sabato 27 febbraio 2010

Sabato pomeriggio

Erano le 4 di oggi pomeriggio quando ho ricevuto una telefonata di Rita, la nostra amica e volontaria permanente di Matiri:
“ci sei? Siamo per strada con Kangai... te la ricordi? E’ gia’ stata da voi. Ha febbre altissima e convulsioni. Volevo curarla qui, ma ho paura perche’ le sue condizioni generali si stan facendo via via piu’ gravi”.
“Vieni, sono in ospedale. Oggi abbiamo cosi’ tanta gente che non riesco certo a staccare! Quanto ha adesso?”.
“Ha un anno ed un mese!”
Mi preparo psicologicamente all’incontro con Rita e con la piccola Kangai. Non avremo probabilmente la possibilita’ di darle un letto, vista la densita’ in pediatria... ma da qualche parte la metteremo.
Poco dopo il telefono suona ancora, e questa volta e’ Sr Zina da Mukothima: “Fratello, ho una donna che sanguina abbondantemente dal naso e non so cosa fare. Dammi delle indicazioni, perche’ non ho una macchina e non posso portartela”.
“Quanto ha di emoglobina?”
“Dieci, ma sembra piu’ anemica. Il polso e’ piccolo, e la pressione massima e’ novanta... e come sai, non possiamo trasfondere qui da noi”.
“Prendi la benda orlata piu’ stretta che hai, e poi cerca di infilarla pian piano nella narice da cui fuoriesce il sangue. Mentre fai questo, inietta adrenalina sulla benda stessa. Inserisci piu’ tessuto che puoi, fino a bloccare il naso completamente, e creare pressione sulle pareti. Non hai Ugurol, vero?”
“No, non ce lo abbiamo!”
“Allora fai cosi’ come ti ho detto; iniettale anche vitamina kappa e somministrale dei liquidi. Se non migliora, chiama un matatu e falla portare a Chaaria. Tenteremo un tamponamento posteriore delle narici... Ciao”.
Appena conclusa la comunicazione telefonica, vengo chiamato in sala parto, perche’ una donna non riesce ad espellere il bimbo. In qualche modo riusciamo ad aiutarla, ma il neonato e’ coperto da un materiale verdastro; ha la testa lunga come una torre e non respira.
Lancio un urlo e mi complimento in cuor mio per l’efficienza delle infermiere. In un attimo sono circondato. Tutti sono impegnati e sanno benissimo cosa fare. Mi porgono l’ambu, mentre un’altra persona gia’ sta aspirando il denso materiale verde che ostruisce le vie respiratorie. Altri si occupano dei farmaci per la rianimazione: arrivano adrenalina, cortisone, sodio bicarbonato che poi vengono con regolarita’ iniettati nel cordone ombelicale. Una infermiera massaggia delicatamente il cuore del piccolo, tenendolo tra le due mani e schiacciando il torace con i due pollici in modo ritmico ed alternato ai miei movimenti di insufflazione dell’ossigeno.
All’inizio siamo molto speranzosi perche’ l’adrenalina ha fatto ripartire il cuore vigorosamente, ma cio’ che non riusciamo ad evocare in nessun modo e’ l’attivita’ respiratoria. Ci impegnamo al massimo, ma sembra che la vita abbia gia’ lasciato il nostro bambino che diventa sempre piu’ grigio e terreo. Scoraggiati e sconfitti abbandoniamo la rianimazione dopo un’ora, mentre la madre e’ ancora sdraiata alle nostre spalle sulla stessa barella su cui ha dato alla luce quella creatura ora gia’ partita per il cielo. “Diglielo tu, Pauline, alla mamma. Io non ne ho la forza!”
Nel frattempo arriva Rita con la piccola Kangai. E’ davvero gravissima. Febbre a quaranta, continue convulsioni, un torace pauroso che sembra una pentola a pressione, tanto e’ congesto. Poi c’e’ una tremenda diarrea acquosa che rende la piccina molto disidratata.
Il test per la malaria e’ positivo e partiamo subito con una terapia d’attacco per una forma complicata. Non sembra anemica... e poi non la trasfonderemmo subito, in quanto, con i polmoni che si ritrova, la manderemmo di certo in edema.
Stabilisco il piano e lascio Claire a seguire la somministrazione delle prime dosi delle medicine.
Intanto Rita mi saluta e mi affida la piccola Kangai dicendomi di non poter aspettare oltre, in quanto temeva sia il buio che la pioggia.
Purtroppo tutto e’ poi successo in un attimo: Pinuccia mi dice di accorrere a vedere la bambina. Io mi fiondo verso la pediatria ma vi giungo solo per vedere i suoi ultimi spasimi. Tentiamo la rianimazione, e si ricompone rapidamente il team delle emergenze. Arriva l’aspiratore portatile, l’ambu, i vari farmaci, la bombola dell’ossigeno. Noi ci dimeniamo, piu’ per amicizia verso Rita che per la convinzione che la piccola sia ancora viva. Infatti lo so benissimo che stiamo rianimando un morto, e che la malaria si e’ portata via un’altra creatura. Chiedo il favore a Pinuccia di portare il monitor: dopo l’applicazione degli elettrodi, la sentenza e’ inappellabile. Mi appoggio al muro e mi lascio scivolare verso il pavimento. Ho le ginoccia davanti al volto e vi nascondo la faccia, mentre, quasi impercettibilmente mi trovo gli occhi pieni e le guance rigate di lacrime. Ci metto piu’ di cinque minuti prima di decidermi a telefonare a Rita, che ormai avra’ gia’
fatto qualche chilometro sullo sterrato terribile che conduce a Matiri. Poi mi faccio forza e la chiamo. Le mie parole escono a monosillabi, che comunque sono in grado di comunicare a Rita la tragedia. Anche lei e’ scossa e non se lo aspettava.
“Vuoi che torni a prenderla?”
“Non penso che sia necessario. Magari vieni domani; cosi’ porti a casa anche la nonna della bambina che e’ sdraiata per terra, distrutta dal dolore. Non ti preoccupare per la notte. Le daremo un posto per dormire”.
Mi avvio verso la cappella ed ho un terribile nodo alla gola. Una zanzara anofele mi ronza vicino all’orecchio e poi mi punge sul collo. Mi do un inutile schiaffone, ma lo so che tanto non l’ho presa. Magari anche questa zanzara e’ infetta! La lotta con la malaria e’ veramente impari, e nonostante le statistiche incoraggianti, questo terribile insetto ti da’ l’impressione di vincere sempre lui e di accanirsi soprattutto sui piu’ deboli.

