterchi che coinvolgono i volontari, soprattutto quando la conflittualita’ si verifica di fronte e tutti, malati compresi.
Molte volte noi non ci chiediamo che cosa pensa la gente locale dei nostri comportamenti.
Per esempio in passato ho accennato al problema delle donne che fumano in pubblico... cosa ancora non concepibile nella cultura dei Meru. Eppure alcuni lo fanno, anche nei cortili dell’ospedale.
Un altro elemento che per la cultura locale e’ causa di sconcerto e’ il fatto che le correzioni vengano fatte in malo modo, alzando la voce, e soprattutto in pubblico.
Per noi italiani puo’ essere normale sbraitare, ma per loro non lo e’: gli Ameru vogliono essere ripresi in privato e con tono di voce pacato. Per cui, prima di “urlare dietro” ad un nostro infermiere, un volontario dovrebbe chiedersi se il suo sfogo emotivo non provochera’ danni peggiori del male che la “ramanzina” vorrebbe tentare di correggere. E dovrebbe anche considerare che la reazione del nostro staff sara’ molto probabilmente quella di “fare il muso” per giorni... e coloro che ne faranno le spese saranno ancora e sempre i malati.
Se poi capita che siano due figure professionali volontarie ad andare in conflitto, e ad esprimere la conflittualita’ con un incontro di “pugilato verbale” nel bel mezzo del reparto, anche questo non credo che porti alcunche’ di buono: i Kenyoti non sono certo dei santi, ma e’ chiaro che certi comportamenti davanti a loro non danno una buona impressione della nostra cultura, dove, come a loro puo’ apparire, non abbiamo alcun rispetto nemmeno per i pazienti che a noi si affidano: come faranno gli stessi malati a fidarsi ancora di due medici che hanno apertamente urlato l’uno contro l’altro di fronte ai loro letti? E’ chiaro che i degenti spesso non seguiranno il filo del discorso a causa della barriera linguistica, ma e’ evidente che non bisogna conoscere l’idioma per comprendere che due persone se le stanno dando di santa ragione.
E normale che ci possano essere diversita’ di vedute sulla terapia, ed e’ altrettanto evidente che non siamo certo perfetti, e che di errori se ne fanno sempre tanti... ma ci si puo’ parlare in modo civile, se sinceramente il fine e’ quello di portare ad un miglioramento. Se una osservazione e’ fatta con gentilezza, ci sono possibilita’ reali che il nostro personale la accolga e cerchi di cambiare. Se invece e’ fatta in modo sgarbato, essi rifiuteranno di applicare anche dei suggerimenti giusti.
C’e’ poi il discorso della vita comune: viviamo insieme. E’ brutto quando ci sono screzi tra volontari che poi si dovranno incontrare alla stessa mensa. Io credo che i volontari debbano conservare l’idea che la loro esperienza e’ un periodo particolarmente importante della loro vita, in un ambiente che non e’ il loro: proprio per questo dovranno cercare di evitare conflittualita’ inutili, che lascerebbero magari l’amaro in bocca al nostro staff, dopo aver lavorato benissimo e con estrema dedizione per tutti gli altri giorni dell’esperienza... cosa serve litigare per poi tornarsene in patria dopo pochi giorni?
Naturalmente scusiamo e comprendiamo il momento di scatto, o il giorno con la luna storta; ma, almeno come ideale, bisognerebbe puntare ad evitare la conflittualita’.
Tante cose certo qui non vanno, tanto in reparto quanto in ambulatorio... ma tante le abbiamo gia’ fatte, e miglioramenti sono indubbiamente avvenuti nel corso degli anni, nonostante i nostri limiti.
Questo mi porta a sussurrare un altro punto: e’ vero che si puo’ far meglio, ma e’ anche la sacrosanta verita’ che qualcosa gia’ funziona... e ci farebbe piacere sentircelo dire, insieme a tutti i suggerimenti che ci vengono offerti per un miglior servizio.
