martedì 29 giugno 2010

Naomi



Dear Antonio, Daniela and Lorena,
It is Naomi writing... Thanks a lot for your support and for the great love you have for me. It is moving for me to realize that someboby living so far from Chaaria thinks of me so much and cares about all my needs. As you probably know, I have done very well in school: actually I was number 3 out of more than 30 students. Everyday somebody from the Cottolengo Community takes me to school with the ambulance, and comes to fetch me in the evening. I realize it is a great effort also on their side. Nothing goes unnoticed because I know I could be at home full of bed sores if it was not for this community and for the love of the volunteers. I want to study very hard and continue with physiotherapy in order to be able to improve as much as possible. I am very happy that I don't need an operation because I was very scared, but i must fight against the temptation of getting discouraged and low mood. I want to be strong, even though the way to recovery seems to be still very long. May God bless all my donors and the people who love and support me. I am aware of the fact that you have sent other funds for my hospital bill and for my school fees.

Naomi




domenica 27 giugno 2010

Oggi Sposi!



Il gran giorno è arrivato per Alessia ed Alberto. Si sono sposati davanti ad una folla immensa di amici e giovani impegnati nei gruppi parrocchiali sia di Casalgrasso che di Carignano.
La celebrazione eucaristica è stata molto toccante, così come l'uragano di riso che li ha investiti sul sagrato della chiesa.
Nel giorno più importante della loro vita Alessia ed Alberto (Alby sullo striscione per loro preparato) hanno voluto pensare ai più poveri, a chi ha meno di loro. Non hanno voluto essere felici da soli... e questo fa loro molto onore!
Con gioia accogliamo l'offerta per Chaaria, che i novelli sposi ci hanno donato nel giorno delle loro nozze. Li useremo per quei malati che non possono pagarsi le spese ospedaliere.
Auguri di tanta felicità e di una vita prospera e fedele, da parte anche di tutti i poveri che beneficeranno della vostra generosità.

La comunità tutta di Chaaria

sabato 26 giugno 2010

Fratel Stefano e Marisa

Con questo breve post vogliamo rendere grazie al nostro confratello Fr Stefano Groppetti ed alla dottoressa Marisa Coggiola per l'instancabile lavoro compiuto a favore di Chaaria. Sono loro infatti a portare avanti il "lavoro da certosino" di raccogliere, selezionare e imballare i farmaci che la Provvidenza ci manda tramite moltissimi benefattori. Quelle medicine che noi non usiamo, essi li dirottano ad altre strutture che assistono i poveri, mentre a noi inviano solo farmaci assolutamente necessari per la nostra attività clinica.
Fr Stefano e Marisa, normalmente ad ore tarde della sera, passano ore ed ore a controllare le scadenze delle medicine, a compattare i campioni gratuiti in scatole che occupino meno volume possibile. Preparano poi delle valigie stracolme di ottimi farmaci, e pesate in precedenza.
Queste valigie vengono poi portate a Chaaria dai volontari che ci vengono ad aiutare. Oltre ai farmaci Fr Stefano e Marisa ci fanno avere materiale sanitario che non troviamo in Kenya, o che risulta troppo costoso per le nostre finanze.
Si tratta di un lavoro nascosto ed umile, per cui nessuno applaude, in quanto non appare; ma è una attività utilissima che va direttamente ad aiutare i pazienti più poveri, fornendo loro medicine che altrimenti non riuscirebbero a comprarsi.
Pure da questo punto di vista pensiamo alla cordata: infatti, anche chi lavora in silenzio e nel nascondimento, senza necessariamente venire a Chaaria, compie una attività nobilissima e di altissimo valore solidale per la nostra missione.

Fr Beppe Gaido

venerdì 25 giugno 2010

Dal nostro corrispondente a Chaaria, Pietro Rolandi

Caro Beppe,
doveva essere una giornata tranquilla perchè due dei pazienti programmati in sala per oggi non si sono presentati.
Ma stamane, quando scendo in ospedale, trovo fermento per quello che risulterà essere il primo cesareo della giornata. Sarà la luna piena, ma ci sono gravide a termine dappertutto, con il pancione, la smorfia di sofferenza, il camicione blu più o meno bagnato dalle "acque".
Faccio allora una gastroscopia (cancro dell'esofago) e mi dedico alla solita fila di esterni, tra i quali trovo i due che avrebbero dovuto presentarsi ieri, ma che forse riusciremo comunque a fare domani perchè un'amputazione di gamba programmata non si è presentata (verrà domani? mai?).
Fra un aborto settico, una metrorragia, un po' di parti naturali arriva il secondo cesareo urgente per cui il primo intervento programmato (colposospensione+isterectomia+ernia crurale incarcerata+imprevista appendicectomia d'opportunità) va in pista verso le 13,30. Alle 15, quando penso di poter andare a pranzo, arriva un poveretto caduto da un albero, con la testa rotta, in coma profondo.
Posso solo suturarlo, broncoaspirarlo e metterlo in un letto (la neurochirurgia è a 5 ore di geep salvo complicazioni, ma penso non si sarebbe salvato neppure con l'elisoccorso). Alle 16,30 dopo aver mangiato un boccone controvoglia ed essermi steso un po' a letto, torno giu' sperando di fare in sala operatoria e con calma un'amputazione di dito medio..e cosa trovo? L'agitazione per il terzo cesareo. Finisco allora di vedere gli esterni, faccio un paio di interventini dove capita (possibilmente nel tuo studio), incido una enorme cisti del Bartolino suppurata che speravo di fare con assistenza anestesiologica, eseguo una biopsia prostatica (ho trovato i tru cut nel tuo armadio). 
Rinuncio all'idea della sala operatoria e decido per l'amputazione in sala travaglio appena una delle due ragazze che strumentano, lavano i ferri, sbarellano, riportano la paziente a letto ecc. possa darmi una mano. Finalmente comincio, separato mediante una tenda da una donna che ha appena subito un raschiamento e che è sull'altro lettino. Ad un certo punto, richiamata da un urlo proveniente dalla sala, la mia assistente "parte" e torna con il prodotto del cesareo che affida poi alla nurse accorsa allo stesso richiamo. Sento gli schiaffi, guardo il bambino appeso per i piedi, immobile... poi un pianto, prima flebile e poi sempre più vigoroso...anche stavolta è andata! Ho finito; sono le 19,30; è buio; faccio per avviarmi verso il mio alloggio e sento degli ululati provenire dalla sala d'attesa. Vado a vedere e trovo una vecchietta (probabilmente più giovane di me) con una frattura scomposta di femore.
Improvviso un "doccia" con un robusto cartone e l'accompagno a letto con la barella. Domani andrà a Meru......ma non potremmo attrezzarci per fare un po' di ortopedia? (Scherzavo!).
Sono le 22,30, vado giù a dare un'occhiata ai pazienti, e vedo che sulla lavagnetta degli interventi una mano malandrina ha aggiunto un raschiamento per mola vescicolare....non ce la faremo mai!
Con tanto affetto e infinita stima per quello che sei riuscito a creare...