Fr Beppe

venerdì 26 febbraio 2010

Mutilazione genitale o circoncisione femminile

E’ un problema in molte parti del Terzo Mondo, ed e’ causa di varie complicazioni per la vita della donna, soprattutto al momento del parto. Si verificano infatti spesso lacerazioni genitali gravi che possono portare anche a incontinenze urinarie e fecali per tutta la vita. Cio’ avviene soprattutto in concomitanza con l’evento gioioso della nascita dei figli.
Abbiamo dal mese scorso iniziato un piccolo studio di prevalenza per cercare di quantificare il problema nel nostro bacino d’utenza.
I dati continueranno ad essere raccolti per molti mesi ancora, ma gia’ possiamo avere un’idea della situazione.
Offro alcuni dati, per ora non completamente quantitativi, in attesa dei grafici che tenteremo di elaborare in marzo.
1)    Ci sono due tipi di circoncisione femminile qui in Kenya: la piu’ tremenda si chiama anche infibulazione e consiste nella escissione del clitoride e delle piccole labbra con successiva sutura di gran parte dei genitali esterni. Questa e’ la forma gravata dalle conseguenze piu’ gravi sulla salute della donna (incontinenza urinaria, oltre che a vari danni perineali al momento del parto). C’e’ poi la FGM (female genital mutilation) o circoncisione di secondo tipo, in cui si asportano il clitoride e le piccole labbra, ma non c’e’ poi la sutura dei genitali esterni. Questa forma normalmente non si associa ad incontinenza urinaria, anche se le lacerazioni perineali al parto sono egualmente frequenti.
2)    La FMG e’ illegale, ma ancora ampiamente praticata soprattutto nelle regioni rurali e tra le popolazioni nomadi del Nord.
3)    Le tribu’ settentrionali, da Isiolo verso l’Etiopia, la Somalia od il Sudan, praticano sempre l’infibulazione, mentre le tribu’ Bantu (anche se in percentuale decisamente inferiore) praticano generalmente la FMG di secondo tipo.
4)    Le pazienti che afferiscono al nostro ospedale per varie problematiche ostetrico-ginecologiche presentano una infibulazione nel 18% (esse provengono per il 100% da regioni a Nord di Isiolo); una circoncisione di secondo tipo nel 26% Cio’ significa che il 56% delle donne non e’ circonciso.
5)    Tra di distretti del Meru, il piu’ affetto dal problema della circoncisione o mutilazione genitale femminile e’ certamente il Tharaka. Altro dato che possiamo gia’ estrapolare e’ il fatto che la circoncisione e’ direttamente proporzionale alla distanza da un centro urbano: con questo intendo dire che piu’ la zonea e’ isolate e rurale e piu’ aumenta la percentuale delle circoncisioni femminili

Questi dati sono chiaramente molto parziali, e le percentuali potrebbero cambiare alla fine dello studio.

Fr Beppe

PS: Oggi giornata campale in tutti i sensi: centinaia di pazienti, due malati per letto, operazioni a go go, dieci parti naturali e tre cesarei.
La malaria la fa da padrona a causa dell’altissima temperatura e delle precipitazioni sporadiche causate dal fenomeno El Nino.

giovedì 25 febbraio 2010

Brevissime da Chaaria

Cari amici del blog,
scrivo solo due parole perche' sono passate le ore 23 e non riesco quasi a vedere il monitor. Viviamo giornate pienissime di servizio con una affluenza molto al di sopra della media. Ci sono continue chiamate notturne, per lo piu' legate alla maternita'... e questo rende la vita ancora piu' dura.
Ma e' entusiasmante essere totalmente dedicati agli altri!
Oggi poi ho avuto notizie di quel bambino caduto da un albero, di cui vi ho parlato alcuni giorni fa. Al Meru District Hospital e' stato operato con successo. Hanno purtroppo asportato una lunga sezione di intestino tenue, perche' ormai necrotico, e poi hanno riconnesso il retto che era letteralmente scoppiato.
Sono cosi' felice che il bambino ce la possa fare!
Domani poi concludiamo il free camp di dermatologia, con un bilancio assolutamente positivo. Tantissimi malati per la dermatologa Federica che ha lavorato sempre da mane a sera, ma anche lezioni interessantissime per noi, che abbiamo imparato qualcosa di nuovo.
Da ultimo, un ringraziamento fortissimo al gruppo dei volontari sardi: oggi e' arrivato il container con tantissimo materiale, tra cui un generatore ed un endoscopio a monitor. Nello stesso container erano anche presenti le sedie dentistiche ed il lettino chirugico acquistati dall' Associazione volontari missioni Cottolengo. Ci sono poi tanti scatoloni di cui prenderemo visione poco alla volta.
Un grazie sincero a tutti.
Informo che non abbiamo connessione satellitare, e chiedo scusa anticipatamente se ci saranno dei ritardi nelle mie risposte alle mail.

Fr Beppe

mercoledì 24 febbraio 2010

Chi dorme non piglia pesci



Certo che e’ veramente bello riposare al mattino, e spesso invidio i volontari che dormono fino alle 8, prima di venire in ospedale o al centro dei Buoni Figli. Li invidio soprattutto quando, come stanotte, c’e’ stata una chiamata alle 3, che ha praticamente dimezzato il riposo notturno.
Ma e’ anche vero che chi dorme al mattino perde uno spettacolo incantevole. Lo contemplo ogni giorno dalla finestra di camera mia.
Tutto avviene in pochi minuti.

Verso le 6 del mattino, il cielo a oriente si fa rosso. Il sole e’ ancora nascosto dalla collina di Kiamuri che si trova esattamente in direzione dell’alba. Questo gioco di colori, che in Kiswahili si chiama alfajiri, dura circa dieci minuti: il cielo e’ roseo a levante, ed ancora buio a ponente. Poi la sfera incandescente della “luce maggiore” fa capolino dietro la montagnola ed incendia il cielo. E’ uno spettacolo da non credere. Non si riesce a staccare lo sguardo dal cielo.
Ma all’equatore e’ tutto cosi’ veloce. In meno di 15 minuti il sole diventa giallo e potente. La luce del giorno inonda ogni cosa e non si riesce piu’ a guardare in quella direzione.
E’ a questo punto che riesco a staccare lo sguardo dalla finestra; mi vesto in fretta e corro verso la cappella per la preghiera mattutina.


