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Un bimbo al mattino andava sulla spiaggia a ributtare le stelle marine che erano portate in secca dalle onde.

Quando qualcuno lo vide, gli disse che tale lavoro era completamente inutile, perchè egli non sarebbe mai riuscito a ributtare in mare tutte le migliaia di stelle, che si trovavano sul bagnasciuga.

Il bambino con calma guardò la stella che aveva ancora in mano, la buttò in acqua e poi rispose: "per questa stella sicuramente non è stato inutile".

Chiunque abbia voglia di aiutarci in questo intento, fosse anche per salvare una sola stella... non sarà stato invano. Grazie.

Nadia Monari - Infermiera volontaria


Leggi "Chi siamo", "La storia dell'Associazione" e "Le nostre Missioni"

Lettera del Superiore Generale, Fr. Giuseppe Meneghini


lunedì 31 maggio 2010

Alice Kiende

... è questo il mio nome. Sono poverissima e da tempo c'è qualcosa che mi mangia dall'interno. Sono tutta gonfia, e faccio pochissima pipì. I miei capelli diventano sempre più sottili, e li perso a ciocche.
Ora anche la mia pelle è ricoperta di croste e di eruzioni molto pruriginose.
Sono pure anemica, e mi faranno due sacche di sangue.
Ho 18 anni, e da qualche tempo sono ricoverata presso il Cottolengo Mission Hospital di Chaaria.
Ho un bimbo piccolo di circa 6 mesi qui in ospedale con me, e continuo ad allattarlo, nonostante le mie condizioni generali sempre più scadenti. Il mio piccino sembra stare bene, e non ha alcun segno sulla cute.
Mi hanno detto che ho la scabbia, e che questa è la ragione degli sfoghi sulla mia pelle. Mi stanno dando una lozione biancastra che devo applicare su tutto il corpo per 3 sere prima di dormire. Devo spalmare anche il mio figlioletto, pur non vedendo niente di strano sulla sua pelle. Poi al mattino dobbiamo fare la doccia entrambi, e quindi consegnare tutta la nostra biancheria agli infermieri, per farla lavare a temperature molto alte.
Il gonfiore generale che mi affligge e la caduta dei capelli, secondo quanto mi è stato detto dai medici di Chaaria, sono causati dal fatto che i miei reni non funzionano bene.
La ragione di tale malfunzionamento in giovane età pare dovuta ad una malattia infettiva che io avrei contratto tanti anni fa. Io però non me lo ricordo affatto!
Dicono che si chiama febbre reumatica; che sarebbe iniziata come tonsillite, e che poi sarebbe migrata verso i miei reni attraverso il sangue.
Mi spiegano che si tratta di un batterio veramente cattivissimo, perchè, se non viene curato in tempo, causa ora insufficienze renali come nel mio caso, ora gravi problemi alle valvole cardiache.
I miei esami non sono buoni, ma i dottori dicono che dovrei migliorare con cortisonici, antibiotici e diuretici... meno male che non devo fare la dialisi, perchè io i soldi per quella terapia così costosa non li avrei certamente.
Anche questo ricovero non credo che potrò pagarlo, ma i Fratelli mi hanno detto che ci sono tanti benefattori che dall'Italia mandano soldi per i poveracci come me, che altrimenti non potrebbero pagarsi le terapie necessarie alla sopravvivenza.
Grazie cari donatori che non conosco!
Grazie anche a nome del mio bambino che non vuole rimanere orfano così presto.
Grazie a nome della mia mamma, con cui vivo (sono infatti una ragazza madre): lei non ce la farebbe a pagare l'ospedale.
Io pregherò per tutti voi che avete un cuore grande.

Alice Kiende
 
 

domenica 30 maggio 2010

Incontro per i nuovi volontari a Torino

Erano le 3 in punto del caldo pomeriggio di ieri, quando ho varcato il portone della Piccola Casa nella macchina di Francesco e Gisella, che han voluto venire a prendermi a casa mia, al fine di avere un po’ di tempo per parlare con tranquillita’.
E’ stato supendo rivederli e fare una vera “condivisione d’anima”, con la stessa apertura che ha caratterizzato i nostri quattro mesi a Chaaria. Sono passati vari anni da allora, ma la comunione tra di noi e’ rimasta cosi’ forte che sembra soltanto ieri quando ci siamo salutati al cancello del Cottolengo Mission Hospital.
Eravamo un po’ preoccupati di non arrivare in tempo, in quanto abbiamo prima sbagliato strada all’ ingresso della citta’, e poi ci siamo “impelagati” nel caos di Porta Palazzo in un giorno di mercato.
Ma, quando abbiamo chiuso le porte dell’ auto, il campanile ha iniziato con i suoi tre solenni rintocchi. Avevo deciso di giustificarmi con “l’african time” in caso di ritardo, ma non e’ stato necessario.
Ad accoglierci il sorriso di Lino, gia’ all’opera per far sentire a proprio agio i nuovi venuti.
Ho rivisto anche alcuni ex, che han deciso di ripetere l’esperienza a Chaaria: che bello quando qualcuno ritorna!
Il ritorno di un volontario e’ senza dubbio molto positivo perche’ vuol dire che si e’ trovato bene con noi. Inoltre non avra’ piu’ bisogno di tutto quel tempo di rodaggio all’arrivo in missione, ma sara’ “utile” sin dal primo momento.
Poi tanti sorrisi verso di me: tramite il blog molti mi conoscono, anche se io non ne ho coscienza!
Pensavo che si trattasse di un meeting per pochi volenterosi, ma il salone del “sottochiesa” era pieno zeppo... e tutti avevano in cantiere una partenza per Chaaria.
Lino ha dato loro alcune indicazioni sulle motivazioni che devono sottendere ad ogni esperienza di volontariato; ha inoltre ricordato alcuni valori essenziali quali la donazione, l’attenzione ai piu’ poveri, il rispetto reciproco, l’umilta’ nel servizio. Ha quindi anche presentato la nostra associazione e ne ha indicato la struttura e le finalita’.
E’ poi seguita la visione di un DVD sulla figura e sull’opera di San Giuseppe Cottolengo.
E’ stata quindi la volta di Stefania, la quale ha dato indicazioni sulla logistica e soprattutto sui trasporti aerei che i volontari sono invitati a scegliere.
Il mio intervento quindi e’ stato organizzato in forma di dibattito. Ho semplicemente risposto a domande e perplessita’ dei presenti. Li ho rassicurati su vitto ed alloggio, ed ho in qualche modo descritto la giornata tipo del volontario a Chaaria.
Ho avuto l’impressione di una assemblea molto motivata  e seria. La condivisione e’ continuata anche dopo il mio “discorsetto”, in quanto moltissimi sono stati coloro che hanno chiesto informazioni privatamente. Nel frattempo, Stefania e Lino erano occupati nel raccogliere le adesioni di coloro che gia’ avevano deciso di partire.
Verso la fine dell’incontro ho avuto la gioia di incontrare Bruno, Simona ed il neonato Giovanni: bellissimo bambino che sicuramente portera’ ai neogenitori tanta gioia.
E’ stata poi la volta di un piccolo meeting piu’ ristretto guidato dal vicepresidente Giuseppe Farnese: con la collaborazione di Alex Barberis, Giuseppe accarezza il progetto di avere un sottogruppo di odontoiatri che possano coordinare piu’ efficacente gli aiuti di cui necessitiamo in “sala denti”, ed i turni di volontariato nel settore. Gli odontoiatri italiani avrebbero anche il compito di insegnare sempre nuove tecniche alla nostra Mercy.
Ringraziamo pure Fr Giuseppe Meneghini, superiore generale, per essere passato a salutare gli intervenuti, anche se vari impegni non gli hanno permesso di fermarsi per tutto l’incontro; e Sr Anna Maria Derossi, la quale, pur coordinando un altro seminario in contemporanea, e’ riuscita a farci visita  per due vole, prima all’inizio e poi alla fine del nostro meeting.
“Dulcis in fundo”, sono stato accompagnato a casa da Alex, ed ho passato una bella oretta con lui prima di riabbracciare i mei cari.

