AlberiStagioniStriscia.gif

Un bimbo al mattino andava sulla spiaggia a ributtare le stelle marine che erano portate in secca dalle onde.

Quando qualcuno lo vide, gli disse che tale lavoro era completamente inutile, perchè egli non sarebbe mai riuscito a ributtare in mare tutte le migliaia di stelle, che si trovavano sul bagnasciuga.

Il bambino con calma guardò la stella che aveva ancora in mano, la buttò in acqua e poi rispose: "per questa stella sicuramente non è stato inutile".

Chiunque abbia voglia di aiutarci in questo intento, fosse anche per salvare una sola stella... non sarà stato invano. Grazie.

Nadia Monari - Infermiera volontaria


Leggi "Chi siamo", "La storia dell'Associazione" e "Le nostre Missioni"

Lettera del Superiore Generale, Fr. Giuseppe Meneghini


martedì 31 agosto 2010

Il ringraziamento di Harriet Kanuya

Dopo anni di ottimo servizio in sala operatoria come coordinatrice e strumentista, ieri sera Kanyua ci ha lasciati per iniziare il corso (gia’ concluso da Makena) per tecnici di sala.
Anche ieri abbiamo finito in bellezza con vari cesarei e 3 ore di straordinari per Kanyua.
Essa esprime il piu’ sentito ringraziamento alla Associazione Volontari Mission Cottolengo, che ha accettato di ‘sponsorizzarla’ in questa sua nuova avventura didattica.
Kanyua e’ gia’ di per se’ bravissima come strumentista, ma ha imparato tutto sul campo... cosa che le da’ un po’ di ansia e di insicurezza.
Dopo la scuola avra’ anche la tranquillita’ psicologica di fare un lavoro per cui e’ ufficialmente abilitata.
E’ sempre una bella cosa investire sulla formazione ed offrire al prossimo un futuro migliore, e di cuore ringrazio l’Associazione per aver creduto in Kanyua, che potra’ fare ancora meglio quando nuovamente lavorera’ con noi.
Il suo corso durera’ un anno e mezzo, a Thika, vicino a Nairobi. Frequentera’ la stessa scuola dove gia’ Makena aveva studiato prima.
Ancora grazie, da parte sua e da parte della nostra comunita’ per aver accolto il suo appello per la borsa di studio.

Fr Beppe Gaido

lunedì 30 agosto 2010

Tu quoque, brute, filii mihi?!

Oggi il morale e’ sotto terra, ed e’ ricorrente in me la reminiscenza liceale dell’assassinio di Giulio Cesare orchestrata con la partecipazione del figlio. Ricordo le pugnalate alla schiena e la sorpresa provata dall’Imperatore Romano nel vedere Bruto che brandiva il pugnale alle sue spalle.
Ripenso anche a varie citazioni bibliche, in particolare al Salmo che riferiamo alla passione di Cristo ed al tradimento di Giuda Iscariota: “anche l’amico in cui confidavo... anche lui che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno”.
Le ragioni di questo umore depresso sono molteplici, e certo legate alla complessita’ di Chaaria ed al mistero dell’ ingratitudine umana; ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso risiede in alcune situazioni spicciole degli ultimi tempi.
XXX ha deciso di citarci in tribunale. E’ stata dura per me ricevere l’emissario di un avvocato, invece di parlare con lei! Non e’ la prima volta che veniamo chiamati in corte, ma non me lo sarei aspettato da XXX.
YYY invece e’ uno dei nostri infermieri piu’ anziani, ed uno su cui avevamo investito molto. Meno di una settimana fa gli avevo chiesto di aiutarmi a riorganizzare il servizio infermieristico nel reparto di medicina generale...ha sempre detto di si’ a tutte le mie richieste. Pero’ ora da tre giorni non si presenta a lavorare, senza darci alcun preavviso e senza degnarci di una spiegazione. E’ molto probabile che anche lui abbia fatto quello che molti altri suoi colleghi ci han fatto prima di lui. Forse ha aspettato che il salario fosse depositato in banca a fine mese per poi sparire senza darci la possibilita’ di sostituirlo, senza formare un collega che avrebbe potuto prendere il suo posto, e senza salutarci. Anche YYY ha vanificato e distrutto con questo ultimo atto il buon lavoro che ha portato avanti per anni.
Ci siamo anche resi conto che in ospedale girano ricevute false. E’ chiaro che qualcuno da’ ai malati ricevute di pagamento che non hanno una matrice: per cui tale denaro va direttamente nella tasca di Tizio, Caio o Sempronio. E dire che lo sanno quanta fatica facciamo anche solo per pagare gli stipendi in tempo!
E’ difficilissimo per noi venire a capo di questo racket che probabilmente va avanti da molti anni. C’e’ omerta’, e nessuno vuol collaborare. E’ chiaro ora comunque il motivo per cui non ho mai visto un aumento di guadagni, neppure quando il numero dei pazienti e’ estremamente alto. Puoi fare 10 operazioni al giorno; ricoverare 15 ragazzi per circoncisione; eseguire decine di ecografie o di gastroscopie... ma alla fine della giornata la borsa dei guadagni e’ sempre semivuota. La spiegazione da parte dello staff e’ che la gente non paga perche’ non ha soldi... ma forse ci sono altre ragioni, come ora iniziamo a comprendere!
La cosa piu’ triste e’ trovarsi in mezzo a tante persone, e non sapere mai se stai parlando con un amico o con un “Bruto” che gia’ ha affondato il coltello nella tua schiena. Avverti il dolore della ferita, ma diversamente da Giulio Cesare o da Cristo, non sei in grado di vedere chi ti tradisce... magari con un sorriso sulla bocca, o con tante moine e bugie.
Sempre piu’ mi convinco che bisogna fare le cose per il Signore, e non per gli esseri umani, che sono di per se’ corrotti dalla loro natura intrisa di peccato.
Per resistere qui a Chaaria, bisogna credere fortemente in Dio e in quello che si fa: Iddio vede le nostre intenzioni ed i nostri sforzi. Egli sa che dormiamo 3 ore per notte, e ne lavoriamo 18 ogni giorno. Solo Lui lo sa!
Gli altri ti verranno dietro e ti aduleranno finche’ servi, senza mai domandarsi se sei stanco o se ce la fai ancora. La maggior parte delle relazioni sono biecamente utilitaristiche.
E’ il caso per esempio di ieri pomeriggio. E’ stato per noi un week-end tremendo con emergenze notturne continuate e giornate di fuoco. Alle ore 15 di domenica veramente non ce la facevo piu’, ed ho detto ad una persona che si lamentava di sintomi non gravi che duravano da anni di chiedere una terapia sintomatica per un giorno al clinical officer, e di venire a farsi visitare il lunedi’ mattina... non era infatti una emergenza, per la quale mi sarei certamente ancora sacrificato!
La reazione di quel malato e’ stata tremenda, e sono stato coperto di insulti. Lui tentava di far leva sui miei sensi di colpa per obbligarmi a fare quello che voleva; ma onestamente mi ha depresso cosi’ tanto con la sua ingratitudine che l’unico sforzo che ho ancora potuto fare e’ stato quello del silenzio (se avessi ascoltato la voglia lo avrei coperto di parolacce a sua volta!).
Tu sei spessissimo soltanto una macchietta erogatrice di servizi, o, nel caso dei dipendenti, sei semplicemente un datore di lavoro da “fregare” quanto piu’ sia possibile. In te non vedranno mai il missionario che non ha uno stipendio e che si sacrifica per loro notte e giorno.
Tu sei al loro servizio, e basta! E, quando non gli servi piu’, ti buttano via!
Ecco perche ci vogliono motivazioni fortissime per rimanere.
Il “grazie” e’ meglio proprio dimenticarselo.
La correttezza da parte di chi lavora con te un miraggio... lasciamo stare poi l’amicizia sincera!
La disonesta’ una realta’ di cui non ci si puo’ liberare; e’ infiltrata dovunque con i suoi tentacoli che a volte ti soffocano.
In questa situazione sempre piu’ penso che bisogna semplificare tutto: siamo qui per Dio e per i poveri... tutto il resto (amicizie, stima, fama, collaborazione) e’ un’illusione, che puo’ anche gratificarti per un po’, ma poi ti lascia con un terribile amaro in bocca.