Fr Beppe

martedì 23 febbraio 2010

Il machete

Strumento agricolo multiuso, venuto tristemente alla ribalta durante il genocidio del Rwanda nel 1994.
Da noi si chiama panga in Kiswahili, o gipanga in Kimeru. E’ un misto tra accetta e coltellaccio. Serve un po’ per tutto: tagliare l’erba per le mucche o il legname per il fuoco della cucina; ma anche rigirare le zolle di terra prima di seminare o eradivare le erbacce, proprio  come se fosse una zappa. Ne abbiamo una anche noi in macchina… non per difenderci dai malviventi, ma per scavare nel fango nel caso in cui ci dovessimo impantanare nella stagione delle piogge.
E’ anche usato nelle scuole primarie e secondarie durante le ore di “agricoltura”.
Ma spesso e’ anche l’arma a portata di tutti con cui si fanno danni estremi: e’ infatti pesante come un’ascia, tagliente come un pugnale… ed a buon prezzo quanto una bottiglia di birra.
In mano ad un ubriaco o ad un folle diventa un mezzo di distruzione che spesso lascia danni irreversibili.
E’ quello che e’ successo a Gideon, il quale si e’ messo a litigare con un familiare per non so quale ragione.
Cio’ di cui sono stato testimone e’ il disastro causato da un colpo di machete infertogli con violenza alla mano sinistra. La violenza della “pangata” ha sezionato di netto radio e ulna a livello del polso, e con essi anche nervi, tendini ed arterie.
Ce lo hanno portato in una pozza di sangue. Avevano cercato di fermare l’emorragia avvolgendo delle camicie a monte del taglio per farne un laccio emostatico. Poi avevano appoggiato la mano che penzolava - appesa al resto del corpo solo da pochissima carne dalla parte dell’ulna - su un pezzo di legno fissato a mo’ di stecca.
Le sue condizioni erano veramente gravissime. La pressione arteriosa era praticamente imprendibile, ed il paziente sudava freddo.
Abbiamo trasfuso con urgenza, e poi ci siamo trovati davanti alla scelta piu’ difficile: amputare o tentar di salvare la mano? Alla fine ho deciso di provarci.
L’arteria radiale era integra e pulsava bene sotto il mio polpastrello, anche se l’ulnare era “partita”. Ho quindi riposto la mia speranza nei circoli collaterali che avrebbero forse potuto vicariare.
Ho cercato di fare le tenorrafie: per la parte estensoria del polso e’ stato ragionevolmente semplice, mentre per quella flessoria e’ stata un’impresa disperata. So pero’ che, nonostante io non sia riuscito a recuperare tutti i tendini, presto avremo la presenza di Luciano, il quale, come ottimo chirurgo della mano, potra’ riparare i danni lasciati indietro dal mio intervento.
Abbiamo quindi ripristinato muscoli, fasce e cute; quindi abbiamo confezionato una doccia gessata.
Non sappiamo se la mano si riprendera’. Abbiamo qualche speranza che la radiale possa essere sufficiente ad irrorare il resto dei tessuti, ma non ne siamo sicuri.
Tra alcuni giorni avremo la sentenza.
Se la mano sara’ cianotica e fredda, si dovra’ purtroppo procedere alla amputazione… se invece sara’ calda, e con un colorito vitale, avremo davvero fatto qualcosa per Gideon.
Poco dopo aver finito il lavoro con lui, ci siamo ritrovati di fronte ad una donna con la faccia gonfia, tanto da non vederci. Aveva un taglio profondo al di sopra dell’occhio destro. La ferita sanguinava profusamente ed attraverso essa si intravvedeva la teca cranica parzialmente fratturata dalla violenza del colpo.
“Ecco un altro dei bei lavori del machete. Chi e’ stato a ridurti cosi’”
“Mio marito”.
Rimango senza parole e non so cosa dire. La mia testa continua a rimuginare la scena. Penso tra me: ci si sposa per amore e poi guarda a che punto si puo’ arrivare.

Fr Beppe

lunedì 22 febbraio 2010

Report on malaria cases from 2002 till 2009

In an hyper-endemic area like the one we live in, the proportion of people detected with positive blood smear is relatively constant throughout the year, but the majority of cases still do occur during the wet season, given the fact that malaria is a ‘rainy season disease’.Our monthly data collection from 2002 till 2009 (picture 1) confirm the above statement, presenting a relatively constant number of probable malaria cases each month of the year, with an increase on the positive malaria cases right after the rainy season especially the first  
four years before the Long-Lasting Insecticidal mosquito Nets (LLINs) started to be distributed in our region. After the distribution of the LLINs in 2006, the diagnosed positive malaria cases were again constant each month of the year, but the positive cases are distributed equally all year long, without the strong variation noticed in the first four years the months after the rainy season. 


Picture 1: Malaria cases at Cottolengo Mission Hospital since 2002. The probable malaria cases are indicated in blue, while the confirmed positive ones in red. The same scale was used in all graphs. 


Except from the stabilized situation noticed on monthly level for the diagnosed positive malaria cases right after the distribution of the LLINs in 2006, our data manifest a decrease not only in the number of probable malaria cases after 2006, but also a decrease in the number of detected positive malaria cases. The above statement can be easily seen on the following graph (picture 2), which represents probable malaria cases and positive-detected malaria cases from 2002 till 2009. A careful look on these data leads to the observation that, in 2002 the probable malaria patients reached a total number of 32.722 with a percentage of positive ones reaching  70% of the number of total patients, with the same more or less total number of patients observed the years following 2002 until 2006, in which the probable malaria cases were 23.801 in total, with a percentage of 34% diagnosed positive ones. From this year on, not only the number of total patients is decreased in comparison with those observed on 2002, but also the number of positive confirmed malaria cases. 



Picture 2:  Malaria cases at Cottolengo Mission Hospital since 2002.  Probable malaria cases are shown in blue color, and the confirmed positive malaria cases in red. The percentage of the confirmed positive malaria cases is also shown for each year from 2002 till 2009. 


