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Un bimbo al mattino andava sulla spiaggia a ributtare le stelle marine che erano portate in secca dalle onde.

Quando qualcuno lo vide, gli disse che tale lavoro era completamente inutile, perchè egli non sarebbe mai riuscito a ributtare in mare tutte le migliaia di stelle, che si trovavano sul bagnasciuga.

Il bambino con calma guardò la stella che aveva ancora in mano, la buttò in acqua e poi rispose: "per questa stella sicuramente non è stato inutile".

Chiunque abbia voglia di aiutarci in questo intento, fosse anche per salvare una sola stella... non sarà stato invano. Grazie.

Nadia Monari - Infermiera volontaria


Leggi "Chi siamo", "La storia dell'Associazione" e "Le nostre Missioni"

Lettera del Superiore Generale, Fr. Giuseppe Meneghini


venerdì 30 aprile 2010

Chirurgia della mano il giorno della festa del Cottolengo

Bundi ha avuto una terribile discussione con i suoi fratelli, a causa della divisione delle terre dei loro antenati.
Purtroppo il litigio e’ diventato molto caldo, e, a causa dei fiumi di birra locale al miele che erano stati “tracannati” durante le lunghe ore di animosita’, si e’ trasformato in una tragedia.
Uno dei suoi fratelli, accecato dall’ira, ha afferrato un machete ed ha colpito Bundi sul braccio sinistro, tranciando carne, muscoli, tendini, nervi ed ossa.
Il paziente e’ arrivato in pessime condizioni. La ferita sanguinava abbondantemente, e temevamo di dover ricorrere ad una amputazione.
Ma la Provvidenza ha voluto che, proprio il giorno della festa del Santo Cottolengo, noi avessimo a disposizione un team di chirurghi della mano.



Luciano e Giulia, con pazienza certosina, hanno riallineato le ossa, cercato e riparato le arterie, “rifatto” nervi, tendini e muscoli... rimettendo la mano in posizione naturale, e poi ingessando l’arto con maestria.
Hanno lavorato con occhialini muniti di microscopio, ed hanno usato fili cosi’ piccoli che quasi non si vedono ad occhio nudo.
Ma il risultato e’ stato ottimo.
Luciano e’ sicuro che Bundi riprendera’ appieno l’uso della mano... e la cosa e’ tanto piu’ importante, in quanto lui e’ mancino!
Ancora una volta rendiamo grazie a Dio per i volontari, e per le grandi cose che diventano possibili ogni giorno a Chaaria proprio grazie alla loro dedizione e competenza.
Ringraziamo anche il Signore per aver voluto ridonare l’uso della mano a Bundi proprio nel giorno di San Giuseppe Cottolengo.