Fr Beppe Gaido

domenica 29 agosto 2010

Messaggio da Fr. Lorenzo

Carissime famiglie Cottolenghine, Volontari, Benefattori, Amici e Simpatizzanti,
 
desidero porgere ad ognuno di voi a nome mio e della mia famiglia, i nostri più “sentiti” ringraziamenti per la vostra vicinanza in occasione della morte della nostra mamma.
Tanti sono stati i messaggi ricevuti sia dall’Italia che dall’estero che esprimevano condoglianze e dolore in un momento così particolare.
Un particolare “ Deo Gratias” a tutti coloro che hanno partecipato al funerale e che in diversi modi hanno hanno fatto sentire il loro calore esprimendolo sia nella preghiera e nel canto ravvivando la liturgia funebre.
A tutti voi non mi rimane che augurare ogni bene nel Signore con un ricordo particolare nella preghiera.
 
Fr. Lorenzo e Famiglia


Thank you...from Ken Mwenda

La comunita’ di Chaaria e’ molto riconoscente agli amici di Luca Cremasco per la generosa offerta fattaci pervenire, offerta che impiegheremo per il pagamento delle medicine da somministrare ai pazienti piu’ poveri e bisognosi.
A nome di Ken Mwenda esprimiamo la nostra riconoscenza a chi ha reso possibile reperire una carrozzella a lui adatta. Ora Ken sta seduto gran parte della giornata, e questo rende possibile una alimentazione ed una respirazione piu’ fisiologiche. Sta anche facendo fisioterapia per prevenire che la spasticita’ peggiori. Abbiamo poi predisposto delle docce da fargli indossare ai piedi per ridurre il rischio di piede equino.
Ken sembra tranquillo e ci pare che abbia preso bene il nuovo ambiente, in quanto e’ sempre sorridente con tutti.

La comunita’ di Chaaria



sabato 28 agosto 2010

C'era una volta...