The decrease on the probable malaria cases shown above probably takes place because for us a fever case does not equally mean a malaria case. Investigating the symptoms of the patients, we now more than ever try to make the best diagnosis possible before we sent the patient for the thick blood slide test for malaria parasite. Additionally, the decrease on the number of the positive malaria cases after 2006 can be interpreted from the fact that more trustful equipment was used in the laboratory of our hospital in order to detect malaria parasites, the skills of our laboratory technicians were improved and a continuous training of them takes place more often. But, according to our opinion, the factor that has the most important impact in the decrease of the positive malaria cases is the LLINs distributed in our region, as mentioned before. If we would like to compare the first year that we could get correct data on malaria cases on 2002, with last-year’s malaria cases, this decrease on the positive detected cases is very obvious. As shown in picture 3, the percentage of the malaria patients reached an about 70% of the 32.722 total number of probable malaria patients in 2002, leaving only a 30% of them as negative ones, whereas on 2009, the percentage of the positive malaria patients was found only about 30% of the 15.363 total number of probable malaria patients. The data indicate that the positive malaria cases in 2002 were reversed with the negative ones in 2009. 

Picture 3: Comparison of malaria cases at Cottolengo Mission hospital on 2002 and 2009. Positive cases are shown in blue color whereas negative ones in dark red. Total number of patients is referred respectively for each year. 

The advent of long-lasting insecticidal nets (LLINs) and a careful and proper malaria treatment represent a new opportunity for malaria control in our region. But despite the supply of mosquito nets in our area, the number available so far was still far below our needs. Actually we have distributed so far LLINs only to pregnant women and women with a child younger than 5 years old, which are the groups of people most vulnerable to malaria.


Picture 4: Malaria cases at Cottolengo Mission hospital in January 2010. The percentage of the positive malaria cases is shown respectively for each group.  

As it is shown in the above graph (picture 4), the percentage of the positive malaria cases in infants and children is lower than those observed in older groups, resulted from the distribution of the bed-nets in our area. Hopefully, good surveillance and high intervention coverage with bed nets will help reduce malaria burden even more the following years. Because after all, the best method to fight malaria is to prevent the main form of transmission: mosquitoes.

Dr. Br. Giuseppe Gaido

domenica 21 febbraio 2010

84 anni di fedeltà

Oggi la famiglia religiosa cottolenghina si e’ stretta attorno a Sr Oliva per celebrare il suo ottantaquattresimo compleanno, cinquantasette anni di professione religiosa e trentasette anni d’Africa.
Oltre ai Fratelli ed alle Suore di Chaaria erano presenti alla celebrazione anche Sr Vicemadre, la consigliera generale Sr Loredana, sorelle provenienti dalle comunita’ di Mukothima, Gatunga e Tuuru, Fr Giancarlo ed I giovani aspiranti della nostra casa formative di Nairobi.
sr.oliva.jpgAbbiamo condiviso un pranzo fraterno che ha cementato i rapporti fraterni tra di noi, ed ha fatto sentire alla soerella festeggiata tutto il nostro sostegno e la nostra ammirazione per il traguardo che lei ha raggiunto e che ognuno di noi spera di poter raggiungere un giorno.
Celebrare la fedelta’ di qualcuno e’ sempre anche uno sprone per noi a non lasciarci cadere le braccia, ad andare avanti anche nei momenti piu’ difficoltosi, fino all’ultimo respire della nostra vita.
Ed infatti e’ stato quest oil tema della piccolo riflessione che Sr Oliva ci ha offerto: lei ci ha ditto che il segreto della sua fedelta’ e’ stato quello di abbandonarsi totalmente a Dio, lasciando a lui il compito di risolvere tutti I problemi che la vita, via via, le presentava.
Ci ha spronato a fare sempre tutto per amore di Dio, a cercare di dare sempre del nostro meglio, abbandonandoci poi totalmente a lui soprattutto per la soluzione di quei problemi che sono obiettivamente piu’ grandi di noi.
Ci portiamo nel cuore questi insegnamenti e ci auguriamo di poter camminare sulle orme di Sr Oliva fino al nostro ultimo respire.

Fr Beppe Gaido, a nome dei Fratelli e delle Suore presenti.

sabato 20 febbraio 2010

Una settimana molto difficile

In pediatria abbiamo avuto parecchi ricoveri per malaria complicata e per forme molto gravi di polmonite. 
Spesso abbiamo fatto molta fatica a reperire il sangue necessario per le trasfusioni dei bambini.
Ci sono stati tre decessi nell’arco di cinque giorni: morti evitabili o inevitabili?
Questo e’ sempre il dramma del medico che, alla sera, guardandosi allo specchio, non pensa certo ai successi terapeutici, ma a quei casi che non e’ riuscito a salvare… soprattutto si rivede davanti i volti di quelle madri affrante e distrutte dal dolore, che con i loro pianti inconsolabili quasi pronunciano delle condanne mute al suo fallimento.
Un bambino di un anno e mezzo si e’ autoamputato tre dita della mano sinistra, giocando con il machete della famiglia. Lo abbiamo suturato, ma le amputazioni lo renderanno parzialmente handicappato.
Un altro bimbo di 8 anni e’ arrivato con una ustione grave alle mani. E’ purtroppo un caso relativamente frequente, ma cio’ che rende la situazione veramente angosciante stavolta e’ che e’ stato bruciato volutamente dal padre ubriaco, per punirlo di non so quale marachella.
Poi ieri sera la ciliegina sulla torta: un bambino di circa 5 anni e’ caduto da un albero di mango. Non so bene cosa sia successo e come sia piombato a terra. Fatto sta che, molte ore dopo l’incidente, la mamma ce lo ha portato con praticamente tutto l’intestino tenue che fuoriusciva dal retto. E’ stato per noi un caso mai visto prima: probabilmente e’ caduto in posizione seduta ed il contraccolpo gli ha fatto scoppiare il retto, aprendo  una breccia nel peritoneo che poi e’ stata anche la via attraverso cui sono fuoriuscite le anse. Abbiamo ridotto in fretta le convuluzioni del piccolo intestino, dopo aver cercato di ripulirle con soluzione fisiologica sterile e con betadine. Erano molto iperemiche, ma non sembravano necrotiche. Dopo questa prima fase pero’, io e la chirurga Alessandra ci siamo guardati, e ci siamo resi conto che nella nostra sala non sarebbe stato possibile riparare un retto scoppiato o staccatosi dall’ano. Tenerlo in reparto in attesa del nuovo chirurgo sarebbe stato troppo rischioso, perche’ la peritonite sarebbe stata una complicazione immediata e forse mortale.
Abbiamo quindi deciso il viaggio notturno verso l’ospedale di Meru con cui avevo gia’ preso accordi telefonici. Oggi non riesco a telefonare… speriamo che sia stato operato, che sia andato tutto bene e che il piccolo possa riprendersi bene.

