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Un bimbo al mattino andava sulla spiaggia a ributtare le stelle marine che erano portate in secca dalle onde.

Quando qualcuno lo vide, gli disse che tale lavoro era completamente inutile, perchè egli non sarebbe mai riuscito a ributtare in mare tutte le migliaia di stelle, che si trovavano sul bagnasciuga.

Il bambino con calma guardò la stella che aveva ancora in mano, la buttò in acqua e poi rispose: "per questa stella sicuramente non è stato inutile".

Chiunque abbia voglia di aiutarci in questo intento, fosse anche per salvare una sola stella... non sarà stato invano. Grazie.

Nadia Monari - Infermiera volontaria


Leggi "Chi siamo", "La storia dell'Associazione" e "Le nostre Missioni"

Lettera del Superiore Generale, Fr. Giuseppe Meneghini


sabato 31 luglio 2010

Breve notiziario ospedaliero

1) Oggi sabato abbiamo avuto il pienone di pazienti e ben 3 cesarei, di cui uno complicato con rottura di utero. Naturalmente al sabato in sala si lavora senza la presenza di Jesse come anestesista.
2) Improvvisamente e senza preavviso si e’ licenziata un’altra infermiera che pare abbia trovato un lavoro migliore a Nairobi. Semplicemente non si e’ presentata, e, quando l’abbiamo chiamata, ha fatto sapere che si trova gia’ in un’altra struttura. Doveva fare la notte da lunedi’, ed ora non sappiamo come arginare. E’ probabile che ancora dovra’ entrare in gioco Fr Giancarlo per coprire qualche turno notturno. Ora le infermiere in servizio sono in 13, rispetto al numero ideale che sarebbe di 24.
3) Da lunedi’ invece, e con un preavviso di 3 giorni soltanto, ci abbandona anche uno dei clinical officers, lasciandoci quindi ‘a terra’ pure in tale settore: i clinical officers si occupano della visita e della terapia della maggior parte dei pazienti, in quanto i medici non sono sufficienti per vedere tutti. Anche qui vedremo giorno per giorno come tirare fino a sera.
4) Non sappiamo piu’ come fare per coprire i turni. Ora Pinuccia ha l’orario come una normale infermiera dell’ospedale (e coprira’ anche la notte), cosi’ come Daniela sta facendo per la maternita’.
5) Molto presto dovremo ricorrere a personale non qualificato per il lavoro infermieristico piu’ semplice, e questo con l’accordo delle autorita’ sanitarie che si rendono ben conto della nostra situazione e sono venuti anche a fare un sopralluogo... ma per ora non hanno infermieri da mandarci.

Fr Beppe Gaido

Quel che possiamo o non possiamo fare

Amos ha 7 anni ed e’ cosi’ piccolo da dimostrarne 5.
E’ impolverato e sporco, cosi’ come la mamma che non ha un solo dente sano.
Sono arrivati alle 8 di sera e mi han trovato ancora alle prese con l’ambulatorio.
Vengono dal Tharaka, e sono poveri... ragione fondamentale per una immediata intesa psicologica non verbale tra di noi.
Chiedo alla madre di dove sono, e mi dicono che provengono da Kathangacine. Gia’ la parola suscita in me un rispetto incommensurabile: 80 chilometri di sterrato che la donna si e’ fatta spendendo un sacco di soldi per essere trasportata fin qui a cavallo di una motocicletta cinese.
Ha viaggiato con Amos legato alla schiena in un pareo.
“Ad ogni asperita’ del terreno si metteva a strillare di dolore!”, mi ha confidato con le lacrime agli occhi.
Visito rapidamente il piccolo, e non mi ci vuole molta scienza per comprendere che il femore sinistro e’ spezzato in due. La madre insiste che si tratta invece del ginocchio, e non della coscia.
Continuiamo a dissentire per un po’, ed alla fine devo ricorrere ad un metodo un po’ rude per convincerla: le metto una mano su quello che io penso sia il focolaio di frattura; poi premo la sua mano con la destra, mentre la mia sinistra solleva lentamente il piedino di Amos, che strilla in un attimo di dolore intensissimo. La donna ritrae l’arto con una smorfia di orrore; ha avvertito lo scroscio dei monconi ossei che andavano in collisione.
La situazione che si viene a creare e’ per me molto deprimente. Vorrei aiutare questa madre che ha fatto il viaggio della speranza verso Chaaria, ma non abbiamo ne’ gli strumenti, ne’ la conoscenza tecnica per una fissazione interna di frattura.
Le parlo francamente... ho superato da anni il timore di affermare che non sono capace di fare una certa cosa!
Le propongo un ‘pronto soccorso’ con una doccia gessata che riduca il dolore ed impedisca una dislocazione dei frammenti ossei; le offro di dormire nel reparto pediatrico anche senza pagare per il ricovero; e quindi le assicuro il trasporto fino ad un altro ospedale dove la tecnica chirurgica in questione viene eseguita.
Mentre appongo il gesso mi chiedo se poi questa signora cosi’ povera potra’ pagare l’intervento... ma non voglio andare troppo oltre con tali considerazioni.
Ci sono cose che possiamo fare ed altre che sono al di fuori della nostra portata... e pagare il ricovero in altri ospedali per coloro che non possono permetterselo e’ solo un sogno irrealizzabile, visto che gia’ siamo praticamente in bancarotta per gli stipendi e le medicine che ci occorrono per Chaaria.
Stamane l’accompagno all’ambulanza. Lei e’ molto contenta perche’ Amos ha dormito bene, senza dolore.
Mentre la sistemo sulla barella del veicolo mi chiedo se questo bimbo verra’ alla fine operato, o se le faranno problemi per il pagamento.
Questo dubbio mi riempie di tristezza, un tristezza che quasi fa scomparire l’umana soddisfazione provata pochi minuti prima, quando ho concluso con successo l’operazione di ernia inguinale congenita in un bimbo di appena 2 anni. La chirurgia pediatrica era fuori della nostra portata fino a poco tempo fa. Non avevo la piu’ pallida idea su come aggredire un’ ernia in paziente pediatrico. Tutti i chirurghi italiani mi ripetevano che un bambino non e’ un piccolo adulto, e che le tecniche sono molte diverse, complesse e con necessita’ di microstrumenti che per lo piu’ non possediamo.
Ora pero’ ne facciamo almeno due alla settimana.
Dovrei essere contento pensando a quante famiglie non hanno dovuto affrontare situazioni finanziarie come quella che si porra’ alla mamma di Amos tra poche ore.
Ma e’ strano come il nostro cervello si focalizzi di piu’ sui fallimenti che sui successi. Sono amareggiato, e l’incapacita’ di aiutare Amos ricopre di un manto deprimente anche il successo ottenuto con l’altro bimbo.