Arrivare molto vicino ai 50 anni mi ha trasformato in un borbottone noioso che sempre si lamenta e pensa ai bei tempi antichi in cui tutto era perfetto, facile e roseo.
Sono assolutamente cosciente di cio’, per cui attribuite alle mie parole il peso che dareste allo sproloquio di un vegliardo arteriosclerotico che ha bisogno di sfogarsi. Soprattutto non pensatele riferite ad alcuno in particolare. Non ce l’ho con nessuno!
Sono infatti riflessioni un po’ fuori moda su quello che oggi si potrebbe chiamare un nuovo “trend” che osservo ormai da vari anni.
Normalmente i trend diversi non piacciono ai vecchioni che sono attaccati alle loro abitudini ed alle loro salde tradizioni... per cui quello che dico e’ probabilmente fuori luogo e me ne scuso in partenza.
Oggi la mia mente si e’ fissata in modo ostinato su un argomento un po’ secondario, ma forse neanche piu’ di tanto... specificamente sui momenti di svago per i volontari.
All’inizio del movimento del volontariato a Chaaria mi sembrava molto facile organizzare il tempo libero delle persone che venivano ad aiutarci.
Il sabato pomeriggio libero quando si poteva, magari con una passeggiata a Chaaria... e poi una “uscita” tutti insieme alla domenica.
Non ricordo grosse complicazioni riguardo alla gita domenicale.
Qualche gruppo voleva andare al Parco Nazionale, ed in questo caso si organizzava con un matatu che i volontari pagavano direttamente... e normalmente il gruppo era compatto.
Generalmente pero’ cercavamo di conferire alle ‘uscite’ anche una valenza formativa di “introduzione” all’Africa: si andava a visitare altre realta’ missionarie soprattutto cottolenghine... ma non solo.
I gruppi si recavano a Mukothima, Gatunga, Tuuru. C’era poi la frequente uscita a Matiri per visitare il nuovo ospedale la’ costruito dalla cooperazione italiana; questa era certo una bella occasione per un confronto con la realta’ di Chaaria (il nostro ospedale e’ molto piu’ indietro  e meno equipaggiato del loro!). Ci si portava sovente a Nkabune per far visita agli orfani che erano stati a Chaaria da piccolissimi; oppure a Mujwa per passaree un pomeriggio con gli street boys di Huruma Centre.
Qualche volta la macchina dei volontari puntava verso Kiamuri a fare una improvvisata al Centro di Salute delle Suore di Nazareth; o magari si inerpicava su per la montagna fino alla foresta di Mukululu, dove Fratel Argese ha realizzato un sistema di raccolta e distribuzione dell’acqua che gli ha guadagnato un riconoscimento internazionale a New York.
La cosa bella era comunque che i gruppi erano uniti; i volontari uscivano tutti insieme... o e’ una “rimembranza” leopardiana, travisata da tutto quell’alore roseo che colora il passato?
Non ho memoria di grosse discussioni tra i volontari: se si andava a Tuuru, si andava a Tuuru... magari per un’ altra destinazione si avanzava una proposta per la domenica successiva!
Poi pian piano questo clima e’ andato mutando (vorrei dire deteriorando, ma non so se tutti la penserebbero come me... forse e’ un trend od una evoluzione): molti hanno iniziato a dire che non avevano intenzione di uscire da una Missione semplicemente per andare a spendere il poco tempo libero in un’altra. Altri hanno cominciato a manifestare il bisogno di spendere del tempo in un “resort turistico” o qualcosa del genere.
I gruppi si sono pian piano divisi.
A volte chiamavamo l’autista di domenica (pagandogli quindi gli straordinari), pensando che avrebbe accompagnato in gita sei persone o giu’ di li’... e poi ci rendevamo conto che per l’escursione prefissata il 50% o piu’ aveva cambiato idea, con il risultato che il conducente lo avevamo fatto venire per due volontari solamente.
Chi non si univa al gruppo spesso preferiva Meru con le sue attrazioni, raggiungendola con la motocicletta o con il matatu pubblico: Meru e’ una cittadina che in qualche modo puo’ assomigliare un po’ all’Occidente. La’ puoi trovare grossi supermercati che potrebbero imitare la Rinascente. Ci sono anche dei pub in cui puoi bere birra e farti assordare dalla musica a tutto volume; ci sono almeno due discoteche, a quanto ne so io.
E’ nato quindi questo movimento di “gite” a Meru, dove si va a volte solo per fare shopping al supermercato, e poi ritirarsi in un bar.
La cosa mi e’ parsa un tantino strana visto che di supermercati se ne puo’ trovare anche in Italia, mentre per esempio l’esperienza di Kiamuri in un heath centre fuori dal mondo potrebbe essere piu’ difficilmente riproducibile a Torino, Milano o in qualunque altra citta’ d’Italia. E poi si tratta di 3 o 4 settimane di esperienza!
Le uscite domenicali sono diventate sempre piu’ problematiche per me da ‘pensare’ e da organizzare perche’ i singoli elementi dei gruppi hanno interessi molto diversi tra di loro. E’ certamente andato calando il valore di turismo ‘culturale-missionario’ che le escursioni avevano in passato, ma probabilmente questo esprime semplicemente un trend diverso di interessi nelle generazioni che cambiano... e io devo ammettere che sto rimanendo indietro.
Prendete queste parole solo come un’opinione personale, e, se non siete ancora venuti a Chaaria e vi preparate a farlo, sentitevi completamente liberi per le uscite domenicali...andate dove meglio ritenete di potervi ricaricare per il duro servizio di Chaaria.
Quelli che avete letto erano solo i pensieri a briglia sciolta di un vecchio nostalgico dei bei tempi che furono. Ma i vecchi sono noiosi, e poi bisogna anche lasciarli parlare.