Fr Beppe Gaido

sabato 29 maggio 2010

Appello ai volontari

Se qualcuno avesse delle foto di pazienti di Chaaria che potessero raffigurare o l’opera del nostro oculista Joseph, oppure il problema della cecità o delle patologie dell’occhio, in particolare la cataratta, chiederei se me le poteste inviare.
Ne ho bisogno per la raccolta fondi finalizzata ad un nuovo progetto che spero possa andare in porto, teso all’organizzazione di “missioni chirurgiche” a Chaaria da parte di oculisti che dovrebbero venire ad operare pazienti affetti da cataratta.
Vi parlerò diffusamente del progetto che muove ora i primi passi anche a livello di programmazione. Le foto servirebbero per scopi promozionali e di raccolta fondi.
Mandatele pure alla mia mail.
Grazie anticipatamente.

Fr Beppe Gaido

Carissima Azalea

… scrivo questa letterina per dirti che ti sono molto grato per aver deciso di sostenermi con la adozione a distanza.
Per il mio cuore di bambino e’ veramente stupendo pensare che ci siano persone che pensano a me anche quando sono lontane, e non mi hanno mai visto.
So che hai la tua famiglia ed i tuoi bambini, ma, nonostante questo, trovi spazio anche per me. Si vede che hai il cuore di mamma!
Come forse saprai, io sono di Meru, e non di Chaaria... ma sovente ci vado perche’ laggiu’ vive la mia nonna nella sua vecchia casetta di legno. A Chaaria ho un cagnolino bellissimo che si chiama Kina’, e che e’ davvero affettuosissimo...
Pure io vivo in una casetta di legno, che pero’ non appartiene alla mia mamma.La affittiamo... ma ora con il vostro aiuto le cose vanno meglio, ed anche economicamente siamo meno “tirati”.
Cara Azalea, io ti conosco, lo sai?
Ho visto le tue fotografie di quando eri a Chaaria durante la tua Universita’ di Scienze Infermieristiche: ora ti mando questa foto, per farti vedere che anche io cresco e divento grande... lo vedi che sono un ometto?
Pensa che mi stanno gia’ cadendo i denti da latte!
Faccio la prima elementare, e sono il terzo nella graduatoria dei voti. Non ce l’ho fatta ad essere il “numero uno”, ma la mia mamma e’ contenta cosi’... e poi lo so che per lei io sono sempre il piu’ bravo.

Evans Murithi



PS: GRAN BRETAGNA.
Nella foto che allego qui di seguito potete vedermi con Kristine, che e’ un po’ il centro del “tifo” londinese per Chaaria.
La foto e’ stata scattata durante la cena che i “fans di Chaaria” hanno organizzato nel giorno in cui sono passato da Londra.
A lei ed a tutti gli amici che abitano nella Capitale del Regno Unito esprimiamo la nostra riconoscenza per il sostegno morale, per la amicizia ed anche per futuri risvolti pratici sul volontariato.

Fr Beppe

venerdì 28 maggio 2010

La foto della nuova costruzione - Progetto For a Smile

Allego oggi la foto che ho scattato a Chaaria prima di partire. Si tratta della costruzione di cui vi ho parlato ieri e di cui ancora ringrazio il Signore insieme a tutte le persone che si sono impegnate per la sua realizzazione e per il suo finanziamento.
Oltre che per il nuovo stabile desidero ringraziare la associazione “for a smile” anche per un secondo motivo: infatti si sono dimostrati interessati ad aiutarci per il pagamento delle spese di viaggio dei candidati alla cardiochirurgia a Karthoum.  Chiameranno tale iniziativa: ACCOMPAGNA UN CUORE.
“For a smile” ha un sito sul quale hanno trovato posto anche alcune foto di Chaaria scattate dal Dott Carbone. E’ possibile consultare il loro sito: www.forasmile.org

Fr Beppe Gaido





Il Dott. Carbone, sostenuto da For a Smile, che da anni porta il suo prezioso aiuto nei reparti ospedalieri di pediatria, ostetricia, medicina d’urgenza, infettiva e chirurgia delle regioni più disagiate del Mondo, ha seguito fino al 12 febbraio, le urgenze del reparto maternità del Cottolengo Mission Center, valutando in loco le principali necessità della struttura. L’ospedale ha attualmente 140 posti letto, ma si è giunti ad ospitare contemporaneamente fino a 160 malati, ed oltre quando l’afflusso è elevato. Si usano brandine extra ed in casi di necessità di pongono due malati nello stesso letto.
A oggi, sappiamo che il reparto maternità ha bisogno di rinnovare la sala operatoria, necessita di nuovi lettini, culle e incubatrici e letti per le gestanti.
For a Smile ha seguito il Dott. Carbone in ogni fase della sua opera umanitaria sia presso il Cottolengo Center che presso il piccolo orfanotrofio annesso, dove sono ricoverati e accuditi amorevolmente dalle Suore Vincenziane (con la supervisione di Sr Oliva Maninetti), neonati dai 0 ai 21 mesi, orfani di ragazze madri o rifiutati dai genitori.
Qui di seguito il ringraziamento a FOR A SMILE da parte di Fr. Beppe Gaido, direttore dell'ospedale e Superiore della Comunità:

“ … oggi salutiamo il dott Giorgio Carbone, che e’ stato con noi per due settimane lavorando alacremente. Lo ringraziamo per la grande dedizione.
Il nostro grazie si estende anche alla onlus FOR A SMILE (di cui il dott Carbone e’ stato il messaggero), che ci ha lasciato una generosa offerta da usare per il miglioramento dei servizi della nostra maternita’.”


giovedì 27 maggio 2010

Un sentito ringraziamento

E’ ormai conclusa la nuova costruzione che ci e’ stata donata completamente da una partnership tra il governo del Kenya e la associazione italiana “for a smile”.
Inseriro’ la foto sul blog domani, in quanto oggi ho problemi di spedizione.
Ma gia’ da questo momento desidero esprimere il nostro piu’ sentito ringraziamento al parlamentare kenyota rappresentante la nostra area, onorevole Gitobu Imanyara, che ha fortemente voluto lo stanziamento di denaro che ha permesso l’ avvio della costruzione. 
L’ onorevole Imanyara ha posto il progetto per il nostro ospedale nei piani di sviluppo della zona, devolvendo a nostro favore dei fondi dal CDF (Constituency Development Fund).
“For a smile” ci ha sponsorizzato per il completamento del progetto. Anche a questa associazione esprimiamo la nostra piu’ sentita riconoscenza. Insieme a “for a smile” vogliamo ringraziare anche il dott Giorgio Carbone, che e’ stato il tramite tra noi e loro.
In tale nuovo stabile intendiamo trasferire alcuni ambulatori.
Prima di tutto desideriamo dare una sede fissa all’oculista che fino ad oggi ha sempre dovuto lavorare in ambulatori di fortuna, montando e smontando i suoi “marchingegni” ogni volta che viene a Chaaria.
Ora potremo dare un posto disso sia al fontifocometro, sia alla lampada a fessura che speriamo di ricevere presto con un prossimo container.
Inoltre nella nuova struttura si trasferiranno i due clinical officers: anche questo e’ un fatto assai significativo nella linea della personalizzazione del servizio.
Come sapete infatti, al momento i clinical officers visitano entrambi nella “room 9”, separati semplicemente da una tenda. Lo stesso avviene per gli infermieri che lavorano in due nella “room 2”.
Tale situazione e’ stata fino ad ora inevitabile a motivo nella nostra cronica carenza di spazi, ma non e’ mai stata ottimale. La tenda puo’ anche garantire un minimo di privacy nel campo del “vedere”, permettendo ad un paziente di svestirsi senza essere visto da un altro malato... ma in quanto al “sentire” e’ un vero disastro, dal momento che puo’ succedere che una donna debba spiegare al curante problemi di carattere ginecologico nello stesso momento in cui, dall’altra parte della tenda, un anziano signore espone le sue problematiche urologiche ad un altro sanitario.
Ora metteremo un infermiere a visitare in “room 2” ed un altro in “room 9”, mentre i clinical officers avranno ognuno il proprio studio... ponendo fine in tal modo a questa brutta carenza di privacy che ci ha accompagnati per anni.
La migrazione dei clinical officers alla nuova sede inoltre decongestionera’ ulteriormente il corridoio e la sala di attesa del dispensario dove ora spesso non si riesce neppure a passare.
In un’altro locale inoltre ricaveremo uno studio per i medici volontari italiani, i quali fino ad oggi sovente hanno usufruito della stanza addetta alla diagnosi della TBC, come ambulatorio improvvisato. Anche questa situazione e’ durata moltissimo tempo per mancanza di locali, ed ha creato situazioni psicologiche talvolta pesanti dal momento che molti pazienti, leggendo “TBC room” sulla porta rifiutavano di entrarci per paura di infettarsi. Ma ora finalmente pure tale problema pare trovare una soluzione.
C’e’ ancora una piccola stanzetta, un po’ buia, che pensavamo di usare come locale privato per quei malati che richiedono la confessione o il colloquio con il cappellano.
A nome di tutti i Fratelli e le suore di Chaaria ripeto ancora il nostro grazie per questa bella cooperazione italo-kenyota.
Come sempre esprimiamo anche il nostro grazie a Dio che sempre si prende cura di noi anche attraverso strade a volte molto contorte.

Fr Beppe Gaido  

PS: la mia giornata oggi e’ totalmente dedicata a mia sorella che e’ stata operata al seno presso la ginecologia dell’ospedale Santa Croce di Cuneo. Ringrazio il Signore per il buon esito dell’intervento.

mercoledì 26 maggio 2010

Volontariato e "vogliantariato"

Traggo queste poche riflessioni dall’articolo di Nunzia De Capite, apparso su Italia Caritas numero 4, 2010.
Mi trovo assolutamente d’accordo con l’autrice nell’affermare che “ il volontariato è attraversato da correnti di cambiamento diverse: il venir meno di alcuni tratti distintivi, per esempio la gratuità, o l’incremento delle organizzazioni…”.
In effetti moltissimi sono oggi gli organismi che propongono volontariato in diversissimi ambiti della vita civile, ma allo stesso tempo la sensazione generale è che il numero dei volontari stia in qualche modo scemando.
Parlando con i responsabili dell’A.P.A. per esempio, ho compreso che fanno sempre più fatica a trovare dentisti per l’Africa.
Questa sensazione viene poi confermata dai numeri.
Infatti una indagine ISTAT relativa alla partecipazione sociale delle persone che hanno più di 14 anni nel decennio 1996-2006, ha mostrato come si sia ridotta notevolmente la percentuale di coloro che svolgono attività di volontariato.
Nel 2008 solo il 7% dei ragazzi nella fascia d’età 14-17 anni ha svolto, almeno una volta nell’anno, un’attività gratuita per associazioni di volontariato. Questa percentuale cresce al 10% se si considera la fascia 18-19 anni, con un lieve maggior coinvolgimento delle femmine.
Anche quest’ultimo dato relativo ad un maggior impegno delle donne nel volontariato trova riscontro in quanto avviene a Chaaria.
La Caritas italiana ha inoltre condotto un interessante studio motivazionale sulle ragioni che spingono un giovane a scegliere il volontariato. Da tale studio sono emersi dati in qualche modo inaspettati ma certo interessanti.
Mi preme qui ripetere che le analisi della Caritas si focalizzano soprattutto sui giovani, e vogliono sottolineare come il sodalizio tra gioventù e volontariato si stia in qualche modo incrinando.
Per esempio dai dati raccolti emerge che, sempre più frequentemente, alla base dell’esperienza di volontariato i giovani pongono motivazioni funzionali e strumentali.
“Non più adesioni disinteressate e spinte motivazionali forti, ma un orientamento a volte “opportunistico” dettato dalla necessità di ampliare il proprio bagaglio di esperienze, sperimentandosi in attività nuove e spingendosi su terreni inesplorati, al fine di arricchire la propria dotazione di competenze, spendibile in ambito professionale”.
Altro dato emerso è quanto alcuni direttori Caritas hanno definito “vogliantariato”, cioè un tipo di impegno intermittente, libero da vincoli altruistici e di responsabilità sociale, e quasi distaccato.
A questo elemento si collega per esempio una crescente difficoltà a trovare volontari disposti ad un impegno continuativo, magari a livello associativo, con la collaborazione a progetti in Italia per il sostegno delle opere all’estero. Si può anche ricondurre a tale dato statistico il fatto che per lo più il volontariato oggi si caratterizza per esperienze “una tantum”, da ripetere in posti sempre nuovi di anno in anno, allo scopo di allargare il proprio patrimonio di esperienze: un volontariato quindi che talvolta ha al centro il volontario stesso più che la realtà a cui si dovrebbe rivolgere il suo aiuto.
I dati che ho citato naturalmente riguardano soprattutto i volontari della Caritas italiana, e non sono uno spaccato di quanto avviene a Chaaria, o a Tachina… ma ci possono comunque far riflettere.
Inoltre le ricerche statistiche a cui mi riferisco si sono focalizzate sui giovani, e bisogna ammettere che spesso i volontari più attempati hanno conservato maggiormente un atteggiamento motivazionale serio, con altruismo forte e con l’intenzione di un impegno continuativo nel tempo.
Concludo con un dato che forse potrebbe diventare di stimolo anche per la nostra associazione, al fine di un rinnovamento e di un approfondimento delle nostre motivazioni e magari anche delle nostre occasioni formative per preparare ad un volontariato serio ed adulto: per il 2011 è stato indetto l’anno europeo del volontariato.
Speriamo dunque che il 2011 veda un forte incremento dei volontari ed un approfondimento reale delle loro motivazioni, e ci auguriamo che i due orizzonti, giovani e volontariato, tornino a collimare, secondo forme nuove.
 