Fr Beppe Gaido

venerdì 30 luglio 2010

Momenti di vita

Nella nebbiolina tipica causata dalla polvere delle nostre strade ecco il nostro watchman Joseph che, in un giorno off dal lavoro, si dedica alla guida del suo autoveicolo.
In questo momento sta dando un passaggio alla nostra cassiera Purity ed ai suoi figli.
Il mezzo di Joseph non e’ certo una Ferrari, ma assolutamente sicuro in quanto con esso e’ davvero difficile superare i limiti di velocita’.
Lo vediamo qui immortalato dalla implacabile macchina fotografica dei nostri impavidi volontari, nonche’ colonne dell’ospedale, Pierantonio e Daniela.
Soprattutto Antonio e’ davvero un ottimo camminatore, ed al sabato pomeriggio riesce a scovare dei posti davvero suggestivi negli stupendi scenari del circondario... e Daniela ne approfitta. Li vediamo qui immortalati sul cucuzzolo della collina che si trova alle spalle dell’ospedale. Chissa’ che cosa stanno contemplando... forse un leone o qualche animale esotico?
Una passeggiata di un paio d’ore in una natura cosi’ rigogliosa ci aiuta davvero a scaricare tante tensioni che la vita in ospedale ci riserva quotidianamente.

 

Fr Beppe Gaido


giovedì 29 luglio 2010

Prevalenza di infestazione da protozoi nei primi sei mesi del 2010

Il post di oggi si ricollega in qualche modo a quanto ieri dicevamo sui rischi derivanti dalla assunzione di acqua inquinata.
I dati sotto riportati sono tratti dalla attivita’ del nostro laboratorio analisi, e si riferiscono esclusivamente ai protozoi.
In pratica sono i dati derivanti dall’esame delle feci a fresco.
Essi non tengono in considerazione la bilharzia che necessita di un’altra metodica d’esame, ne’ i batteri responsabili di dissenteria, per cui usiamo la ricerca dei globuli bianchi nelle feci oppure il test di Widal.
Come detto anche ieri, i parassiti piu’ frequentemente riscontrati nei nostri pazienti sono sostanzialmente due:
  • Entamoeba Hystolitica (EHC nei grafici)
  • Giardia Lamblia (GLT nei grafici)
  • Oppure la coinfezione dei due protozoi nello stesso paziente (EHC+GLT).

Il primo grafico riportato sotto ci indica il numero assoluto dei test positivi per protozoi sul totale degli esami fatti nel primo semestre del 2010.
Il secondo ed il terzo grafico invece si riferiscono agli uomini ed alle donne separatamente, ed indicano anche il numero assoluto di infestazione per singolo parassita. Come si evince dalle colonne, l’amebiasi e’ il nostro problema piu’ importante dal punto di vista della parassitosi intestinali.
Sostanzialmente non ci sono differenze tra la percentuale di donne e quella di uomini affetti da queste malattie.
Gennaio e febbraio sono a ridosso della fine delle grandi piogge, mentre maggio e giugno seguono le piccole piogge. Il fatto che il numero dei positivi aumenti in questi mesi ci suggerisce che la presenza di acquitrini, pozzanghere e fango possa contribuire alla trasmissione di tali malattie nella nostra zona. Il fatto che giugno sia stato il mese con la piu’ alta percentuale di positivita’ puo’ essere correlato al fenomeno ‘El Nino’ che ha causato precipitazioni veramente eccessive nei mesi di aprile e maggio.
Ringrazio ancora Stefania e Daniela per il paziente lavoro da esse eseguito tra le scartoffie imprecise ed incomplete del nostro laboratorio analisi.

Fr Beppe Gaido

mercoledì 28 luglio 2010

Acqua: Un Diritto Fondamentale Dell’umanita’… Ancora Largamente Disatteso!

