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Un bimbo al mattino andava sulla spiaggia a ributtare le stelle marine che erano portate in secca dalle onde.

Quando qualcuno lo vide, gli disse che tale lavoro era completamente inutile, perchè egli non sarebbe mai riuscito a ributtare in mare tutte le migliaia di stelle, che si trovavano sul bagnasciuga.

Il bambino con calma guardò la stella che aveva ancora in mano, la buttò in acqua e poi rispose: "per questa stella sicuramente non è stato inutile".

Chiunque abbia voglia di aiutarci in questo intento, fosse anche per salvare una sola stella... non sarà stato invano. Grazie.

Nadia Monari - Infermiera volontaria


Leggi "Chi siamo", "La storia dell'Associazione" e "Le nostre Missioni"

Lettera del Superiore Generale, Fr. Giuseppe Meneghini


mercoledì 31 marzo 2010

L'ambulatorio

La mattinata chirurgica e’ stata molto dura, e mi sento molto affamato. Uscito dalla sala, pieno di caldo e di sudore, vengo pero’ investito da una coda di pazienti “inferociti” che si lamentano perché a loro era stato detto di aspettare con la vescica piena per l’ecografia dell’addome. Molti di loro vengono da Isiolo o da Marsabit, che sono veramente molto lontane, e sono preoccupati di non riuscire a trovare i mezzi pubblici per tornare a casa.
Si impone quindi un nuovo sacrificio: subito dopo pranzo, dimenticandomi la piccola siesta, si comincia l’avventura dell’ambulatorio, cercando di dare il massimo di attenzione ai problemi di ognuno.
Sono spesso problemi complicati, che richiedono tanta attenzione e pazienza. E’ duro soprattutto con le donne che non riescono ad avere bambini. Spesso non è possibile aiutarle, perché i loro problemi sono cronici e praticamente insolubili.
Ma come fare a dirglielo? Qui l’adozione non è accettata, e meno ancora lo è tra le popolazioni del Nord. Il marito normalmente si considera immune da problemi dell’area sessuale, per cui è sempre la donna ad essere ritenuta responsabile di ogni tipo di infertilità.
Se la donna non riesce ad avere bambini, i casi sono due: o diventa una seconda moglie, e deve accettare che il marito abbia un’altra partner da cui avrà figli e che quindi riceverà più attenzioni; o spesso viene mandata via (sembra di essere nel Vecchio Testamento!). Tenendo poi presente le tradizioni locali per cui solo i maschi possono ereditare e la donna deve ricevere il sostentamento dal marito, si comprende come una donna ripudiata per infertilità sia in effetti una persona finita: non avrà speranze di risposarsi e non riceverà né soldi né terra o casa dal marito che l’ha ripudiata.
L’ambulatorio è poi reso ancora più stressante dal continuo arrivo di bambini gravissimi, che sovente giungono a noi quando è troppo tardi. E’ il caso di Joy, che per quattro giorni era stata curata con uno sciroppo antibiotico presso il dispensario del villaggio: alla mamma era stato detto che la bambina aveva la polmonite e che questa era la ragione del suo ansimare. In realtà, quando Joy e’ giunta a Chaaria, aveva una emoglobina di 3 grammi (praticamente il suo sangue era acqua). Era così collassata che non si trovavano vene, per cui con fatica ho incannulato la giugulare: e’ quindi iniziata una corsa contro il tempo. Il suo gruppo era 0 positivo e non avevamo sangue compatibile in ospedale. Abbiamo chiesto alla mamma di donare, ma lei ci disse che era nuovamente incinta. Non rimaneva che scegliere un donatore altrove. Abbiamo chiesto ai volontari, ma nessuno aveva un gruppo compatibile. Siamo quindi stati costretti a ricorrere a Mururu (nostro ricoverato debole mentale) che ha accettato a patto che poi lo portassimo a casa a vedere il suo campo. Abbiamo raccolto il sangue, ma, dopo averlo collegato alla vena di Joy, lei è spirata. Non siamo arrivati in tempo. Ancora una volta la morte è stata più forte. La disperazione della mamma ci attanaglia il cuore, ma non ci si puo’ fermare. Altri pazienti aspettano il nostro aiuto, per cui lasciamo la mamma alle cure di Judith, la quale cerca di consolarla mentre noi riprendiamo la lista dei pazienti ambulatoriali.
Sono le 18.30 quando decido di prendere un caffè. I pazienti sono finiti e forse stassera si puo’ andare a pregare con la comunità.

Fr Beppe

martedì 30 marzo 2010

Troppo tardi

Julia e’ incinta di sette mesi, ma sembra avere una malaria cerebrale. Febbre altissima e stato di coma profondo. E’ anche molto disidratata, anche se non sembra avere diarrea o vomito.
Il torace e’ libero; i battiti cardiaci fetali sono rapidi a causa dell’alta temperatura corporea della madre, ma sono regolari.
Il test della goccia spessa e’ positivo ed iniziamo il chinino insieme al paracetamolo; purtroppo pero’ le sue condizioni generali cambiano rapidamente e Julia accusa prima un respiro stertoroso che poi si arresta rapidamente.
Il tutto avviene in meno di un’ora, lasciandoci senza parole. Julia ci e’ sfuggita di mano prima ancora che ce ne rendessimo conto. Io mi accascio in una profonda depressione, pensando a cosa avrei potuto fare per salvarla. Sono totalmente annebbiato e non riesco a muovermi per almeno cinque minuti; poi mi ritiro nel mio studio a scrivere la cartella.
I minuti passano, mentre io non faccio abbastanza per tirarmi fuori dallo sconforto.
Ad un certo punto un clinical officer mi fa una domanda che mi sferza come una frustata:
“Come mai non hai tirato fuori il bambino, mentre la mamma dava gli ultimi respiri?”
Questa e’ stata l’ennesima bastonata, che Kaberia mi ha dato senza rendersene conto!
“Che stupido che sono stato!”
Il battito cardiaco in effetti era buono, anche se un po’ rapido. L’eta’ gestazionale di sette mesi avrebbe potuto permettere al bambino di sopravvivere, magari passando alcuni mesi in incubatrice.
Mi e’ mancata la lucidita’ necessaria. Ora sono passati gia’ piu’ di 15 minuti, ed il feto e’ sicuramente morto. Lo avessi fatto subito, avrei forse salvato almeno la sua vita.
Mi sento un terribile peso sul cuore, ma ora “e’ inutile piangere sul latte versato”.

Fr Beppe

Lça cicogna...

…vola molto spesso dalle parti di Chaaria, ed anche in questi giorni ha deciso di posarsi su alcuni focolari della nostra grande famiglia.
Un mesetto fa si e’ posta sul caminetto di Kanana, che gia’ aveva una bambina ed ora ne ha una seconda.
Poi e’ stata la volta del nostro laboratorista Mugambi, che e’ diventato papa’ di una bella bimba... la sua secondogenita.
Quindi l’instancabile cicogna si e’ posata sul caminetto del nostro clinical officer Kaberia, che e’ ora diventato papa’: anche la sua primogenita e’ una femminuccia. Lui ha gia’ deciso il nome: si chiamera’ Gatwiri, e quindi il nostro Kaberia d’ora in avanti amera’ essere definito come Baba Gatwiri.
Da ultimo la cicogna ha scelto la casa di Mukindu e Kathure (la nostra dolcissima Mama Sharon): era in turno, come al solito, durante la notte. Sono stato chiamato alle 3 per un raschiamento uterino, e lei mi ha detto che non avrebbe potuto aiutarmi perche’ aveva le contrazioni... E’ quindi passata dal lavoro al lettino della sala parto. Alle 7 di mattina gia’ stringeva al petto il suo maschietto: ora mamma e papa’ sono felicissimi perche’ hanno una bella coppia di figlioletti.
La cicogna anche ora non si tiene lontana da Chaaria, e tutti siamo in attesa del primogenito di Lydia Kathira, a cui auguriamo ogni bene. Non sta lavorando perche’ ha qualche contrazione, ma tutti speriamo che pure la sua casa possa accogliere il dono di una nuova vita sana e robusta. L’attesa per Lydia non sara’ piu’ lunga di 2 settimane.

Fr Beppe

lunedì 29 marzo 2010

Gli abbiamo salvato la vita...