Vorrei concludere questa breve riflessione (qualcuno dira’ che e’ una predica), dicendo che io non mi sento certo migliore, e che a volte anche a me la stanchezza gioca degli scherzi che portano i miei nervi a fior di pelle, facendomi saltare come una molla nel momento meno opportuno. Penso che sia umano! Queste cose ce le diciamo non per puntare il dito l’uno contro l’altro, ma con lo stesso atteggiamento con cui parliamo di igiene da migliorare o di terapie da perfezionare. Ci rendiamo cioe’ conto che questi momenti bui tra di noi non fanno crescere la nostra esperienza missionaria; ce lo diciamo... riconosciamo che ci cadremo di nuovo (io per primo), ma ci sforzeremo di evitarli.
Ripeto che non vuole essere un discorso accusatorio... se volete potrebbe far parte di una riflessione costruttiva prima della partenza per Chaaria.
Non che sia un problema solo nostro: l’ho visto a Karungu, come a Mapuordit, a Nkubu come a Matiri. Ma non vogliamo pensare che “mal comune, mezzo gaudio”, e ci vogliamo impegnare a fare sempre meglio.
Fr Beppe
mercoledì 24 marzo 2010
Non è mai la stessa cosa
Fare il medico puo’ dare l’impressione di aver visto tutto e di essere abituato a fronteggiare qualunque tipo di sofferenza.
Stare in Africa per molti anni poi, puo’ offrire un angolo visuale ancora piu’ ampio: si e’ sempre in trincea. Bisogna fronteggiare problematiche chirurgiche e mediche, pediatriche e geriatriche. Accogli la vita nascente, ma ti trovi spesso davanti ad un nato morto. Gioisci quando una persona va a casa dopo una appendicectomia, ma rimani senza parole ogni volta che perdi un giovane a causa dell’HIV.
Eppure avverti che riesci comunque a tenere tutto sotto controllo e che i tuoi nervi reggono.
Ma quando e’ una persona cara ad ammalarsi... e soprattutto se sei lontano, la lucidita’ mentale vacilla; le emozioni vanno alle stelle e diventano quasi subito incontrollabili.
Hai gli strumenti scientifici per capire che “devi stare tranquillo”, che la situazione e’ del tutto gestibile... ma in questo caso la tua “materia grigia”si dissocia dal cuore che inizia ad avere le sue palpitazioni autonomamente, anche quando i tuoi emisferi cerebrali provano a dirgli “che va tutto bene”.
L’esperienza della malattia di una persona cara lontana, ci ricorda la nostra umanita’ limitata: “cosa possiamo fare a 6000 chilometri di distanza?”... e ci fa toccare con mano la nostra fragilita’: non siamo delle macchine da lavoro, e non e’ affatto la stessa cosa gestire una brutta notizia che riguarda un estraneo ed una che colpisce qualcuno che si ama.
Ma la vita e’ cosi’. Si pensa sempre che capiti agli altri.
Si fanno statistiche e si elaborano grafici sulle varie patologie, senza pensare che ogni millimetro delle colonne che il computer disegna e’ costituito da tanta sofferenza, spesso inespressa o non ascoltata.
Credo che la malattia sperimentata su chi ami ti renda anche meno cinico: la smetti immediatamente di dire parole vuote, come per esempio: “vedrai che andra’ tutto bene!”; cessi di fuggire o di essere nervoso od evasivo con un parente ansioso che vuol conoscere i dettagli di una patologia che ha colpito un loro congiunto... perche’ anche tu ora sei impotente e debole, ed hai un estremo bisogno di spiegazioni... ma soprattutto di empatia e di sostegno.