Fr Beppe Gaido

venerdì 27 agosto 2010

Home... sweet home


Oggi abbiamo salutato I quattro volontari del mese di agosto.
Nella foto li vedete insieme a Sr Makena all’estrema sinistra, e a Daniela all’estrema destra.
Da sinistra essi sono Mirella, Giulia, Umberto e Andrea.
Ringraziamo ognuno di loro personalmente per il grande apporto donatoci nelle ultime tre settimane.
Ringraziamo di cuore Mirella ed Andrea per essersi presi cura dei reparti e per aver supportato il non facile compito di Antonio nel tener testa ad un numero sempre crescente di pazienti gravissimi e bisognosi.
Ringraziamo Giulia per la sua presenza discreta e silenziosa e per il prezioso lavoro svolto al fianco di Mercy nel settore odontoiatrico.
Diciamo il nostro grazie sentito a Umberto che ci ha insegnato un po’ di radiologia e ci ha dato qualche strumento in piu’ per la lettura delle lastre dei nostri malati. Lo ringraziamo per il lavoro di ecografista che per tre settimane ha alleggerito fr Beppe ed il Dott Ogembo del lungo lavoro nel settore della diagnostica per immagini.
A Giulia esprimiamo la nostra gioia per il fatto che ha deciso di tornare ancora (i volontari recidivi sono sempre per noi un incoraggiamento, perche’ dimostrano che la volta precedente si erano trovati bene con noi).
Ad Umberto ed ai giovani medici Mirella e Andrea auguriamo di poter tornare ancora in quanto la seconda volta e’ sempre piu’ facile della prima, avendo gia’ preso le misure della nostra situazione ed avendo anche preso coscienza delle patologie tropicali, di necessita’ diverse da quelle incontrate in Italia.

La comunita’ di Chaaria



PS: COMMOZIONE E GRANDE PARTECIPAZIONE DELLO STAFF DELL’OSPEDALE AI FUNERALI DI JOSPHINE CHE SI SONO TENUTI OGGI NELLA CASA PATERNA A DRARUGA, NEI PRESSI DI CHAARIA MARKET.

giovedì 26 agosto 2010

Alejandro: carte in regola!!

Per noi aveva tutte le carte…in regola per venire all’Asilo.
Quasi cieco, con una gamba amputata, viveva solo e solamente la moglie del figlio più giovane gli portava del cibo una volta al giorno.
Da tempo lo seguivano le nostre suore di Esmeraldas.
Ora la situazione era diventata un po’ pesante: sia per le sue condizioni di salute sempre più precarie che lo costringevano al letto tutto il giorno, sia per l’insalubre ambiente dove viveva.
Dicono che ha sempre avuto un carattere difficile e spesso è agressivo. Però da quando è qui da noi (29 luglio) è mite e ringrazia sempre. Inoltre prega in continuazione.
Vedremo come si comporterà quando si sarà ambientato.
Per il momento possiamo solo dire che Alejandro è stato un “buon acquisto” e ci sta arricchendo con la sua povertà e nelle sue tante preghiere quotidiane siamo certi che ora dovrà mettere anche noi. Per noi questa è la vera ricchezza.

Fratel Maurizio


ALTRE NOTIZIE

Con gioia riaccogliamo a Tachina fratel Pietro dopo le meritate ferie italiane. Ci siamo   uniti a lui per il lutto in famiglia per la morte della sorella Silvia, sicuri che abbiamo un angelo in più in cielo.
Benvenuto caro fratel  Pietro, tu sai quanto prezioso è il tuo aiuto e impagabile la tua lunga esperienza in questa missione.

Di cuore ringraziamo William ed Edoardo per il bel periodo di volontariato passato qui all’Asilo. Inutile dire quanto siete stati utili e amati dai nostri ospiti che certamente non vi dimenticheranno. Ora…conoscete la strada!! 

Non è una novità che da queste parti telefono e internet non funzionino. Però ora la cosa sembra alquanto seria perchè il 5 agosto un fulmine s’è abbattuto sulla centrale di Tachine fulminando anche tutte le linee telefoniche, inclusa la nostra. Dicono che devono venire da Quito per rimpiazzare una nuova centrale. Quando? Chi vivrà, se non muore prima, vedrà!!  Questa è la ragione del perchè molti di voi non hanno ancora ricevuto una mia risposta: pian piano con la mia lenta usb (che funziona solo dalle 22 alle 5) cercherò di rispondere a tutti.

Certamente tutti quelli che sono passati a Tachina hanno conosciuto la volontaria Marzia che da ben 21 anni viene dal martedì al venerdì occupandosi principalmente della sartoria, ma non solo. Per problema familiari (la mamma anziana necessita assistenza continua) con grande rammarico di tutti Marzia ha dovuto lasciare il suo prezioso servizio all’Asilo. L’abbiamo salutata venerdì 13 agosto tutti assieme, operai volontari ed ospiti, con un momento di festa tra  canti, rigraziamenti, qualche regalo e un momento di preghiera. 



 





Abigail Nkatha

E’ con sentimenti di grande riconoscenza che Abigail, insieme alla mamma Faith, mandano ai genitori adottivi romani Franco Di Ventura e Annabella Latini, questa foto e questo sorriso.
Esprimono il loro grazie commosso, avendo saputo che i loro benefattori hanno deciso di continuare con la adozione a distanza anche per il nuovo anno sociale.
Abigail sta bene e frequenta la scuola elementare della parrocchia con buon profitto. Sta diventando grandicella, molto bella ed anche un po’ timida.
Ma soprattutto sta bene sia fisicamente che emotivamente.
Nell’ultimo anno non e’ mai stata ricoverata in ospedale, ne’ ricordo di averla curata per la malaria o per qualche altro problema di salute.
La vedo spesso giocare con gli altri bambini e va volentieri a scuola.
E tutti questi risultati sono in parte significativa dovuti anche a chi dall’Italia continua a pensare a lei.
Di cio’ rendo grazie a Dio insieme alla sua famiglia.