Pietro

giovedì 24 giugno 2010

Un vivo ringraziamento

Ho appena ricevuto un sms da Fr Lorenzo il quale mi comunica che sono finalmente arrivati a Chaaria il monitor per la sala operatoria ed il lettino termico per la sala parto. Lorenzo mandera’ le foto a Nadia, in modo che possiate vedere questi due nuovi strumenti.
Si tratta di due bei passi avanti che il Cottolengo Mission Hospital fa, ancora una volta grazie alla solidarieta’ della Associazione Cottolengo Mission, di vari donatori, della parrocchia di Casalgrasso e del dott Roberto Cavallini di Cagliari.
Il monitor ci consentira’, durante gli interveti chirurgici, di avere sotto cotrollo l’ECG, la saturazione dell’ossigeno, la frequenza respiratoria e la pressione arteriosa. Tutto sara’ monitorizzato automaticamente... cosa particolarmente utile quando dobbiamo lavorare senza la presenza di Jesse (di notte e durante i week end). Sono certo che il monitor costituira’ un grande aiuto anche per i volontari anestesisti che verranno a darci una mano dall’Europa.
Il lettino termico invece garantisce condizioni ottimali di temperatura ed umidita’ per il neonato subito dopo il parto, nei momenti in cui ci si prende cura di lui per le prime pratiche assistenziali: aspirazione delle secrezioni, profilassi oculare dell’ infezione gonococcica, rimozione della vernice caseosa, medicazione del cordone ombelicale. Tale lettino servira’ moltissimo a mantenere la normotermia dei neonati piu’ deboli (quelli pretermine o quelli con sofferenza perinatale) durante i momenti cruciali della rianimazione.
Finora infatti le nostre poche pratiche rianimatorie sono state eseguite sotto la luce di una semplice lampadina, che ha avuto sino ad oggi il compito di prevenire l’ipotermia, nei minuti in cui noi ci adoperavamo con l’ambu o con altre manovre terapeutiche per cercare di tenere in vita bambini molto gravi.
Ancora un sentito ringraziamento alla Associazione e a tutte le persone che vogliono bene a Chaaria e ci aiutano ad umanizzare sempre di piu’ il nostro servizio. Dio ricompensi tutti coloro che fannno del bene a chi e’ meno fortunato.

Fr Beppe Gaido

Grazie ad Alberto e Alessia

ALESSIA E ALBERTO, IN OCCASIONE DEL LORO MATRIMONIO CHE SI TERRA' DOMENICA 27 GIUGNO NELLA PARROCCHIA DI CASALGRASSO HANNO DECISO DI CONDIVIDERE LA LORO GIOIA CON I BIMBI, I MALATI E LE PERSONE DI CHAARIA, OFFRENDO LORO UN SOSTEGNO ECONOMICO E MOLTA AMICIZIA.

ECCO IL CARTELLONE CHE HANNO REALIZZATO PER ESPRIMERE IL LORO INPEGNO A FAVORE DEI PIU' POVERI.

Alessia e Alberto ancora un grazie di cuore da parte mia e di tutti gli amici di Chaaria.

Fr. Beppe

mercoledì 23 giugno 2010

Intervista a Fr. Beppe su Radio Vaticana



Fratel Giuseppe Gaido, è un missionario del Cottolengo di Torino che opera da oltre un decennio in Africa come medico. La sua missione, un piccolo pronto soccorso trasformato nel corso degli anni in un ospedale da 140 posti letto, è ormai punto di riferimento di un villaggio rurale, Chaaria, nel nord est del Kenya, verso il confine con l'Etiopia. maternità, pediatria, medicina generale e chirurgia, si affiancano al sostegno di una cinquantina di disabili mentali. 
Ascoltiamo la storia di Fratel Giuseppe.

Per ascoltare l'intervista premere sul tasto "play" della musicassetta, dopo aver spento la musica di sottofondo premendo il pulsante "off" del mini Ipod musicale che si trova nella colonna di destra del blog.