La malattia dei parenti poi ci riporta all’essenziale della vita: a che pro spendere le nostre giornate in continui alterchi, o magari optando sempre per il confronto con i cosiddetti oppositori? Che senso ha litigare, e cercare sempre di primeggiare o di umiliare gli altri? La vita e’ il dono piu’ prezioso di Dio, insieme alla salute... ma nessuno ci pensa a sufficienza; normalmente ne prendiamo coscienza quando il dono se ne sta andando: ci si rovina l’esistenza altercando per cose futili, come il potere o l’aver sempre ragione; si cerca la felicita’ schiacciando il prossimo, e non la si trova mai... Poi, quando la salute se ne va, ci si rende conto di aver perduto un sacco di tempo, mordendoci la coda e girando in tondo... si prende coscienza del fatto che bisogna riorganizzare bene le proprie scale di valori, per non perdere di vista la meta: piu’ vado avanti, e piu’ sperimento il rullo compressore della vita che schiaccia pian piano con il suo peso a volte quasi insopportabile; e nello stesso tempo sempre piu’ mi convinco che ha proprio ragione San Paolo, quando dice che una sola cosa conta: il volerci bene. Perche’ alla fine tutto finisce: le cariche, gli onori, il plauso della gente. La malattia ci puo’ spogliare di ogni cosa, anche della capacita’ di lavorare e di renderci utili agli altri. E allora che senso avra’ avuto tutta la nostra conflittualita’ e la nostra continua competizione! Ricorderemo e saremo ricordati solo per l’amore che abbiamo dato e ricevuto.
Mentre continuo a pregare perche’ il Signore sia il medico delle persone che amo, e perche’ le guarisca, gli chiedo anche di ricordarmi ogni giorno di piu’ quali sono i valori veri della vita per cui val la pena spendersi fino alla fine.
Fr Beppe
martedì 23 marzo 2010
Le pulci penetranti

Sono un problema che di tanto in tanto troviamo soprattutto tra i malati piu’ poveri che camminano scalzi o hanno lunghi contatti con il suolo: per esempio dormendo per terra.
Anche se molti volontari ne sono estremamente spaventati, non e’ assolutamente facile esserne affetti, pur non essendo impossibile... pure io me le sono prese piu’ di una volta.
In Inglese le chiamano Jiggers, ed in Kimeru Mbiroro.
Il termine ufficiale latino della patologia sarebbe Tungiasi, dal nome della pulce che provoca la condizione: Tunga Penetrans.
Originariamente la malattia e’ stata descritta in Sudamerica, ma ora e’ ampiamente distribuita in Africa Orientale ed Occidentale, oltre che in parte del Subcontinente Indiano.
E’ causata da una pulce femmina che ha la capacita’ di penetrare permanentemente nel sottocute di uomini, suini, pollame ed altri animali, dopo la copulazione. Essa rimane nell’epidermide per 8-12 giorni, senza causare sintomi: e’ questo il tempo della gestazione, in cui le uova crescono nel suo addome. Quando la gestazione e’ completa, la pulce diventa tonda e grande come i semi dell’uva. A questo punto inizia l’infezione e l’irritazione. Il paziente sente un forte prurito ed il grattamento in qualche modo aiuta la pulce penetrante a spandere le uova mature nell terreno, continuando cosi’ il suo ciclo vitale.
La porta di ingresso e’ normalmente una screpolatura della cute. La pulce ama moltissimo la zona subungueale. Tutte le parti del corpo possono essere assalite, anche se le piante dei piedi sono le piu’ colpite.
Spesso la pulce e’ unica, ma ci sono pazienti cosi’ infestati che, dopo la loro rimozione, le cicatrici fanno assomigliare la cute ad un alveare.
Sovente la pulce matura provoca pus e l’area diventa pulsante e dolente, come quando abbiamo una spina infetta. Una complicazione temibile e’ il tetano.
Le pulci penetranti vanno tolte con un ago sterile, piu’ o meno come quando dobbiamo togliere una spina. E’ molto meglio farsela togliere da una persona del posto che in genere ha una grande esperienza in questo campo. Un tentativo da mano inesperta puo’ portare ad infezione severa.
Per la prevenzione si consiglia normalmente l’uso di scarpe chiuse che arrivino al di sopra della caviglia; questo soprattutto quando si cammina nella polvere: la pulce in questione infatti non e’ una buona saltatrice e molto raramente arriva al di sopra del dorso del piede.