Fr Beppe Gaido

giovedì 29 aprile 2010

Alcune caratteristiche della spiritualità di S. Giuseppe Cottolengo

Questa piccola riflessione desidera essere un umile contributo della comunita’ di Chaaria per onorare il nostro Padre Fondatore nel giorno di domani, anniversario della sua morte, e sua festa liturgica.
Certo non e’ un trattato esaustivo dello spirito cottolenghino, ma una semplice occasione di riflessione e di esame di coscienza, soprattutto per chi, come noi, si sforza di seguire le orme di questo grande Santo:
Pensiamo al Cottolengo come  all’uomo delle Beatitudini: egli fu beato perché fu povero ed amò i poveri “anche con il sacrificio della vita”. Per gli abbandonati ed i derelitti egli divenne operatore di giustizia: divenne per loro un padre ed un testimone della bontà di Dio Padre Provvidente. Egli fu perseguitato da vari creditori, che arrivarono perfino a percuoterlo, ma rimase fedele alla sua determinazione di dedicare la propria vita al servizio di coloro che il mondo rifiuta.
Il nostro Fondatore fu puro di cuore, e per questo fu capace di vedere Dio in ogni creatura: è dalla purezza di cuore che scaturì quell’occhio limpido capace di contemplare Gesù sotto le spoglie di chi soffre.
Altra caratteristica centrale della Spiritualità Cottolenghina ci pare essere la gioia profonda, che può andare di pari passo con tanta disperazione contemplata ogni giorno nei reparti di Chaaria.
La gioia è il frutto del vivere costantemente alla presenza di Dio; deriva dalla certezza che “siamo tutti figli di un Buon Padre che più pensa a noi di quanto noi pensiamo a Lui”. Siamo nella gioia perché sappiamo che la Piccola Casa appartiene alla Divina Provvidenza, che sempre guida la sua creatura per sentieri a volte difficili, ma sempre orientati al nostro Bene maggiore.
Anche quando vediamo le cose andare storte; anche quando la carenza di vocazioni e di forze nuove ci potrebbe far pensare che forse stiamo “morendo”, noi rimaniamo sereni. Pensiamo alle parole del Santo Fondatore che dice: “passeranno le famiglie, ma fra 500 anni si parlerà ancora della Piccola Casa”.
La nostra gioia deriva dal vivere alla giornata. A Dio dobbiamo ripetere: “Signore, per amarti non ho che oggi”. Il passato infatti non esiste più: è stato cancellato dalla misericordia di Dio. Il futuro non esiste ancora. Potremmo essere morti fra un istante, ed il domani potrebbe anche non venire mai. Per questo “cerchiamo il Regno di Dio e la sua giustizia, certi che il rimanente ci sarà dato in sovrabbondanza”.
La gioia del Cottolengo è intimamente legata alla sua umiltà, che lo portò a considerarsi un semplice manovale della Divina Provvidenza, uno strumento nelle mani di Dio. Il Cottolengo era sereno perché profondamente convinto che “nella Piccola Casa chi fa tutto è la Divina Provvidenza”, e che noi siamo tutti utili, ma nessuno è davvero necessario.
Ecco quindi un altro ideale di vita spirituale da realizzare con fatica: imparare ad essere “manovali della Provvidenza”, “marionette che oggi fanno una parte e domani ne fanno un’altra… mentre il giorno dopo possono essere messe nel magazzino perché non servono più”.
Intimamente legata all’umiltà è la virtù della semplicità, che ci aiuta ad “andare alla buona”, tanto nelle cose spirituali, quanto in quelle materiali. Per chi si ispira al Cottolengo è necessario semplificare la propria vita e capire che la nostra credibilità si gioca su poche idee forza che noi cerchiamo di mettere in pratica: siamo figli di un buon Padre, che ci ama e vuole aver bisogno di noi per prendersi cura dei bisognosi. Noi allora ci abbandoniamo completamente a Lui e con tutto il cuore cerchiamo di contemplare e servire Gesù presente nel più povero.
Le complicazioni, gli scrupoli non servono al nostro progresso spirituale; ci rendono incapaci di “impiegare tutti i nostri affetti, pensieri, parole ed opere per la maggior gloria di Dio”. Le complicazioni ci fanno perdere un sacco di energie che invece potremmo usare per servire gli altri. Ecco perché il Cottolengo ci dice di “andare alla buona” anche nella nostra personale spiritualità!
Pensando poi agli insegnamenti centrali della spiritualità cottolenghina, noi riconosciamo che siamo stati chiamati ad una profonda vita interiore fatta di preghiera ed amor di Dio.
“La preghiera è il primo e più importante lavoro della Piccola Casa”, nel senso che, se manca l’orazione ed il contatto con Dio, anche la carità si isterilisce, diminuisce gradualmente fino a scomparire. Siamo dunque chiamati ad essere dei contemplativi, che ricercano con passione quell’ “equilibrato rapporto tra contemplazione delle verità rivelate e servizio al povero esplicato per amore di Dio”.
La nostra vita deve essere una costante lotta contro l’attivismo, sapendo che la nostra preghiera “non va ridotta neppure di un’Ave Maria”; deve essere una appassionata ricerca di tempi da salvaguardare unicamente per il Signore, perché sappiamo che, solo se siamo pieni di Dio, avremo poi la capacità di riconoscere e servire Gesù nel povero. Non possiamo dare quello che non abbiamo; e non possiamo contemplare ciò che non conosciamo. Ecco quindi l’essenziale ruolo della preghiera, che è come il “distributore di benzina” dove andiamo a riempire il cuore, al fine di renderlo capace di realizzare quell’alta missione che il Cottolengo ci affida di “avere Gesù tutto il giorno tra le mani”.
Lo sappiamo che il servizio di carità urgente prende il posto della preghiera ed anche della Messa domenicale, perché “non è lasciare Dio, quando lo si lascia per incontrare e servire Dio”; allo stesso tempo sappiamo che ciò deve rimanere una eccezione, pena il rischio di svuotare completamente la nostra azione di carità.
Il Cottolengo ci ha lasciato il dono di una particolare devozione alla SS Eucaristia, che noi riceviamo tutti i giorni, come nutrimento spirituale per resistere alle tentazioni, e per avere la forza necessaria a servire Gesù nel povero, “anche con il sacridicio dellla vita”.
L’Eucaristia è per noi il sole che riscalda il nostro cuore di pietra; è la forza divina “per compiere bene i nostri doveri”; è il medico spirituale che ci aiuta a progredire sulla via della santità.
Crediamo che il Cottolengo ci volesse contemplativi nell’azione: per questo egli volle la”Laus Perennis”, cioè l’adorazione continua davanti a Gesù Sacramentato: noi riceviamo Gesù come nostro cibo, lo adoriamo sotto le specie eucaristiche per diventare capaci di scoprire “quelle ostie che ogni giorno serviamo sui letti delle nostre corsie”.
La preghiera continua ci apre ad un altro elemento cardine, che è la confidenza in Dio Padre buono e provvidente. Il Cottolengo è il santo che ha scoperto e sperimentato la paternità di Dio: egli ha compreso che Il Padre nei cieli ci ama e si prende cura di noi, ci protegge e ci guida. Se Dio pensa ai gigli del campo e agli uccelli del cielo, quanto più si prende cura di noi, se crediamo nel suo amore e ci abbandoniamo alla sua azione. Dio ci ama e veglia su di noi suoi figli: egli è sempre all’opera: al mattino vigila su di noi ancor prima che ci svegliamo, ed alla sera è ancora là a proteggerci quando ce ne andiamo a letto stanchi, dopo aver fatto tutto quanto era in nostro potere.
Il nostro dovere è di “cercare prima il Regno dei Cieli e la sua giustizia”, ed allora tutto ci sarà dato in aggiunta: Il Cottolengo crede che è la Provvidenza a fare andare avanti la Piccola Casa; è la Provvidenza che manda i pazienti da curare, e quindi, per forza di cose, ci manderà anche le forze ed i mezzi economici per servirli. I poveri per noi “sono le cambiali della Divina Provvidenza”. Se abbiamo tante cambiali da presentare alla banca della Provvidenza, riceveremo tanti aiuti. Ma se non accogliamo i poveri, avremo poche cambiali, e non potremo aprirci ai dono che Dio ha in serbo per noi. Ecco la divina gara: la Divina Provvidenza impegnata “a mandar giù pagnotte”, a patto che noi accogliamo tanti bisognosi e distribuiamo questo pane, che non è nostro, ma dei poveri.
Abbandono significa non aver paura; significa coraggio nell’accogliere coloro che bussano alla nostra porta, sicuri che, se Dio ci manda una persona da aiutare, poi ci manderà anche i mezzi necessari per farlo.
La Provvidenza non è donata ai pusillanimi o ai pigri; solo se avremo fatto tutto quello che era in nostro potere, il Signore farà il miracolo per “dar successo a tutte le nostre imprese”.
Altro compito che ci dobbiamo prefiggere giorno dopo giorno è la “lotta al peccato grande e piccolo”: infatti il peccato è un blocco insormontabile all’azione della Divina Provvidenza.
Essere di buon gusto con Dio, cercare di dargli gloria in ogni cosa”: ecco i segreti spirituali per attirare l’abbondanza dei doni della Divina Provvidenza su di noi.
Il Cottolengo fu poi il Santo della Carità; il suo motto “Charitas Christi urget nos” ci indica tutta la ricchezza del suo insegnamento sull’amore al prossimo. E’ l’amore di Cristo in me che mi dà la forza di riconoscere Gesù nei poveri. Questo significa che è il mio amore per Cristo a darmi la forza di servirlo nei poveri (dimensione verticale della carità). Ma posso anche tradurre la frase di San Paolo in un altro modo: è il mio amore per Cristo presente nel povero, che mi spinge a servirlo nel prossimo (dimensione orizzontale della carità).
L’amore di Cristo ci spinge prima di tutto a volerci bene in comunità, ad imitazione della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme. E’ centrale questa dimensione di unità nella fraternità. Il Cottolengo vuole riproporre nella Piccola Casa “quello spirito che animò i primi fedeli”: dobbiamo volerci bene tra noi, perché la carità comincia in casa. Non si può amare davvero i poveri dei nostri reparti, se non sappiamo “accogliere il confratello come un dono di Dio”. L’amore che i primi Cristiani vivevano era un amore di condivisione. Essi “erano un cuor solo ed un’anima sola, e a nessuno mancava il necessario, perché quanti possedevano case o campi, li vendevano, e mettevano il ricavato ai piedi degli Apostoli, i quali poi distribuivano secondo il bisogno di ciascuno”. Ecco che cosa il Cottolengo ci chiede: un amore fraterno che diventa unione di cuori e condivisione di ciò che abbiamo e di ciò che siamo: mettiamo a disposizione degli altri i nostri beni, ma anche e soprattutto i nostri talenti di grazia e di natura. Allora nessuno sarà bisognoso nella Piccola Casa, perché tutto quello che siamo viene condiviso.
Dopo aver realizzato questo ideale della primitiva comunità cristiana di Gerusalemme, siamo quindi proiettati alla carità verso i più poveri e bisognosi: Il Cottolengo vuole che in essi vediamo Gesù, non una sua immagine, ma la sua vera persona.
Ecco quindi che la nostra carità diventa contemplazione del Cristo sofferente nell’oggi; ecco che nella carità noi abbiamo la possibilità reale di mettere in pratica il precetto paolino di “pregare sempre, senza interruzione”. Noi “ci riempiamo” di Gesù nelle ore di preghiera e soprattutto nell’Eucaristia, e poi cerchiamo Gesù sotto le sembianze dei malati, dei poveri e dei bisognosi. La nostra carità può diventare “un autentico atto di culto”, perché “abbiamo Gesù tutto il giorno tra le mani”. Allora, in questo senso, non usciamo mai di chiesa; infatti “la Piccola Casa è come una grande cattedrale in cui ci sono tanti altari, quanti sono i letti dei nosti ammalati”. La carità verso il povero diventa l’elemento unificante della nostra vita, e per essa dobbiamo essere disponibili a “sacrificare la salute, ed anche la vita”. Questo è infatti il metro della carità cottolenghina, il metro che il Santo ha vissuto per primo sulla propria pelle: “amare e servire i poveri anche con il sacrificio della vita”.
E da ultimo ricordiamo a noi stessi il punto della generosità. Se il nostro compito è servire Gesù, non possiamo essere pigri; non possiamo farci chiamare due volte, ma dobbiamo “volare come sulle ali della carità”. Spesso i malati saranno scontrosi, o non sapranno apprezzare i nostri servizi; questo però non ci deve scoraggiare. Dobbiamo fare tutto “in Domino”, sapendo che “un pezzo di Paradiso ci ricompenserà di ogni cosa”.
In tutti questi aspetti riconosciamo ed ammiriamo l’esempio del Venerabile Fr Luigi Bordino, che è per noi un faro illuminante, ed un modello attraente da seguire: di lui soprattutto ammiriamo l’ardore della preghiera ed il servizio incondizionato ai poveri ammalati, handicappati o senza fissa dimora. In lui contempliamo il coraggio del servo fedele, che, dopo aver fatto tutto quanto era in suo potere, ha saputo dire di sì al suo Signore anche quando la nuova chiamata lo ha portato sulla croce.
Ecco in semplicità le nostre riflessioni sulla spiritualita’ del nostro Santo... Ne celebreremo la solennita’ domani, anche se - lo sappiamo - la festa a Chaaria sara’ sicuramente costellata da emergenze e corse varie, per non dire mai di no a nessuno di coloro che bussano alla nostra porta.