Grande festa in Sardegna

L' incontro a Cagliari, a casa di Luciano, è stato un bellissimo momento di festa e di condivisione. Eravamo in tanti alla cena offerta dal gruppo in onore di Chaaria.
Abbiamo condiviso ricordi e speranze per il nostro impegno in Kenya.
Abbiamo anche avuto dei momenti programmatici, ed è stato stupendo considerare come ora il gruppo sardo abbia deciso di prendersi in carico e sponsorizzarci tutti i nostri handicappati mentali.
Questo loro impegno di raccolta fondi aiuterà moltissimo la nostra missione, in quanto, come tutti noi possiamo immaginare, i 52 ragazzi deboli mentali presenti a Chaaria non hanno parenti e, proprio per questo, costituiscono un "buco nero" dal punto di vista finanziario: per loro cioè ci sono solo uscite e non entrate.
Il gruppo si impegnerà anche in una raccolta fondi continua per aiutarci a pagare tutte le spese di elettricità.
A questo si aggiunga che a Cagliari già stanno predisponendo la partenza di un altro container, oltre al precedente appena arrivato a Chaaria.
Ci sono gruppi di volontari già pronti al nastro di partenza, ed in attesa soltanto del segnale che li condurrà "di corsa" all'aeroporto. Quanto entusiasmo ho visto a Cagliari... e non solo nei più giovani!
Abbiamo parlato molto del necessario coordinamento nell'organizzazione dei turni di volontariato, tanto con Torino, quanto con Catania e Milano... ma su questo credo che ora il meccanismo inizi a funzionare molto bene.
Ho anche avuto modo di conoscere varie iniziative del gruppo con finalità di raccolta fondi. Ho saputo che ci sarà un calendario, che per il passato era stato sempre realizzato per Camp Garba, mentre dal 2011 sarà venduto per Chaaria. Mi hanno spiegato che si organizzano cene e feste in cui la gente assai generosamente mette mano al portafoglio.
Ancora una volta ho preso coscienza di un grandissimo fermento, di una enorme stima nei confronti del lavoro da noi portato avanti a Chaaria, e di tantissimo affetto nei nostri confronti.
A noi la responsabilità di non tradire le attese di tanti volontari che guardano a noi e che da noi si aspettano impegno, dedizione, servizio incondizionato, amicizia... e soprattutto trasparenza.

Fr Beppe Gaido




martedì 22 giugno 2010

Il dramma del diabete

Il questo breve post, mentre ringrazio gli amici di Roma per l’interesse dimostrato per i nostri pazienti diabetici, un interesse che poi si concretizzera’ in aiuti concreti, desidero spendere nuovamente due parole sulla malattia stessa. Non ne parlero’ dal punto di vista scientifico, in quanto il nostro non e’ un blog per soli medici. Inoltre non credo che i miei colleghi abbiano bisogno di alcuna lezione in merito da parte mia.
Scrivero’ invece di aspetti economici e sociali legati a questa malattia invalidante.
Inizierei con una domanda che molti mi fanno: come mai c’e’ tanto diabete in Africa? Noi pensavamo che il diabete fosse una malattia delle societa’ opulente dove si mangiano troppi zuccheri e troppi grassi!
Non credo di conoscere una risposta esauriente sul perche’, ma quello che so e’ che in Africa prevale il diabete giovanile. Questo sembra legato a carenze alimentari o addirittura malnutrizione nei primissimi anni di vita. I deficit alimentari poco alla volta causerebbero delle infiammazioni croniche del pancreas che gradualmente, durante i processi di guarigione, sarebbe sostituito da tessuto calcifico. Tali calcificazioni diffuse, conosciute sui libri di Medicina come pancreatite cronica calcifica dei Tropici, lentamente ma inesorabilmente sostituiscono il tessuto secernente insulina con cicatrici inerti e prive di attivita’ biologica.
Quei giovani che svilupperanno il diabete mellito (conosciuto come “insulino dipendente o tipo 1”) rimangono ignari della loro condizione per molti anni, e giungeranno all’osservazione del medico solo quando ormai purtrppo si saranno instaurate delle complicazioni molto severe e sovente irreversibili.
Le complicazioni piu’ frequentemente rilevate nel contesto di Chaaria sono: cecita’ o grave compromssione del visus; piede diabetico con la formazione di ulcere croniche purulente che si approfondiranno gradualmente fino alla osteomielite (o infezione dell’osso): tale situazione porta spesso alla necessita’ di amputare l’arto inferiore.
Molti sono i malati che arrivano in ospedale in coma diabetico: normalmente vi giungono in ritardo, in quanto per giorni e giorni magari qualche dispensario periferico privo di possibilita’ diagnostiche li ha inutilmente curati con chinino in vena, sovente infuso in una glucosata al 10%.
Ci sono poi pazieni che complicano con ipertensioni gravissime e refrattarie, e con insufficienza renale.
Fatta questa introduzione possiamo comprendere che la terapia, anche nei casi non molto gravi, sara’ soprattutto basata sulla insulina. Naturalmente ci sono anche malati con diabete non insulino dipendente o di “tipo 2”, ma essi sono una minoranza. Anche per gli antidiabetici orali siamo molto limitati nella scelta, ma almeno il prezzo delle medicine e’ molto piu’ accessibile.
La terapia insulinica e’ un dramma sotto tutti i punti di vista: noi troviamo solo due tipi di insulina: una miscela che si chiama MIXTARD, e che e’ costituita dal 30% di pronta ed il 70% di semilenta; e l’ACTRAPID, ad azione rapida.
Normalmente usiamo l’insulina pronta soltanto in ospedale per una azione veloce sul paziente in condizioni critiche. A domicilio dobbiamo predisporre per il malato un regime basato su due quotidiane somministrazioni sottocute di Mixtard (una immediatamente prima di colazione e l’altra prima di cena). Questo a volte non copre adeguatamente il fabbisogno insulinico delle 24 ore, con il rischio di iperglicemie post prandiali ed ipoglicemie notturne.
E’ praticamente impossibile pensare ad un regime con tre iniezioni al giorno.
Il paziente se ne dimenticherebbe molte volte e vanificherebbe il piano terapeutico. Oppure smetterebbe la terapia per problemi finanziari.
L’insulina e’ infatti un farmaco costoso.
Il prezzo di una fiala di insulina e’ di circa 8 euro, una cifra che per molti costituisce lo stipendio di 7-8 giorni di lavoro.
A questo si deve aggiungere il costo delle siringhe. Normalmente insegnamo ai pazienti a ribollire le siringhe e ad usarle varie volte finche’ lo stantuffo si blocca o le tacche con le unita’ non sono piu’ leggibili. Normalmente programmiamo che useranno piu’ o meno cinque siringhe al mese. Quando poi si sono instaurate complicazioni di tipo ipertensivo, renale o cardiologico, i costi delle medicine si fanno del tutto proibitivi.
Praticamente nessuno tra i miei pazienti riesce a comprarsi una macchinetta per la determinazione della glicemia a domicilio, per cui diamo loro degli appuntamenti, ed i livelli glicemici li testiamo solo in ospedale.
E che dire del problema della catena del freddo?
Quasi nessuno ha un frigorifero, e quindi a loro proponiamo di tenere la fiala in una pentola piena di acqua fredda, pentola che poi verra’ interrata in una parte non troppo soleggiata della casa, e quindi richiusa con un coperchio. L’igiene della membrana che il malato perforera’ con l’ago ad ogni prelievo di insulina e’ quindi assolutamente teorico... ma cosa farci?
Ecco, questa e’ la situazione. Una situazione di cui in parte avevo gia’ parlato quando ho presentato sul blog il caso di Josphine. Grazie quindi agli amici di Roma che stanno pensando ad un fondo da dedicare alla cura dei pazienti diabetici piu’ poveri.