Bonface e’ arrivato domenica pomeriggio da molto lontano. E’ parente di un nostro confratello, ed e’ stato portato qui con la speranza che noi potessimo fare qualcosa per lui.
Ha dolori lancinanti all’addome, ed in prima battuta sembra che si tratti di un’ulcera peptica.
Sono solo a quell’ora della domenica e cerco di fare del mio meglio. Visitandolo mi pare che l’addome sia trattabile e che quindi non ci troviamo di fronte ad una emergenza chirurgica. Ascolto i suoni intestinali appoggiando il fonendoscopio sulla sua pancia, e la peristalsi e’ presente... anche questo e’ un elemento incoraggiante. Faccio un’ecografia, che al momento non mi mostra nulla di particolare.
Instauro una terapia per un’eventuale ulcera, pensando ad una gastroscopia l’indomani mattina.
Passo a rivedere il paziente piu’ volte, soprattutto perche’ e’ sempre ansiogeno per me seguire un parente di un confratello. Le sue condizioni si dimostrano stabili, ma il dolore addominale, soprattutto ai quadranti superiori, rimane lancinante e non accenna assolutamente a diminuire, nonostante tutte le nostre medicine.
Vado a dormire preoccupatissimo, ed al mattino alle 6 gia’ sono nel reparto uomini, con la vaga paura di non trovarlo piu’. In realta’ Bonface e’ presente, ma ora le sue condizioni sono peggiorate: ha la pancia molto distesa e dura, ed e’ assai sofferente.
Rifaccio un’eco urgentemente, ed il quadro e’ totalmente cambiato. C’e’ fluido tra le anse intestinali, e subito penso ad un’ulcera perforata.
In condizioni ordinarie, per casi di questo tipo la mia unica opzione sarebbe di prendere l’ambulanza e di partire per Meru, affidando poi ad altri il mio paziente. 
Oggi pero’ le cose sono diverse! Ci sono i chirurghi siciliani, appena arrivati dall’Italia!
Chiamo subito il dott Di Stefano, e gli presento il caso clinico: lui e’ d’accordo che si tratti di un addome acuto. Vista la storia, pure lui si orienta su un’ulcera perforata.
Paolo, l’anestesista del gruppo, non e’ affatto preoccupato e mi rassicura sul fatto che non avra’ problemi a gestire il malato in sala. Ci mettiamo pochissimo ad iniziare.
Guardo in giro nella mia microscopica “stanza da interventi”, e vedo un sacco di novita’. In un battibaleno Paolo ha montato un infusore automatico di anestetici, un altro marchingegno elettronico che infonde analgesici in pompa, ed un sistema alternativo di ventilazione del paziente, direttamente connesso alla nostra bombola dell’ossigeno.
Paolo e’ un mago nella intubazione, e gestisce l’operando curarizzato con quell’atteggiamento “sans souci”, cosi’ importante per un anestista che deve prima di tutto infondere coraggio e tranquillita’ ai chirurghi... soprattutto quando affrontano situazioni su cui grava l’imponderabile, unito alla solita sfortuna che accompagna tutte le operazioni su amici e conoscenti.
Il Dott Di Stefano e’ calmo e bravissimo. E’ coadiuvato dalla dottoressa Gagliardo, mentre io faccio da terzo. Apriamo strato per strato. Dopo aver inciso la fascia, il peritoneo sporge all’infuori come se fosse sotto pressione. L’operatore lo apre con calma, mentre l’anestesista parla d’altro, sempre per i suoi scopi ansiolitici...credo soprattutto nei miei confronti.
Incisa la lucente parete peritoneale, eccoci di fronte ad una sorpresa: non c’e’ liquido fecaloide, e non c’e’ neppure materiale gastrico tra le anse. Il versamento c’e’, eccome... ma e’ ematico. Sulle anse intestinali sono cosparse delle particlelle biancastre, che somigliano molto al latte cagliato. Il sangue si e’ infiltrato tra le anse e pare provenire da una zona particolare, che ricordo benissimo perche’ all’esame di patologia chirurgica me l’hanno chiesta per due volte, bocciandomi in entrambi i casi. Si tratta della retrocavita’ degli epiploon.
Di Stefano dice quello che io non oso pensare, anche perche’ comincio gia’ a darmi dello scemo per non aver chiesto una amilasi il giorno precedente. Si tratta di una pancreatite acuta necrotico-emorragica. L’operatore analizza anche lo stomaco e le anse intestinali: non ci sono perforazioni.
I chirurghi italiani sono bravissimi. L’ anestesista e’ eccezionale... per cui l’intervento procede con tranquillita’, senza urla, nervosismi o sbagli.
Alla fine di circa due ore e mezza di lavoro, Bonface e’ in camera sua: ha un sondino nasogastrico, un catetere vescicale, quattro drenaggi che gli escono dalla pancia e attraverso cui facciamo dei lavaggi continui con fisiologica. La pompa continua il suo bip-bip, ed infonde al malato la quantita’ giusta di antidolorifici per farlo stare tranquillo.
Che fortuna per Bonface e per la sua famiglia. La rottura del pancreas e’ avvenuta quando gia’ era ricoverato... e soprattutto nel periodo in cui abbiamo un ottimo team chirurgico. E’ proprio vero che la sopravvivenza a volte dipende da una buona dose di fortuna.
Ringrazio Dio per queste “congetture astrali” che ci hanno permesso un’operazione impensabile ventiquattr’ore prima, e voglio dire al mio confratello, se mai leggesse il blog, che ci prenderemo la massima cura di suo cugino.

Fr Beppe

domenica 28 marzo 2010

Noticias de Tachina

- RINGRAZIAMO RICONOSCENTI I VOLONTARI EDARDO, JOSÈ, CARLOS, JUAN E DIEGO CHE IN DUE TURNI HANNO COPERTO IL SERVIZIO DAL 3 AL 20 FEBBRAIO. COME SEMPRE CI HANNO DONATO LA LORO SIMPATIA E GLI OSPITI HANNO GUSTATO LA LORO SINCERA AMICIZIA.
- PAOLO E LAURA, VOLONTARI DALLE NOSTRE SUORE DI MANTA, SONO VENUTI FRA NOI DAL 22 AL 26 FEBBRAIO. LI RINGARZIAMO DI CUORE PER I GIORNI PASSATI QUI A TACHINA TRA NOI. ASSIEME  AGLI ANZIANI E I COLLABORATORI LI ASPETTIAMO ANCORA.
- IL 18 MARZO È ARRIVATO FRATEL LUCIANO.¡ BIENVENIDO QUERIDO HERMANO!  FRATEL LUCIANO GIÀ CONOSCE L’ASILO ESSENDO STATO QUI TRE MESI L’ANNO PASSATO PER SOSTITUIRE FRATEL MAURIZIO DURANTE LE SUE VACANZE IN ITALIA. SIAMO CERTI CHE SI TROVERÀ BENE FRA NOI E GLI AUGURIAMO UN BUON INIZIO NEL SERVIZIO E NELLA NUOVA COMUNITÀ CHE COSÌ DA DUE PASSA A TRE FRATELLI.
- NEL MESE DI MARZO ABBIAMO USUFRUITO DELL’AIUTO DEGLI STUDENTI JARITZA, GENESIS E JAMIL DEL “SAGRADO CORAZÒN”, CHE TUTTI I POMERIGGI HANNO PORTATO AVANTI UN INTENSO PROGRAMMA DI FISIOTERAPIA. HANNO PROMESSO CHE DOPO LE FESTE PASQUALI RITORNERANNO PER ALMENO ALTRE TRE SETTIMANE.
- PER MOTIVI DI SALUTE IL PARROCO DI TACHINA, DON PIERO, CHE I VOLONTARI PASSATI DI QUA BEN CONOSCONO PER ESSERE ANADATI CON LUI NELLE VARIE CAPPELLE, HA DOVUTO LASCIARE LA MISSIONE ED È RIENTRATO NELLA SUA DIOCESI DI PORDENONE. ASSICURIAMO UN NOSTRO SINCERO RICORDO AL SIGNORE PER UNA PRONTA GUARIGIONE E UN BUON PROSEGUIMENTO ANCHE IN ITALIA DELLA SUA ATTIVITÀ PASTORALE. A NOME DEI VOLONTARI PASSATI ALL’ASILO LO RINGRAZIAMO DELLE “USCITE POMERIDIANE” NEI VILLAGGI SEMPRE MOLTO APPREZZATE E DELLA SUA SINCERA AMICIZIA CON TUTTI.
- DA DIVERSI GIORNI IL NOSTRO INTERNET FUNZIONA SOLO DI NOTTE E… A SINGHIOZZO. I TECNICI DELL’ANDINATEL MI HANNO SPIEGATO CHE IL PROBLEMA È GENERALIZZATO ED È CAUSATO DA UN SOVRACARICAMENTO DELLE LINEE. HNNO ASSICURATO CHE CERCARANNO DI SOLUZIONARE L’INCONVENIENTE AL PIÙ PRESTO (CHE DA QUESTE PARTI VUOL DIRE ANCHE…QUALCHE MESE!!!). CI SCUSIAMO QUINDI SE NON RIUSCIAMO A RISPONSERE A TUTTI TEMPESTIVAMENTE E DEL RITARDO NEL DARVI NOTIZIE DA TACHINA.
- A TUTTI VOI E AI VOSTRI CARI UN SICERO AUGURIO DI BUONA PASQUA ACCOMPAGNATO DA UN FRATERNO RICORDO AL SIGNORE RISORTO E ANCORA VIVO TRA NOI.