Fr Beppe Gaido,
a nome dei Confratelli della comunità di Chaaria

mercoledì 28 aprile 2010

Un'altra Africa - Testimonianza di una volontaria appena rientrata da Chaaria


"Un'altra Africa", una frase che affermo molto spesso in questi giorni, nel racconto del mio viaggio...
Già un'altra Africa, nel mio modestissimo paragone con un'altro pezzo di Africa, il Madagascar che ho potuto assaporare lo scorso anno. Non è un vero paragone, sono piccole considerazioni su quanto tendiamo a generalizzare quando si parla d'Africa. Mi piace vedere quanto un popolo è il frutto della sua storia, nei suoi lati più belli e purtroppo più scuri, quanto dei colonizzatori europei, Inglesi e Francesi, abbiano potuto lasciare i segni in un territorio così sconfinato e diverso nel suo interno. Pezzi d'Africa conquistati e sfruttati dall'uomo europeo,che per forza visiva viene visto nel suo colore: BIANCO.
Io che porto dei tratti somatici fin troppo nordeuropei...non posso mai vantare il piacere di confondermi con questa popolazione. Per quanto dismessa, celata e nascosta, la mia diversità salta negli occhi di chiunque mi incontra; dal bambino, all'anziano, dal colto all'analfabeta. Gli occhi di chi mi guarda hanno sempre una prima informazione: ho qualcosa di più, di materiale o puramente ipotetico, racchiuso in una possibilità. Nonostante questa consapevolezza non rinuncio mai alle passeggiate fra la gente, i miei tentativi solitari di confondermi fra loro. Amo guardare: chi si ferma e mi osserva; chi cambia strada e dopo aver preso una scorciatoia lo rivedo davanti a me; lo sguardo sbigottito,di donne chine a terra dal troppo peso che trasportano, quando gli propongo di far portare quel fardello ai rispettivi mariti che invece camminano leggeri e spavaldi al loro fianco; le lacrime di dolore di una madre sola che dormirà per la prima notte senza suo figlio rapito dalla malaria; lo sconforto di una giovane donna che dopo un'intervento chirurgico saprà di valere poco perchè sterile, o avere l'onore di accompagnare in sala operatoria un'anziana samburu, che mostrava ad ogni passo la fierezza di un rapporto simbiotico con la natura.
Africa una parola che riempie la bocca di molti ma che racchiude un universo di verità... troppo spesso taciute.
Un'Africa che, se la si fà avvicinare, sà regalare delle sfumature di cuore che restano per sempre.