Fr Beppe  

lunedì 21 giugno 2010

Il battesimo di Ginevra... occhi blu - Kiende



E’ stato bellissimo conoscerla di persona. Capelli biondissimi ed occhi color mare... a me sembra di una bellezza nordica, quasi scandinava.
Sorriso facile, Ginevra e’ molto socievole e non disdegna la mia compagnia, anche se non mi ha mai visto prima. Quando la prendo in braccio si trastulla volentieri e mi accarezza la barba. Non l’ho mai sentita piagere per tutto il tempo in cui siamo rimasti insieme.
Che bello rivedere Nadia e Fabrizio dopo quasi tre anni: sono raggianti ora che la loro unione e’ stata coronata da un dono di Dio cosi’ stupendo come questa bambina.
Insieme a Nadia e Fabrizio ho potuto conoscere anche i loro familiari, e questo ha ulteriormente cementato un’ amicizia gia’ molto profonda.
La cerimonia del battesimo e’ stata molto semplice, ma raccolta e vivace. E’ stata celebrata sabato 19 giugno nella Chiesa della Piccola Casa della Divina Provvidenza di Roma. Don Pasquale e’ riuscito ad imprimere un suo stile molto incisivo che ha portato tutti noi a comprendere ed interiorizzare i vari momenti del rito ed i loro significati piu’ profondi.
Insieme ai familiari erano in chiesa con noi anche molte suore della comunita’ ed un discreto numero di ospiti della Casa Cottolengo di Roma. Con noi hanno pregato e gioito per l’ingresso di Ginevra nella grande famiglia dei figli di Dio.
Ginevra ha portato una ventata di freschezza anche per le suore e per le ricoverate, che da anni non vedevano un battesimo. Infatti in una comunita’ che ospita solo anziani ed handicappati mentali, purtroppo l’unica celebrazione liturgica veramente frequente e’ quella dei funerali.
Alla funzione e’ seguita una cena fraterna in un locale tipico ed elegante nello stesso tempo. E’ stato bello mangiare insieme e condividere liberamente e semplicemente tante nostre esperienze di vita. Al pasto ha partecipato pure don Pasquale, il quale, oltre che celebrante, e’ anche un grande amico di Nadia, di Fabrizio... e di Chaaria.
Ginevra e’ stata la regina della serata: sempre sveglia e serena, vispa e simpatica. Non ho avuto “l’onore” di sentirla piangere anche se e’ rimasta con noi fino a molto tardi.
La cena e’ stata rallegrata da musica e canti, grazie ai quali il tempo e’ davvero volato via senza che ce ne accorgessimo.
Che bella bambina che e’ Ginevra. Sono orgoglioso di essere suo padrino. Non potro’ starle molto vicino, ma spero di significare qualcosa per lei con una testimonianza di vita cristiana coerente ed impegnata nel servizio ai piu’ poveri. Non ricevera’ molti regali dal sottoscritto, ma in cambio cerchero’ di darle tantissimo affetto. Una parte della mia famiglia vive ora a Roma!
Nadia e Fabrizio hanno voluto che anche noi padrini scegliessimo un nome per Ginevra, un nome che costituisse anche un augurio od un programma per la sua vita. A me han chiesto di sceglierne uno in lingua swahili.
Ed ecco che ora Ginevra ha quattro nomi, in quanto lei adesso si chiama pure:
Maria, come ha suggerito Don Pasquale, intendendo con questo nome affidarla alla protezione materna della Madonna;
Virginia, come ha pensato la sua madrina, che con questa scelta ha voluto augurare a Ginevra cio’ che tale nome significa: ‘casta e pura’;
Kiende, da me proposto come augurio per la sua vita futura, in quanto il significato della parola e’ molto bello: ‘felice perche’ amata’.
I due giorni a Roma mi hanno anche permesso di incontrare i volontari, che mi hanno davvero scaldato il cuore. Mi sono sentito amato ed accolto... e lo so bene che tutto questo amore verso di me mi e’ stato “guadagnato” dai poveri di Chaaria, che tutti vogliamo servire e portare nel cuore.
Chaaria e’ stata molto presente anche durante il battesimo: la bomboniera di Ginevra e’ infatti una stella marina. Con questa scelta commovente Nadia, Fabrizio e Ginevra hanno ricordato a me e a tutti quelli che lavorano in Kenya al Cottolengo Mission Hospital che la nostra attivita’ non e’ inutile. E’ vero che si tratta di una goccia nell’oceano e che il nostro raggio di influenza non puo’ essere piu’ vasto di poche centinaia di chilometri. E’ un dato di fatto che forse quello stesso bambino che oggi abbiamo salvato dalla malaria probabilmente morira’ tra un mese o due per un altro attacco malarico... ma per quella creatura, in quel momento specifico, cio’ che abbiamo fatto per lei non e’ stato inutile, come inutile non e’ stato essere ributtata in mare per quella stella marina gia’ nella mano del bimbo della fiaba diventata “motivo ispiratore” del blog.