Circa un miliardo di persone nel mondo non ha accesso all’acqua potabile, ed il doppio rispetto a questa cifra gia’ spaventosa non ha la possibilita’ di servizi igienici adeguati.
Circa 3 miliardi di esseri umani devono camminare piu’ di un chilometro per accedere ad un pozzo o ad un fiume.
La situazione e’ terribile soprattutto negli slum e nelle bidonville dove per esempio l’acqua deve essere comprata a prezzi esorbitanti, perche’ i torrenti ed i rigagnoli di quelle aree sono troppo contaminati da fogne e sporcizia. In molte baraccopoli la popolazione deve comunque usare quell’acqua sporchissima per lavarsi, perche’ non ha abbastanza soldi per comprare acqua pulita sia per bere che per l’igiene personale.
Sappiamo che molta gente nel mondo non ha a disposizione in un giorno intero tanta acqua quanta quella che svuotiamo nel water ogni volta che tiriamo la catenella dello sciacquone.
Anche nella nostra zona la quasi totalita’ della popolazione non ha acqua corrente in casa o nelle vicinanze.
Quasi tutti devono andare al fiume per raccogliere il prezioso liquido fonte di vita: normalmente questo e’ un lavoro delle donne e dei bambini, che poi tornano a casa con pesanti fardelli sulla schiena o sulla testa.
Ci sono persone invece che hanno scavato dei pozzi, trovando acqua ad una profondita’ di circa 20-25 metri.
Ora, sia l’acqua dei torrenti sia quella dei pozzi dimostrano un livello di inquinamento molto elevato. Ci sono in essa insetti, fango e contaminanti del terreno: soprattutto durante la stagione delle piogge l’acqua e’ di color marrone a causa del terreno ad essa frammisto.
Ci sono batteri e parassiti in quantita’ ‘industriali’: i germi che piu’ frequentemente inquinano le nostre acque sono costituiti da entameba istolitica e giardia lamblia. Non mancano comunque anche ancilostoma duodenale, necator americanus, bilharzia (del tipo mansoni) e vari altri.
Secondo analisi da noi eseguite qua e la’ e  secondo l’epidemiologia infettiva nei nostri pazienti, credo di poter affermare che nei corsi d’acqua del circondario ci sia anche una pesante contaminazione da salmonelle e da escherichia coli, oltre che una considerevole presenza di criptosporidium parvum particolarmente patogeno per i soggetti HIV positivi.
E’ inoltre di pochi mesi fa una prolungata epidemia di colera che ha colpito il Tharaka e che, dal nostro punto di vista, ha portato ad un aumento di ricoveri ospedalieri per diarrea severa dalla zona di Mukothima.
Dobbiamo inoltre tener presente che i pozzi scavati dalla popolazione hanno piu’ o meno la stessa profondita’ delle cosiddette ‘pit latrines’, cioe’ dei semplici gabinetti che da tempo gli abitanti sono incoraggiati a costruire per ridurre il livello di inquinamento fecale del territorio.
Una ‘pit latrine’ e’ semplicemente un buco molto profondo nel terreno, su cui poi si appongono degli assi di legno oppure si construisce un ‘battuto’ di cemento con un foro nel mezzo, che dovrebbe funzionare a mo’ di ‘turca’. Su questo semplice servizio igienico viene quindi edificata una baracca di legno per la privacy.  
La pit latrine non ha uno sciacquone e si riempie progressivamente. Quando e’ piena, la si copre con un po’ di terra e si realizza un altro gabinetto nelle vicinanze.
Come potete comprendere questo sistema, in se’ molto interessante perche’ poco costoso, porta con se’ il fatto che il liquame fecale assai rapidamente puo’ raggiungere le falde acquifere piu’ superficiali: ed infatti alcuni campioni da noi raccolti in vari pozzi dimostrano una elevata prevalenza di escherichia coli, che e’ notoriamente una enterobacteriacea, cioe’ un germe che proviene dall’intestino umano.
La filtrazione del materiale contaminante lentamente raggiunge comunque le acque piu’ profonde: infatti, quando Fr Lodovico fondo’ la missione di Chaaria, l’area era quasi disabitata. Nel 1984 egli trivello’ un pozzo fino alle acque profonde, sotto gli strati di roccia. Le nostre falde, ad una profondita’ di circa 100 metri, erano costituite di acqua dolce completamente sterile, e quindi potabile.
Con gli anni, la fondazione dell’ospedale ha portato ad un ‘boom demografico’ nel circondario: si sono costruite scuole a ridosso della nostra Missione; e’ nato un fiorente mercatino appena oltre il cancello del Centro; sono state costruite case per essere affittate al nostro staff. L’ospedale e’ naturalmente anch’esso un grande produttore di escrementi; da quasi subito inoltre ha avuto bisogno di un cimitero, dove praticamente ogni giorno seppelliamo pazienti che ‘non ce l’hanno fatta’, e che vengono per varie ragioni abbandonati in obitorio da noi.
Tutta questa attivita’ umana, con l’aumento esponenziale delle ‘pit latrines’, ha fatto si’ che da alcuni anni pure le nostre acque profonde siano pesantemente inquinate da escherichia coli, e debbano essere clorinate e bollite prima di essere bevute.
E noi siamo comunque fortunati!
Missionari nostri amici nel Nord del Kenya, in zone cioe’ molto piu’ aride e povere d’acqua, hanno trivellato pozzi profondissimi, con spese enormi, ed hanno rinvenuto soltanto acqua salata.
Ritornando a parlare dell’acqua del fiume, dobbiamo tener conto che molta vita sociale avviene sulle sue sponde: ad esso si abbeverano gli animali; gli abitanti ci fanno il bagno ed il bucato; in esso vengono lavate le autovetture ed i camion, e purtroppo si buttano tutte le porcherie a mo’ di discarica (dobbiamo ammettere che la nostra gente ha poca coscienza ecologica).
Tutto cio’ da’ un’idea della pericolosita’ dell’acqua dei torrenti, dal punto di vista sanitario.
Da un paio di anni a Chaaria e’ partito un progetto governativo di canalizzazione dell’acqua del ‘Mariara river’: questo sistema portera’ acqua nei vari villaggi attorno al  Market. Anche il Cottolengo Mission Hospital ricevera’ un tubo che ci fornira’ acqua se non altro per l’irrigazione della shamba e per la pulizia degli ambienti.
Sara’ acqua non potabile, ma almeno molte donne non dovranno piu’ fare chilometri con una tanica sulla schiena per portare a casa l’acqua necessaria a tutto il ‘management’ familiare quotidiano.
Portare l’acqua piu’ vicino a casa, fosse anche in una piazza, e’ gia’ un grande passo avanti, seppur non si possa ancora parlare di potabilizzazione.
Noi poi continuiamo la nostra campagna di educazione sanitaria sull’importanza di bollire sempre l’acqua prima di berla, al fine di ridurre l’impatto devastante che le patologie a trasmissione fecale-orale continuano ad avere sulla notra popolazione.
Ma il messaggio passa con difficolta’, vuoi per motivi culturali, vuoi anche per la difficolta’ intrinseca nella bollitura: bisogna andare a raccogliere il legname magari molto lontano da casa; inoltre un semplice fuoco impiega moltissimo tempo a far raggiungere la temperatura di ebollizione all’acqua stessa.
Bisogna comunque insistere su questo semplice mezzo di prevenzione, cosi’ basilare e cosi’ disatteso.
Oggi all’ONU si discute appunto di acqua come diritto inalienabile dell’essere umano. Chissa’ se la mozione passera’!
Speriamo che si prendano decisioni radicali per donare acqua pulita a tutti su questo nostro pianeta cosi’ ‘diseguale’... e soprattutto per evitare che l’acqua, gia’ cosi’ scarsa e inquinata per la maggior parte dell’umanita’, possa in futuro diventare anche la piu’ importante causa di conflitti non solo tra tribu’ ed etnie confinanti, ma anche tra nazioni.

Fr Beppe Gaido


martedì 27 luglio 2010

Chi sono gli street boys

Il fenomeno degli street boys ha assunto delle proporzioni enormi negli ultimi anni. Si tratta di ragazzi dall’età molto disparata (mediamente dai 6 ai 16 anni), per lo più orfani o rigettati dalla famiglia, i quali popolano le strade delle città più grandi e tentano di sopravvivere tramite la questua o la piccola malavita. Non hanno posto dove dormire, né hanno fonti sicure di cibo: è quindi una scena costante osservare gruppi di ragazzi sporchissimi che sonnecchiano ai bordi della strada, sniffando colla per non sentire i crampi della fame, e che accorrono attorno all’automobile per chiedere qualche spicciolo o un po’ di cibo.
Purtroppo, più diventano grandi e più si trasformano in veri delinquenti, che ti assalgono armati di una siringa sporca o di una manciata di feci: è sempre più frequente la notizia di automobilisti la cui vettura è stata riempita di escrementi, per aver rifiutato di dare denaro a questi piccoli ladruncoli.
Il fenomeno dei ragazzi di strada ha all’origine molti problemi culturali e sociali; tra tutti però mi pare che il più importante sia la terribile diffusione dell’AIDS, che falcidia la popolazione adulta, creando un numero sempre più elevato di orfani a cui nessuno pensa. Questi, crescendo in strada, continueranno a vivere sessualmente molto promiscui, cooperando così all’ulteriore diffusione dell’infezione. Attualmente il termine street boys è poco corretto, in quanto è sempre più frequente vedere anche bambine e ragazze che sniffano colla e si uniscono ai gruppi di giovani mendicanti che vagano notte e giorno lungo le strade. Anche questo fatto porterà nuovi problemi alla società (stupro, gravidanze non volute, aborti illegali con aumento di mortalità materna, abbandono di neonati appena partoriti, ecc).
Pochi sono i centri che si occupano del recupero e della promozione umana di questi giovani allo sbaraglio, che rappresentano una problematica anche per la sicurezza sociale. La Diocesi di Meru ha in effetti una casa di accoglienza che però, trovandosi oltre Tigania, è molto lontana da Chaaria ed assolutamente insufficiente a fronteggiare le dimensioni del fenomeno... meno male che c’e’ l'HURUMA CENTRE.