I FRATELLI DI TACHINA MAURIZIO, PIETRO E LUCIANO

Lucyline

Ha lavorato da noi pochi mesi e sembrava nel fiore della salute. Alta e forte, era addetta alle pulizie del dispensario. Trentacinquenne e madre di una bambina ancor piccola, aveva richiesto di lavorare con noi per arrontondare le entrate della famiglia che faceva fatica ad andare avanti. Le avevamo proposto una sostituzione di vari mesi per una nostra dipendente che avrebbe dovuto passare l’intera gravidanza a letto.
Verso lo scadere del suo periodo di lavoro, Lucyline ha cominciato ad accusare vaghi dolori e bruciori alla parte superiore dell’addome, insieme a sensazione di ripienezza anche a digiuno.
Le abbiamo fatto una ecografia, per escludere una pancreatite o una patologia delle vie biliari: era tutto negativo. Anche gli esami epatici erano nella norma, ed il parassitologico delle feci negativo.
I gastroenterologi presenti dall’Italia le hanno quindi praticato una gastroscopia e hanno diagnosticato un’ulcera peptica cronicizzata, con segni di gastrite associata.
Lucyline ha iniziato la terapia, ma con poco giovamento.
Con grande sorpresa poi, me la sono trovata in ospedale due settimane dopo, verso mezzanotte, con un addome cosi’ disteso da sembrare una gravidanza a termine, con gionfiore alle gambe e con segni evidenti di difficolta’ respiratoria.
Visitandola, mi sono accorto che quella pancia doveva essere piena di fluido. Ho rifatto un’eco.
“Magari ha una cirrosi epatica, o una insufficienza renale”, penso tra me.
Ma lo “scan” mi confonde ancora di piu’: fegato e reni sono normali, e tutti gli organi esaminati mi paiono nella norma, incluse le ovaie. L’unica differenza dall’esame ultrasonografico precedente e’ la massiccia presenza di acqua (chiamata in medicina ascite): ce n’e’ cosi’ tanta da provocare una compressione sul diaframma e non permettere a Lucyline di respirare bene. Lei ha anche febbre alta.
Faccio un piccolo prelievo con siringa per essere sicuro che non si tratti di sangue... nel qual caso penseremmo ad una gravidanza extrauterina, e dovremmo correre in sala operatoria. Il materiale che recupero e’ giallo citrino, con vaghe sfumature al verdastro: non e’ sangue, e quindi non mi trovo di fronte a quello che temevo. Non pare neppure fecale, e percio’ non ritengo possa trattarsi di una perforazione intestinale. E’ comunque cosi’ giallo da farmi pensare che possa trattarsi di una forma infettiva: peritonite non credo, in quanto ci sono sia i movimenti che i suoni intestinali, e la pancia non ha la resistenza lignea di quella patologia.
Sveglio il laboratorista e faccio partire qualche esame urgente: la VES impressiona in quanto e’ di 85, ma i globuli bianchi all’emocromo sono sostanzialmente inalterati. “Bianchi” normali, insieme all’assenza di segni clinici, distolgono il mio pensiero per esempio da una appendicite che si sia gia’ perforata.
Nei meandri della mente penso che potrebbe trattarsi di tubercolosi intestinale; ma prima di sottoporre la malata a sei mesi di pesante terapia antibiotica, ne voglio essere sicuro.
Per ora la “copro” con del Rocefin, e le do dei diuretici. Gli elettroliti infatti sono nella norma, e me lo permettono!
Trattandosi di una persona che noi conosciamo, decido di fare tutti gli esami possibili. So che a volte anche i tumori maligni esordiscono in questo modo bizzarro.
Il mattino seguente, prima di orientarci eventualmente ad una TAC, preleviamo circa due litri di materiale ascitico, e lo inviamo a Nairobi per eseme batteriologico (ricercando soprattutto il bacillo della TBC) e citologico (sospettando qualche forma maligna di cui non conosciamo l’origine).
Il colleghi della Capitale capiscono che si tratta di un caso molto urgente, e ci danno la risposta in quattro giorni: non c’e’ crescita di micobatteri della tubercolosi, ma purtroppo nel liquido vengono trovate cellule tomorali maligne, di partenza quasi certamente gastrica.
Si tratta dunque di una carcinosi peritoneale (cioe’ di estese metastasi alla cavita’ addominale), ed ormail il tumore e’ totalmente fuori controllo.
Che disfatta per noi... e che sfortuna per Lucyline.
Non ha avuto mal di stomaco per piu’ di due settimane, ed ora il cancro ha gia’ dato metastasi generalizzate.
Purtroppo poi, sappiamo che, pur volendo fare della chemioterapia, i risultati su tale tipo di neoplasia sono assolutamente deludenti.
Ne ho parlato con i parenti che, dopo lunga consultazione, decidono di non sottoporla a tale “croce”, molto probabilmente incapace di prolungarle la vita e certamente assai pesante per la qualita’ della sua esistenza negli ultimi anni che il Signore le concedera’.
Che mistero la sofferenza?
E’ inutile chiedersi “perche’”, in quanto non si troverebbero risposte.
Oggi Lucyline sta meglio, grazie soprattutto ai diuretici... e vuole andare a casa. I familiari mi chiedono di non dirle nulla della diagnosi, ed essa e’ euforica perche’ l’acqua nella pancia si e’ ridotta moltissimo. Le do il foglio di dimissione con un nodo alla gola, mentre le raccomando di salutarmi la sua bambina. Sono sicuro che la rivedro’ prestissimo, magari emaciata e nuovamente con il pancione.
La sua storia mi ha depresso profondamente, e di nuovo mi ha posto brutalmente di fronte all’ineluttabile.
Domande del tipo: “come fa Dio a permettere certe cose?”, fanno capolino nel mio subconscio... ma mi sforzo di non imbucare questa strada che non mi porterebbe da nessuna parte, se non ad un maggior disagio emotivo. Nella fede tento di ripetere a me stesso che “le Sue vie, non sono le nostre vie”, e che “Dio non turba mai la gioia dei Suoi figli, se non per darne loro una piu’ grande e piu’ certa”.

Fr Beppe Gaido

sabato 27 marzo 2010

Ricordo di un bel momento

Ancora grazie a tutti i volontari che sono passati ed hanno offerto un sorriso per Chaaria. Non potremo dimenticare la sera in cui abbiamo cantato in italiano, sardo e tedesco. 
E' stato un momento tonificante dopo tanta fatica.
 
La comunita' di Chaaria



Qualche successo nella nostra lotta contro l'AIDS

Il due grafici presentati qui di seguito si riferiscono alla percentuale dei pazienti HIV positivi, nel nostro ospedale.
I dati sono desunti dal laboratorio, e quindi esprimono la percentuale di positivita’ sul totale dei test HIV effettuati. Molti dei test sono eseguiti su donatori: il fatto che dal 2002 il numero totale dei test sia anche diminuito riflette il fatto che, seppur saltuariamente, riceviamo sangue dalla Banca aperta dal governo a Embu.
Paragonando il 2002 (quando per la prima volta abbiamo attivato un registro, a motivo del progetto ESTHER con l’Amedeo di Savoia di Torino) ed il 2009, possiamo notare una riduzione significativa della percentuale di positivita’, che in qualche modo ci incoraggia a credere che qualche risultato lo stiamo ottenendo anche nel campo della prevenzione.