Fr Beppe Gaido






La mente soppesa e misura,
ma è lo spirito che giunge al cuore della vita
e ne abbraccia il segreto;

e il seme dello spirito è immortale.
Il vento puo' soffiare e placarsi,
e il mare fluire e rifluire:
ma il cuore della vita
è sfera immobile e serena,
e in quel punto rifulge
una stella che è fissa in eterno.


Kahlil Gibran "Gesu' figlio dell'uomo"

domenica 20 giugno 2010

Incontro di Fr. Beppe con i volontari a Roma



Questa mattina nella Piccola Casa della Divina Provvidenza di Roma, si sono incontrati alcuni volontari di Roma con Fr. Beppe. 
Eccone una brevissima testimonianza....



 
 Ringraziamo tutti i partecipanti e Don Pasquale Schiavulli per la sua ospitalità....






sabato 19 giugno 2010

E' stato bello

Non poteva mancare in occasione dell'arrivo di fr. Giuseppe Meneghini e di fr.Roberto Trappa un'accoglienza migliore da parte dei nostri ragazzi del Centro, ossia i nostri Buoni Figli.Niente di particolare solo un piccolo pensiero da parte dei nostri ragazzi in occasione della Solennita' del "Sacrartissimo Cuore di Gesu'" dimostrando cosi' L'AMORE di Gesu' per loro.
Un momento ricordato con la consegna da parte di alcuni di loro di alcuni rosari "made in Cottolengo Centre" e un piccolo spuntino con una torta preparata dalle nostre suore sr.Joan e sr Cecilia.
Tutti noi desideriamo augurare ad ognuno di voi che questo AMORE DI GESU' possa davvero esprimersi verso chi e' sempre nel bisogno.
Deo Gratias

I ragazzi del Centro, la comunita' dei Fratelli. la comunita' delle Suore e tutti i volontari 




Anche se qualche giorno e' passato dall'arrivo di fr.Roberto Trappa, desideriamo esprimere il nostro Ringraziamento al Signore per la sua presenza a Chaaria, per la sua disponibilta' augurandogli un felice inserimento e un buon lavoro al servizio della nostra missioni e dei piu' POVERI.

Fr. Lorenzo e la Comunità

Notizie spicciole da Chaaria

Carissimo Beppe,  
senza di te il lavoro è un delirio, ma finora abbiamo  retto bene e senza guai. Prima di tutto ti devo dare gli accorati  saluti dalle ragazze di sala a nome delle quali Kanyua mi ha  raccomandato di dirti che manchi loro moltissimo. Poi ti voglio  chiedere quando tornerai di preciso e quanti e quali interventi vuoi  che prenoti dopo la mia partenza, che sembrava lontanissima, ma il  tempo vola. Con le prenotazioni sono ormai a fine mese....
Domani di  certo ho solo un OGD per cui spero di riuscire a fare il giro degli  operati e dimettere qualcuno in attesa dell'ondata di lunedì (abbiamo  dovuto mettere i materassi per terra). Ti aspetto con impazienza! Un caro, forte abbraccio anche da Fiorella.

Pietro

venerdì 18 giugno 2010

Vorrei fare ancora di più

Raccontando qua e la’ per l’Italia e per l’Europa quello che facciamo a Chaaria, vedo sovente i miei uditori sgranare gli occhi, mentre leggo nei loro pensieri una perplessita’ che in qualche modo posso condividere pienamente.
E’ come se mi volessero dire che sono pazzo, o per lo meno temerario nell’intraprendere sempre nuove procedure, che mi espongono a gravi rischi professionali e forse mettono anche il malato in pericolo di vita.
Queste perplessita’ le avevo anche io, e da esse mi permane una crisi quotidiana.
E’ meglio cercare di fare il massimo, di dare il meglio anche delle nostre conoscenze e delle nostre capacità tecniche, pur con il rischio di fare errori; oppure forse conviene proteggersi le spalle, decidere di “non fare” per evitare il pericolo dello sbaglio?
La mia indole mi ha sempre spinto a scegliere la prima opzione, confidando molto nell’aiuto della Divina Provvidenza che deve essere stata continuamente impegnata a “tenermi una mano sulla testa”, visto che di grossi disastri alla fine dei conti non ne sono mai capitati. Penso infatti che in un contesto povero come il nostro, il peccato di omissione, giustificato spesso da un comune senso di prudenza, sia in effetti molto grave.
Ricordo come se fosse ieri quello che mi è capitato pochi mesi dopo il mio arrivo a Chaaria. Era sera tardi. Fr Maurizio mi aveva chiamato in dispensario per visitare una ragazza che aveva avuto un aborto. A quei tempi la mia mente era ancora molto europea; io sapevo di essere un internista specializzato in malattie tropicali. Non ero un ginecologo! Per cui avevo detto a Fr Maurizio che non avrei potuto fare nulla perché non si trattava del mio campo. La paziente avrebbe dovuto essere trasportata in un ospedale più attrezzato e dotato degli specialisti del caso. Il mio confratello aveva spiegato il tutto ai parenti della malata che, senza fiatare, l’avevano portata via nel buio della notte. Alcuni giorni dopo avevo voluto sapere notizie: avevamo chiesto qua e là ed eravamo venuti a conoscenza del fatto che la giovane era morta a casa, probabilmente di anemia, perché la famiglia non era riuscita a racimolare una cifra sufficiente al trasporto in ospedale. Quello era stato uno dei primi campanelli d’allarme. In Africa non ci si può nascondere dietro alle specializzazioni.
Spesso quello che non facciamo noi non lo fa nessuno, e le conseguenze possono essere disastrose. Bisogna dunque farsi in quattro; diventare medici a tutto campo, cercando di sviluppare al massimo i propri talenti. E pian piano ci si accorge di saper fare molte più cose di quanto in precedenza si pensava; si cresce nel coraggio e nelle capacità tecniche, e con l’aiuto di Dio si riesce ad aiutare in molte situazioni spesso disperate.
Io so che il Signore c’è sempre, e che ci protegge. Chaaria appartiene a Lui e noi non siamo che suoi strumenti.