Fr Beppe Gaido



lunedì 26 luglio 2010

Alcune considerazioni sui dati relativi alla malaria

Alcuni giorni fa sono apparsi sul blog dei diagrammi circa la percentuale di positivita’ al test per la goccia spessa nel laboratorio analisi del Cottolengo Mission Hospital.
Desidero esprimere alcune osservazioni che possono aiutare a comprendere meglio i numeri esposti graficamente.
La ragione principale della bassa incidenza della malaria nei dati di laboratorio dei primi 6 mesi del 2010 va certamente attribuita al successo ed all’impatto che la distribuzione di zanzariere impregnate con piretro sta avendo sulla popolazione generale.
Ci sono poi altre considerazioni importanti da tener presenti: in Kenya il personale sanitario tende ad enfatizzare troppo il peso della malaria nella genesi dei disturbi lamentati dai loro pazienti. Sovente vengono attribuiti alla malaria sintomi del tutto aspecifici, come il mal di testa, il mal di schiena o una febbricola che potrebbe magari essere dovuta ad una eziologia diversa (influenza, infezione delle vie respiratorie, patologia urinaria). E’ chiaro quindi che tanti test negativi sono da attribuire al fatto che il triage e’ spesso fatto in modo scorretto, e che non c’era in partenza l’indicazione per l’esame stesso.
Altro fatto da tener presente e’ che molti pazienti vengono in ospedale con lo scopo specifico di testare una malaria che essi pensano di avere. Molte volte la loro auto-diagnosi e’ scorretta ed il test e’ di necessita’ negativo.
Nella percentuale dei risultati negativi dobbiamo anche considerare che sempre si fa un test di controllo dopo terapia antimalarica con coartem, o con chinino. Per cui molti negativi sono in realta’ malarie curate.
Il dato che tra i positivi ci siano piu’ donne che uomini e’ in parte spiegato dal fatto che la percentuale di gravidanze tra i clienti dell’ospedale e’ decisamente alta, e tutti ormai accettano la certezza che la gravidanza predisponga a forme gravi di malaria.
Secondo la nostra esperienza non ci sono sinergismi tra malaria ed HIV.
Non abbiamo notato che l’immunodeficienza acquisita predisponga ad attacchi malarici piu’ frequenti o piu’ devastanti. Ne’ abbiamo osservato che uno o piu’ episodi di malaria accelerino in qualche modo la deplezione dell’immunita’ in soggetti sieropositivi.
La stessa cosa la possiamo affermare circa l’interazione tra TBC e malaria. Non abbiamo osservato diversita’ epidemiologiche significative rispetto alla popolazione generale.
E’ invece evidente anche a Chaaria la correlazione strettissima tra HIV e TBC: piu’ dell’80% dei nostri pazienti con tubercolosi sono anche positivi; e tutti i sieropositivi avranno un episodio tubercolare prima o poi nel corso della loro vita.
Inoltre la TBC accelera l’immunosoppressione, mentre l’HIV rende la TBC piu’ resistente alle terapie, piu’ letale e piu’ tendente alle recidive.
Questo non lo abbiamo osservato per la malaria in confronto alle altre due patologie sopra citate.
La terapia antimalarica non subisce variazioni se il paziente e’ HIV positivo anche in TARV, o se sta assumento farmaci per la tubercolosi.
La malaria rimane comunque una importantissima causa di morbidita’ e mortalita’ per il nostro ospedale. Pure osservando i dati del nostro laboratorio dal punto di vista dei numeri assoluti ci rendiamo conto che i positivi sono sempre sui 200 ogni mese... un numero del tutto ragguardevole.

Fr Beppe Gaido

PS: CON GIOIA ACCOGLIAMO CHIARA GIANNETTO, DENTISTA ALLA SECONDA ESPERIENZA A CHAARIA.
LA RINGRAZIAMO DI CUORE PER AVER SCELTO DI TORNARE A DARCI UNA MANO IN QUESTO POSTO SPERDUTO DELL’AFRICA ORIENTALE.

domenica 25 luglio 2010

Non riesco neppure ad immaginare il suo dolore

La sonda scorre veloce sull’addome globoso di Nancy. La sua pancia a montagnola mi dice chiaramente che questa paziente ha raggiunto il termine della sua ‘attesa’.
Pero’ non ha dolori, e da un paio di giorni sostiene di non sentire piu’ le capriole ed i dolci ‘scalciamenti’ del nacituro.
Il mio duro compito e’ quello di dirle se il suo bimbo sta bene!
Passo e ripasso il mio strumento sulla zona dove mi attendo di trovare il cuoricino pulsante, ma non vedo alcuna attivita’. Prolungo la mia osservazione, nella speranza di notare un cambiamento di posizione, una manina che si sposti, un piedino che si muova impercettibilmente... ma nulla!
Mi auguro che sia solo un’ illusione ottica, e faccio scivolare la sonda in modo maniacale su quella pancia, quasi a volermi convincere che cio’ di cui sono ormai sicuro non sia altro che una menzogna.
Passano minuti eterni in cui continuo ad armeggiare l’ecografo senza piu’ neanche concentrarmi sul monitor.
E’ una specie di balletto in cui mi destreggio, cercando di prendere tempo e di studiarmi le parole da usare con questa giovanissima mamma che ha in corpo un feto morto... un feto che fino a ieri le saltava in grembo ed evidentemente stava bene.
E’ sempre durissima affrontare un tale argomento, soprattutto quando il disastro capita a termine di gravidanza: nove mesi di attesa, di speranze, di sogni e progetti che immediatamente verranno vanificati dalle mie parole che di colpo apriranno un altro scenario: l’attesa e’ stata inutile; non sarai mamma; non avrai le notti disturbate dal vagito di tuo figlio affamato o ‘bagnato’; le tue notti saranno insonni solo a causa dei tuoi incubi e dell’angoscia che ti accompagnera’ a lungo per la perdita di quel bambino su cui avevi tanto investito emotivamente.
Divago un attimo pensando a me stesso: a quanto sia doloroso per me quando, dopo aver lavorato per qualche ora al computer, mi capita che una interruzione di corrente od un virus mi faccian perdere il documento su cui non avevo speso che poche ore.
Se sto cosi’ male io per una ragione in se’ cosi’ poco importante, chissa’ cosa significa per Nancy accettare le parole che le sto per dire e fronteggiare un lutto cosi’ immenso.
Eppure non mi posso schernire. Lei e’ venuta da me perche’ vuole sapere... ed ha il diritto alla verita’. Non dirgliela potrebbe significare che il feto andrebbe in putrefazione mentre ancora e’ ritenuto in utero; il mio silenzio potrebbe causare danni alla salute della mamma, e forse anche la sua morte.
Non posso tacere. Devo farmi coraggio.
Negare la verita’ al paziente spesso non e’ una forma di pieta’, ma di codardia. Il mio dovere e’ quello di salvare la vita di Nancy, anche se la natura ha voluto darle questo enorme dolore da portare in cuore.
Lo so che piangera’ disperatamente. Devo essere pronto anche a questo!
Ma ho il dovere assoluto di convincerla a sottoporsi alle terapie del caso, in modo che il corpicino senza vita possa esserle estratto e lei possa riguadagnare il suo pieno stato di salute.
Che brutta questa parte del lavoro del medico!
Mi faccio coraggio... trangugio un po’ di saliva. Fisso il mio sguardo su un punto lontano nella stanza semibuia; mi schiarisco la voce ripetutamente, e cerco di proferire parole che piu’ volte mi si bloccano in gola, permettendomi solo di emettere strani suoni gutturali... poi finalmente ci riesco, ed e’ come un’esplosione; e’ come se dovessi liberarmi subito di quel segreto che non potevo piu’ trattenere:
“Mamy, il battito cardiaco non c’e’ piu’. Il tuo bimbo e’ morto!”
Nancy guarda il soffitto; le lacrime escono copiose dai suoi occhi, ma il suo pianto e’ muto. Si gira sul fianco di colpo, e si copre la faccia con entrambe le mani: all’improvviso i singhiozzi esplodono come un ordigno nucleare. Nancy urla e si dispera. E’ davvero inconsolabile.
Io sto in silenzio, ma non vado via. Le metto una mano sulla spalla per dirle la mia vicinanza.
Non diro’ parole inutili e vuote. Le frasi di circostanza fanno sempre e solo danni. Staro’ semplicemente qui per tutto il tempo che le sara’ necessario... e poi la ascoltero’ se mi vorra’ parlare.