Fr Beppe

venerdì 19 febbraio 2010

Thanks a lot, Carolin!

We wish to express our deep feelings of thanksgiving for Carolin, the young dentist and oral surgeon who has been with us for 2 weeks and now has gone to spend some time with relatives in Makuyu.
She has been extremely hard working and she has allowed us to give the final days of holidays to our dentist Mercy, who is now back on duty.
Carolin has done a very good job, not only as a dentist but also as oral surgeon: very remarkable is the removal of a solid formation from the gums.
Thanks a lot, also for the equipments and the drugs she has given us.
We have appreciated the style of volunteering: working hard, never gossiping, never involved in complaints, always grateful of what the community has provided, either as food and accommodation, or as outings in the rare free time.
Thank you very much, Carolin: best wishes for your future life, and see you again… if that is in the plans of God.

Brothers, Sisters and hospital staff Chaaria

Carolin.JPG

VIELEN DANK, CAROLIN!

Wir wollen auf diesem Wege unseren tiefsten Dank fuer Carolin ausdruecken, der jungen Zahnaerztin und Oralchirurgin, die 2 Wochen mit uns verbracht hat und nun Zeit mit ihren Verwandten in Makuyu verbingen wird.
Durch ihre harte Arbeit und ihr Engagement, war es uns moeglich, unserer Zahnaerztin, Mercy, die letzten Tage ihres Urlaubs zu geben. Mercy ist nun wieder zurueck im Einsatz.
Carolin hat sehr gute Arbeit geleistet, und das nicht nur als Zahnaerztin sondern auch als Oralchirurgin: sehr zu beachten war z.B. die Entfernung eines Geschwuers vom Zahnfleisch.
Vielen Dank auch fuer die Ausruestung und die Medikamente, die sie uns zur Verfuegung gestellt hat.
Ihre Art zu arbeiten und ihr Verhalten hat uns sehr gefallen: Hart arbeitend, niemals laesternd, sich niemals beschwerend, immer dankbar fuer das, was die
Gemeinschaft zur verfuegung gestellt hat, sei es fuer das Essen, die Unterbringung, oder fuer die seltenen Ausfluege, die in der wenigen Freizeit moeglich waren.
Nochmals vielen Dank, Carolin, wir wuenschen dir das Beste fuer deine Zukunft, und wir hoffen dich wiederzusehen…wenn Gott es denn so will.

Die Brueder, Schwestern, und das Krankenhauspersonal aus Chaaria

giovedì 18 febbraio 2010

Lettera di una volontaria

Caro Fr Beppe,
ho apprezzato fin da subito la tua bravura e destrezza personale nel fare ciò che fai in ospedale. Al contrario, inizialmente ho fatto un po’ fatica a comprendere questo tuo “distacco” con i volontari. Poi, con il passare dei giorni ed il sommarsi dei momenti di riflessione, di frasi sentire, ho capito…
Ho capito che quel Beppe solare, amorevole, disponibile, esiste veramente, ma la vita lo ha un po’ velato…
La frase che più mi ha fatto riflettere, dei pochi momenti di incontro che abbiamo avuto, è stata: “Devi capire che a volte io non so neanche quanti anni abbiano i volontari che arriveranno, e neppure che faccia abbiano…”
Lì mi sono messa nei tuoi panni ed ho capito quanto possa essere difficile accogliere persone nuove che ogni due o tre settimane arrivano qui… e ogni volta senza conoscere quali siano le loro reali motivazioni, la loro voglia di vivere a Chaaria, il loro obiettivo, sperando sempre che arrivi quel volontario spinto dallo stesso entusiasmo e da quella stessa motivazione che ha spinto te!
Ma in realtà a volte le cose non stanno così: alcuni vengono alla ricerca di se stessi; altri solo per aggiungere una esperienza al loro curriculum vitae; altri per sentirsi “salvatori del mondo”, ed altri ancora per una sorta di “vacanza” al fine di staccare dalla monotonia quotidiana.
Infine ci sono quelli che vengono davvero per aiutare, come possono, questa fetta del Terzo Mondo che si trova un po’ nelle condizioni nelle quali erano i nostri nonni da piccoli…
Io non so ancora bene ciò che mi ha spinta a venire qui, ma credo di essere stata spinta un po’, o in gran parte, da egoismo. Egoismo perché ho sempre pensato, ed ora ne ho la conferma, che questa realtà mi avrebbe immensamente arricchito e giovato sotto tutti i punti di vista, ma in particolare sull’aspetto interiore.
Stare qui mi sta permettendo di vedere con occhi diversi e di provare nuove emozioni. Ti confesso che una delle cose meravigliose che sto sperimentando qui è svegliarsi al mattino senza la pesantezza di dover affrontare un’altra giornata lavorativa o di impegni. Qui sto sentendo veramente di svegliarmi per affrontare un giorno di vita in più, un giorno nuovo… e mi sento molto fortunata per avere questa possibilità.
Immagino che per te sia molto più difficile, perché sei costretto ad affrontare  nuovi problemi e difficoltà ogni giorno… ed in questo momento sei circondato da molte persone, ma ti vedo un po’ solo.
Ma la cosa che ti fa onore è che ciò che ti ripaga tanto da poter continuare questa vita di duro lavoro e sacrifici, non sono i complimenti degli altri, ma solo il vedere che ciò che fai veramente può cambiare, migliorare la condizione di queste persone.
[…] Non nego che io stessa a volte avrei avuto la tentazione di imporre il mio modo di fare e di lavorare ad alcune delle persone locali con cui ho collaborato in questi giorni. Ma poi ho capito che, per quanto mi possa sembrare più giusto operare nel mio modo rispetto al loro, devo avere la capacità e l’umiltà di mettermi anche nei loro panni: infermieri, medici, operatori che lavorano, ma soprattutto vivono qui, che ogni giorno si ritrovano a dover accettare la “invasione” di persone sempre nuove e sempre diverse, come modo di fare.
Da qui nasce la mia decisione  di essere qui per portare un po’ di buono che c’è in me, senza la pretesa che venga accettato e condiviso, e senza per questo decidere di eguagliarmi a loro o adottare i loro sistemi.
E’ stato difficile per esempio vedere che il pomeriggio, quando stanno seguendo la terapia farmacologica, se ci sono pazienti a cui fare l’igiene o da cambiare, o altri che hanno bisogno di una assistenza immediata, per gli infermieri locali è praticamente impensabile sospendere la somministrazione dei farmaci per ripulire qualcuno sporco di pipì, o per ascoltare una donna in preda al dolore per una ascite… Ecco, io non posso imporre loro di sospendere una terapia e di seguirmi in questo. E per rispetto alle mie convinzioni, non posso neanche comportarmi come loro; ma posso agire in prima persona. Posso fare io questa cosa che penso sia importante… e sarà l’ASANTE di quel malato a farmi capire che ho fatto la cosa giusta, e chissà, magari, il giorno dopo sarò aiutata anche da uno di loro.