Fr Beppe Gaido

mercoledì 25 agosto 2010

La bellezza del mobile clinic



Il mobile clinic presso vari villaggi nei dintorni di Mukothima, che da alcune settimane proponiamo ai volontari il sabato, e’ certamente una cosa bella, che spero di poter portare avanti anche in futuro,.
Il mobile clinic offre a chi ne e’ interessato la possibilita’ di vedere un’Africa vera e davvero missionaria... non quella delle classi piu’ agiate che hanno il macchinone e che possono permettersi il supermercato ed il pub alla domenica pomeriggio a Meru.
E’ poi anche un grosso aiuto che possiamo dare alle suore di quella Missione che, andando nei villaggi con medici italiani, danno maggior credibilita’ e peso alla loro azione sanitaria.
Inoltre il mobile clinic sposta il baricentro della nostra attivita’: non sono piu’ i poveri a dover fare ore di strada per raggiungere l’ospedale, ma siamo noi a muoverci verso i poveri, per rendere i nostri servizi piu’ accessibili.
Il mobile ha certamente dei limiti intrinseci, e non puo’ sostituirsi all’ospedale: come si potrebbe infatti assistere nei mobile clinics un bambino che ha bisogno di una trasfusione, o una donna che ha una presentazione trasversa e necessita un cesareo?
Nel mobile si fa soprattutto opera preventiva, vaccinazioni, assistenza alle gravide, oltreche’ piccola diagnosi e terapia (non certo per esempio la gestione di una malaria cerebrale).
L’ospedale rimane quindi la roccaforte della nostra azione caritativa e sanitaria per la nostra gente.
Ma il mobile e’ bello proprio come idea in se’. Siamo noi a spostarci verso chi e’ bisognoso senza attendere che siano loro ad avvicinarsi a noi.
In ottobre organizzeremo un mobile clinic anche da Chaaria, in collaborazione con altre organizzazioni internazionali attive nel campo dell’HIV: ci recheremo a Kiamuri e faremo una giornata di test HIV gratuiti, counseling, e terapia spicciola gratuita per varie patologie. Anche allora coinvolgeremo i volontari che ne saranno interessati.

Fr Beppe Gaido




martedì 24 agosto 2010

Il mobile Clinic

Sono le 8 del mattino e dal cortile sentiamo Suor Makena e l’autista di Mukothima che ci chiamano pronti per partire!
E’infatti il secondo sabato che noi volontari di Chaaria andiamo a Gatithini, la clinica mobile gestita dal dispensario di Mukothima.
Arrivare non è facile:la strada è sterrata e le buche si susseguono una dopo l’altra! Dopo 2 ore di viaggio (e 2 fiumi guadati) arriviamo finalmente a una casupola affiancata da una capanna, sede della clinica mobile.
Ad aspettarci c’erano già alcune giovani gravide e qualche mamma.
Cominciamo subito a scaricare il materiale e ad allestire la clinica che risulta costituita da una sala d’attesa, una stanza per le visite antenatali, una sala visite con distribuzione farmaci e un laboratorio. Quest’ultimo è davvero ben organizzato: permette l’esecuzione di test sierologici, controllo dell’Hb e lettura estemporanea di vetrini grazie ad un microscopio alimentato dalla batteria della macchina.
Nella capannina antestante, invece, si allestiva lo spazio per la clinica pediatrica. Ogni bambino viene registrato, pesato e vaccinato.
La caratteristica più particolare è la bilancia fornita dall’Unicef fissata  ad un ramo al centro della capanna dove i bambini vengono appesi e pesati.
Tutti i bambini che si presentano alla clinica vengono vaccinati per difterite, tetano, pertosse, poliomelite, hemophilus influenzae ed epatite B a seconda dell’età.
Un’altra grande opportunità offerta dalla clinica mobile è rappresentata dal controllo mensile antenatale.  Ad ogni visita si controllano: pressione arteriosa materna, battito cardiaco fetale, settimana di gestazione e presentazione fetale. La presenza del laboratorio mobile rende inoltre possibile lo screening per l’HIV e la sifilide.
A ogni mamma vengono distribuite le zanzariere e la prevenzione antimalarica che consiste in 3 dosi di Fansidar a partire dalla 16 settimana di gestazione.
Per ogni prestazione si richiede un minimo contributo economico che serve a coprire le spese di organizzazione; non tutti hanno la possibilità di pagare, pertanto capita di vedere una mamma che offre alla suora un sacchetto colmo di fagioli pur di garantire la visita pediatrica al proprio bimbo.
Questa esperienza permette davvero di conoscere una realtà diversa e di capire quanto sia importante organizzare questo tipo di servizio che garantisce un accesso alle cure sanitarie anche nei villaggi più remoti.

I volontari di Chaaria

lunedì 23 agosto 2010

Josphine è morta... una notizia sconcertante


Era stata ricoverata nuovamente alcuni giorni fa per scompenso glicemico e per edema generalizzato. Nonostante i nostri sforzi non riuscivamo pero’a riportare la glicemia a livelli accettabili. Alla faccia delle dosi massicce di diuretici, la quantita’ di urina non e’ mai tornata a livelli soddisfacenti.

Comunque ieri Josphine stava benissimo anche se la vedevo ancora assai gonfia. Mi ha confidato di sentirsi in forma smagliante.

Si e’ fatta fotografare con le volontarie, come avete visto sul blog.