Fr Beppe Gaido

sabato 24 luglio 2010

Huruma center

In Kenya alcune comunita’ accolgono street boys per allontanarli da una vita senza futuro, fatta di piccoli furti, aggressioni e sniffate di colla. Daniele Schiavinato ha fatto anche di meglio, dedicandosi all’accoglienza dei bambini piu’ piccoli rimasti improvvisamente sulla strada, che entrano nella sua comunita’ nel momento in cui rischiano di diventare street children.
A un’ora di macchina da Chaaria, a Mujwa, sorge il complesso di St. Patrick, comunemente conosciuto dalla gente come Huruma Centre, che ospita 54 giovanissimi, da un anno di eta’ fino alle soglie del mondo del lavoro. Lo scorso anno tre dei ragazzi piu’ grandi si sono iscritti al politecnico locale, che forma elettricisti, carpentieri e falegnami. Un ospite ha iniziato la secondary school, 22 frequentano la primary; gli altri, piu’ piccoli, vivono giornate serene in un ambiente familiare. E tutto questo e’ davvero bello ed importante, visto il vissuto che hanno alle spalle. Daniele, per esempio, ci raccontava di Brian Victor, l’ultimo arrivato, che dopo la morte della mamma era rimasto solo con il padre, malato di mente, che lo picchiava. Prima di lui, invece, erano arrivati tre fratellini orfani: dopo la morte di entrambi i genitori per avvelenamento, erano poi capitati nelle mani di una nonna etilista; quando Daniele li ha portati in comunita’ si e’ premurato di tutelarli facendo bloccare la vendita del terreno dei loro genitori, che rimarra’ a loro disposizione quando, diventati adulti, potranno costruirci una loro casa. Daniele e’ molto conosciuto nella zona, quindi capita spesso che i capi villaggio gli segnalino i casi bisognosi con tempestivita’. Ma non e’ infrequente che sia lui stesso a trovare dei bambini sperduti e a portarli a St. Patrick, dove vengono accuditi da Scolastica, da Stella e dal fratello di Scolastica.
Il complesso si compone di tre blocchi (refettorio, dormitorio maschi e dormitorio femmine), oltre alla shamba, il pezzo di orto con frutteto e i ripari per galline, conigli e tre mucche che assicurano il latte. La cucina e’ appena stata ristrutturata e risulta ora un ambiente ampio e luminoso, perfetto luogo di ritrovo e comunita’ per i piccoli. Chi ha fatto una donazione puo’ constatare come siano state gestite proficuamente le risorse disponibili.
Per i volontari di Chaaria andare a St. Patrick e’ un’esperienza davvero piacevole. Domenica abbiamo festeggiato il compleanno di Judith, brindando insieme ai bambini con la Stoney, la mitica bibita allo zenzero. E’ stato molto bello poter condividere con loro un momento di grande allegria e semplicita’. Ed e’ cosi’, tra i loro meravigliosi sorrisi e i loro dolcissimi sguardi, che diventa chiaro come basti poco per poter dare a questi bambini la vita serena e dignitosa di cui hanno diritto.

Daniele, Stefania, Antonio e Pierantonio



Iniziativa di solidarietà a Burcei

Queste immagini sono relative alla manifestazione di volontariato svoltasi a Burcei recentemente (dal 27 giugno al 4 Luglio) il ricavato della quale è stato devoluto a Chaaria.
Mi hanno consegnato un assegno di € 2.780,00, che, come d'accordo, utilizzeremo per il fondo assistenza bambini da 0-5 anni.

Luciano Cara








venerdì 23 luglio 2010

Stefania ed Antonio

Tutto passa, diceva Socrate...ed anche oggi siamo al termine di un capitolo significativo della vita della nostra famiglia a Chaaria.
Stefania ed Antonio ci hanno salutato.
Ci sono stati momenti di commozione, ed e’ stata versata anche qualche lacrimuccia.
Grazie di cuore, Stefania, per il tuo servizio silenzioso in laboratorio analisi e per la paziente ricerca nelle nostre ‘sgangherate’ cartelle cliniche.
I dati che per noi hai prodotto sulla malaria gia’ sono stati letti a Ginevra, e forse da essi partiranno nuove collaborazioni. I grafici sui parassiti intestinali da te realizzati costituiscono il primo studio quantitativo sulla incidenza di queste patologie in tutta la storia del Cottolengo Mission Hospital.
Dio ti colmi di bene per quello che hai fatto per noi e per i malati  in queste tre settimane.
Grazie a te, caro Antonio, amico di Chaaria da sempre, e prezioso collaboratore nel campo delle connessioni internet e della telemedicina.
Ci hai tirati fuori dall’isolamento telematico che durava ormai da circa otto mesi, ed hai ‘riconnesso’ anche Mukothima che versava nelle nostre stesse condizioni. Solo chi e’ lontano da casa ed ha seri problemi di comunicazione puo’ comprendere quanto importante sia stata la tua venuta tra di noi ed il tuo lavoro che ci ha nuovamente aperti al dialogo con il mondo. Anche a te auguriamo le benedizioni di Dio su tutti i progetti che ti prepari ad intraprendere in futuro a beneficio dei poveri di tante Nazioni del mondo. Sappiamo che sei ora diretto in Madagascar, e ti auguriamo un pieno successo anche li’, in modo da ridonare internet pure a quella comunita’, che, a quanto pare, e’ stata isolata per un anno... ed ha quindi sofferto piu’ di noi.
Il volontariato e’ una risorsa di cui non riusciamo neppure a comprendere pienamente il valore, ma di cui rendiamo grazie a Dio continuamente.
Oggi e’ anche tornata a Chaaria Pinuccia dopo le sue vacanze italiane, e la accogliamo con un gran sospiro di sollievo, soprattutto pensando alla gravissima carenza di infermieri che sta falcidiando il nostro ospedale.