Stella Marina

mercoledì 17 febbraio 2010

Un tramonto che mi parla di Dio

Cammino lento verso la comunita’ dopo una giornata difficile.
Sono ormai le 18.30 e vengo attirato dal cielo, che si e’ fatto rosso fuoco. Ha un colore eccezionale, e mi fa pensare alla mano di Dio. Il sole e’ una palla di fuoco che sta per precipitarsi al di sotto dell’orizzonte; la natura si copre di nero e tutto pare un gioco di ombre cinesi. 
Gli uccelli tessitori fanno un baccano della miseria e si affannano a centinaia attorno ai loro nidi, prima del silenzio della notte. Non so perche’, ma queste meraviglie della natura mi riportano sempre al passaggio del Mar Rosso.
Sulle scale che collegano ospedale e centro Buoni Figli osservo migliaia di ali di insetto. E’ come un tappeto semitrasparente, che ogni giorno spazziamo via ed ogni giorno si riforma. Che strana la creazione, soprattutto dopo una abbondante stagione delle piogge: ci sono miriadi di animaletti volanti, che alla sera popolano l’aria e volteggiano senza stancarsi attorno alla luce elettrica; poi al mattino seguente sono gia’ tutti morti. Essi nascono prima del tramonto, e non riescono neppure a vederne un secondo. La vita e’ veramente un mistero: ci sono creature nate solo per morire; ci sono insetti che non hanno sopravvivenze superiori alle 12 ore. Qualcuno mi dice: “sono esseri svantaggiati nella scala evolutiva”, ma a me piace pensare in un altro modo: non e’ il tempo che conta, ma l’intensita’ con cui vivi.
Anche queste creature sono state pensate da Dio, e la loro esistenza non e’ inutile, come non lo e’ quella del fiore del campo che “al mattino fiorisce, e alla sera e’ falciato e dissecca”.
Guardo ancora il cielo e mi riempio gli occhi per un attimo, prima di ritirarmi in cappella per la preghiera della sera. Sento molto importante pregare. E’ come un motore nascosto, o una sorgente di acqua fresca a cui abbeverarmi.
Ognuno di noi e’ certamente diverso e trova le sue personali motivazioni in cio’ che crede.
Per me la preghiera e’ essenziale. Senza di essa rischierei di fare tutto malamente e di trattare con insofferenza quegli stessi pazienti che sono la mia “stella polare”, la mia vera “ragion di vivere”.