Fr Beppe Gaido

martedì 25 maggio 2010

Un sogno ad occhi aperti



Oggi a porta Palazzo sento parlare in Kiswahili, e non resisto alla tentazione di chiedere a quella coppia da dove vengano. Mi hanno risposto di essere kenioti e di provenire da Moyale.
Per un attimo mi lascio prendere dai ricordi.  Ho fatto quel tratto di strada terribile nel 2005.

Avevo deciso di provare ad affrontare il viaggio di tanti miei pazienti, ed approfittando della presenza di Daniele a Chaaria avevo tentato l’avventura. Zaino in spalla, con un po’ di paura nel cuore, mi ero fatto accompagnare da Joseph fino a Isiolo, alla famosa sbarra, dove molti credono ci sia il confine tra il Kenya e la Somalia.

Era pomeriggio inoltrato, quando ho salutato Kabithi, e mi sono trovato solo a discutere con i camionisti il prezzo di un passaggio sul loro autotreno, fino a Moyale, al confine con l’Etiopia.

Dopo le lunghissime trattative con tira e molla sul prezzo, mi ero messo d’accordo con un Borana il quale mi avrebbe portato solo fino a Marsabit. Di la’ in poi avrei chiesto di nuovo. Non mi ha messo nel cassone con le mucche, come invece ha fatto con decine di altri passeggeri. Mi ha invece stipato nella cabina di guida, dove gia’ si trovava la sua famiglia (moglie e due figli piccoli che si contendevano il seno della donna). Nell’abitacolo c’era un nauseante odore di latte cagliato e le urla stridenti dei due pupi, oltre ad una radio che a tutto volume suonava ritmi arabeschi di carattere evidentemente religioso. Abdi, il mio conducente, e’ stato molto gentile e mi ha subito offerto la branda che si trova dietro ai sedili. Io pero’ ho rifiutato, pensando che questa sarebbe stata molto piu’ utile per la moglie e per i bambini. Lui ha insistito un po’ dicendo che saremmo arrivati a Marsabit molto tardi, verso le 3 di mattina, ma poi ha capito che non mi sarei mosso, e quindi ha fatto un cenno alla donna che si e’ spostata dietro senza dire una parola.

Dopo Isiolo il panorama cambia rapidamente, diventa sempre piu’ secco e stepposo. I colori del tardo pomeriggio e del tramonto esaltano la selvaggia bellezza di cio’ che ci circonda. Man mano che si viaggia verso Nord sulla strada sterrata e molto corrugata, le mandrie di mucche vengono rimpiazzate da altre di pecore, e poi di cammelli. Per un tratto si costeggia il Samburu Park, meta quasi costante dei volontari che passano da Chaaria. Ad Arches Post ci siamo fermati per una pausa urologica: nessun autogril. Io, l’autista ed i molti uomini stipati nel cassone abbiamo orinato davanti al camion, mentre le donne si sono dirette dalla parte posteriore del medesimo. Pochi minuti e poi via di nuovo... la strada e’ difficile e polverosa. Non posso neanche immaginare quanto sia duro per coloro che sono ammucchiati insieme alle mucche che stiamo trasportando a Marsabit. Scoppia la maestosa luce rossa del tramonto, ed attorno a noi e’ tutto piatto, secco. Ci sono solo arbusti e rari cactus. Per strada si vedono uomini variopinti al seguito delle loro mandrie di cammelli e capre. Portano collane e bracciali, fatti di perline colorate e rame. Hanno quasi sempre la lancia, che portano con grande orgoglio. I vestiti sono ridotti al minimo necessario.

Non si vedono case nel senso tradizionale del termine: solo manyatte, cioè capanne di fango basse e dal tetto appiattito, che le popolazioni nomadi smantellano e trasportano ad ogni cambio di stagione.

In lontananza è facile vedere animali selvaggi: bufali, zebre, babbuini e antilopi, oltre alle magnifiche e nobili giraffe.

Mi lascio trasportare dai pensieri e penso che qui uomini, animali e natura “dipingono” un quadro di una bellezza inimitabile, tanto da farne un paradiso per naturalisti ed antropologi, se hanno il coraggio di avventurarsi in queste terre remote. Addentrarsi da queste parti senza scorta di polizia è infatti a volte rischioso, a causa dei banditi che talvolta assalgono e rubano, protetti dalla immensa solitudine.

Il camion procede lentissimo verso Nord, e mi viene in mente che stiamo percorrendo la Pan African Highway, cioe’ la superstrada che collega le due estremita’ dell’Africa... una specie di transamazzonica del continente nero, che con i suoi migliaia di chilometri in paesaggi cosi’ diversificati, e’ praticamente l’unica strada di collegamento tra il Sudafrica e l’Egitto. Noi la percorriamo nei 500 chilometri non ancora asfaltati, in questa splendida regione del Kenya, dove il tempo sembra essersi fermato, e dove le popolazioni nomadi (Samburu, Borana, Rendille, Turkana) sono ancora fortemente legate ad antiche tradizioni.