Fr Beppe Gaido 





venerdì 26 marzo 2010

Articolo scritto dalla volontaria giornalista reporter Marzia Gandini


Tutto comincia una sera al ristorante, tra le risa e i discorsi frenetici del fine settimana di noi amici trentenni impegnati soprattutto a scrollarci di dosso i giorni passati tra le carte dei nostri lavori di avvocati, architetti, giornalisti. Anna, che invece è dentista un po’ per eredità paterna un po’ per caso, se ne esce con la notizia che sta pensando di andare per tre settimane in Kenya, in un ospedale del Cottolengo di Torino, come volontaria. Parole su altre parole, nessuno ci fa troppo caso, anche perché conosciamo Anna e sappiamo che non può vivere per tutto quel tempo lontano dal suo guardaroba siderale e da un cocktail come si deve.
Io però torno a casa e continuo a pensare alla storia dell’ospedale di Chaaria, proprio sull’Equatore a pochi chilometri dal Monte Kenya, ai medici, ai dentisti e agli infermieri, soprattutto di Torino, che vanno e vengono per dare una mano a fratel Beppe, il chirurgo dell’ordine del Cottolengo che dirige questo posto dove si soccorre e si cura chi arriva dalle strade di terra rossa e fango delle campagne poverissime della Meru Region. Ci penso perché sono stufa di commuovermi e provare rabbia davanti ai telegiornali e alle mille trasmissioni di approfondimento che mi guardo a ripetizione per interpretare al meglio il mio ruolo di giornalista informata e consapevole. Voglio vedere com’è. E poi sono anni che dico e sento dire di come sarebbe bello e utile fare un’esperienza di volontariato internazionale.
Un mese più tardi Anna ed io siamo sulla strada che da Nairobi sale verso gli altipiani centrali, aggrappate ai nostri zaini che schizzano da tutte le parti per le buche e i salti che fratel Lorenzo, con una maestria acquisita in tredici anni di servizio sul luogo, affronta senza timore e senza pietà. Drogate nostro malgrado di reality show televisivi, educate all’ironia dai mille improbabili viaggi collezionati nel tempo, iniziamo senza nemmeno concordarlo un gioco in cui le otto ore di viaggio sono la prova del giorno e il trauma cranico che mi sono appena provocata decollando verso il soffitto del fuoristrada solo un altro motivo per farsi due risate. D’altronde abbiamo riso tanto anche il giorno prima, quando causa un errore di comunicazione siamo rimaste dalle dieci di sera alle tre e mezza di mattina appollaiate sui nostri inseparabili cento chili di bagaglio (attrezzature, medicine) all’aeroporto Jomo Keniatta, piacevolmente sorprese nel constatare che nessuno in fondo voleva davvero rapinarci. La prova è dura, e riserva ancora qualche sorpresa (venti chilometri di sterrato zuppo e intervallato da voragini di cui non si intuisce il limite dividono Chaaria dall’ultimo centro abitato degno di questo nome che attraversiamo, Meru) ma la superiamo e accolte dai fratelli della missione, Beppe, Maurizio, Giovanni, Ludovico, veniamo infine liberate dei valigioni, rifocillate e spedite a dormire. Percorro con Anna le poche decine di metri che separano la casa della missione dall’ospedale, preparandomi ad affrontare tutti i fantasmi, le paure, gli interrogativi cui io, piuttosto incline a svenire quando vedo la pubblicità di una siringa in Tv, sto per dare una risposta. È domenica mattina, l’ospedale si occupa soprattutto dei pazienti già ricoverati e delle urgenze e io vengo subito intercettata da fratel Lorenzo, che mi chiede se me la sento di seguirlo nella parte riservata ai “Buoni figli”. Come inizio è piuttosto duro e mi trovo davanti al mio terrore, alla mia meschinità, alla mia rabbia tutto d’un colpo. Loro sono tanti, ognuno con una storia e una condanna diversa, fisica e mentale insieme di solito, nel peggiore dei casi solo fisica e molto grave, tutti abbandonati dalle loro famiglie perché considerati un dispetto del malocchio. È l’ora del pranzo, gli inservienti preparano la stanza e portano i ragazzi uno a uno verso i tavoli, sulle loro sedie a rotelle. Sono urla e risa inconsapevoli e colpi sordi di pugni nei piatti e io caccio indietro la voglia di girare sui tacchi e scappare, anche se non posso troppo mentire con me stessa, le sensazioni che provo non sono di pietà umana, di amore o di gioia di rendermi utile. Faccio ciò che è necessario – imboccare uno dei ragazzi più “facili” mi dicono – e lo faccio con dolcezza e con cura, ma non mi inganno, più che di dolcezza e cura si tratta di circospezione e imbarazzo. Da fuori sono fredda e molto composta, ma a ogni cucchiaio di minestra mi trovo davanti alla mia angoscia, alla mia inadeguatezza e anche a una lieve impressione di schifo che non mi abbandona. È difficile ammetterlo, ma non c’è niente da fare, non riesco a farmi pervadere dall'accettazione della Divina Provvidenza che sembra giustificare ogni situazione e a trovare questo mio compito gratificante o almeno giusto. Più che altro mi osservo con interesse scientifico, antropologico, e assisto alla mia capacità di reagire comunque, di rimboccarmi le maniche, non dar retta al mio istinto e portare a termine il servizio.
Uscendo mi chiedo se sono io il mostro. Io che non provo pietà ma più che altro rabbia, non trasporto umano ma un fastidio difficile da scacciare. Nessun mostro mi dico, solo inesorabile appartenenza allo stesso genere che quei ragazzi li ha abbandonati, che li guarda da lontano, qui in Africa ma anche nella civile Europa, che non perde occasione per abbattere barriere architettoniche e pronunciare frasi politicamente corrette ma non riesce a scrollarsi di dosso la sensazione di disagio che prova quando è messa di fronte a questo genere di realtà. Sono molto dura con me stessa, molto spietata e non posso dimenticare che ci sono generi di persone diverse, che con amore assistono disabili, che avendone uno in famiglia lo amano e curano con infinita dolcezza. Ma io, e forse è una facile giustificazione, una difesa di persona sana e arrogante, non ci riesco e tutto ciò che provo è rabbia, rifiuto di chi mi dice che è un miracolo di Dio che questi ragazzi possano vivere qui, assistiti e curati. O forse c’è una via di mezzo, e tutti abbiamo gli stessi umani pensieri, ai quali reagiamo in modo diverso. Intanto io sono qui, a faccio quello che devo fare, venendo a patti con la mia vigliaccheria.
Terra rosso intenso e natura strabordante, quasi eccessiva nella sua esuberanza di verde acceso e foglie giganti. È da qui che vengono i pazienti dell’ospedale di Chaaria, da qui e da trenta, quaranta chilometri di distanza a piedi. Camminiamo nel pomeriggio in questo scenario corroborante di natura sana, di terra fertile, di sole benevolo e di gente povera, malata, nullatenente. Facciamo chilometri anche noi, incontrando qua e là minuscole case di fango inghiottite dalla vegetazione, dove non c’è acqua, né elettricità né commercio e dove tutto è lontano, anche il fiume, dove tra una persona e un qualunque servizio c’è solo l’ostacolo spesso insormontabile della fatica fisica. Non si muore di fame, ognuno ha il suo piccolo campo, la sua pianta di banane. Le persone qui possono morire perché non bollono l’acqua. Non lo fanno perché non hanno la legna. Per raccoglierla bisogna fare chilometri, e distrutte dalla malaria, o solo da una ferita alla gamba mai curata, qualche volta non ce la fanno a camminare. E se ce la fanno, quella poca che raccolgono serve per cucinare il miglio o i fagioli. Oppure si muore perché spesso l’unico posto vicino dove ricevere cure è un piccolo dispensario, dove le mamme vedono somministrare ai loro bambini pieni di tosse e affanno respiratorio sciroppi e pasticche di cui non sanno. Tornano a casa, aspettano ancora qualche giorno che la medicina faccia effetto e quando il bambino non respira quasi più, lo portano in ospedale, da fratel Beppe.
«Spesso ai dispensari danno succo di frutta e acqua racconta lui con un sorriso rassegnato spacciandolo
per sciroppo, oppure dosi decimate di farmaci. Le madri aspettano, perché hanno visto il camice  bianco dell’addetto al dispensario e sono sicure che il bambino guarisca. Poi dopo giorni vengono qui, con il bambino in coma da malaria, che non respira quasi più e noi facciamo quello che è possibile».
Fratel Beppe è l’unico medico qui all’ospedale di Chaaria. È arrivato da Torino nel 1998, dopo due anni in Bosnia durante la guerra e la specializzazione in malattie tropicali a Londra, quando qui c’era solo la parte dedicata ai Buoni Figli e una farmacia aperta al pubblico. In sei anni ha portato la struttura a regime e oggi è in grado di dare assistenza a 75mila pazienti l’anno, con cure di pronto soccorso, analisi di laboratorio, visite ecografiche, operazioni di chirurgia ginecologica, oncologica, ortopedica, d’urgenza, assistenza dentistica, cura e degenza per malati di malaria, di HIV e malattie infettive in generale. La sua vita guardata dall’esterno sembra un inferno senza fine, ma lui non se ne accorge. Questa sera è domenica e lui va a dormire – come ogni notte con un occhio solo perché in ogni momento può essere svegliato per un’urgenza – sapendo che la mattina dopo ci sarà da cucire più del solito, in uno stillicidio di feriti da armi da taglio, risultato delle risse tra ubriachi delle notti di “festa” del fine settimana.
Alle sette e mezza della mattina io sono dai Buoni Figli per la colazione. Ci so fare già un po’ di più, ma non mi sento né migliore né utile né in pace con me stessa, tutt’altro. Dopo la colazione, come ieri, lavo i piatti e mi accorgo di essere guardata male. Ci metto poco a capire che i piatti si lavano a turno, e che sono il compito più ambito, perché gli altri sono portare i ragazzi al bagno, lavarli, rifare le loro stanze. Io sono nuova e non so nulla, oppure faccio finta di non accorgermene e lavo i piatti lo stesso, senza chiedere spiegazioni quando assisto a una discussione accesa in dialetto kimeru tra due delle inservienti, una di loro probabilmente salterà il suo turno di lavare i piatti per colpa mia. Mi ero preparata a molte cose prima di venire qui, a soffrire, a non farcela, a provare orrore. Non mi ero preparata a scoprire i miei lati peggiori o almeno troppo umani, a trovarmi di fronte alle piccolezze dell’animo, agli escamotage di sopravvivenza, guardati fino ad allora con severità e invece tutti lì in fila dentro di me. Intanto ho finito e la ragazza kimeru che sta pulendo i tavoli mi dice in inglese di scopare per terra e poi lavare. Eseguo ma alla terza volta che passa sul pavimento appena lavato sporcandolo di nuovo desisto, anche perché sono le nove e devo andare in ospedale. Lei mi guarda un po’ divertita e mi dice che c’è ancora da lavare dentro gli armadietti sotto i lavandini (ragnatele decennali mi dicono che è cosa riservata a me sola, una piccola vendetta). Lo faccio.