Giusy Patata

La Sardegna e il "continente"

Ringraziamo di cuore il Signore per l’arrivo dei nuovi volontari.

Abbiamo accolto infatti:
Luciano e Giulia (ortopedici)
Enrico (ginecologo)
Rossella (studente di medicina all’ultimo anno)
Valentina (infermiera neolaureata).

A parte quest’ultima che viene da Pisa, gli altri volontari fanno parte del gruppo di Cagliari.
Ringraziamo di cuore Luciano, Enrico e Giulia, che sono dei “recidivi”, e che quindi hanno saputo farsi contagiare da quel po’ di mal d’Africa che Chaaria e’ capace di donare.
Auguriamo a Rossella e a Valentina una prima esperienza d’Africa fruttuosa e valida, tanto dal punto di vista umano che professionale.


Il papà di Evanjeline

Moltissimi volontari conoscono Evanjeline ed apprezzano il suo carattere aperto e la sua amicizia. Chiediamo ora una preghiera per suo papa’ che e’ stato oggi ricoverato da noi con un gravissimo ictus e non sappiamo se potra’ riprendersi.
Nella foto, insieme ad Evanjeline potete vedere il nostro infermiere Ken.

Fr Beppe Gaido


martedì 27 aprile 2010

My stay in Chaaria


Today, I’m going to leave the Cottolengo Mission Hospital, Chaaria.
I will fly with numerous impressions, thoughts and feelings in my head, which to digest will probably take some weeks when I’ll be back in Germany.
For now I can describe these thoughts and feelings as following:
I feel great respect for the people who founded this institution and for those who are now keeping it running, living a life of great sacrifice.
After I spent 8 months here, I got a glimpse of the struggle and the amount of work it takes to maintain the stability of this place.
When I arrived in September ’09, I was surprised by the well structured organization, as well as the architectural structure of the hospital itself, lying in the middle of “nowhere” in a small village, called Chaaria. While sometimes the power has to come from generators due to power rationing and maintenance by the Kenyan government, a lot of the food comes from the hospital’s own farm. To create that kind of “microcosm” within this very rural environment (without even tarmac roads within a radius of 20 km) takes a lot of effort and commitment, which impressed me very much.
Most of my stay I worked in the centre for disabled called “Buoni Figli” (good sons). Because it was the first time for me doing this kind of work, it was a great new experience. I could feel not only a good relationship between the workers and the disabled, but also an atmosphere of combined efforts because everyone was involved in whatever appeared to be done. It could happen that an old father of the church was standing next to an inhabitant, both feeding those who cannot move their arms. Although some parts of the work were hard, or took some time to get used to, the gratitude of the “good sons” made it easy. A great openness on sides of them towards strangers makes it easy for volunteers to build a relationship to them.
Even though the facilities and things like occupational therapy do not reach the western standards, to them, it is as close as it can get to social structure and a dignified life in a third world country, where homes for disabled are very uncommon. Some of them were found in streets or have been abandoned by their families who are ashamed or not able to take care of them. I am grateful that I had the opportunity to contribute a small part to a life of dignity for them, by playing with them, talking to them, just being a friend to them. Considering 52 disabled and around 10 workers on duty during the day who have to do basically everything, from washing them, to general cleaning tasks, it is understandable that the boys might not get all the attention they need. As a volunteer my task was to give them this attention. And it filled me with joy throughout all this time.
Of course there were things that I also disliked and things I had to learn. For instance the “clash of the cultures” will always be present. When a person from the western world comes to a tiny village in Kenya to work, that person might feel very anxious and motivated to change a lot, to “make things better”. By not doing this with the necessary sensitivity the volunteer can create an odd atmosphere of superiority of the strangers to the local people.
Another person might consider himself “just” a volunteer. And he doesn’t feel committed or responsible enough to really get involved with this place and this people. And then he might feel left out. This place is kind of busy. If someone expects a welcoming party he will be disappointed. After all, everybody here is human and with a lot of work comes a lot of stress. But once somebody understands this, he will adjust to the given situation and learn that things like communication are still essential and important, even when everybody seems to be running around all the time.
I had to learn about these things. But due to the length of my stay, I was able to understand at least a little about these kind of issues. A person here told me about commitment and what it really means to help these people instead of using this opportunity to get some nice photos and some souvenirs from Kenya.
I had to learn a lot. Sometimes I felt lost. But seeing people here giving everything they can for the poor and the disabled, motivated me so much. When I got up sometimes, even at 6 am, somebody was already working. When I was going to bed at 12 pm, that same person was still working. When I was having lunch, somebody was not having lunch because the hospital was congested with patients. For these examples (I could also say “teachings”) of commitment I am more than grateful to other volunteers, brothers and sisters of Cottolengo.
To me it is not important that this institution belongs to the Catholic Church. It is not important what everybody here believes in. More important to me, is that they believe. That this place has a spirit, and everybody knows why he is doing this. Also that I had to find out for myself. Now, in the face of departure, I feel like I succeeded.

Martin

lunedì 26 aprile 2010

Festa del Santo Cottolengo

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Programma degli incontri


21-28 aprile - ore 20.45 - Chiesa Grande
Novena in preparazione alla Solennità di S. G. Cottolengo
Presiede don Franco Bertini

29 aprile, ore 21.00 - Cattedrale di Torino

Celebrazione Eucaristica per tutta la famiglia cottolenghina
Presiede padre Aldo Sarotto

30 aprile, Solennità di S. G. Cottolengo

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Una estrazione dentaria come una chirurgia maggiore!

Quando si tratta di un handicappato grave ad avere mal di denti, le cose si fanno immediatamente assai complicate.

Prima di tutto e’ estremamente difficile comprendere di cosa si tratti.

L’operatore normalmente se ne rende conto perche’ il “ragazzo” rifiuta di nutrirsi, o diventa irrequieto durante la lavatura dei denti. Magari se ne rande conto a causa di una mascella gonfia.