Raggiungiamo Marsabit verso le 4 del mattino. Fa molto caldo, anche se la citta’ e’ in una specie di oasi verde, creatasi lungo i millenni in un cratere di vulcano spento le cui pendici sono tappezzate da una splendida foresta tropicale. Mi colpiscono le moschee: le porte sono aperte, e transitando lentamente per strada, riesco a buttare un occhio all’interno. Sono pienissime di uomini in abito e zucchetto bianco, rannicchiati sul tappeto che ricopre il pavimento, nel classico atteggiamento della preghiera islamica. Ancora una volta i musulmani mi danno una salutare lezione di fedelta’ al dovere religioso della preghiera. Quanti di noi cristiani sarebbero in chiesa alle 4 del mattino?

Ci troviamo quasi subito nel caotico mercato del bestiame. C’e’ cosi’ tanta gente che non sembra neppure che sia ancora notte fonda. Io non capisco niente. Tutti mi parlano in Borana, mi strattonano, mi chiedono se cerco un taxi, mi chiamano ripetutamente “my friend”. Sono frastornato e assonnato; ma poi il mio camionista, che non si e’ dimenticato di me, mi trascina verso una Land Rover scassata e straripante di gente, e mi trova un posto a sedere vicino al conducente: “ Muzungu anaenda Moyale (l’uomo bianco va a Moyale)”, dice all’autista, che in un Inglese stentato mi rassicura: “ No problem, Sir”.

L’auto parte sbuffando e ci inerpichiamo nuovamente sulla collina, tra gli alberi, per uscire dalla stupenda oasi/vulcano di Marsabit e puntare verso Nord. Subito dopo l’alba il solleone diventa rovente, ed io, piu’ che la fame, sento i morsi della sete. Arriviamo a Moyale il pomeriggio tardi. Siamo completamente coperti di polvere, stanchi, con la vescica strapiena... ma anche soddisfatti. L’autista del matatu mi vuole fare ancora un favore. Gratuitamente mi porta fino ad un fiumiciattolo, e poi mi dice: “Lo puoi attraversare a piedi. Di la’ è Etiopia. Così potrai dire ai tuoi amici che sei stato all’estero”... Lo ringrazio molto, vedo un sacco di gente che attraversa in entrambe le direzioni, ma, essendo l’unico “bianco” e non avendo portato il passaporto, preferisco non rischiare. In Etiopia ci vado con lo sguardo soltanto; scruto la steppa enorme, e le sontuose montagne tra la nebbiolina dell’orizzonte. Ora devo andare a cercare un posto per dormire e qualcosa da mettere sotto i denti. Visitero’ l’ospedale dove conosco uno degli infermieri, e poi domattina mi rimetterò a contrattare il prezzo per un camion che mi riporti a Isiolo.

Che viaggio terribile. Che fatica! E pensare che io non sono malato e sono sempre stato seduto in cabina. E’ incredibile pensare che ci sia gente che va a Chaaria partendo da Moyale, e magari stando nel cassone di un autotreno. Non so perche’ lo fanno.





PS:

1) La notte scorsa presso l’ospedale di Chaaria è mancata la mamma di Father Philip Ntonja, primo sacerdote cottolenghino africano ed al momento parroco di Kisarawe in Tanzania. A lui assicuriamo le nostre preghiere e gli porgiamo le più sentite condoglianze anche a nome della Superiora di Ducenta Sr Marina, che mi ha contattato via mail.



2) Condoglianze e preghiere anche a Brother Richard che ha perso il nonno. Oggi si svolgeranno i funerali.




Fr Beppe Gaido

lunedì 24 maggio 2010

Grande fermento anche a Londra

Soprattutto grazie all'amicizia ed all'impegno di Kristine, anche a Londra comincia a girare il nome di Chaaria.
Pure nella Capitale del Regno Unito c'è fermento e ci sono iniziative, che per ora sembrano indirizzarsi soprattutto alla adozione a distanza di orfani sostenuti e accolti a Chaaria.
Kristine ha anche iniziato un'opera di sensibilizzazione presso la facoltà di Medicina della London University.
Altri amici desiderano ora impegnarsi nella raccolta fondi.
Molte sono le persone intenzionate ad offrirsi per un servizio di volontariato a Chaaria. Per adesso non ci sono ancora piani concreti o date. Appena saprò qualcosa di più preciso, mi preoccuperò di coordinare con attenzione il movimento dal Regno Unito con quelli dalle tre sedi italiane.
E' bello per me prendere coscienza del fatto che il messaggio di Chaaria affascina ed attira molta gente, non solo in Italia.
Questo mi consola e mi fa capire che c'è ancora molto di buono in noi, nonostante tanti nostri limiti.

Fr Beppe Gaido

domenica 23 maggio 2010

Cristina ha fatto la Cresima

E' stata una celebrazione eucaristica semplice e solenne nello stesso tempo. Il coro ha cantato benissimo.
Nel giorno di Pentecoste, presso la parrocchia di Casalgrasso, otto tra ragazzi e ragazze hanno ricevuto il sacramento della Confermazione.
Il vicario episcopale li ha incoraggiati a vivere questo sacramento non come l'addio alla vita cristiana, ma come l'inizio di un impegno sempre più deciso nel seguire il Signore.
Anche se poi naturalmente tutti i neocresimati hanno avuto il loro bel ricevimento in questo o quel ristorante del circondario, mi piace ricordare il sacrificio da loro compiuto a favore di chi è meno fortunato.
D'accordo con le catechiste, hanno rinunciato ai regali, e mi hanno donato una busta per Chaaria contenente 410 Euro: i soldi saranno da spendere per pagare ricoveri ospedalieri di bambini la cui famiglia non potrebbe permettersi di curarli.
A nome di tutti i poveri bimbi che saranno assistiti grazie alla loro offerta, desidero esprimere il mio più sentito ringraziamento a questi ragazzi ed alle loro famiglie per il grande segno di solidarietà e maturità cristiana.
Nella foto vedete Cristina, la mia nipotina, baciata da due cuginetti: anche lei ha ricevuto la cresima ed anche a lei, come a tutti gli altri ragazzi, ripeto il mio GRAZIE, ed  auguro un futuro di grande dedizione a Gesù ed al prossimo, pur nelle diverse scelte di vita a cui il Signore li porterà.