Poi di nuovo lei mi guarda e mi dice che il pavimento non è lavato bene, osservando con poca approvazione tutte quelle orme inequivocabilmente sue. Io sorrido sinceramente, un po’ rincuorata dal male comune di essere tutti molto umani e lo faccio. Quando lei ripassa di nuovo sul bagnato, sfodero il mio più umano sorriso, le piazzo lo straccio in mano e me ne vado.
Trovo Nadia, infermiera di Roma arrivata con noi da Nairobi, alle prese con una fila interminabile di persone in attesa di essere medicate. Fratel Beppe mi ha chiesto di darle una mano se me la fossi sentita e io, un bel respiro e una buona scorta della mia ironia, infilo guanti e mascherina e mi metto a disposizione.
L’ironia mi serve per sdrammatizzare con Nadia una situazione che credo di non essere pronta ad affrontare e lei gentile sta al gioco, senza nulla togliere alla cura con cui svolge le bende, e indicandomi di volta in volta ciò di cui ha bisogno, rifà le medicazioni ai pazienti. Io non devo aspettare più di cinque minuti per capire che siamo preparati di natura a far fronte a molte situazioni che di norma riteniamo inaccettabili, e al secondo paziente, una bambina di circa un anno con metà della testa ustionata, divento un pezzo di ghiaccio decisamente efficiente, insensibile sia al pianto della piccola che allo sguardo assente della madre. Nei ritagli di tempo tra un'ondata di pazienti e l'altra cerco di seguire le tappe della giornata di fratel Beppe, impresa non facile perché lui, mosso senza alcun dubbio da una "forza superiore" a me sconosciuta, passa da un'ecografia, a un parto cesareo, a un giro di visite nelle camerate alla constatazione di un decesso nello spazio di un paio d'ore.
Insieme a lui fratel Maurizio uno dei due clinical officers dell'ospedale (figura intermedia tra infermiere e medico) una ventina di infermieri e altrettanti inservienti, tutti assunti tra la gente del villaggio di Chaaria, fanno funzionare questa clinica svizzera in mezzo al nulla, dove si può avere una cura dentistica o un'analisi di laboratorio per una cifra di 35 volte inferiore a quella di un ospedale pubblico keniota. Nessuna delle persone che ogni giorno affollano le panche della sala d'attesa, che in alcuni casi si spostano per centinaia di chilometri, dalle regioni del nord, dal lago Turkana, dall'Etiopia per venire qui, potrebbe permettersi un'ecografia a 3500 scellini (l’equivalente di uno stipendio mensile medio, circa 40 euro) e fratel Beppe, sostenuto dalla casa madre del Cottolengo di Torino, fa di tutto per mantenere il costo di questo esame a 100 scellini: "E' un prezzo quasi simbolico per noi, ma per loro è già pesante così. Non attuiamo una politica di assistenza gratuita perché sarebbe impossibile da gestire, oltre che poco gradita dalle istituzioni locali. Però in questo modo, nel giro di sei anni, le persone della zona si sono abituate ad andare in ospedale a farsi vedere, curare, ad avere un'alternativa ai dispensari improvvisati, o al parto in casa, su un pavimento di terra lontano da tutto".
Già, il parto. All'inizio non ci faccio caso, presa come sono dalla costruzione di difese mentali nei confronti di ciò che mi circonda, ma al terzo giorno, durante il giro con fratel Beppe tra i reparti di degenza, ho come un risveglio di soprassalto. Ma qui ci sono solo mamme con bambini, appena nati, di qualche mese, al massimo un anno. Presa dalla questione faccio un giro veloce per tutto il comprensorio della struttura e le vedo. La camicia da notte blu dell'ospedale, i bambini vestiti di rosa in braccio o sulla schiena, le facce rilassate di chi si gode un posto pulito, fresco, all'ombra di una pianta dove chiacchierare con le altre mamme. A pochi passi c'è la camerata, e si sentono voci di donne e versi di bambini. Mi sposto ancora, tornando verso il cuore dell'ospedale e mi trovo davanti a una panca interminabile di altre camicie da notte blu e altri vestitini rosa, tutti in attesa della terapia quotidiana. Proseguo ed entro nella stanza dove ogni mattina, alle nove, le mamme lavano i bambini appena nati, e ne trovo quattro, tutte in fila, tutte intente negli stessi movimenti.
Poco dopo, nella stessa sala, una donna di 24 anni, dopo quattro aborti spontanei, partorirà il suo primo
figlio, un maschio di tre chili e cento, tra urla di dolore e di gioia, per essere diventata finalmente mamma, grazie a un cerchiaggio uterino, e anche perché non avere figli qui è una maledizione, un'esclusiva colpa della donna. Unico rimedio di solito, essere cacciata di casa e finire per strada.
Ripenso al giorno prima, quando fratel Beppe mi chiama e mi fa: "Vuoi assistere a un raschiamento?" Io dico "va bene", infilo camice e mascherina e, sempre nella stessa sala, di fianco allo studio dentistico, seguo le sue indicazioni su dove stare, su cosa succede. Lui mi spiega che questa donna è al suo terzo aborto spontaneo, che non ha figli e che difficilmente riuscirà mai a portare a termine una gravidanza. Io non riesco ad ascoltare tutte le sue parole perché ho già dei grossi problemi a dar retta ai miei occhi, che non sono proprio preparati a ciò che vedono. Appena ha finito, sento una sorta di formicolio alla testa, mi fiondo nello studio di Anna, piombo su uno sgabello e inizio a grondare, capendo che sto per svenire e continuando a ripetermi che non posso, che devo respirare, che l'ultima cosa di cui c'è bisogno qui è di una persona in più da assistere su un lettino. Anna mi guarda perplessa, parlandomi tra un paziente e l'altro, io mi riprendo e le dico che, non importa cosa faccia per guadagnare punti, la prova del giorno l'ho vinta io.
Oggi sono decisamente più lucida e mi ricordo di ciò che Beppe mi ha detto durante l'intervento il giorno prima, che nessun uomo contempla la possibilità di essere lui la causa dell'infertilità, che una donna senza figli è considerata una maledizione del destino, che peggio ancora, se ha abortito e ha visto o toccato il feto morto, sarà creduta sterile per sempre. Una conferma che ho la sera stessa, quando, come accade quasi tutte le sere, fratel Beppe va nella casetta di legno che ospita l'obitorio, prende in braccio l'involto di un bambino morto durante il giorno e si dirige verso il cimitero della missione. "E' un problema che cerchiamo di risolvere con il massimo dell'umanità”, mi spiega. “I genitori non vogliono nemmeno vedere il corpo del loro figlio morto, se ne vanno, lo lasciano qui. Non possiamo permetterci delle bare e quindi li avvolgiamo ermeticamente in teli cerati". Seguo al buio la traccia della pila con cui fratel Francisco, un giovane novizio, illumina il sentiero. Sono e mi sento inopportuna con le mie macchine fotografiche al collo e i flash che per forza dovrò usare. Beppe ha ancora quel volto rassegnato ma gentile e dice a Francisco, keniota e poco propenso a capire il senso di documentare un simile momento: "It's for the dollars, Francisco, to keep the prices low". The dollars, quelli delle donazioni, sono una parte importante del sostentamento dell'ospedale e farlo conoscere sui giornali è uno dei modi per ottenerne. Arriviamo al cimitero, fratel Beppe con il bambino in braccio, Francisco che apre l'imboccatura della fossa, chiusa da spesse assi. Io sono imbarazzata, sparo due flash e mi fermo quando Beppe sta per lasciare andare il bambino. Non c'è altro modo, è una fossa comune scavata da poco e il bambino cade giù per metri con un tonfo sordo sulla poca terra che protegge il corpo sepolto prima di lui. Un po' di terra per coprirlo, una preghiera breve, lo sguardo per un attimo stanco, e fratel Beppe mi fa cenno di tornare. Si preoccupa che tutto questo mi sembri disumano, io lo rassicuro dicendogli che è quanto di più umano e amorevole abbia visto in materia di morti. Gli chiedo come fa a non crollare, a non sentire il dolore, la fatica. Lui mi dice che è più dura quando un bambino lo ha avuto in ospedale per tanto tempo, mi racconta di una bambina che era rimasta lì per mesi e che aveva iniziato a chiamarlo papà. Poi era morta, e lui l'aveva sepolta così, con il dolore per la sua vita finita e perché chissà se qualcun altro ancora lo avrebbe chiamato papà.
Per riprendermi accompagno Beppe nel giro serale in camerata, e guardo a lungo le decine di mamme addormentate con i loro bambini a fianco. Ora mi è tutto molto più chiaro. La Piccola Casa della Divina Provvidenza di Chaaria non è un ospedale di sole mamme, è un ospedale africano, e in Africa tutte le donne o quasi hanno dei bambini, di solito sempre uno molto piccolo, perché la maggior parte, che lo voglia o no, rimane spesso incinta. Quindi se sono malate, in ospedale bisogna ricoverare anche il bambino, che non può stare a casa senza di lei (che spesso è sola, senza marito o genitori). Oppure è il bambino a stare male, e allora anche la madre viene ricoverata, oppure si tratta di donne che devono partorire o stanno per farlo. Il novanta per cento delle persone qui è composto da donne e la percentuale di queste che hanno per un motivo o l'altro un bambino al seguito, è poco più bassa. Gli uomini vanno poco in ospedale, per i motivi più vari, ma soprattutto per il totale fatalismo di chi non vuole sapere di essere malato e lo ignora finché può, e ogni angolo dell'ospedale di Chaaria è una sfida a tutte le eventuali teorie sulla procreazione responsabile.
Qui nelle campagne del Meru si nasce, di continuo, nonostante tutto, nonostante tre persone su dieci siano sieropositive, nonostante la malaria, nonostante le epidemie di colera, nonostante la mancanza di scuole. Si nasce perché la vita, come la natura intorno, è strabordante, prepotente, inarrestabile, e se ne frega degli standard di giudizio del primo mondo. E allora meglio nascere a Chaaria, a testa alta, tra le braccia delle mamme vestite di blu che sembrano un esercito di visi sereni, quasi spavaldi, forse fieri di avere qualcuno che si prende cura di loro, di avere un posto pulito dove andare, un po' frenetico, spesso caotico ma dove se capita qualcosa fratel Beppe ti tira fuori col cesareo, ti rianima, ti mette per un po' nell'incubatrice, ti dà un benvenuto frettoloso e sorridente e se ne va a ricucire la testa dell'ennesimo ragazzo aggredito da qualcuno nella notte a colpi di macete…