Ma poi la visita odontoiatrica diventa impossibile, perche’ l’handicappato non stara’ fermo e rifiutera’ di aprire le fauci.

Normalmente bisogna ricorrere all’ anestesia, con tutti i rischi connessi.

In passato abbiamo avuto una “aspirazione” in polmone di saliva e sangue per il nostro Mururu, che e’ rimasto incosciente ed ha dovuto essere rianimato per circa ottto ore, dopo una semplice estrazione dentaria.

Un’altra volta, con Ali’ che doveva togliere un molare sotto sedazione, abbiamo avuto un suo movimento inaspettato della testa quando ormai il dente stava per “venire”. Cio’ ha fatto cadere il dente stesso dalla presa delle pinze. Ci siamo trovati con la situazione pericolosissima di un dente del giudizio in gola, e con il rischio che di andasse ad infilarsi in laringe. E’ stato con un colpo di fortuna ed una iniezione di coraggio che l’ho arpionato affondando l’indice direttamente nella faringe di Ali’.

Ancora un altro episodio pauroso e’ accaduto quando Nkunja era andato in edema della glottide e quasi soffocava, in quanto l’assistente di poltrona, preoccupata che il sangue potesse colare in trachea, aveva aspirato toccando ripetutamente e forse un po’ troppo energicamente la zona attorno alle tonsille ed al velopendulo.

Oggi abbiamo estratto varie radici e molari sotto anestesia a due dei Buoni Figli. Il livello di ansia era quello delle grandi operazioni. Non sono mancati momenti di paura quando hanno smesso di respirare per qualche frazione di secondo.

Fr Giancarlo era con noi.

Jesse ha scelto una sedazione leggera ed il piu’ breve possibile, e, subito dopo l’estrazione abbiamo messo i “ragazzi” in posizione di sicurezza, lasciando che si svegliassero girati sul fianco e con la testa leggermente piegata verso il basso, in modo che la saliva potesse drenare attraverso le labbra.

Fortunatamente e’ andato tutto bene per entrambi.


Fr Beppe

domenica 25 aprile 2010

Notizie

1) Oggi Chaaria e’ in festa in quanto, durante la celebrazione della Messa domenicale, Fr Robert Maina ha rinnovato la sua consacrazione a Dio con i voti di castita’, poverta’ ed obbedienza. Fr Robert ha rinnovato la sua donazione al Signore ed ai poveri che intende servire fino al sacrificio della vita, per un anno, in quanto sta ancora completando gli anni di formazione e preparazione al grande passo della Professione Perpetua, con cui suggellera’ in modo definitivo la sua alleanza con il Cristo che intende seguire da vicino.


2) L’emergenza malarica continua presso il centro Buoni Figli con altri due nuovi casi tra gli handicappati mentali. Persiste quindi anche l’emergenza-lavoro, visto che durante il week-end il personale e’ ridotto ed in qualche modo anch’esso decimato dalla malaria stessa. Abbiamo predisposto la preparazione delle zanzariere per ogni letto.
3) Nel dipartimento manutenzione si segnala il fatto che venerdi’ si e’ rotta anche la penultima lavatrice ancora funzionante.
Per una intera giornata, ospedale e Buoni Figli hanno usato l’unica lavatrice rimasta operativa. Fr Lorenzo ha fatto le ore piccole per riparare almeno una delle lavatrici dell’ospedale.
Al momento quindi abbiamo due lavatrici funzionanti su cinque... ed il problema sono i pezzi di ricambio, che sono stati ordinati in Europa ma non arrivano mai.
Ieri poi Fr Lorenzo e’ stato impegnato con i tecnici di Nairobi che sono venuti per “fare il tagliando” alle pompe dell’acqua. E’ questa un’altra area molto critica, perche’ rimanere senz’acqua farebbe chiudere l’ospedale ed il centro in tempo zero.
L’argano che ha estratto dal sottosuolo la pompa ad immersione e’ anche stato una specie di “luna park” ed un gradito diversivo per i Buoni Figli, che son rimasti a bocca aperta di fronte a questa macchina meravigliosa.