Alla Messa domenicale con gli altri pazienti ha cantato il salmo da solista, mentre sua sorella Millicent ha fatto la prima lettura. Ha passato una giornata direi ‘super’, pur assomigliando ad un “pallone gonfiato” a causa dei reni malfunzionanti. Non avrei mai creduto che le sue brillanti condizioni psicofisiche fossero in realta’ il suo ‘canto del cigno’: l’ho vista per l’ultima volta alle ore 22.30 in reparto. E’ venuta lei a cercarmi. Camminava bene e non sembrava particolarmente sofferente. Si e’ avvicinata a me e mi ha detto che si sentiva gonfiare di piu’.

Ne ho parlato con Antonio, e ci siamo sentiti impotenti. Infatti, nonostante il follow up insulinico, anche oggi la sua glicemia era cosi’ elevata da essere indosabile per la nostra macchinetta; la quantita’ di urina nell’arbarella vicino al suo letto cosi’ minima da indurci a credere che i diuretici funzionassero per lei piu’ o meno come acqua fresca. Inoltre il suo potassio stava salendo in modo lento ma costante da alcuni giorni (ieri era giunto a 7).

Ho messo una mano sulla spalla di Josphine, e le ho detto che avremmo modificato la sua terapia... Questo e’ bastato per tranquillizarla. Abbiamo prescritto dell’insulina pronta in infusione continua, insieme a del lasix endovena. Non avrei mai creduto che quella fosse l’ultima volta in ci ci parlavamo.

Josphine e’ trapassata durante la notte alle 2 , e la notizia mi ha raggiunto questa mattina subito dopo la Messa: James Tharamba, l’infermiere della notte, mi ha confidato che il cambiamento delle sue condizioni generali e’ stato cosi’ repentino che non ha avuto il tempo di chiamarmi.

Sua sorella Millicent era al lavoro oggi, e, con una compostezza che e’ propria solo delle donne africane, mi ha chiesto il permesso di andare a casa per preparare tutto quello che sara’ necessario per il funerale.

La dipartita di Josphine mi lascia un enorme vuoto interiore ed una profonda depressione. La conosco e la seguo da anni. Il nostro rapporto era cosi’ confidenziale che lei mi chiamava ‘daddy’ (in inglese papalino). Sono stato per lei non solo un medico, ma anche un amico. A volte ho avuto pure un ruolo da quasi-genitore adottivo, tutte le volte in cui lei si sentiva di peso per la famiglia a motivo dell’aggravio economico rilevante che la sua malattia comportava per i suoi cari... i quali spesso e volentieri glielo facevano pesare.

Quante volte Josphine mi ha chiesto un lavoro, perche’ voleva staccarsi completamente dai suoi, per non sentire piu’ quelle parole che tanto la facevano soffrire: “costi troppo... abbiamo anche i nostri figli a cui pensare; come facciamo a comprarti le medicine ed a pagarti l’ospedale?” Trovarle un lavoro per me non e’ stato possibile; era infatti troppo fragile e malaticcia. Ma le ho trovato degli angeli custodi a Roma, i quali con forte partecipazione emotiva, hanno compreso il suo problema e se ne sono fatti carico. Josphine non ha piu’ dovuto pagare i farmaci grazie al gruppo di Roma; e questo ha portato ad un miglioramento anche nel suo nucleo familiare. Ricordo la gioia da lei provata quando le consegnai il regalino degli amici romani! Lo sapevo che la vita di Josphine sarebbe stata breve e che forse non sarebbe mai riuscita a sposarsi e ad avere dei figli... anche se questo era il suo sogno piu’ importante. Ma non mi sarei mai immaginato che ci avrebbe lasciato cosi’ presto, e soprattutto cosi’ repentinamente!

E’ la seconda volta che vedo morire all’improvviso una bambina che mi chiama papa’. Prima di lei era stata la volta di Stella. Pure lei era passata a miglior vita mentre io ero impegnato, e non avevo potuto essere presente al suo trapasso, nonostante abbia chiamato il mio nome fino all’ultimo minuto.

La morte di Josphine mi fa star male. Avrei voluto salutarla; avrei voluto starle piu’ vicino e darle piu’ tempo... ma la vita e’ cosi’.

Aveva 20 anni, ed ora e’ gia’ in Paradiso. Quanto e’ strana e quanto e’ ingiusta a volte la vita! Se fosse nata in Italia, certamente oggi sarebbe viva, anche se sarebbe probabilmente condannata a portare un microinfusore di insulina sotto la maglietta... un microinfusore per altro ‘passato’ gratuitamente dal sistema sanitario nazionale. Ma Josphine e’ nata a Chaaria; a casa non aveva un frigo dove conservare l’insulina, e qualche volta stava pure senza farmaco per problemi economici. Il diritto alla salute e’ ancora estremamente frammisto ad elementi legati all’economia ed alla latitudine.

Fr Beppe

domenica 22 agosto 2010

C'è solo da imparare!!!!