Grazie agli amici sardi

La data della loro partenza avrebbe dovuto essere domani, ma la stagione delle piogge normalmente porta una certa ansia, quando si avvicina l’ora della partenza. Il sole oggi splende nel cielo, ma chi puo’ essere sicuro di quello che capitera’ durante la notte?
E’ troppo vivo nella loro mente il ricordo di quanto e’ successo sabato scorso, quando, tentando di raggiungere Camp Garba con un matatu, si sono ritrovati fuori strada dopo appena 3 chilometri, e non hanno potuto proseguire a causa del terribile acquazzone.
Vivida e’ anche la memoria del safari al parco del Samburu: doveva iniziare prima dell’alba alle 5, ma poi la loro auto si e’ impantanata nel fango piu’ volte. Dopo momenti di speranza ed altri di delusione, sono riusciti a partire alle 10 di mattina, ed ancora hanno spinto il pulmino in vari punti... ma la vista di tanti animali li ha ampiamente ripagati!
Ecco perche’, pur avendo sulla testa un cielo assolutamente blu ed un sole torrido, essi hanno deciso di andare a dormire a Meru insieme al nostro autista Joseph. Partiranno per Nairobi domattina, con la certezza di avere l’asfalto sotto le ruote.
Si imbarcheranno alle 16.30. Al nostro Joseph poi tocchera’ una levataccia l’indomani mattina. Si alzera’ verso le 2.45 per essere puntuale a ricevere il nuovo gruppo di volontari, che arrivera’ nel cuore della notte. Passeranno al Cottolengo di Langata per la Messa mattutina, e poi direttamente a Chaaria.
Di cuore ringrazio i volontari che oggi partono, per il generoso servizio da loro svolto.
E’ stato molto prezioso il lavoro in endoscopia digestiva, che ci ha permesso di aiutare moltissimi pazienti a prezzo praticamente inesistente.
Utilissimo l’apporto dei tre anestesisti, che hanno permesso a Jesse di iniziare le sue vacanze.
Ottimo il servizio nursing delle infermiere che si sono divise equamente tra endoscopia, reparto ed orfani.
Non possiamo tacere poi le generose offerte che ci hanno consegnato da parte dei loro amici e che utilizzeremo per pagare le spese ospedaliere dei piu’ poveri.
Come sempre, non abbiamo nulla da dare in cambio del prezioso servizio, dell’aiuto e del contributo economico che ci hanno dato, ma promettiamo loro la nostra amicizia, la nostra stima e la nostra preghiera.

Fr Beppe a nome di tutti qui a Chaaria


giovedì 25 marzo 2010

La conflittualità tra e con i volontari

E’ un argomento tabu’, ma in punta di piedi lo affronto, senza riferirmi a nessuno in particolare e comprendendo che sono io il primo a non comportarsi bene come sarebbe necessario.

Mi sento comunque di poter dire che e’ sempre negativo quando succedono alterchi che coinvolgono i volontari, soprattutto quando la conflittualita’ si verifica di fronte e tutti, malati compresi.

Molte volte noi non ci chiediamo che cosa pensa la gente locale dei nostri comportamenti.

Per esempio in passato ho accennato al problema delle donne che fumano in pubblico... cosa ancora non concepibile nella cultura dei Meru. Eppure alcuni lo fanno, anche nei cortili dell’ospedale.

Un altro elemento che per la cultura locale e’ causa di sconcerto e’ il fatto che le correzioni vengano fatte in malo modo, alzando la voce, e soprattutto in pubblico.

Per noi italiani puo’ essere normale sbraitare, ma per loro non lo e’: gli Ameru vogliono essere ripresi in privato e con tono di voce pacato. Per cui, prima di “urlare dietro” ad un nostro infermiere, un volontario dovrebbe chiedersi se il suo sfogo emotivo non provochera’ danni peggiori del male che la “ramanzina” vorrebbe tentare di correggere. E dovrebbe anche considerare che la reazione del nostro staff sara’ molto probabilmente quella di “fare il muso” per giorni... e coloro che ne faranno le spese saranno ancora e sempre i malati.