Fr Beppe Gaido 


sabato 24 aprile 2010

La cardiochirurgia

Le malattie cardiovascolari sono estremamente frequenti nella casistica del nostro ospedale. Moltissimi sono i bambini con gravi “soffi” e segni di insufficienza cardiaca.
In eta’ pediatrica la causa piu’ comune di danno cardiaco pare essere la febbre reumatica che qui e’ presente e devastante.
Normalmente la malattia reumatica non viene riconosciuta perche’ al dispensario dove la gente si rivolge prima di andare in ospedale non si eseguono ne’ ASLO, ne’ tantomeno tamponi faringei per la ricerca dello streptococco beta emolitico. Il bimbo viene quindi spesso trattato erroneamente per una malaria inesistente, ed il germe non viene eradicato dall’organismo, dandogli cosi’ il tempo di “viaggiare” attraverso il circolo sanguigno e di depositarsi sulle valvole cardiache, devastandole in modo irreversibile.
Quando i bambini vengono in ospedale hanno situazioni cardiologiche ormai non piu’ modificabili dalla terapia medica. In genere si prescrive loro comunque la profilassi antibiotica, e si cerca di dare farmaci per contrastare lo scompenso cardiaco, quando questo si instaura.
Frequenti sono anche le malattie congenite del cuore. Nell’ultima settimana abbiamo avuto due casi di tetralogia di Fallot. Inoltre non e’ eccezionale trovare dei difetti interatriali ed interventricolari. Credo che anche il nostro orfanoBonface avesse una cardiopatia congenita... ma purtroppo non ci abbiamo pensato in tempo.
Curare dal punto di vista medico una cardiopatia congenita e’ ancora piu’ difficile per noi, perche’ ci mancano i farmaci cardiologici in dosi ridotte per i “piccolissimi”.
Tra gli adulti le malattie cardiache sono molto frequenti, e sovente associate ad ipertensioni arteriose misconosciute o insufficientemente controllate, per motivi economici. Normalmente il malato sospende le medicine perche’ non ha piu’ soldi per comprarne altre. Anche tra gli adulti troviamo malattie valvolari, ma sono in aumento la cardiopatia ischemica e le aritmie importanti.
Molte volte gli adulti afferiscono a noi in condizioni terminali con scompensi cardiaci all’ultimo stadio, e cio’ limita ancor piu’ le nostre possibilita’ terapeutiche.
Per i bambini e gli adolescenti con malattia congenita o reumatica, ma anche per i giovani adulti con cardiopatia ischemica mi sono posto tante volte la domanda se proporre loro un intervento cardiochirurgico. All’inizio lo facevo, dal momento che a Nairobi le operazioni vengono eseguite in alcuni grandi centri di salute.
Dicevo loro di fare delle raccolte fondi nei villaggi e tra i membri delle loro chiese di appartenenza; suggerivo di vendere mucche e campi per pagare l’intervento... ma normalmente i soldi non bastavano mai, ed i pazienti quindi tornavano da noi implorandoci per un prestito.
A parte il fatto che io non credo avrebbero mai restituito cifre dell’ordine di 7000 Euro, in realta’ questi soldi noi non li avevamo davvero, in quanto e’ gia’ durissima gestire Chaaria cosi’ come e’ adesso, pagando farmaci, elettricita’ e stipendi senza ritardo. Per questo in genere dicevo sempre che non avevamo denaro per aiutarli: loro naturalmente non ci credevano, vedendoci uscire in automobile ed usare telefonini e computer portatili... e cio’ portava sovente a screzi e malumori nei nostri confronti.
Questa e’ la ragione per cui, per molti anni ho deciso di non accennare neppure ad un povero che ci sarebbe la possibilita’ di operare suo figlio o sua figlia. Ricordo con tenerezza tanti bambini da me seguiti per problemi cardiaci, i quali poi ad un certo punto hanno smesso di venire alle visite di controllo. Sicuramente sono in Paradiso, anche se nessuno dei genitori si e’ mai preso la briga di farmelo sapere!
Tra tutti ripenso oggi con nostalgia ad una bimba di circa 10 anni, di nome Kirito. Mi voleva bene e mi abbracciava tutte le volte che la visitavo; non mi chiamava “dottore” ma “zio”... anche lei e’ scomparsa nel nulla, e la credo ormai nella luce di Dio.
Ma ora la Provvidenza ci e’ venuta incontro con i suoi modi misteriori, che un occhio laico potrebbe definire casuali.
Siamo venuti fortuitamente in contatto con la missione di Oldonyiro, vicino a Nanyuki, dove un anziano signore, in arte “nonno Luigi”, ha organizzato un centro di raccolta per bambini cardiopatici poveri. Da anni ormai “nonno Luigi” li accoglie, organizza e finanzia per loro il trasporto in Italia, dove vengono poi operati in vari ospedali. Al rientro in Kenya e’ ancora il centro di Oldonyiro che li segue del tutto gratuitamente, offrendo loro i farmaci necessari ed i testi della coagulazione tanto importanti nel lungo follow up.
Da quest’anno Oldonyiro lavora con l’ospedale cardiochirurgico di Emergency a Karthoum (Sudan).
Abbiamo ricevuto in questi giorni la visita della dottoressa Gabriella Buono (anestesista presso la cardiochirurgia delle Molinette di Torino, e coordinatrice medica per i progetti cardiochirurgici da riferire a Karthoum). La dottoressa e’ venuta insieme a “nonno Luigi” per offrirci la loro collaborazione.
In pratica quello che ci offrono e’ il massimo che ci potessimo aspettare.
Avevo infatti timore che Chaaria avrebbe dovuto sobbarcarsi spese di viaggio per i pazienti, oltre che corse a Nairobi per passaporti e VISA. Tutto cio’ sarebbe stato praticamente impossibile per noi, sia per motivi finanziari che per problemi di tempo e di personale.
Invece a noi chiedono solo i pazienti... e questi, ringraziando il Signore, a Chaaria non mancano di certo!
Noi faremo il primo screening cardiologico con le competenze tecniche che abbiamo a disposizione (visita, ECG, Ecocardio, ASLO, esami di laboratorio di routine), e, quando onestamente pensiamo che un bambino (ma anche un adulto in buone condizioni) possa avere una indicazione alla cardiochirurgia, semplicemente lo indirizziamo a Oldonyiro con i nostri documenti clinici.
Laggiu’ “nonno Luigi” organizzera’ tutta la logistica: dara’ loro degli appuntamenti per i giorni in cui i cardiochirurghi verrano dal Sudan per lo screening preoperatorio definitivo; se sono molto poveri e provengono da zone remote, li ospitera’ nella missione finche’ il team di Karthoum verra’ a visitarli. Per quelli ritenuti idonei all’intervento “nonno Luigi” e la sua organizzazione penseranno ai documenti e copriranno tutte le spese sia per il passaporto ed il VISA, che per il trasporto aereo del malato e di un accompagnatore.
Nell’ospedale di Karthoum poi sara’ tutto assolutamente gratuito, sia per l’operando che per il parente.
In pratica noi dobbiamo solo visitare i malati e mandarli ad Oldonyiro. Poi tutto sara’ fatto gratuitamente grazie a nonno Luigi e ad Emergency.
Mi sembra una cosa eccezionale per la nostra popolazione, soprattutto se penso a quanti bambini e giovani sono morti fino ad oggi per mancanza dei soldi necessari all’intervento cardiochirurgico.
A nome di tutti i poveri che stiamo gia’ visitando e scegliendo per la prima missione in Sudan, desidero esprimere il nostro piu’ sentito ringraziamento a Emergency, che ci ha scelti come centro di reclutamento pazienti; a “nonno Luigi”, che ha accettato di sobbarcarsi tutta la parte burocratica ed economica per il viaggio ed i documenti necessari, nonche’ il follow up post-operatorio al ritorno dal Sudan; e non ultimo al dott Giorgio Carbone che ci ha messi in contatto con la dottoressa Buono ed ha fatto partire tutto il meccanismo.
Come credente e come religioso sento il bisogno di ringraziare Dio che si prende cura dei suoi poveri ed usa le nostre mani ed i nostri cervelli nei modi piu’ impensabili, creando reti di collaborazione e sinergie ritenute impensabili fino a poco prima.