Carissimi amici del blog,
una fotografia non basta per spiegare una situazione, un incontro eppure a volte è l’unico modo che ci permette di comunicare, di condividere.
Forse non a caso una fotografia non basta: la foto di Josephine può far trasparire diverse emozioni.
Noi abbiamo avuto la possibilità di conoscerla e non possiamo che dire di avere ricevuto un dono.
Josephine è una ragazza di 12 anni, paralizzata dalle gambe in giù.
Non è nata così: fino all’età di 10 anni giocava come ogni altro bambino e poi all’improvviso è stata male, ha avuto forti crampi addominali accompagnati da diarrea, ha iniziato a sentire formicolio ai piedi poi alle gambe e nel giro di poche settimane si è trovata su una carrozzina.
Fu ricoverata in ospedale dove le proposero una TAC della spina dorsale ma la famiglia (composta dalla mamma e da 3 sorelle e due fratelli) non poteva affrontare la spesa per tale indagine.
Da quel giorno della dimissione dall’ ospedale Josephine è curata a casa dalla mamma che premurosamente la cambia ogni volta che si bagna, la gira per non farle venire quelle piaghe da decubito che sono molto comuni in tutti quei pazienti che non hanno più sensibilità nervosa.
Circa un mese fa Josephine è stata ricoverata in un ospedale perché non stava bene. Le due settimane di degenza le hanno lasciato qualche segno: la mamma si è fidata del personale per la cura della figlia ma non sono stati così attenti e premurosi come lei e così, quando Josephine è stata portata qua a Chaaria, aveva delle piaghe da decubito grandi e profonde.
Noi al momento non le abbiamo viste, abbiamo solo letto in cartella il motivo del suo ricovero: con Mirella, neo laureata attualmente volontaria qua a Chaaria e con Daniela la volontaria ostetrica,  siamo andate per conoscere la paziente.
L’abbiamo chiamata e a risponderci è stata una ragazzina bellissima e sorridente: credevamo di esserci sbagliate. Abbiamo parlato con lei in Inglese e lei sempre con il sorriso sulle labbra rispondeva, senza far trasparire un minimo di sofferenza.
La prima notte che ha trascorso in ospedale è stata davvero sorprendente: al momento della terapia di mezzanotte, quando sono andata a portarle le medicine, lei era li’ che canticchiava. Per un attimo mi sembrava di vivere un sogno: come poteva Josephine in quella condizione avere la forza e la voglia di cantare? Continuai a distribuire la terapia ai pazienti ma la mia testa rimaneva a quella ragazza che nel mezzo della notte canticchiava una canzone.
Non conosco il testo della canzone ma nella mia testa era come se continuasse a ripetermi, coraggio, la vita è bella!!!!!
E’ questo quello che Josephine ci ripete ogni giorno, quando ci guarda con i suoi occhi pieni di gioia, quando canta serenamente, quando ci chiama per salutarci.

Josephine avrebbe bisogno di una lunga degenza per la riabilitazione e la cura delle piaghe da decubito ma purtroppo la sua famiglia non è in grado di sostenere tutte le spese.  
E’ per questo che Josephine si rivolge alla generosita’ dei lettori del blog. Naturalmente non sara’ mai mandata via dal Cottolengo Mission Hospital per motivi di soldi, ma se qualcuno volesse sostenerla, magari anche formando una catena di solidarieta’, potrebbe mandare il suo contributo tramite la Associazione. Per lei si spendono circa 5 Euro al giorno.
A nome di Josephine, un grazie anticipato

Mirella, Daniela, Giulia

PS NELLA FOTO DI GRUPPO, INSIEME A NOI E JOSEPHINE DI CUI ABBIAMO PARLATO OGGI, VEDETE ANCHE JOSPHINE LA RAGAZZA DIABETICA CHE PURTROPPO E’ NUOVAMENTE RICOVERATA PER SCOMPENSO GLICEMICO GRAVE E PER PROBLEMI RENALI. ANCHE LEI E’ UNO SPLENDORE DI SERENITA’ NONOSTANTE LA SITUAZIONE DRAMMATICA.

sabato 21 agosto 2010

Ken Mwenda

E’ un ragazzo handicappato gravissimo, di circa 10-11 anni di eta’.
Ha gravi deficit psicofisici: non parla, anche se comprende benissimo il linguaggio dell’amore... ti sorride sempre se gli fai una carezza. Ha un quoziente intellettuale di poco superiore allo zero.
E’ tetraplegico e spastico. Non e’ indipendente per nessuna delle funzioni biologiche elementari. Deve essere imboccato, anche se non ha grossi problemi di deglutizione.
Si fa sia la pipi’ che la popo’ addosso, e gli si deve cambiare il pannolone regolarmente. Riesce a stare in carrozzina.
Ha dei problemi di epilessia che vengono pero’ ben compensati dal fenobarbitone associato al valproato.
Conosciamo Ken da circa un anno. Il suo caso ci e’ stato presentato dai volontari della Associazione “Binario per l’Africa” di Lecco (www.binarioperlafrica.wordpress.com).
Lo abbiamo sostenuto con ripetuti ricoveri ospedalieri in caso di bisogno per malaria o per aggiustamenti della terapia anticomiziale... ma adesso la situazione familiare di Ken si e’ fatta ancor piu’ difficile.
Ken e’ orfano da molti anni; ha solo una nonna che lo ama veramente e si prende cura di lui. Ma ora questa anziana signora e’ obiettivamente molto stanca ed logora, e non ce la fa piu’ a seguire il ragazzo come si deve.
Gli amici di “Binario per l’Africa” ci hanno riproposto il problema anche quest’anno... in modo reale, ma senza fare pressioni indebite.
Hanno provato in altre istituzioni (pure a Tuuru); ma erano tutte al completo e non potevano accogliere Ken.
Alla fine abbiamo preso una decisione che ci pare il santo Cottolengo potesse condividere e sostenere.
Abbiamo ricoverato Ken in ospedale, con il fine di un ciclo di fisioterapia prolungato... molto prolungato.
... e qui lo terremo finche’ si fara’ un posto su al Centro dei Buoni Figli.