Fr Beppe Gaido



Dal diario di Chaaria

Ricordo il caso della bambina di 12 anni violentata da uno sconosciuto. E’ successo un po’ di tempo fa ma la memoria è per me ancora vivissima, soprattutto per quanto è poi successo farraginosamente mentre la stavamo assistendo in ospedale.
Il caso della bimba mi aveva sconvolto perchè la conoscevo. Frequentava le scuole primarie di Chaaria e stava rientrando a casa verso le ore 18. Secondo quanto i suoi genitori mi hanno raccontato, la piccola è stata assalita dallo stupratore e poche centinaia di metri dall’abitazione, quando ancora non era buio. Era in preda allo shock e non parlava. In compenso perdeva molto sangue.
A questo punto si colloca l'inizio della mia crisi: chi ha letto il libro PAPPAGALLI VERDI sa di cosa sto parlando.
Avevo deciso di suturare la bambina e che avrei dovuto farle anche l'anestesia generale, perchè lei non voleva saperne di farsi toccare. Ci avevamo quindi del tempo: l'induzione del sonno non era stata immediata perchè la paziente era terrorizzata e rifiutava anche di farsi infilzare una vena. Pure cucire era stato laborioso e lungo.
Finito questo primo intervento eravamo andati in sala operatoria per un cesareo di cui ero a conoscenza già da prima dell’inizio della sutura: tutto sembrava nella norma. Anestesia spinale senza problemi. Tempo tra incisione della cute ed estrazione del feto non superiore ai quattro minuti... però lo spettacolo che ci era presentato davanti agli occhi non era dei più belli... il bambino non piangeva e non respirava autonomamente… ed anche dopo la rianimazione non ce l’aveva fatta.
“Che dolore!!! Avessi fatto il cesareo per primo!!! Che cretino che sono!!! Dopo tanto tempo che lavoro a Chaaria, non mi rendo ancora conto che un cesareo non va mai posticipato di un minuto!!!” Ormai però era troppo tardi: avevo fatto una scelta sbagliata; avevo dato la precedenza alla bimba stuprata; forse ero stato troppo emotivo.
Purtroppo un'altra mamma che si era rivolta a noi perchè le donassimo il piccolo che per nove mesi si era portato nel cuore e nella pancia, era invece in attesa di dimessione dall'ospedale a mani vuote.


PS: NOTIZIE FLASH DA CHAARIA
Fr Giancarlo è ancora alle prese con una epidemia malarica che non vuole dar tregua ai nostri ragazzi handicappati. Uno di loro, di nome Nkonge, è così grave che è stato trasferito in ospedale.

Ciao.   
Fr Beppe

sabato 22 maggio 2010

Lettera di Colline e di Ugo Montanari

Carissimo Ugo,
Ti voglio parlare un po’ della mia vita, anche per dirti grazie di tutto quello che fai per me.
Sono sempre stata una persona non desiderata per i miei genitori. Infatti sono nata da una relazione che poi non e’ continuata nel tempo. Non conosco neppure chi sia mio padre.
Quando mia madre ha trovato un altro uomo che pareva volesse sposarla, si e’ trovata di fronte ad una scelta: il suo nuovo “amore” le ha detto che l’avrebbe accolta si’... ma senza figli di precedenti relazioni.
E cosi’, all’eta’ di 6 anni, sono stata affidata a mia zia, la quale e’ effettivamente diventata la mia mamma fino ad oggi.
Questa situazione mi e’ pesata tanto, ed ha indubbiamente creato non poche difficolta’ al mio cuore di bambina prima e di adolescente poi: mi sono sentita abbandonata, rifiutata, buttata nelle immondizie.
Non che mia zia non mi volesse bene, ma io l’ho sempre saputo di non essere sua figlia.
E poi di tanto in tanto vedo ancora mia madre, che nel frattempo ha avuto altri tre figli dalla nuova relazione... ma non riesco a perdonarla. Per me e’ gia’ tanto se ce la faccio a salutarla civilmente, senza urlarle dietro e senza insultarla.
Anche studiare per me e’ stato problematico.
La zia ha sempre fatto tanto, e piu’ o meno ha sempre pagato le tasse scolastiche in tempo... ma qualche volta non ci e’ riuscita, ed io ho dovuto subire l’umiliazione di essere mandata via dalla scuola per “debiti” con l’amministrazione.
Poi sei arrivato tu, e la situazione e’ diventata piu’ rosea, perche’ non abbiamo piu’ avuto l’angoscia di continuare a cercare i fondi per pagare la retta scolastica.
Nove mesi fa sono rimasta incinta.
Avrebbe potuto essere disastroso, ma ho mantenuto fede alla promessa che ti avevo fatto di non deluderti.
Ho sempre frequentato, ed i professori sono stati molto comprensivi. Non mi hanno sospesa, ed ho studiato come semiconvittore: cioe’, invece di dormire a scuola, andavo a casa alla sera verso le ore 17. Sono infatti iscritta ad un istituto che si trova a poche centinaia di metri da casa nostra.
Ieri ho dato alla luce una bellissima bambina, sana e robusta. E’ stato un parto normale, senza complicazioni.
Ne sono molto felice, soprattutto perche’ mia figlia e’ nata da una relazione stabile. Non si tratta di una scappatella con compagni di scuola che ora potrebbero rifiutare di riconoscerne la paternita’. Ho infatti un fidanzato, e sono gia’ stata presentata ai suoi genitori. Loro mi hanno accolta nella loro famiglia, e dopo la scuola ci sposeremo.
I professori ora mi hanno detto di rimanere a casa un mese intero per l’allattamento... e poi di ricominciare a frequentare regolarmente, in modo che io non perda l’anno e sia in grado di affrontare l’esame finale regolarmente, insieme agli altri candidati, per il mese di dicembre.
Te lo scrivo perche’ penso che sia bello che tu lo sappia direttamente da me. Io sono molto felice; forse adesso la mia vita di “orfana di fatto” prendera’ un’altra piega, ed anche io diventero’ una rispettata donna-sposata della societa’ rurale del Meru.
Ti ripeto la mia promessa di non deluderti.
Mi dividero’ adeguatamente tra la mia bambina ed il dovere dello studio; ed affrontero’ l’esame finale con coraggio e determinazione.
Certo, per ora non penso di continuare ulteriormente gli studi. Mi basta la scuola superiore che per me costituisce gia’ il conseguimento di un sogno tante volte apparsomi soltanto un miraggio... ora il miraggio e’ a portata di mano anche grazie a te!
Saro’ una buona mamma ed una moglie fedele... e tu rimarrai nel numero delle persone che hanno contribuito grandemente alla mia felicita’.

Colline Ichilio
 

Oggi Ugo ha risposto subito a Colline ed ecco la sua letterina....