La comunita’ di Chaaria


Ken a Nkabune

Carissimo Beppe,
come sempre prima di scriverti guardo il blog e anche stavolta, di fronte al drammatico racconto della morte di Charity, mi  vergogno per la banalità di quello che ti scrivo.... 
Mi sono  dimenticato di ringraziarti per la notizia del trasferimento di Ken. 
Sapevamo che sarebbe avvenuta presto e del resto la visita di  quest'anno all'orfanotrofio di Nkabune ci ha confortato  perchè abbiamo trovato una realtà molto migliore rispetto all'anno scorso: bambini puliti, 
curati e allegri per cui pensiamo che Ken, potendo muoversi in spazi più ampi e giocare con gli altri bimbi, vada a star meglio.

Pietro Rolandi

giovedì 22 luglio 2010

Non ce l'abbiamo fatta

Charity e’ in room 9, e gia’ gli infermieri si stanno affannando attorno a lei. Sono le 7.30 del mattino e lo staff della notte dovrebbe andare a dormire, ma chi puo’ permettersi di lasciare una paziente in quelle condizioni?
Ha le congiuntive bianche come un lenzuolo; e’ totalmente incosciente, ed il respiro e’ ormai superficiale e periodico. La sua cute poi e’ fredda come il ghiaccio.
Vengo chiamato dalla cappella, subito dopo l’ultimo saluto del sacerdote, mentre ancora si canta l’inno finale... naturalmente mi precipito, perche’ so che solitamente le urgenze sono reali, soprattutto se si permettono di chiamarmi dalla cappella.
Guardo Charity per un attimo: sembra ancora una bambina. Corporatura minuta e viso di una dolcezza sconcertante in un momento cosi’ drammatico per la sua sopravvivenza: pare tranquillamente addormentata.
E’ sporchissima, ed e’ chiaro che vengono da lontanissimo.
“Sono di Kathangacine, in Tharaka ed hanno viaggiato di notte”, mi coferma il timidissimo e giovane marito.
Non voglio neppure immaginare le condizioni di quel trasporto per una paziente in coma! Kathangacine e’ a circa 70 chilometri di strada sterrata.
Ma devo abbandonare subito queste divagazioni, perche’ il monitor ci dice che la frequanza cardiaca della malata e’ di soli 40 battiti al minuto.
Le pratichiamo quindi della adrenalina in vena, che rapidamente velocizza le pulsazioni di quel cuore stremato.
Pressione imprendibile e vasi collassati fanno si’ che reperire un accesso venoso sia un’impresa difficilissima. Le mie ottime infermiere ci riescono comunque in breve tempo, ed ci troviamo quindi a disposizione due cannule per le infusioni.
In una facciamo scorrere delle soluzioni fisiologiche per tentare di riempire un po’ le sue vene ormai quasi vuote. Nell’altra partiamo con il sangue. Per fortuna ne abbiamo in frigo, e non abbiamo problemi con il suo gruppo. Usiamo lo spremisacca per far si’ che il liquido vitale entri piu’ rapidamente nel corpo comatoso di Charity. L’emocromo e’ infatti a livelli paurosi: “Non credevo che una persona potesse essere ancora viva con 2 grammi di emoglobina”.
Porto nell’ambulatorio l’ecografo portatile e rapidamente faccio diagnosi, rendendomi conto chiaramente della causa di un’anemia cosi’ estrema: “La paziente ha una gravidanza tubarica rotta, con enorme versamento ematico in peritoneo”.
Mi rivolgo allora al marito che e’ in piedi in un angolo con aspetto triste e terrorizzato. Anche lui e’ tutto stracciato ed e’ evidentemente poverissimo: “Da quanto tempo tua moglie ha avuto perdite vaginali?”
“Da domenica scorsa”.
“E perche’ non siete venuti prima?”
“Non avevamo soldi... e poi speravo che passasse.”
“Ma non lo sapevi che ogni emorragia in gravidanza e’ sempre molto pericolosa per la donna?”
“Non lo sapevo... ti chiedo scusa, dottore, ma io sono un contadino!”
“Adesso ti chiedo di firmare il consenso informato; ma purtroppo ti devo anche dire che le possibilita’ che tua moglie non sopravviva all’intervento sono estremamente alte, viste le sue condizioni generali”.
L’uomo non batte ciglio di fronte alle mie affermazioni. Chissa’ se mi ha capito!
Semplicemente appone il suo pollice nel posto da me indicato per la sua firma.
Jesse arriva in quel momento ed e’ in agitazione estrema... come e’ d’altra parte il suo solito in frangenti come questo.
Mi dice che bisogna entrare subito in sala senza perdere un minuto.
Charity e’ troppo inbrattata di polvere e sangue, e bisogna almeno lavarla un pochino.
Le passiamo rapidamente delle spugne bagnate sulla sua pelle fredda come quella di un cadavere, dopo averle rimosso i logori abiti tagliandoli con una forbice.
La portiamo in sala di peso, non c’e’ tempo per cercare la barella... d’altra parte pesera’ circa 40 chilogrammi si’ e no.
Ma qui la situazione precipita prima che Jesse inizi a somministrare l’anestesia. Lo sento dare ordini sconclusionati: “Doctor, fai dell’adrenalina in vena...”
Mentre ancora sto aspirando la fiala del farmaco da lui prescritto, mi ‘comanda’ di fare il massaggio cardiaco perche’ Charity e’ in arresto.
Ma mentre il nostro anestesista cerca di insufflare ossigeno nei polmoni in modo ritmico e concordato con le mie pressioni sul torace, la paziente inizia a vomitare abbondantemente del latte cagliato... Forse e’ quello che le avevano fatto bere durante il viaggio con la speranza che le donasse l’energia sufficiente per arrivare a Chaaria.
Jesse aspira le secrezioni dalla bocca e dal neso...e si dispera.
Io guardo il monitor e mi sento sempre piu’ pessimista. I segnali dell’ECG corrispondono esclusivamente ai miei massaggi, ed ora che Jesse sta aspirando, la linea dell’attivita’ respiratoria e’ piatta.
Il monitor continua a ‘urlare’ con allarmi di vario tipo e con luci che lampeggiano in modo tetro.
Dico a Kanyua di osservare le pupille della paziente, mentre ancora continuo il mio lavoro sul cuore.
“Dilatate e fisse; non rispondono alla luce”.
Guardo l’anestesista che e’ ancora agitato ed intento ad armeggiare ora l’aspiratore, ora l’ambu: “Jesse, e’ morta... dobbiamo smettere”.
Come sempre, lui non risponde. Da’ uno sguardo agli allarmi impazziti della macchina, e finalmente si arrende. Si gira verso il muro e, a testa bassa, inizia a pulire i suoi strumenti.
So che normalmente reagisce cosi’. Tocchera’ a me parlare al marito; ne sono sicuro. Mi immagino che piangera’ tantissimo: l’ho visto cosi’ spaesato e confuso!
Charity e’ morta nei suoi vent’anni. Lascia uno sposo affranto con due figli sulle spalle. E’ andata in Paradiso mentre era al secondo mese di una gravidanza che non potra’ mai arrivare a termine.
La sua vita e’ stata stroncata soprattutto dall’ignoranza: se fossero andati a scuola, avrebbero certo compreso che non si sta a casa aspettando che una emorragia gestazionale si fermi da sola. Sarebbero corsi dal medico alla prima goccia di sangue.
E’ stata uccisa anche dalla poverta’. Kathangacine e’ lontanissimo da Chaaria... tra noi e loro non ci sono altri ospedali in grado di compiere interventi chirurgici; la strada e’ pessima, e di notte non ci sono neppure mezzi pubblici.
Pagare una cifra esorbitante per affittare un’auto e’ stato impossibile per questo povero marito, ora vedovo. Tutto questo ha certamente contribuito all’esodo infausto. Chissa’ se l’avremmo potuta salvare, magari anche solo otto ore prima?
Anche Charity e’ una drammatica testimonianza del fatto che il diritto universale alla salute e’ ancora un sogno per gran parte dell’umanita’. Certo, noi siamo qui in Africa proprio per lavorare a tale ideale... ma quello che facciamo e’ sempre sproporzionatamente inadeguato ai bisogni... e la morte per noi e’ sempre una sconfitta penosa e sconcertante.