Fr Beppe Gaido

giovedì 17 giugno 2010

Fotoreportage




Con questa serie di fotografie, desidero prima di tutto ringraziare il Sig Renato Zaccarelli, capitano e regista del grande Toro di Gigi Radice, per aver accolto l'invito ad essere con noi per un aperitivo a favore di Chaaria. E' stato emozionante per me potergli parlare affabilmente delle nostre problematiche "africane" e delle nostre difficoltà nella gestione del Cottolengo Mission Hospital.
Il sig Zaccarelli si è dimostrato molto sensibile, e sicuramente ci aiuterà in tutti i modi a lui possibili.
Ringrazio poi in modo specialissimo Lino e Berenice, che in questa mia "vacanza" in Italia sono stati non solo accoglienti, ma direi stupendi. Si sono fatti in quattro... ed ancora di più. Anche questo incontro è nato dalla loro fantasia e dal loro impegno.
Ringrazio il Sig Rosetti, arbitro internazionale ed amico di Chaaria, il quale ci ha messo in contatto con Zaccarelli.
Grazie a Giuseppe Farnese e a Gianni che hanno rappresentato all'aperitivo tutto il consiglio della associazione.
Grazie a tutti coloro che sono intervenuti, partecipando all'aperitivo dopo una normale giornata di lavoro.
E' stato un momento bello e amichevole, simpatico ed alternativo.

Fr Beppe Gaido



mercoledì 16 giugno 2010

Incontro con Fr Beppe a Roma

Domenica 20 giugno alle ore 10.00 sarà possibile incontrare Fr. Beppe a Roma presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza, in via di Villa Alberici  n.14.  
Potete partecipare all'incontro con amici e simpatizzanti.  
Per informazioni fate riferimento a Don Pasquale: tel 06-630903 
Buona giornata.