Fr Beppe


martedì 16 febbraio 2010

Pericoli in chirurgia

… E’ il titolo di un libro che mi aveva regalato Enrico, e che spesso riguardo prima di avventurarmi in un intervento difficile.
Aver paura e’ sempre molto utile per un chirurgo tropicale. La chirurgia e’ un mistero. Normalmente in sala sai quando ci entri, ma non puoi mai renderti conto di quando e come ne verrai fuori. Ieri Jesse era malato ed io ero l’unico anestesista sul mercato.
In prima serata e’ arrivata una donna con complicazioni durante un travaglio tentato a casa. Mi sento relativamente tranquillo, perche’ ormai per noi il cesareo e’ un’operazione di routine… ed inoltre al momento abbiamo la presenza di chirurghi.
Faccio la spinale, che mi viene al primo colpo… e cio’ mi pare di buon auspicio.
Il chirurgo arriva quando la malata e’ gia’ anestetizzata. E’ pallido e suda nonostante il condizionatore d’aria: “ho disturbi di stomaco e diarrea, ma penso di riuscire a operare. E’ poi solo un cesareo… dopo, per eventuali chiamate notturne, per favore risparmiami. Domani saro’ in forma se riesco ad avere una notte di riposo”.
Ma le cose non partono per il verso giusto. La donna ha già subito un taglio cesareo anni prima, ed il chirurgo incontra molte aderenze. Quando cerca di liberare i vari piani anatomici, tutto sanguina ferocemente.
Procedendo con il lavoro, purtroppo le cose si complicano ulteriormente: anche l’utero ha infatti preso aderenza con i muscoli addominali, ed e’ un lavoraccio trovare una breccia da cui fare uscire il bambino. E’ tutto così rigido, che pare marmo!
Il chirurgo suda sempre piu’ profusamente, ed un assistente di sala deve continuamente ripulirgli la fronte, per evitare che egli innaffi la ferita operatoria. Il colorito del suo volto diventa sempre piu’ verdognolo, tanto che si fa fatica a distinguere dove finisce la maschera che ha davanti a bocca e naso.
“Ce la fai ad andare avanti?”
“Penso di sì…devo farcela”.
Ma anche l’estrazione del bimbo e’ drammatica. E’ in presentazione podalica; non è molto grosso, ma, dopo aver estratto gran parte del suo corpicino, la testa non vuol saperne di uscire… e’ inchiodata dalle aderenze che non permettono ai muscoli retti di dilatarsi.
Io continuo ad assistere la donna, che, fortunatamente non ha problemi dal punto di vista anestesiologico. Il chirurgo si affanna e tira, finche’, esausto, estrae una femminuccia che pare non aver sofferto durante quegli attimi terribili in cui e’ rimasta come impiccata al corpo della madre.
Ma, come tutti sanno, non c’è limite al peggio … l’utero sanguina ovunque e non c’e’ verso di fermare l’emorragia. Ogni punto dato sembra aprire un nuovo zampillo.
Tutto è poi avvenuto in un attimo… Sto provando la pressione della malata, quando, nonostante l’attutimento dei rumori causato dal fonendoscopio nelle mie orecchie, avverto un tonfo violento sul pavimento. Mi giro di scatto e scorgo il chirurgo a terra semisvenuto.
Silvia che mi aiutava con l’anestesia, e’ già accorsa e gli solleva le gambe. Lui si riprende in fretta, ma chiede di uscire e di andare a sdraiarsi su una barella.
C’e’ un momento di confusione. La donna per fortuna pare non essersi resa conto di nulla. E’ tranquilla e parzialmente assopita.
Chiedo a Silvia di prendersi cura dell’anestesia, mentre mi precipito al lavandino e mi lavo, sottoponendomi alle lunghe abluzioni dei chirurghi, che oggi però riduco ai minimi termini.
Continuare un’operazione iniziata da un altro non e’ mai semplice. In più c’e’ la tensione per l’incidente e per il fatto che l’utero continua a sanguinare.
Chi mi aiuta e’ anch’essa una volontaria e ci conosciamo pochissimo dal punto di vista chirurgico.
Quando si e’ agitati poi le cose vanno anche peggio. L’assistente mette regolarmente le mani dove io vorrei infilare l’ago. Non c’e’ tra noi quell’afflato che normalmente si crea con chi strumenta per me regolarmente, per cui in varie occasioni rischio di infilzarla e di regalarle qualche virus.
La volontaria accenna una domanda che non mi aspettavo, e che va ad incrementare la mia ansia… se mai ce ne fosse stato bisogno: “e se non riuscissi proprio a fermare questo sanguinamento?”
“Meglio non pensarci! Cerchiamo piuttosto di finire questo cesareo perche’ fra un po’ termina anche l’effetto della spinale, e Silvia non puo’ indurre una generale da sola”.
Comunque le cose si appianano poco alla volta. Pur con qualche singhiozzo, e con vari tira-molla sul dove e come dare questo o quel punto, arriviamo alla fine di questo brutto cesareo.
Tra me penso, per una frazione di secondo, che sarebbe un vero disastro se dovesse succedermi di svenire quando sono solo ad operare con Makena e Kathure, di notte. Ma il Signore c’e’, e lo sa che non puo’ permettere che questo accada.
L’esperienza ci ha comunque segnati, anche se tutto e’ finito bene. Prima di tutto ci e’ stato ricordato dagli eventi che non esiste mai un intervento troppo facile, perche’ tutto in sala puo’ complicare.
E poi abbiamo toccato con mano anche la presenza dell’ineluttabile. Chi avrebbe pensato che il chirurgo non sarebbe riuscito a finire l’operazione?
Il pensiero finale, su una situazione di frontiera e di continua emergenza come quella di Chaaria, e’ che sempre dobbiamo dare il meglio di noi stessi; ma, alla fin della fiera, ancora abbiamo bisogno della ininterrotta protezione della potente mano di Dio.

Fr Beppe

lunedì 15 febbraio 2010

La competenza, un dovere morale

Anche a Chaaria, cerchiamo continuamente di studiare e di tenerci aggiornati, perchè crediamo fermamente in quanto Casson scriveva nel 1984. 
Riporto la citazione, che e’ per me fonte di ispirazione e di continuo esame di coscienza:
Immagine 092.jpg“La competenza professionale e’ il primo obbligo morale del medico, poiché egli promette implicitamente al malato di essere capace e di desiderare di guarirlo o almeno di curarlo; ed il malato si attende implicitamente che il medico abbia questa competenza e questa volontà. Se il medico non e’ competente, la sua relazione con il malato comincia con una menzogna; l’atto medico perde la sua autenticità, ed il comportamento del medico e’ peggiore di quello di un ciarlatano. Quest’ultimo infatti non pretende di seguire metodi scientifici, mentre il medico incompetente ammanta la sua ignoranza di scientificità…
L’incompetenza e’ inumana perchè essa tradisce la fiducia del malato nella capacità del medico di aiutarlo senza nuocergli…
Occorre che il ‘sapere’ del medico, ed il suo ‘saper fare’, inteso come competenza specifica, siano idonei alla soluzione dei problemi che gli si presentano. Sotto questo profilo la responsabilità del medico e’ superiore a quella di qualunque altro professionista, in relazione alla gravità della material trattata; l’importanza del ‘problema salute’, e, più in generale, la delicatezza delle questioni nelle quali il medico è costantemente coinvolto, fanno sì che la responsabilità del medico debba fare riferimento diretto alla sfera morale”.

Fr Beppe

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domenica 14 febbraio 2010

Buon Viaggio Fratel Domenico

Caro Fratel Domenico,
ti accompagniamo con la preghiera e con la fraternità in questo tuo viaggio verso una nuova fase della tua vita. Ti siamo tutti vicini e ti assicuriamo il nostro supporto e la nostra simpatia. Ci auguriamo che presto il sorriso possa ritornare sulle tue labbra e Dio ricolmi la tua vita di nuove gioie e doni grandi. Grazie ancora per la tua disponibilità a lasciare la tua Nazione, i tuoi cari e la tua cultura.

I Fratelli e le Suore di Chaaria

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sabato 13 febbraio 2010

Chaaria news

1) La comunita’ ha oggi salutato Fr Dominic Nturibi che domani partira’ alla volta di Nairobi e quindi di Torino. Il Fratello e’ stato chiamato in Italia per un nuovo servizio nella comunita’dei Fratelli in Italia. Lo ringraziamo per la sua disponibilita’ ed il suo buon esempio di obbedienza.
Crediamo che molti volontari lo ricordino bene, anche perche’ spesso li ha aiutati nella traduzione durante la visita medica.

2) Oggi e’ stata una giornata molto intensa in sala operatoria... un sabato che pareva lunedi’. Abbiamo operato molto, ed alla fine della seduta abbiamo registrato l’intervento numero 200. Ci sembra una ottima media, ed un ritmo di lavoro veramente sostenuto.