Cara Colline, che dire?
Prima di risponderti devo dirti anch'io un po' della mia vita, così mi capisci meglio.
Sono uno mzungu di sessanta anni, un po' vecchio e molto grasso che non ha mai avuto grossi guai nella vita e che non ha mai fatto grandi cose nella vita: lavoro, faccio il medico da 35 anni, ho tre figli a cui voglio molto bene, una sola  moglie (qui in Europa si usa così... ma è già difficile sopportarne una, figurati di più!) e due nipoti nati dalla mia prima figlia.
Anche se non ti conosco e probabilmente non ti conoscerò mai, ti voglio davvero molto bene, come se fossi una mia nipote che abita lontano  e ti penso spesso.
Perciò tu non potrai mai deludermi: sei dolce, sei brava, ti impegni... anche se alla fine non riuscissi ad attenere il titolo di studio non è molto importante.... per me è molto più importante che tu ti senta amata da qualcuno (e fra questi, credimi, ci sono anch'io), e che tu non  abbia problemi economici e di salute in modo che la tua vita possa scorrere serena.
Credo anch'io che sia triste e faccia piangere non sentirsi amata da piccola e non essere accudita dai genitori...e nessuno potrà restituirti queste cose che ormai la vita ti ha tolto...
... ma il passato non c'è più : jana imekufa.... oggi hai persone che ti amano ed un minimo di serenità economica, oggi hai "aperto la mente" perché stai studiando ....e soprattutto oggi hai un piccolo angelo (malaika mdogo) che è il tuo bambino.
Ti auguro che ti riempia la vita come i miei figli hanno riempito la mia e ti auguro di cuore che l'uomo con cui l'avete concepito sappia regalarti e regalarvi l'amore che meriti e vi meritate.
Ripeto, non preoccuparti per la scuola, dedicati al tuo cucciolo e goditi questi momenti.... e se  pensi che posso esserti utile in qualche altra cosa dimmelo pure: se posso cercherò sempre di accontentati.
Ricordati che qui, a seimila chilometri da casa, hai uno zio pallido, grasso e vecchio che ti vuole tanto bene.
Quando vuoi e puoi scrivimi, perché mi fai contento.
Ciao
 
Ugo kiboko
 
 
P.S.: come hai chiamato il bambino ?
 
P.P.S.: tu parli kiswahili o kimeru?

 

venerdì 21 maggio 2010

Per Francesco

Carissimo Francesco,
Ho affidato questa letterina a Fr Beppe che va in Italia, soprattutto per dirti che ti sono tanto grata per il sostegno che continuamente offri alla mia crescita umana, spirituale e scolastica.
Le vacanze sono finite e da circa dieci giorni siamo ritornati a scuola. Durante il periodo in cui le scuole sono rimaste chiuse, ho vissuto con una mia sorella sposata. La sua famiglia vive nel villaggio di Kathwene, a 10 chilometri da Chaaria, ai piedi della collina che vedi nella foto.
Ora sono rientrata, e, come tu saprai, qui da noi la scuola e’ sotto forma di convitto, per cui a casa ci andro’ nuovamente ad agosto.
La scuola e’ molto dura ed essenziale: cibo assolutamente spartano; studio e lavoro; disciplina forse incredibilmente severe per standard europei... ma la mia vita e’ stata molto difficile dalla nascita, per cui non faccio molta fatica ad adattarmi.
Sono partita da molto lontano, non solo geograficamente... e quindi tanta strada rimane ancora da fare: infatti sono in terza elementare.
Avrei voluto fare piu’ in fretta e scriverti che magari ho gia’ terminato la quinta; ma onestamente non ce la faccio a studiare piu’ velocemente. Mi sforzo, ma a volte non capisco neppure quello che gli insegnanti dicono... inoltre non riesco a ricordare.
Mi sento sempre un po’ umiliata dal fatto di essere nella stessa classe con bambini assai piu’ giovani di me: per me e’ brutto anche non sapere la mia eta’! Ma ad occhio e croce io credo di avere circa 15 anni... e sono nei banchi insieme a bimbi di 8-9 anni.
Non e’ facile! Normalmente non partecipo alle danze che la mia classe ogni tanto organizza per animare la Messa della domenica, perche’ mi sento fuori posto: come farei a ballare insieme a bambini che mi arrivano all’ombelico?!
I maestri mi dicono spesso che devo ripetere un trimestre perche’ non sono al livello degli altri miei compagni di classe; ma io a volte sono profondamente in crisi: nel mio villaggio le ragazze si sposano a 17-18 anni, qualcuna anche prima... questa e’ la nostra cultura, ed e’ anche un modo per sgravare la famiglia di un peso economico!
Quando saro’ nell’eta’ da “maritare”, io forse non avro’ neppure finito la scuola dell’obbligo. Mi piacerebbe continuare a studiare, magari diventando io stessa una insegnante... ma la strada mi pare ancora infinita! Temo di diventare una delle tante donne sposate nei villaggi, le quali a mala pena sanno apporre una firma e per tutta la vita hanno come unica aspirazione quella di badare ad una lunga fila di bambini.
Come vedi dalla foto, caro Francesco, ho chiesto ai miei insegnanti di permettermi le trecce anche a scuola, in quanto sono ancora molto “complessata” per le brutte cicatrici che si vedono sulla nuca e sul collo. Cerco di coprirle con i capelli per evitare le continue domande inutili e dolorose dei miei compagni di scuola, i quali comunque non potrebbero mai capire il dolore da me provato quando sono stata piu’ volte colpita dal machete di quel malato di mente.
Ora ritorno a studiare e chiudo questa letterina. L’ho scritta in kiswahili perche’ anche l’inglese per me e’ ancora un problema, soprattutto se devo scriverlo... ma so che qualcuno la tradurra’ in italiano per me.
Prego sinceramente per te, Francesco, e per tutte le persone che mi hanno fatto del bene, a partire da quel terribile dicembre 2007 che ha segnato la mia vita per sempre.

Josphine Kawira




PS Venerdi’ 14 maggio, all’ospedale Aga Khan di Dar Es Salaam (Tanzania) e’ mancata la prima suora cottolenghina africana. Si tratta di Sr Consolata Gitiri, superiora della comunuta’ di Kisarawe da 6 anni.
Sr Consolata aveva 60 anni ed era originaria di Embu, in Kenya.
La ricordiamo nella nostra preghiera.