Lino


I massimi sistemi

Spesso nella vita ci troviamo a discutere su problemi piu’ grandi di noi. Puo’essere l’effetto serra, la politica o a volte anche le posizioni della nostra fede di fronte a grandi problemi di attualita’. Quando ci lanciamo in tali argomenti pare sempre che noi abbiamo le soluzioni in tasca per tutto.
Non e’ infrequente che, durante i vari incontri che sono stati organizzati in occasione della mia visita in Italia, ci si “imbarchi” in tali labirinti e sabbie mobili.
Sempre piu’ pero’ mi rendo conto che io non so dare risposte sui “massimi sistemi”... non ne ho la formazione e non sono d’altra parte nella posizione di cambiare alcunche’.
Perche’ quindi iniziare disquisizioni che non ci porteranno a nessuna deliberazione pratica?
Per esempio di fronte ai grandi problemi della fede io cerco normalmente di dare una risposta esistenziale.
Non lo so che cosa la Chiesa dovrebbe fare, e non tocca a me stabilirlo. Quello che so e’ che la mia coerenza di vita sara’ molto importante e potrebbe costituire l’unica reale risposta alle domande di molti.
Per questo ripeto sempre che, dal mio punto di vista, il primo apostolato a cui sono chiamato e’ quello di voler bene: voler bene ai malati che sono chiamato a servire senza risparmiarmi; voler bene ai confratelli della mia comunita’ che spesso non la pensano come me e con i quali la vita potrebbe anche portare a inevitabili tensioni; voler bene a quella gente che in passato potrebbe avermi fatto del male, ad occhi aperti o inavvertitamente.
Altra importante testimonianza che puo’ rispondere a varie domande, e’ quella del perdono vicendevole. Come Cristiani siamo invitati sempre a “voltare pagina: e’ inevitabile avere delle “differenze di vedute” o anche dei veri e propri scontri. Ma l’importante e’ credere che tutti possono cambiare e ravvedersi: come posso migliorare io, devo dar credito anche al prossimo di aver le potenzialita’ per una autentica conversione.
Perdonare e dimenticare? Certo questo e’ quanto ci chiede il Signore Gesu’... ma onestamente ne siamo davvero capaci? E’ possibile non ricordare le offese ricevute?
Io non reputo di essere arrivato a questa vetta di ascetismo: le offese purtroppo me le ricordo fin troppo bene! Magari fossi capace di scordarmele e di cancellare tutto come si fa con un computer semplicemente premendo un tasto.
Mentre cerco di continuare il mio lavorio interiore, per adesso mi accontento di ricordare si’, ma di non farmi bloccare dalla memoria dei torti veri o presunti che penso di aver ricevuto: e’ dunque parte della mia ascesi personale il cercare di parlare e di collaborare con tutti, anche con chi e’ stato mio avversario in qualche modo, o mi ha fatto piangere... forse anche io ho fatto piangere lui! Ritengo sia molto importante anche l’atto esteriore della richiesta di perdono. Dire:“scusami” non e’ mai una perdita di tempo anche se onestamente non e’ per nulla facile.
Altra risposta alle varie domande sui “massimi sistemi” mi pare possa essere il mio impegno per non essere geloso: l’invidia e’ stata individuata dalla saggezza millenaria della Chiesa come uno dei tre vizi capitali. Quanta profondita’ in questa scelta.
A 48 anni di eta’ e dopo quasi 30 anni di vita religiosa, ho tristemente toccato con mano come la gelosia sia un tarlo che mina alla radice non soltanto gli ambienti laici, ma anche quelli ecclesiali.
Alla base di tutto ci sono alcuni “specchietti delle allodole” in cui tutti cadiamo: volenti o nolenti, noi cerchiamo umana considerazione; siamo assetati di un riconoscimento sociale che tenga conto del nostro effettivo valore che normalmente riteniamo sottovalutato in comunita’; siamo spesso “rattristati” dal successo del nostro prossimo e desidereremmo ardentemente godere della stessa considerazione a lui tributata.
La gelosia e’ anche per noi una grande illusione: crediamo piu’ o meno inconsciamente che, dando una lezione al nostro vicino, noi troveremo una qualche gioia o soddisfazione... magari poi rivestiamo questi sentimenti cosi’ bassi da non poter essere confessati neppure a noi stessi, con alte motivazioni religiose: asseriamo di voler correggere fraternamente il nostro amico; diciamo a noi stessi che la nostra azione ha come scopo la soluzione di qualche problema sociale all’interno del gruppo; arriviamo forse persino a pensare che agiamo per salvare l’anima del nostro vicino.
Ma poi basta una mezz’ora di silenzio davanti al tabernacolo per renderci conto di meritare ancora la lapidaria frase latina:“mors tua, vita mea”. Ed e’ proprio in tali momenti di verita’ di fronte a Dio che dobbiamo ammettere che la gelosia non ci fa piu’ felici. E’ solo una forza distruttrice contro cui dobbiamo lottare continuamente, perche’ ha in se’ la potenza diabolica di destrutturare gruppi e comunita’.
Molti miei amici poi amano filosofeggiare sulle incoerenze della Chiesa. A loro rispondo che il primo incoerente sono io, e che quindi non mi sento di “scagliare la prima pietra”. Pero’ timidamente cerco anche di cambiare il loro angolo visuale: davanti a Dio conta solo la nostra personale coerenza; non ci sara’ chiesto conto di come sono vissuti gli altri, ma di come ci siamo comportati noi.
E qui ritorno al primo punto di questa mia confessione pubblica: il volersi bene. Se leggiamo attentamente il Vangelo, Gesu’ ci dice che l’amore e’ il primo e piu’ importante comandamento. Sant’Agostino arriva ad affermare: “Ama, e fai quello che vuoi”.
E ancora: nell’episodio in cui leggiamo della peccatrice che gli ha profumato i piedi, Cristo afferma che “le e’ stato molto perdonato, perche’ ha molto amato”.
Queste citazioni mi portano a pensare che, se amiamo veramente Dio e gli altri, sara’ difficile commettere peccati veramente grandi. Ed inoltre, siccome poi perfetti non lo siamo davvero, e la Bibbia ci ricorda peraltro che anche il giusto “pecca sette volte al giorno”, allora abbiamo nell’amore la possibilita’ della conversione e del perdono divino. E’ infatti ancora il Nuovo Testamento a dirci che “la carita’ copre un gran numero di peccati”.
In conclusione di questo sproloquio che forse vi ha annoiati terribilmente, spero di aver potuto comunicare anche solo un punto: quello che conta e’ amare e cercare, nei limiti del possibile, di non far del male agli altri.