Se poi capita che siano due figure professionali volontarie ad andare in conflitto, e ad esprimere la conflittualita’ con un incontro di “pugilato verbale” nel bel mezzo del reparto, anche questo non credo che porti alcunche’ di buono: i Kenyoti non sono certo dei santi, ma e’ chiaro che certi comportamenti davanti a loro non danno una buona impressione della nostra cultura, dove, come a loro puo’ apparire, non abbiamo alcun rispetto nemmeno per i pazienti che a noi si affidano: come faranno gli stessi malati a fidarsi ancora di due medici che hanno apertamente urlato l’uno contro l’altro di fronte ai loro letti? E’ chiaro che i degenti spesso non seguiranno il filo del discorso a causa della barriera linguistica, ma e’ evidente che non bisogna conoscere l’idioma per comprendere che due persone se le stanno dando di santa ragione.

E normale che ci possano essere diversita’ di vedute sulla terapia, ed e’ altrettanto evidente che non siamo certo perfetti, e che di errori se ne fanno sempre tanti... ma ci si puo’ parlare in modo civile, se sinceramente il fine e’ quello di portare ad un miglioramento. Se una osservazione e’ fatta con gentilezza, ci sono possibilita’ reali che il nostro personale la accolga e cerchi di cambiare. Se invece e’ fatta in modo sgarbato, essi rifiuteranno di applicare anche dei suggerimenti giusti.

C’e’ poi il discorso della vita comune: viviamo insieme. E’ brutto quando ci sono screzi tra volontari che poi si dovranno incontrare alla stessa mensa. Io credo che i volontari debbano conservare l’idea che la loro esperienza e’ un periodo particolarmente importante della loro vita, in un ambiente che non e’ il loro: proprio per questo dovranno cercare di evitare conflittualita’ inutili, che lascerebbero magari l’amaro in bocca al nostro staff, dopo aver lavorato benissimo e con estrema dedizione per tutti gli altri giorni dell’esperienza... cosa serve litigare per poi tornarsene in patria dopo pochi giorni?

Naturalmente scusiamo e comprendiamo il momento di scatto, o il giorno con la luna storta; ma, almeno come ideale, bisognerebbe puntare ad evitare la conflittualita’.

Tante cose certo qui non vanno, tanto in reparto quanto in ambulatorio... ma tante le abbiamo gia’ fatte, e miglioramenti sono indubbiamente avvenuti nel corso degli anni, nonostante i nostri limiti.

Questo mi porta a sussurrare un altro punto: e’ vero che si puo’ far meglio, ma e’ anche la sacrosanta verita’ che qualcosa gia’ funziona... e ci farebbe piacere sentircelo dire, insieme a tutti i suggerimenti che ci vengono offerti per un miglior servizio.

Vorrei concludere questa breve riflessione (qualcuno dira’ che e’ una predica), dicendo che io non mi sento certo migliore, e che a volte anche a me la stanchezza gioca degli scherzi che portano i miei nervi a fior di pelle, facendomi saltare come una molla nel momento meno opportuno. Penso che sia umano! Queste cose ce le diciamo non per puntare il dito l’uno contro l’altro, ma con lo stesso atteggiamento con cui parliamo di igiene da migliorare o di terapie da perfezionare. Ci rendiamo cioe’ conto che questi momenti bui tra di noi non fanno crescere la nostra esperienza missionaria; ce lo diciamo... riconosciamo che ci cadremo di nuovo (io per primo), ma ci sforzeremo di evitarli.

Ripeto che non vuole essere un discorso accusatorio... se volete potrebbe far parte di una riflessione costruttiva prima della partenza per Chaaria.

Non che sia un problema solo nostro: l’ho visto a Karungu, come a Mapuordit, a Nkubu come a Matiri. Ma non vogliamo pensare che “mal comune, mezzo gaudio”, e ci vogliamo impegnare a fare sempre meglio.

Fr Beppe

mercoledì 24 marzo 2010

Non è mai la stessa cosa

Fare il medico puo’ dare l’impressione di aver visto tutto e di essere abituato a fronteggiare qualunque tipo di sofferenza.

Stare in Africa per molti anni poi, puo’ offrire un angolo visuale ancora piu’ ampio: si e’ sempre in trincea. Bisogna fronteggiare problematiche chirurgiche e mediche, pediatriche e geriatriche. Accogli la vita nascente, ma ti trovi spesso davanti ad un nato morto. Gioisci quando una persona va a casa dopo una appendicectomia, ma rimani senza parole ogni volta che perdi un giovane a causa dell’HIV.

Eppure avverti che riesci comunque a tenere tutto sotto controllo e che i tuoi nervi reggono.

Ma quando e’ una persona cara ad ammalarsi... e soprattutto se sei lontano, la lucidita’ mentale vacilla; le emozioni vanno alle stelle e diventano quasi subito incontrollabili.

Hai gli strumenti scientifici per capire che “devi stare tranquillo”, che la situazione e’ del tutto gestibile... ma in questo caso la tua “materia grigia”si dissocia dal cuore che inizia ad avere le sue palpitazioni autonomamente, anche quando i tuoi emisferi cerebrali provano a dirgli “che va tutto bene”.

L’esperienza della malattia di una persona cara lontana, ci ricorda la nostra umanita’ limitata: “cosa possiamo fare a 6000 chilometri di distanza?”... e ci fa toccare con mano la nostra fragilita’: non siamo delle macchine da lavoro, e non e’ affatto la stessa cosa gestire una brutta notizia che riguarda un estraneo ed una che colpisce qualcuno che si ama.

Ma la vita e’ cosi’. Si pensa sempre che capiti agli altri.

Si fanno statistiche e si elaborano grafici sulle varie patologie, senza pensare che ogni millimetro delle colonne che il computer disegna e’ costituito da tanta sofferenza, spesso inespressa o non ascoltata.

Credo che la malattia sperimentata su chi ami ti renda anche meno cinico: la smetti immediatamente di dire parole vuote, come per esempio: “vedrai che andra’ tutto bene!”; cessi di fuggire o di essere nervoso od evasivo con un parente ansioso che vuol conoscere i dettagli di una patologia che ha colpito un loro congiunto... perche’ anche tu ora sei impotente e debole, ed hai un estremo bisogno di spiegazioni... ma soprattutto di empatia e di sostegno.

La malattia dei parenti poi ci riporta all’essenziale della vita: a che pro spendere le nostre giornate in continui alterchi, o magari optando sempre per il confronto con i cosiddetti oppositori? Che senso ha litigare, e cercare sempre di primeggiare o di umiliare gli altri? La vita e’ il dono piu’ prezioso di Dio, insieme alla salute... ma nessuno ci pensa a sufficienza; normalmente ne prendiamo coscienza quando il dono se ne sta andando: ci si rovina l’esistenza altercando per cose futili, come il potere o l’aver sempre ragione; si cerca la felicita’ schiacciando il prossimo, e non la si trova mai... Poi, quando la salute se ne va, ci si rende conto di aver perduto un sacco di tempo, mordendoci la coda e girando in tondo... si prende coscienza del fatto che bisogna riorganizzare bene le proprie scale di valori, per non perdere di vista la meta: piu’ vado avanti, e piu’ sperimento il rullo compressore della vita che schiaccia pian piano con il suo peso a volte quasi insopportabile; e nello stesso tempo sempre piu’ mi convinco che ha proprio ragione San Paolo, quando dice che una sola cosa conta: il volerci bene. Perche’ alla fine tutto finisce: le cariche, gli onori, il plauso della gente. La malattia ci puo’ spogliare di ogni cosa, anche della capacita’ di lavorare e di renderci utili agli altri. E allora che senso avra’ avuto tutta la nostra conflittualita’ e la nostra continua competizione! Ricorderemo e saremo ricordati solo per l’amore che abbiamo dato e ricevuto.

Mentre continuo a pregare perche’ il Signore sia il medico delle persone che amo, e perche’ le guarisca, gli chiedo anche di ricordarmi ogni giorno di piu’ quali sono i valori veri della vita per cui val la pena spendersi fino alla fine.

Fr Beppe

martedì 23 marzo 2010

Le pulci penetranti


Sono un problema che di tanto in tanto troviamo soprattutto tra i malati piu’ poveri che camminano scalzi o hanno lunghi contatti con il suolo: per esempio dormendo per terra.