Fr Beppe

venerdì 23 aprile 2010

Fiorella, Stefano & Rossella



Da tempo Fiorella non cresce e diventa sempre piu’ emaciata. Abbiamo temuto pure che fosse HIV positiva, ma il test e’ risultato negativo. Ci siamo industriati in vari modi per capire quale fosse il problema della continua perdita di peso, nonostante la nutrissimo regolarmente.
I nostri sforzi sembravano vani, e le sue condizioni ricordano molto quelle di un bimbo dei tempi della crisi in Biafra.

Ma ora forse abbiamo trovato la soluzione. Abbiamo deciso per uno svezzamento immediato; abbiamo iniziato con la papaya ed ora proseguiamo anche con porridge. Vogliamo rapidamente arrivare ad una dieta normale per un bimbo di 5 mesi.

La bambina sembra molto affamata e ghiotta, e speriamo che presto possa ricominciare a prendere peso.



Stefano invece ha avuto una di quelle fortune che capitano a pochissimi. Infatti, tramite Sr Anselmina dell’orfanotrofio di Nkabune, siamo riusciti ad ottenere per lui una vera adozione. E’ stato accolto nella famiglia di una giovane coppia senza figli. Si tratta di una coppia kenyota; ed ora Stefano ha un padre ed una madre, ed abita non lontano da Meru.

Se le persone interessate alla sua adozione a distanza, vogliono avere notizie piu’ precise, magari anche con l’idea di continuare a supportare la sua nuova famiglia, possono scrivere direttamente a Sr Anselmina Karimi. DOM. Meru children’s home. PO BOX 1018. 60200. MERU(KENYA).



Rossella dal canto suo sta benissimo ed oggi e’ ancora piu’ contenta perche’ ha trovato altre persone che la vogliono aiutare con la adozione a distanza. Naturalmente useremo i soldi per Rossella in modo onesto, e tutti coloro che la sponsorizzano si sentiranno a dovere come i suoi genitori adottivi. Ringraziamo dunque Giusi e Paolo per aver voluto contribuire anche loro ad un futuro migliore per Rossella.




Fr Beppe

giovedì 22 aprile 2010

Ringraziamo i volontari che partono

Oggi e’ l’ultimo giorno di operazioni per Andrea, Paolo, Francesca e Salvina, che domani notte voleranno in Italia, passando per il Cairo.
Hanno lavorato tanto e bene. Insieme abbiamo anche sofferto per alcune sconfitte, che sempre accompagnano la vita del medico e del chirurgo. Ma insieme abbiamo sempre lottato per la vita, e penso che di vite ne abbiamo salvate parecchie.
Moltissimi sono stati gli interventi programmati, ma, come sempre a Chaaria, la lista e’ stata molto indicativa, in quanto cesarei, raschiamenti ed altre procedure urgenti sono arrivati puntualmente a modificare i nostri piani.
Certo, hanno anche dovuto farsi qualche violenza nell’accettare le condizioni lavorative di Chaaria. Hanno sofferto soprattutto per lo spazio cosi’ angusto in sala dove a volte mancava l’aria, per il caldo soffocante ogni volta in cui il condizionatore non funzionava, e non ultimo per la limitatezza dei nostri mezzi: le luci in sala erano spesso insufficienti; mancavano molti ferri che a loro sarebbero stati utili; non ho lasciato loro la liberta’ di usare tutti i fili che avrebbero desiderato, per esigenze di risparmio.
Forse avrebbero desiderato uno staff piu’ attento alle loro indicazioni nel post-operatorio... ma so che hanno compreso le nostre difficolta’ e la limitatezza numerica del nostro personale.
Mi lasciano con qualche paziente difficile da gestire nel post-operatorio, ma prego Dio che non si complichino in loro assenza.
Ringraziamo anche di cuore il loro “capo” Vincenzo che sta recuperando da un grosso intervento chirurgico e non ha potuto seguirli in questa prima missione... ma lo aspettiamo per la prossima.
Ringraziamo anche il volontario Martin, rimasto a Chaaria per circa otto mesi, su richiesta della Diocesi di Meru nella persona di Padre Limo Riwa.
Martin vive in Germania, dove ritornera’ sabato prossimo. E’ Kenyota per meta’ in quanto ha la mamma tedesca ed il papa’ proveniente dalla regione occidentale del Kenya.
Il suo impiego a Chaaria e’ stato soprattutto con i Buoni Figli, dove ha aiutato sia per i servizi generali, sia per la attivita’ fisioterapica rivolta ai piu’ gravi. Alla sera dopo cena si e’ sempre reso disponibile anche per l’ultima poppata e per il cambio-pannolini dei nostri orfani.
Auguriamo a Martin ogni bene per il suo futuro al ritorno in Europa.