Fr Beppe Gaido

martedì 15 giugno 2010

Il vivido ricordo di un fallimento

Ripenso ad un giorno di 4 anni fa. Non so perche’ mi sia venuto in mente proprio ora. Guardo nel buio della mia stanza ed in un attimo la straordinaria macchina del tempo che abbiamo nel cervello mi riporta al maggio 2006. I fotogrammi mi scorrono sulla retina ed il passato ritorna drammaticamente presente. 
Vedo un’alba eccezionale. Una palla rossa enorme sta rapidamente salendo dall’orizzonte. Mi sono appena alzato e non riesco a staccare lo sguardo da un tale spettacolo mozzafiato che sempre mi fa pensare a Dio.
L’alba è d’una bellezza arcana a cui, fortunatamente, non riesco ad abituarmi. Mi avvio verso la cappella: almeno oggi non sono in ritardo!
Purtroppo però, subito dopo le lodi mattutine con i Fratelli vengo chiamato fuori di chiesa da Kathure che mi dice di correre subito in ospedale. Non ci penso due volte: in questo ho la certezza che il Cottolengo sarebbe contento di me, e mi sento nel cuore le sue parole: “Va’ e corri come sulle ali della carità, perché non è lasciare Dio, quando lo lasci per andare a servire lo stesso Iddio che soffre nel bisognoso!”
Quando arrivo all’ambulatorio mi trovo davanti una giovane donna tutta coperta di polvere. E’ in coma, ed ha un respiro molto affannoso. Sembra stia facendo gli ultimi tentativi di rimanere in vita. E’ tutta gonfia ed è spessissimo preda di violente convulsioni. Quasi senza pensarci le metto una mano sulla pancia e mi rendo conto che è gravida ed è a termine.
Mwendwa - questo il suo nome - proviene da Rikana, un villaggio poverissimo fatto di capanne di paglia, a non più di 14 Km da Chaaria. E’ stata trasportata su un carretto trainato da una mucca. Questo ha reso il tragitto molto lungo e difficoltoso: è arrivata a Chaaria stremata. Mi rendo subito conto che si tratta di una complicazione molto seria della gravidanza, chiamata eclampsia; ma nonostante i nostri tentativi di terapia, la giovane donna spira davanti a me, prima che la sala operatoria sia pronta per un cesareo d’urgenza. Io mi sento molto male, ma l’infermiera che è con me prende il fetoscopio e lo mette sulla pancia della mamma: poi mi urla che il battito del piccolino c’è ancora e che devo agire subito. Quasi come un automa, mi metto i guanti e velocemente apro l’addome della mamma che, ormai in paradiso, non ha bisogno ne’ di sala operatoria ne’ di anestesia, e tiriamo fuori un bambino in pessime condizioni. Lo rianimiamo a lungo massaggiandogli il piccolo torace e insufflando ossigeno “con l’ambu”, ma purtroppo il bambino ci lascia in meno di due ore.
Una doppia sconfitta di cui cerchiamo di darci una ragione: è arrivata troppo tardi!... qualche ora fa sarebbe stato tutto diverso!
Ma poi veniamo richiamati al senso della realtà: bisogna parlare con il marito che è seduto appena fuori dalla “room 17” dove tutto questo è avvenuto. Lui ha già intuito, perché i muri sono sottili, le finestre aperte, e lui ci ha sentito parlare mentre eravamo chiusi nella stanza.
A muso duro riceve la notizia, e la sua risposta è per me angosciante: “ Mwendwa e mio figlio sono morti a causa del malocchio” (maroghi come dicono qua).
A niente sono valse le mie spiegazioni sul tipo di complicazione verificatasi e sul ritardo nel venire in ospedale dovuto alla mancanza di mezzi di trasporto. Il marito resta convinto di quel che dice, e sa anche chi e’ la strega che ha operato il “witchcraft”.
Nella sua mente ora c’e’ solo il desiderio di vendicarsi. Gli dico di non aggiungere dolore alla situazione già triste, ma ormai lui non mi ascolta più. Lo prego di venire a vedere i corpi della moglie e del suo neonato, ma lui rifiuta dicendomi che non e’ secondo la sua cultura guardare i corpi dopo la morte.
Per cui se ne vanno tutti: lui ed il seguito di donne che aveva accompagnato la paziente. Li rivedo dopo 5 giorni, quando sono venuti a prendere il corpo per il funerale, ed è allora che vengo a conoscere altri risvolti inquietanti della vicenda.
Il marito, insieme ad altri del suo clan, era andato a casa di una vecchietta che loro consideravano una strega e l’avevano bruciata viva. L’avevano legata con mani e piedi dietro la schiena, l’avevano cosparsa di cherosene e le avevano dato fuoco.
Alla mia espressione inorridita, molti membri dello staff sostengono che si tratta di una legittima forma di giustizia popolare che impedira’ a questa strega di creare altri problemi e di danneggiare altre famiglie.
La superstizione, e soprattutto la certezza che il malocchio e la magia esistano, sono profondamente radicati nella nostra gente. Nessuno li può convincere del contrario. Spesso hanno la tendenza a cercare un responsabile quando qualcosa va male: se una persona giovane muore, se gli affari vanno male, se il matrimonio si sfascia deve essere un caso di “witchcraft”, e l’unico modo di liberarsene è uccidere la strega cattiva e poi andare da un mago buono a farsi fare il contro-malocchio. Queste credenze convivono tranquillamente con una vita cristiana anche impegnata: è come se il Cristianesimo non sia andato molto più in là dell’epidermide, mentre in profondità sopravvivono credenze ataviche spesso attratte da una visione paurosa delle forze arcane. In questo mondo di superstizioni e paure ci sono spiriti spesso malvagi capaci di fare del male agli uomini, quando chiamati a questo da uno stregone cattivo.
Ormai non c’è più nulla da fare. Quella povera vecchia è stata bruciata tra la soddisfazione vendicativa di coloro che hanno assistito al rito. Non mi resta che consegnare il corpo di Mwendwa che sarà sepolta vicino a casa, ed avrà un funerale religioso (non ho la forza di chiedere a quel marito a quale denominazione cristiana appartengano). La vecchia strega invece è stata ridotta in cenere e nessuno ha detto una preghiera per lei. Chissà se poi qualcuno ha seppellito i resti!
... Mia sorella ora mi chiama e mi dice che qualcuno mi vuole al telefono.
Di colpo ritorno al 2010.
Non sono a Chaaria. Sono a casa mia, e la storia di Mwendwa, pur cosi’ vivida, e’ soltanto un drammatico flash back dal passato, una delle tante sconfitte che hanno lastricato il nostro cammino nei duri anni d’Africa.

Fr Beppe Gaido

lunedì 14 giugno 2010

Germania - Chaaria

Ringrazio di vero cuore Peter e Mary per avermi invitato a passare due giorni a Francoforte, per incontrare persone sensibili ai problemi del Terzo Mondo e possibili futuri volontari.
Come gia’ discusso in varie occasioni con la Associazione Volontari Mission Cottolengo, pare una bellissima cosa l’internazionalizzazione del volontariato, e possiamo dire che Peter e Mary, con la loro presenza costante a Chaaria ormai per tre anni consecutivi e per periodi prolungati, costituiscono un po’ i capostipiti del volontariato non-italiano.
Grazie ad essi anche Karoline, loro nipote odontoiatra, ha fatto un periodo di ottimo servizio al Cottolengo Mission Hospital.
Sto viaggiando molto in questa mia presenza in Italia, ma credo che sia importante per creare e coltivare delle reti di collaborazione e di servizio che poi andranno ad incrementere il servizio ai poveri ed ai malati di Chaaria.

Fr Beppe Gaido






PS: uno speciale ringraziamento per la signora Chiavazza di Casalgrasso, la quale ha nuovamente offerto una grossa somma di denaro che impiegheremo in parte per gli orfani ed in parte per nuove strumentazioni diagnostiche per Chaaria. 

Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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