Anche se molti volontari ne sono estremamente spaventati, non e’ assolutamente facile esserne affetti, pur non essendo impossibile... pure io me le sono prese piu’ di una volta.

In Inglese le chiamano Jiggers, ed in Kimeru Mbiroro.

Il termine ufficiale latino della patologia sarebbe Tungiasi, dal nome della pulce che provoca la condizione: Tunga Penetrans.

Originariamente la malattia e’ stata descritta in Sudamerica, ma ora e’ ampiamente distribuita in Africa Orientale ed Occidentale, oltre che in parte del Subcontinente Indiano.

E’ causata da una pulce femmina che ha la capacita’ di penetrare permanentemente nel sottocute di uomini, suini, pollame ed altri animali, dopo la copulazione. Essa rimane nell’epidermide per 8-12 giorni, senza causare sintomi: e’ questo il tempo della gestazione, in cui le uova crescono nel suo addome. Quando la gestazione e’ completa, la pulce diventa tonda e grande come i semi dell’uva. A questo punto inizia l’infezione e l’irritazione. Il paziente sente un forte prurito ed il grattamento in qualche modo aiuta la pulce penetrante a spandere le uova mature nell terreno, continuando cosi’ il suo ciclo vitale.

La porta di ingresso e’ normalmente una screpolatura della cute. La pulce ama moltissimo la zona subungueale. Tutte le parti del corpo possono essere assalite, anche se le piante dei piedi sono le piu’ colpite.

Spesso la pulce e’ unica, ma ci sono pazienti cosi’ infestati che, dopo la loro rimozione, le cicatrici fanno assomigliare la cute ad un alveare.

Sovente la pulce matura provoca pus e l’area diventa pulsante e dolente, come quando abbiamo una spina infetta. Una complicazione temibile e’ il tetano.

Le pulci penetranti vanno tolte con un ago sterile, piu’ o meno come quando dobbiamo togliere una spina. E’ molto meglio farsela togliere da una persona del posto che in genere ha una grande esperienza in questo campo. Un tentativo da mano inesperta puo’ portare ad infezione severa.

Per la prevenzione si consiglia normalmente l’uso di scarpe chiuse che arrivino al di sopra della caviglia; questo soprattutto quando si cammina nella polvere: la pulce in questione infatti non e’ una buona saltatrice e molto raramente arriva al di sopra del dorso del piede.


Fr Beppe

lunedì 22 marzo 2010

La nuova sterilizzatrice è operativa

Inviamo foto della nuova unita’ di sterilizzazione ora installata da Fr Lorenzo, e pienamente funzionante. E’ spaziosa abbastanza da poter contenere anche le grandi spazzette che ci erano state regalate dagli amici tedeschi Peter e Mary.
E’ una sterilizzatrice a secco e quindi la impiegheremo solo per il materiale metallico.
Ancora rendiamo grazie alla Associazione Volontari Missioni Cottolengo ed al Dott Giancarlo Giaccardi che hanno permesso a questo dono prezioso di giungere fino a noi.

La comunita’ di Chaaria

domenica 21 marzo 2010

Non sempre vinciamo noi

Kiende e’ una bimba di circa 3 anni portata al Cottolengo Mission Hospital questa mattina dopo Messa dalla sua mamma.
Secondo quanto la donna mi ha detto, sua figlia ha avuto tre episodi di convulsioni generalizzate durante la notte, e, dopo il primo episodio, e’ entrata in un coma profondo che continua anche ora.
La madre aveva comunque notato che la sera precedente era piu’ calda del solito, e che aveva rifiutato di mangiare. Ma nei giorni precedenti Kiende era stata benissimo, ed era molto vivace.
Durante la notte i genitori avevano portato la bambina in un dispensario vicino a casa, dove l’infermiere aveva posto una diagnosi presuntiva di malaria ed aveva iniettato una dose carico di chinino intramuscolo prima di consigliare loro di mettersi in cammino verso il nostro ospedale.
La donna mi assicura che la bimba ha ricevuto tutte le vaccinazioni prescritte. Spesso, nei mesi precedenti, l’aveva trovata febbrile ed aveva deciso di comprare antimalarici e paracetamolo, senza mai andare in ospedale. Kiende era comunque sempre migliorata. La madre non nega che a volte si era anche rivolta a dei guaritori tradizionali.
Visito la piccola che ha un coma cosi’ profondo da non essere risvegliabile, neppure con pizzicotti o stimolazioni dolorose molto intense. Non ha rigidita’ nucale, ed i suoi occhi mostrano un lieve strabismo divergente, che, a detta dei genitori, non era presente quando la loro figlia stava bene. Guardo con preoccupazione la posizione degli arti. Sono estesi e rigidi, cone le mani ripiegate in estrema flessione... e’ un brutto segno di “decerebrazione”, che indica una prognosi molto riservata.
Ha febbre alta (41 gradi centigradi); pero’ non appare anemica e non ha ittero. Le mettiamo subito una supposta di paracetamolo, le togliamo i vestiti e la copriamo con delle spugne imbevute di acqua fresca.
Invece il suo respiro non mi piace: fa fatica ad inspirare ed usa abbondantemente i muscoli intercostali, nella sua estrema fame d’aria. Anche le narici si allargano al massimo quando inspira, quasi nel tentativo di immagazzinare piu’ ossigeno. Ogni tanto da’ un respirone molto profondo, dopo di che’ smette di respirare per 10-15 secondi. Le sollevo la pelle con un pizzicotto: non mi pare disidratata. La madre mi dice che non ha avuto ne’ diarrea ne’ vomito.
La glicemia e’ estremamente bassa. Per un attimo spero che il coma sia dovuto esclusivamente ad ipoglicemia. Faccio prendere rapidamente una vena dalle nostre infermiere piu’ esperte, e prescrivo l’iniezione lenta di destrosio 50%... ma purtroppo le condizioni generali non migliorano affatto.
Essendo la febbre cosi’ alta, facciamo subito il test della goccia spessa, e troviamo una alta densita’ di malaria. Decidiamo quindi di continuare con la terapia a base di chinino.
Per essere completamente sicuri che non ci sia una concomitante meningite, eseguiamo una puntura lombare: liquido limpido ed esame biochimico e parassitologico negativi. Deve essere una malaria cerebrale che poi le ha causato un distress respiratorio. Per questo, isieme al chinino le somministriamo anche del Rocephin.
Il pannolino e’ tutto bagnato: quindi i suoi reni funzionano. Dopo 4 ore la glicemia e’ sotto controllo, ma il coma permane inalterato. Poi il respiro diventa periodico, e rapidamente si trasforma in “gasping”: tentiamo la rianimazione, ma ci arrendiamo dopo circa un’ora.
La malaria si e’ portata via anche Kiende: e’stata una forma cerebrale e fulminante, che ha avuto la meglio su di lei, anche se la diagnosi corretta era stata fatta gia’ a livello del dispensario periferico... e nonostrante il chinino somministrato molto precocemente ed alla dose corretta.

Fr Beppe

sabato 20 marzo 2010

Benvenuto Fratel Giancarlo!



Oggi la nostra comunita’ accoglie con gioia Fr Giancarlo, che, dopo un anno trascorso a Nairobi, rientra a Chaaria per iniziare il suo servizio come responsabile del centro per handicappati mentali (Buoni Figli).
La sua presenza ed il suo servizio saranno di grandissimo aiuto per rilanciare tale settore che negli ultimi tempi ha segnato un po’ il passo ed ha dato segni di stanchezza.
Fr Giancarlo e’ laureato in Scienze dell’Educazione, e quindi ha gli strumenti anche professionali per fare del nostro centro un servizio di eccellenza in un’area in cui c’e’ davvero molto poco sul territorio.
Molti saranno i problemi che incontrera’, a cominciare da una situazione edilizia un po’ precaria e bisognosa di qualche ritocco significativo.
Ma siamo sicuri che ce la fara’ e portera’ idee nuove che punteranno ai tre elementi cardine del nostro servizio per gli handicappati: normalizzazione della loro vita; personalizzazione delle risposte; integrazione, o meglio, tentativo di reintegrazione in un tessuto familiare che li ha semplicemente rifiutati e abbandonati al Cottolengo di Chaaria.
Lo accogliamo con affetto, e promettiamo la nostra massima collaborazione nel suo nuovo servizio.

La comunita’ di Chaaria