Fr Beppe


giovedì 20 maggio 2010

Inimicizia atavica

Sento un urlo acuto che proviene dal corridoio davanti alla cappella. E’ la voce di Rossella che sembra particolarmente agitata. Prima che io mi muova da tavola, la maggior parte dei Fratelli ha gia’ fatto capannello attorno alla volontaria che, con occhi pieni di terrore osserva nella direzione del cancello.
Poco distante scorgo un grosso serpentone nero, attorcigliato su se stesso e probabilmente assopito.
In Kenya c’e’ la credenza che, se uno si stringe l’avambraccio destro con la mano sinistra e si mette a distanza un po’ ravvicinata dal serpente, quest’ultimo non puo’ piu’ muoversi.
Personalmente ritengo che questa non sia altro che una delle tante superstizioni di cui ho sentito parlare non solo in Africa ma anche in Italia... ma non importa. Dico al mio confratello di continuare con quell’incantesimo mentre io vado a cercare una scopa.
Non so se si e’ trattato di magia o di casualita’, ma in effetti ho trovato il rettile nella stessa posizione quando sono tornato con la mia “arma letale”.
Per uccidere un serpente velenoso, con notevole velocita’ di movimento quale e’ il mamba nero che mi sta davanti, e’ oportuno prima di tutto cercare la posizione migliore. Bisogna stargli di spalle ed evitare accuratamente di venire a trovarti in vicinanza della testa. Poi ci vuole un po’ di sangue freddo.
La cosa migliore e’ di assestare un colpo secco sul cranio o sul collo del rettile, in modo da tramortirlo o da spezzargli la colonna vertebrale. In tal modo la bestia non potra’ girarsi verso di te.
Questo primo colpo e’ il piu’ importante, sopratutto se cerchi di uccidere un cobra. Infatti, se lo manchi, il serpente prima di tutto ti sputera’ negli occhi un veleno non mortale ma dolorosissimo e pericoloso per la tua vista.
Nel caso del mio mamba devo ammettere che, avendo un po’ di tremarella, manco due volte il bersaglio, prima di raggiungerlo con il colpo mortale sulla scatola cranica. Quando ho colpito senza centrarlo, si e’ verificato un fuggi-fuggi generale, che mi ha lasciato solo di fronte alla bestia che mi si dirigeva contro... ma poi tutto e’ finito ed abbiamo buttato l’animale nell’inceneritore.
Scene come questa non sono molto frequenti a Chaaria, anche se devo ammettere che non sono neppure del tutto eccezionali, soprattutto in stagioni molto ricche di precipitazioni come quella che stiamo vivendo.
Ci e’ gia’ successo di ammazzare un rettile in cappella; di trovarne un altro arrotolato nel sacco dello zucchero; di ucciderne un terzo che era abbarbicato alle inferriate di una finestra della casa-suore.
Anche in ospedale a volte un serpente va a farsi una passeggiata in un reparto e le mamme ricoverate afferrano i propri bambini; si mettono in piedi sul letto e cominciano ad urlare.
In genere usiamo sempre la stessa tecnica per ucciderli.
Nelle ultime due settimane a Chaaria ho ricoverato due pazienti con morso di serpente; un uomo ed una donna: lui e’ sopravvissuto mentre lei non ce l’ha fatta, ed e’ morta in pochissime ore tra acute sofferenze.
I due tipi di serpente piu’ frequentemente incriminati a Chaaria sono il mamba nero ed il cobra (puff adder o spitting cobra). Ma ho sicuramente incontrato anche un mamba verde.
Il livello di velenosita’ differisce, essendo il “nero” relativamente meno pericoloso, ed il “verde” estremamente letale. Il cobra ha una pericolosita’ intermedia, ma puo’ causare danni permanenti agli occhi.
Per chi fosse interessato a conoscere il nostro modo di curare un paziente morsicato da un rettile, ricordo che avevo scritto un articolo a sfondo medico ed infermieristico sull’argomento. Lo si puo’ trovare sul blog cercando la voce: MORSI DI SERPENTI E RAGNI.


Fr Beppe Gaido



mercoledì 19 maggio 2010

Immagini da Chaaria


Ringrazio il Dott. Andrea Di Stefano per le significative immagini che lui stesso ha scattato, durante la sua permanenza di volontariato a Chaaria, di cui ne pubblico solo alcune...



Il colera

Come tutti sapete il colera è una malattia batterica trasmessa con ciclo fecale-orale.
In parole povere significa che il germe entra nell'organismo umano soprattutto attraverso le feci di persone già affette dalla malattia.
La via più facile per prendersi il colera è quella di bere acqua non bollita, ricavata da fonti contaminate; oppure quella di consumare cibi crudi (soprattutto verdure che potrebbero essere state irrigate con acqua inquinata).
La trasmissione diventa più facile quando la popolazione non possiede o non usa sistemi minimi di igiene sociale: con questo intendo parlare soprattutto dei gabinetti e dell'acqua corrente.
Infatti in vari villaggi non lontani da Chaaria la gente ha ancora l'abitudine di defecare in aperta campagna... e poi naturalmente non ha rubinetti dove lavarsi le mani. Questo in sè è parte del problema, in quanto una successiva precipitazione causerà dei rigagnoli di acqua e la farà drenare nei ruscelli e nei torrenti, che quindi diventeranno via via più infestati dalla malattia. Bisogna anche tenere conto del fatto che sovente le popolazioni che vivono vicine ad un fiume tendono a fare i loro bisogni nel bagasciuga, in quanto l'acqua potrà poi essere usata per pulirsi, e porterà via le feci riducendo il problema della puzza e delle mosche. Anche questa abitudine quindi aumenta le possibilità di trasmissione della malattia.
C'è poi il fatto che molti, soprattutto i bambini, non si lavano le mani prima di consumare alimenti. Le unghie sono in genere un terribile ricettacolo per la malattia.
Quando piove troppo, come quest'anno per esempio, i fiumi straripano e si spandono per i campi, andando quindi a raccogliere tutte le feci umane sparse in essi, e convogliandole pure verso territori lntani: questo è in genere il modo in cui la malattia si espande anche a zone molto lontane dal suo "epicentro".
Da mesi ormai il colera serpeggia in Tharaka, soprattutto nelle aree adiacenti alla nostra missione di Mukothima, e per adesso sembra che non si riesca a debellare il morbo.
Il governo sta offrendo supporto tramite team itineranti di esperti che si recano nei vari villaggi, e tramite la donazione gratuita di antibiotici e liquidi di infusione endovena.
Credo comunque che si dovrà puntare molto alla formazione, soprattutto in futuro, per evitare una ripetizione della epidemia a tempi brevi: sarà essenziale insegnare l'uso di semplici latrine per la defecazione, invece di fare i propri "bisogni" nei campi; ci si dovrà impegnare a fondo nella educazione sanitaria, tesa soprattutto alla lavatura delle mani prima di mangiare e cucinare, al bollire l'acqua da bere e all'igiene alimentare in genere.

PS: i farmaci donati dal governo sono la doxiciclina per gli adulti e la eritromicina per i bambini.

Fr Beppe Gaido