Fr Beppe Gaido


mercoledì 21 luglio 2010

Situazione malaria 2010

Ringrazio di cuore le volontarie Daniela e Stefania che hanno raccolto i dati relativi ai test antimalarici nel primo semestre 2010.
Esse hanno realizzato un ottimo lavoro, con molti grafici che mostrero’ sul blog in vari momenti.
I due diagrammi sopra presentati ci mostrano dapprima l’andamento mensile dei test risultati positivi, e poi l’immagine cumulativa della situazione.
A colpo d’occhio si puo’ notare come la percentuale di positivi sia grossomodo costante nei primi sei mesi dell’anno, con un lieve incremento di incidenza per i mesi di maggio e giugno. Tale aumento e’ riferibile soprattutto alla fine della stagione delle piogge che porta a condizioni ambientali e climatiche favorevoli al ciclo vitale della zanzara anofele.
Siamo comunque su una percentuale di positivita’ che si aggira sul 22%, cosa molto rimarchevole in quanto per il passato abbiamo osservato incidenze molto piu’ elevate.
Cio’, come gia’ riferito a commento dei grafici per il 2009, pare dovuto soprattutto all’uso delle zanzariere ed al fatto che le distribuiamo gratuitamente alle donne gravide ed alle mamme che hanno un bambino di eta’ inferiore ai cinque anni.
Anche questi grafici ci danno un po’ di incoraggiamento e ci dicono che non sempre siamo sconfitti dalla “zanzara”; qualche vittoria la riportiamo pure noi!

Fr Beppe Gaido

martedì 20 luglio 2010

Huruma Centre... un sogno sempre più entusiasmante



Carissimi amici di Huruma Centre,
queste poche parole desiderano essere una piccola didascalia alle foto che vi ho inviato.
Vorrei che oggi il post fosse una specie di foto-reportage, e che fossero le immagini stesse a parlarvi.
So che i volontari stanno preparando un articoletto sui ragazzi di Huruma Centre che essi hanno incontrato domenica scorsa... per cui non voglio dirvi molto. Desidero invece lasciarvi in 'suspence', nell'attesa di tutte le storie drammatiche e commoventi che vi racconteranno.
Comunque il Centro sta andando molto bene, soprattutto grazie a Daniele Schiavinato, il quale sta dando corpo ed anima per il progetto. Il numero dei bambini e' in crescita continua... e soprattutto sono molto ben assistiti.
Come vedete dalle foto, gli ambienti sono spartani si', ma puliti ed accoglienti.
I ragazzi (maschi per la maggior parte) sono sorridenti, puliti e decentemente vestiti. Essi alternano la frequenza a scuola con attivita' lavorative in casa; ed hanno naturalmente dei necessari momenti di svago.
Ora il Centro possiede due mucche da cui ricava circa 20 litri di latte al giorno... appena sufficiente per piu' di cinquanta bocche fameliche.
Inoltre ci sono galline e conigli.
I ragazzi collaborano anche alla coltivazione del campo, che tanta parte ha nel loro sostentamento.
Il personale che lavora con Daniele e' motivato, e molto devoto alla causa per cui Huruma e' nato.
Si tratta di un Centro che funziona, e che fa tanto bene per gli street boys, per gli orfani in genere, e per bambini e ragazzi con situazioni familiari a rischio.
Daniele ha piu' volte accolto anche un orfano dal nostro ospedale, quando non siamo riusciti a sistemarlo a Nkabune.
Con sentimenti di viva riconoscenza saluto tutti i benefattori dell'Huruma, e mi faccio garante del fatto che le loro offerte sono completamente usate per il meglio a favore di bambini e ragazzi davvero poveri.
Dio vi benedica tutti, e... rimanete in attesa dell'articolo che i volontari mi hanno promesso.

Fr Beppe Gaido
 





 

lunedì 19 luglio 2010

Il nuovo lettino termico

E’ con sentimenti di vivissima riconoscenza verso i nostri benefattori, che inviamo foto del nuovo lettino termico per la sala parto.
Anche questo e’ un piccolo passo avanti nel continuo processo di miglioramento che tutti voi ci aiutate a compiere.
Il lettino e’ stato acquistato con le offerte di molti sostenitori, primo fra tutti il dott Cavallini di Cagliari, che ha tanto insistito perche’ questo nuovo strumento potesse far parte del punto-nascita a Chaaria.
Sento il dovere di citare ancora il gruppo missionario della mia parrocchia di Casalgrasso che in modo continuativo segue e sostiene le nostre iniziative a favore dei pazienti di questo angolo d’Africa.
Insieme a loro ricordo e prego anche per i molti che hanno contribuito con il loro “obolo”, piccolo o grande che sia.
L’oceano e’ fatto da tante gocce, e nulla e’ insignificante nella costruzione del Regno di Dio sulla terra.
Non posso comunque dimenticare Fr Lorenzo che si e’ fatto in quattro nel cercare il modello migliore al prezzo piu’ basso in Nairobi.
Un sincero ringraziamento ed una preghiera per tutti.

Fr Beppe Gaido

Facezie

Ho appena letto il blog riguardo alla crisi degli infermieri e quasi rinunciavo a scriverti, ma ho poi pensato che tutto sommato si vive anche di piccole soddisfazioni. Oggi ho dimesso una paziente che avevo operato l'altro ieri di isteroannessiectomia. Ho voluto "aprirla" con la tecnica imparata presso la Clinica Universitaria Chaaria Hospital e già ieri la paziente passeggiava nei corridoi senza un dolore nè un livido. E' bellissimo, alla mia età, imparare qualcosa di nuovo e che funziona così bene. Penso che non resisterò un anno senza venire a trovarvi, magari anche solo per due settimane e quando più avrete bisogno. 
Un carissimo abbraccio anche da Fiorella- Ciao