Fr Beppe

mercoledì 21 aprile 2010

Come in un girone infernale


La giornata di ieri e’ iniziata in modo problematico. Ero ancora a messa quando sono stato chiamato urgentemente per una placenta ritenuta. Pensavo che i volontari fossero a letto, e quindi mi sono aggiustato con lo staff locale, per non disturbarli. E’ stato un lavoro lungo, ma alla fine ce la abbiamo fatta a salvare quella donna in preda ad una emoragia terribile.
Subito dopo questa prima procedura d’urgenza era la volta di una amputazione di braccio destro. Era una situazione veramente difficile: un giovane preso a colpi di machete: ha perso la mano destra da qualche parte nella notte. E’ venuto in ospedale con l’arto completamente amputato e le ossa esposte... della mano nessuna traccia.
Non si poteva lasciarlo cosi’, a causa dei rischi di infezione, e quindi abbiamo deciso per una amputazione classica, in cui abbiamo rimosso l’osso sporgente ed abbiamo suturato adeguatamente la parte.
Ma i problemi hanno continuato ad accavallarsi. Nel bel mezzo dell’operazione e’ mancata la luce, ed il generatore e’ andato rapidamente in sovraccarico, portando a continue fluttuazioni nella erogazione di corrente e a frequenti totali interruzioni.
L’aria condizionata in sala e’ andata automaticamente in stand by, perche’ il generatore non riusciva a portarne le richieste di potenza, e questo ci ha portato ad una situazione di caldo torrido ed umido, che ha reso l’ambiente quasi invivibile. Inoltre gli alti e bassi di corrente hanno mandato fuori uso l’elettrobisturi, e neppure Fr Lorenzo e’ riuscito ad aggiustarlo. Per cui l’intervento lo abbiamo terminato pure senza questo ausilio.
Eravamo quasi alla fine, stanchi ma contenti, quando ci e’ stato comunicato che avremmo avuto un cesareo urgente... il battito cardiaco fetale non era dei migliori.  La notizia ha originato in noi una spontanea iniezione di insulina endogena, e ci siamo dati da fare per terminare velocemente, e preparare la stanza in tempo record.
Ma appena fuori, quando ancora grondavo di sudore come un pulcino bagnato, mi e’ stato chiesto di fare una ecografia urgente perche’ forse c’era una gravidanza extrauterina. In effetti il test sonografico ha confermato la diagnosi: gravidanza tubarica in prerottura.
“Che fare ora? Chi entra in sala per primo?”
“Cerchiamo di salvare il bambino con il cesareo. Facciamo piu’ in fretta possibile e poi facciamo l’operazione per l’ ectopica”, mi suggerisce il saggio Jesse.
Makena e Celina sono velocissime a pulire la sala. Il cesareo procede veloce e senza complicazioni, e lo terminiamo in 40 minuti, pur in condizioni estreme, dovute alla mancanza del condizionatore.
E’ circa l’una del pomeriggio quando rientriamo nella stanza chirurgica con la malata ormai in shock. Avendo la possibilita’ di avere due anestesisti, Ogembo pero’ chiesto che uno di loro lo aiutasse per un raschiamento, in contemporanea con la nostra operazione.
Il nostro lavoro procedeva bene, e siamo riusciti a fermare l’emorragia in tempi brevi. La donna era quindi fuori pericolo, anche se ancora rimaneva molto lavoro per richiudere il suo addome.
Ma attorno a noi improvvisamente e’ nato un clima di confusione e di caos. Gli anestesisti entravano ed uscivano chiedendo materiale e farmaci per la rianimazione.
“In un’altra stanza abbiamo un arresto cardiaco e respiratorio”.
“Vai pure a vedere, mentre io termino con Makena”, mi ha sussurrato il dott Di Stefano.
Mi sono quindi precipito nell’altra stanza dove tutti erano gia’ convulsamente al lavoro. Jesse mi ha chiesto di praticare il massaggio cardiaco, mentre lui intubava per poi ventilare.
Paolo ha defibrillato per due volte... ed alla fine il cuore e’ ripartito, dapprima debolmente ed irregolarmente, ma poi sempre piu’ vigorosamente.
Intanto la luce andava e veniva, perche’ il generatore grande ha avuto un guasto fermandosi improvvisamente, ed avevamo a disposizione solo il piccolo che ha evidenti problemi di portata.
Con questa illuminazione a scatti e’ stato estremamente difficile reperire delle buone vene, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.
La respirazione, all’inizio del tutto assente, e’ ripresa gradualmente dandoci qualche speranza; ma il coma e’ rimasto estremamente profondo. Poi la situazione si e’ complicata ulteriormente con delle convulsioni sempre piu’ frequenti.
Come se non bastasse, mentre ci davamo il cambio per rianimare la paziente, sono stato chiamato per eseguire una ecografiaurgente per una donna che ha evidenti segni di peritonite.
La mia eco e’ stata spietata: si trattava di una perforazione intestinale, e  bisognava agire subito. La strada era impraticabile, e quindi, volenti o nolenti, dovevamo intervenire qui a Chaaria.
Makena, che non ha fatto ne’ pausa ne’ pranzo, mi ha quindi detto disperata: “con il generatore piccolo non abbian potuto sterilizzare. Ora useremo le ultime cose sterili. Se capita un cesareo non saremo in grado di farlo, e dovremo organizzare un trasporto a Meru”.
Ho risposto quasi come un automa, mentre continuavo a ventilare la malata che si era arrestata: “usa gli strumenti che abbiamo. Poi speriamo che Fr lorenzo riesca a riparare il generatore grande. Ho telefonato all’Enel, e mi han detto che per almeno 48 ore non ci sara’ elettricita’ a causa di grossi problemi a due fasi dell’alta tensione... per cui dobbiamo fare fuoco con la legna che abbiamo”.
Il team siciliano e’ dunque entrato in sala con l’assistenza dell’affamata Makena, mentre io son rimasto fuori per continuare con l’ambulatorio e per dare il cambio a Ogembo e Jesse per la rianimazione. Con il passare delle ore e con l’accavallarsi delle complicazioni diventavamo tutti sempre piu’ disperati, anche se, mentendo a noi stessi, ci dicevamo l’un l’altro che il peggio sembrava passato.
La luce intanto funzionava on/off, ed i chirurghi sudavano letteralmente sette camicie in una stanzetta dove c’erano circa 60 gradi centigradi.
Anche noi sudavamo correndo di qua e di la’, e cercando di non perderci d’animo con la rianimazione.
Alle ore 20 l’operazione era conclusa, e la malata sembrava stabile; Lorenzo e’ riuscito a riparare il generatore grande, e quindi ora potevamo sterilizzare.
Ho mandato Jesse a mangiare, e gli chiesto di tornare verso le 22.30 “per passare la notte”.
Fr Lorenzo ha accompagnato a casa Makena e Celina, mentre Paolo ed il sottoscritto hanno proseguito una “depressa” rianimazione.
“Non ci sono segni di miglioramento a otto ore dal primo arresto cardiaco”, osserviamo sconsolati.
Quando Paolo era crollato ed era andato a dormire, io sono rimasto ancora con Jesse fin verso la mezzanotte. Ora la malata era praticamente in edema polmonare e la pressione era diventata imprendibile. La aspiravamo continuamente, ma l’ossigeno nel suo sangue era costantemente vicino allo zero, nonostante la bombola aperta a go go.
A mezzanotte e dieci un nuovo arresto cardiaco!
Siccome la paziente era monitorizzata, le siamo saltati addosso con due vani tentativi di defibrillazione. Poi ci siamo lanciati ancora nel  massaggio cardiaco per venti minuti, ma tutto e’ stato inutile.
La traccia ECG e’ ora persistentemente piatta, Jesse. Non ce la abbiamo fatta. Ho tanta paura di quello che mi diranno i parenti domani.

Fr Beppe Gaido