Fr Beppe
lunedì 22 marzo 2010
La nuova sterilizzatrice è operativa
domenica 21 marzo 2010
Non sempre vinciamo noi
Secondo quanto la donna mi ha detto, sua figlia ha avuto tre episodi di convulsioni generalizzate durante la notte, e, dopo il primo episodio, e’ entrata in un coma profondo che continua anche ora.
La madre aveva comunque notato che la sera precedente era piu’ calda del solito, e che aveva rifiutato di mangiare. Ma nei giorni precedenti Kiende era stata benissimo, ed era molto vivace.
Durante la notte i genitori avevano portato la bambina in un dispensario vicino a casa, dove l’infermiere aveva posto una diagnosi presuntiva di malaria ed aveva iniettato una dose carico di chinino intramuscolo prima di consigliare loro di mettersi in cammino verso il nostro ospedale.
La donna mi assicura che la bimba ha ricevuto tutte le vaccinazioni prescritte. Spesso, nei mesi precedenti, l’aveva trovata febbrile ed aveva deciso di comprare antimalarici e paracetamolo, senza mai andare in ospedale. Kiende era comunque sempre migliorata. La madre non nega che a volte si era anche rivolta a dei guaritori tradizionali.
Visito la piccola che ha un coma cosi’ profondo da non essere risvegliabile, neppure con pizzicotti o stimolazioni dolorose molto intense. Non ha rigidita’ nucale, ed i suoi occhi mostrano un lieve strabismo divergente, che, a detta dei genitori, non era presente quando la loro figlia stava bene. Guardo con preoccupazione la posizione degli arti. Sono estesi e rigidi, cone le mani ripiegate in estrema flessione... e’ un brutto segno di “decerebrazione”, che indica una prognosi molto riservata.
Invece il suo respiro non mi piace: fa fatica ad inspirare ed usa abbondantemente i muscoli intercostali, nella sua estrema fame d’aria. Anche le narici si allargano al massimo quando inspira, quasi nel tentativo di immagazzinare piu’ ossigeno. Ogni tanto da’ un respirone molto profondo, dopo di che’ smette di respirare per 10-15 secondi. Le sollevo la pelle con un pizzicotto: non mi pare disidratata. La madre mi dice che non ha avuto ne’ diarrea ne’ vomito.
La glicemia e’ estremamente bassa. Per un attimo spero che il coma sia dovuto esclusivamente ad ipoglicemia. Faccio prendere rapidamente una vena dalle nostre infermiere piu’ esperte, e prescrivo l’iniezione lenta di destrosio 50%... ma purtroppo le condizioni generali non migliorano affatto.
Essendo la febbre cosi’ alta, facciamo subito il test della goccia spessa, e troviamo una alta densita’ di malaria. Decidiamo quindi di continuare con la terapia a base di chinino.
Per essere completamente sicuri che non ci sia una concomitante meningite, eseguiamo una puntura lombare: liquido limpido ed esame biochimico e parassitologico negativi. Deve essere una malaria cerebrale che poi le ha causato un distress respiratorio. Per questo, isieme al chinino le somministriamo anche del Rocephin.
Il pannolino e’ tutto bagnato: quindi i suoi reni funzionano. Dopo 4 ore la glicemia e’ sotto controllo, ma il coma permane inalterato. Poi il respiro diventa periodico, e rapidamente si trasforma in “gasping”: tentiamo la rianimazione, ma ci arrendiamo dopo circa un’ora.
La malaria si e’ portata via anche Kiende: e’stata una forma cerebrale e fulminante, che ha avuto la meglio su di lei, anche se la diagnosi corretta era stata fatta gia’ a livello del dispensario periferico... e nonostrante il chinino somministrato molto precocemente ed alla dose corretta.
Fr Beppe
sabato 20 marzo 2010
Benvenuto Fratel Giancarlo!

Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.
Fratel Beppe Gaido