Pietro Rolandi

domenica 18 luglio 2010

Impotenza - La triste storia della piccola Kendi

Abbiamo ricoverato la piccola Kendi alle 8 in punto.
Ha circa nove mesi di vita, e pesera’ sui cinque chilogrammi; ma forse meno.
La mamma continua a piangere di fronte al corpicino della sua piccola, continuamente scosso dalle convulsioni, e rovente come acqua in ebollizione.
Il valium, somministrato per retto alla bimba per ben due volte, non e’ servito a nulla e Kendi continua ad essere “agitata” da movimenti grotteschi della bocca, degli occhi e degli arti. Con cadenza quasi ritmica si inarca sulla schiena e diventa simile ad un semicerchio. Non e’ cosciente ma, a vederla cosi’, pare che debba provare un sacco di dolore. Respira malamente, come se avesse una pentola a pressione nel torace.
Ho paura, ma ordino ugualmente che le si faccia del barbiturico in vena. Lo so che c’e’ il rischio che smetta di respirare a causa del sinergismo con il valium; ma, se non agiamo in tutta fretta, il suo cervello verra’ ridotto in poltiglia dai prolungati attacchi epilettici.
Gli infermieri mostrano qualche esitazione di fronte alla mia prescrizione, ma non fanno obiezione di coscienza a priori, e, dopo un breve dialogo, mi offrono piena collaborazione.
La madre si dispera e mi dice che e’ la prima volta che capita, e che la bimba non e’ epilettica.
“Lo so; e’ la malaria che causa tutto questo, e la febbre altissima fa anche lei la sua parte”.
Pochi minuti dopo l’iniezione in vena, Kendi si assopisce; il respiro rimane stertoroso, ma si fa piu’ regolare. Le faccio iniettareare del lasix per scaricare un po’ quei polmoni cosi’ congesti, e mi preparo per la puntura lombare.
Non c’e’ rigidita’ nucale, ma a volte nei pazienti pediatrici la meningite puo’ presentarsi in modo veramente subdolo.
Ora la malata e’ rilassata grazie al fenobarbitone, e possiamo flettere in avanti la sua colonna vertebrale, ottenendo quindi una posizione ideale per la delicata procedura invasiva.
Infilo l’ago tra due delle sue piccole vertebre, e Kendi non reagisce.
“Il coma deve essere molto profondo se ha una tale insensibilita’ agli stimoli dolorifici”, mugugno rivolgendomi all’assistente.
Basta che io entri per poco piu’ di un centimetro ed il liquido dalle sue meningi comincia a gocciolare pian piano dentro le mie provette.
Lo osservo con attenzione.
Anche la madre guarda sbigottita e paralizzata. Credo che per lei sia durissimo accettare di vedere la sua Kendi con un ago nella schiena... ma, allo stesso tempo, non vuole uscire dalla camera. Vuole assolutamente vedere quello che le facciamo!
Il liquido e’ limpido e non esce con pressione aumentata: “non credo che si tratti di meningite; ma proviamo comunque  a far la ricerca della TBC. Sappiamo quanto sia frequente al giorno d’oggi”.
Nel frattempo, visto che la “goccia spessa” e’ risultata positiva, iniziamo con il chinino in vena.
In laboratorio sono molto efficienti e, pur essendo domenica, abbiamo il risultato in meno di mezz’ora: puntura lombare negativa. Si tratta di malaria cerebrale.
Questo mi fa ben sperare, perche’ i bambini rispondono straordinariamente al chinino e spesso sono “svegli” gia’ dopo la terza dose. Dico alla mamma che l’indomani la bellissima Kendi le avrebbe sorriso nuovamente, e si sarebbe attaccata al suo seno ora turgido e dolente.
La donna pende dalle mie labbra; vuole credere in cio’ che affermo, anche se i suoi occhi tristi mi dimostrano chiaramente che nutre moltissimi dubbi al riguardo. D’altra parte le terribili condizioni generali della malata giustificano pienamente le sue riserve.
Le cose pero’ non vanno come pensavo io, e gradualmente mi rendo conto di aver illuso quella madre.
La malaria e’ sempre traditrice.
Kendi riprende quasi subito con le crisi epilettiche, e dobbiamo metterle del valium in infusione continua. Lo facciamo scendere “in doppia via” con il chinino.
Le convulsioni si calmano un po’ grazie al nuovo farmaco, ma le ritmiche contrazioni delle labbra e degli occhi vanno avanti imperterrite.
Il torace poi ricomincia a gorgogliare: le somministriamo del lasix, ma la piccola non urina affatto.
Intanto anche la sua glicemia scende a livelli pericolosi, e dobbiamo intervenire con glucosio per tamponare un possibile coma ipoglicemico.
Certo Kendi e’ gia’ in coma, ma sappiamo quanto velocemente i bassi livelli glicemici potrebbero ucciderla!
La madre non piange piu’. Ormai guarda  il vuoto con occhio fisso e assente.
Mi allontano, cercando di dare un po’ di attenzione anche agli altri malati; ma quella disperata signora sa dove si trova il mio ambulatorio... viene e bussa nuovamente: “Kendi sta vomitando del materiale nero come il carbone!”
“Questa non ci voleva – penso tra me – tutte le volte che capita una emorragia gastrointestinale nel piccolissimi, poi non si riesce piu’ a salvarli”.
Mi faccio vedere forte, e l’assicuro che lo zantac risolvera’ il problema... ma sono cosciente di mentire!
Passa poco piu’ di mezz’ora ed ancora la donna torna a chiamarmi: “Kendi non riesce respirare”.
“Lo so bene, ma cosa posso farci – rimugino nuovamente in silenzio – non ha risposto al lasix. E’ in blocco renale, e non abbiamo la dialisi”.
“Le mettiamo dell’ossigeno, e vedrai che migliorera’”, affermo in modo concitato... ma non so se mi abbia creduto.
Rimango con lei alcuni minuti, ed e’ evidente che Kendi sta andando in cielo.
Lo so io, ma ne e’ cosciente pure la madre, anche se non me lo sa dire. Si aggrappa al mio braccio e mi dice: “dottore, fa’ qualcosa”.
Io mi sento inutile e “buono a nulla”. Ho sparato tutte le mie cartucce, e non so piu’ cosa somministrale.
Prescrivo tutti i farmaci di rianimazione disponibili qui a Chaaria, ma la malata tira dei repironi sempre piu’ lunghi e sempre piu’ diradati. Poi contrae i muscoli della faccia in una smorfia angosciante; estende braccia e gambe in una estrema e prolungataa contrazione... e ci lascia.
Il suo volto si rilassa, i suoi muscoli si detendono, e dalla sua bocca esce copiosamente del materiale nerastro che dal letto cola sul pavimento.
La mamma la tocca due volte; poi si gira verso di me, attendendo una conferma a cio’ che gia’ sa.
Io non parlo. e semplicemente faccio un segno di diniego muovendo impercettibilmente la testa.
Lei capisce tutto; si rotola sul pavimento disperata, ed urla a piu’ non posso.
Dico agli infermieri di starle vicino e di lasciarla piangere per tutto il tempo che voleva.
Io mi sento impotente e fallimentare, come tutte le volte in cui non riesco a salvare un paziente.
Mi allontano senza proferire verbo, e cerco di ricompormi per il cesareo che mi aspetta in sala operatoria.

Fr Beppe Gaido