3) L’affluenza dei pazienti al nostro ospedale e’ altissima in questo periodo dell’anno. La pediatria e’ in condizioni di tracollo: normalmente uniamo due letti e su di essi mettiamo tre mamme con bambino. Anche nel reparto per adulti la situazione non e’ migliore: abbiamo aggiunto letti volanti da tutte le parti, e, nonostante questo, varie volte abbiamo due malati in un letto. Situazione non certo piu’ rosea in maternita’, dove a volte mettiamo tre letti uno a fianco all’altro e sei gravide vi si distendono a lisca di pesce.

4) Domani i volontari di Cagliari si avventureranno in un safari che li portera’ al parco del Samburu. Sempre domani attendiamo anche l’arrivo di Silvia Gerlero (infermiera), e di Ezio (stupendo factotum per ogni tipo di servizio ai malati): sono entrambi pluri-recidivi, alla quarta esperienza a Chaaria. Che bello quando i volontari tornano! Significa che si sono trovati bene con noi.

4) Inaspettatamente stamattina ha piovuto tantissimo, rendendo le strade quasi impraticabili, e trasformando il viaggio del Dr Carbone e famiglia verso Nairobi in una specie di safari-rally... ma sono arrivati a destinazione sani e salvi.

La comunita’ di Chaaria

venerdì 12 febbraio 2010

Le ONLUS aiutano le ONLUS

Dopo una attenta e rigorosa procedura, con l'indispensabile aiuto di Lino Marchisio, l'Associazione Volontari Mission  Hospital Chaaria ha ricevuto l'accreditamento presso il Banco Informatico ONLUS.
Questa organizzazione, attiva in Lombardia, si occupa di recuperare  apparecchiature informatiche e medicali, dismesse dalle Aziende Ospedaliere e Sanitarie, mettendole a disposizione di Onlus che operino nel campo del volontariato. Anche la nostra Associazione, da questo momento, potrà visualizzare sul sito quanto disponibile ed eventualmente chiederlo o prenotarsi in anticipo in attesa che ciò che si desidera si renda disponibile.
Questa iniziativa è di grande importanza perché, spesso, vengono dismessi apparecchi perfettamente funzionanti, ma un poco superati dalla corsa della tecnologia: penso ad elettrocardiografi, endoscopi ottici, saturimetri ed altro, tutti presidi preziosi per un Ospedale come Chaaria.
Ovviamente la nostra ricerca si concentrerà su oggetti non voluminosi né pesanti, visto che sarà probabilmente chiesto ai Volontari di farsi carico del trasporto.
Un aspetto importante da sottolineare è che l'accreditamento è stato possibile in quanto io sono residente in Lombardia (anche se la sede legale dell'Associazione è a Torino).
Questo diventa anche un invito ai Volontari di altre Regioni (Veneto, Sardegna Sicilia ed altro) a verificare se vi siano analoghe iniziative nelle loro Regioni, per cercare di arricchire sempre di più le dotazioni di Chaaria.
Un sentito ringraziamento al Banco Informatico Regione Lombardia ed alla Dott.ssa Maria Fasulo che mi è stata di grande aiuto.
 
Max Albano

Dermatological camp

Abbiamo ricevuto conferma da Mekele (Etiopia) e da Roma che avremo due settimane gratuite di consulenza dermatologica, grazie all’accordo che la Piccola Casa ha stipulato con l’Istituto Nazionale per la salute delle popolazioni migranti ed il contrasto delle malattie della poverta’ di Roma.
Una dermatologa sara’ presente a Chaaria ed alternera’ attivita’ clinica e sessioni formative per il nostro staff. Si pensava di avere una lezione di circa 45 minuti ogni mattina alle 8, prima del grande afflusso della gente.
Abbiamo provveduto ad una campagna di informazione e sensibilizzazione della popolazione, utilizzando come cassa di risonanza prima di tutto i dispensari diocesani, e poi anche varie parrocchie. Speriamo che questa iniziativa possa portare giovamento a tante persone affette da turbe della cute.
La patologia dermatologica su pelle nera e’ normalmente per noi un grave problema: da una parte dobbiamo riconoscere la nostra scarsa conoscenza di questa branca della medicina, e dall’altra c’e’ il fatto che quel poco che abbiamo studiato, lo abbiamo imparato su pelle chiara, ed i quadri clinici sono spesso completamente diversi.
Ancora adesso mi capita di dover chiamare una infermiera keniota per domandarle ad esempio se una certa eruzione potrebbe essere scabbia. Non che non conosca la patologia, ma sulla gente di colore e’ veramente diversa. Non parliamo poi delle malattie esantematiche come il morbillo, che per me sono ancora un mistero da decifrare.
La gente poi sovente viene in ospedale molto tardi; le condizioni morbose sono rese piu’ complesse da sovrapposizioni batteriche ed infezioni varie.
Ci sono anche malattie praticamente sconosciute in Europa, come ad esempio il problema delle pulci penetranti o dell’elefantiasi.
I nostri errori diagnostici sono all’ordine del giorno; per non parlare poi delle terapie, in cui ci sentiamo molto limitati e finiamo per dare del cortisone a tutti.
Ecco perche’ ci auguriamo che il dermatological camp non sia solo un beneficio per i pazienti, ma anche una occasione di formazione per tutti noi.
Ringraziamo sia Padre Aldo Sarotto ed i Superiori della Piccola Casa, che il Prof Aldo Morrone, per aver firmato l’accordo che ha dato il via a questa collaborazione etiopico-keniota.
Un grazie personale e sentito a Beppe Fontanarosa, che ha voluto questa cosa, ed ha battutto il chiodo finche’ e’ stato necessario per farlo entrare nel posto giusto e per smuovere le pedine necessarie. Senza l’entusiasmo e la caparbieta’ di Beppe, io certamente non mi sarei mai sognato di chiedere una cosa tanto impegnativa ad una organizzazione tanto importante come l’INMP.

Fr Beppe



PS: Oggi salutiamo il dott Giorgio Carbone, che e’ stato con noi per due settimane lavorando alacremente. Lo ringraziamo per la grande dedizione.
Il nostro grazie si estende anche alla onlus FOR A SMILE (di cui il dott Carbone e’ stato il messaggero), che ci ha lasciato una generosa offerta da usare per il miglioramento dei servizi della nostra maternita’.

Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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