Fr Beppe Gaido





PS: GIORNATA MASSACRANTE IN OSPEDALE DOVE SI E’ REGISTRATO UN AFFLUSSO RECORD DI MALATI PER UN SABATO, ED IN CUI ABBIAMO AVUTO BEN 6 CESAREI URGENTI.
DA TENER PRESENTE CHE NE’ JESSE, NE’ IL DOTTOR OGEMBO SONO PRESENTI QUESTA SETTIMANA, A CAUSA DI VARIE PROBLEMATICHE FAMILIARI E SOCIALI.

venerdì 20 agosto 2010

Riungu

La famiglia dei Buoni Figli e’ nuovamente strapiena in quanto abbiamo deciso di accogliere nuovamente Justus Riungu, che era stato nostro ricoverato ai primi tempi della missione ed aveva poi insistito per vivere fuori.
Handicappato mentale medio grave e’ vissuto per circa 10 anni con i suoi fratelli a Mitunguu. Riungu puo’ camminare e mangiare da solo. Parla, anche se i suoi discorsi sono molto limitati ed infantili. E’ autosufficiente per le elementari funzioni corporee.
Il suo problema piu’ grosso e’ sempre stato l’epilessia, controllata abbastanza bene con il gardenale.
Durante l’ultimo decennio abbiamo continuato ad assisterlo con dei pacchi viveri e con una piccola somma di denaro mensile. Di questo servizio si e’ occupato prima Fr Giovanni Bosco e poi Fr Lorenzo.
Negli ultimi due o tre anni le sue condizioni mentali hanno dato segni evidenti di deterioramento, e questo ha portato anche ad una stanchezza nel nucleo familiare che lo ha gradualmente abbandonato a se stesso.
Riungu e’ diventato sempre piu’ trasandato e sporco. La sua barba poteva rimanere non-rasata per un mese, finche’ ritornava da noi per il pacco viveri: in quella occasione lo aiutavamo a fare il bagno ed a radersi.
Ultimamente poi sono diventati frequenti anche i ricoveri ospedalieri causati da attacchi epilettici: probabilmente Riungu non assumeva i farmaci in modo regolare, e nessuno glielo ricordava a casa dei fratelli.
La goccia che ga fatto traboccare il vaso e’ capitata la settimana scorsa: e’ ritornato in ospedale febbricitante, confuso e sporco.
In tasca gli abbiamo trovato tutte le compresse di fenobarbitone che gli avevamo prescritto un mese prima. Nella giacca stracciata abbiamo anche reperito una dose intera di antimalarico che Riungu avrebbe dovuto assumere la settimana precedente... ma evidentemente non aveva compreso le indicazioni dell’infermiere, pur continuando a dire sempre di si’.
E’ risultato evidente che Riungu non e’ in grado di autogestirsi in un nucleo familiare che se ne disinteressa.
Ora lo abbiamo portato al Centro ad occupare il letto che era rimasto vuoto dalla morte dell’ultimo Buon Figlio.
In realta’ non avremmo piu’ voluto riempire quel letto. Il nostro desiderio sarebbe stato quello di decongestionare un po’ le camere che sono troppo affollate... ma in Africa come si fa a fare certi ragionamenti? Quando il bisogno e’ pressante, quando le richieste sono continue, come facciamo a dire di no, soprattutto se l’alternativa e’ una vita randagia come quella condotta da Riungu negli ultimi anni, con il rischio di complicazioni mediche anche mortali in quanto non era capace di assumere la corretta terapia?
Crediamo che il Santo Cottolengo non punterebbe su camere piu’ spaziose con letti piu’ distanziati, quando fuori ci fossero dei poveracci che dormono sulla nuda terra.
Questo e’ stato anche il nostro ragionamento, e questa e’ la ragione per cui Riungu e’ l’ultimo venuto nella nutrita famiglia dei Buoni Figli, costituita ora da 51 membri.
Ringrazio di cuore Fr Giancarlo e Fr Robert per essersi sobbarcati il surplus di lavoro che l’inserimento di Riungu comportera’.

Fr Beppe Gaido 

giovedì 19 agosto 2010

L'Africa risolve i nostri problemi personali?

Stephen (nome fittizio per la privacy) e’ canadese ed e’ in Africa da vari mesi.
Lavora in un ospedale non molto lontano da noi.
Oggi e’ qui a Chaaria perche’ sta accompagnando una donna da cesarizzare.
Mi pare molto nervoso, e lo vedo lanciare improperi contro le infermiere che con lui hanno viaggiato sull’ambulanza.
Mi sembra che Stephen sia molto teso, ed anche assai stanco.
Lo sento prendersela per un sacco di cose apparentemente inutili o del tutto secondarie. Vuole la cartella clinica subito... molto prima che gliela chieda io, e si innervosisce perche’ l’infermiera tarda qualche secondo, essendo impegnata a scaricare la donna dal veicolo insieme al nostro watchman.
Poi se la prende anche con l’autista che apparentemente ha dimenticato a casa qualcosa che avrebbero dovuto consegnare in qualche ufficio a Meru durante il tragitto di ritorno.
Io assisto alla scena impotente e confuso. Mi limito a guardare le espressioni imbarazzate sui volti di quei poveri malcapitati. Eseguono i lavori meccanicamente, sempre guardando a terra con occhio spento. Continuano ad essere rimproverati a lungo mentre la ‘cesarizzanda’ viene consegnata al nostro staff e preparata per l’intervento.
La cosa piu’ brutta e’ che Stephen non si rende neppure conto che sta facendo le sue scenate di fronte ad un sacco di altra gente, essendo la nostra sala d’aspetto completamente gremita a quell’ora.
I suoi collaboratori sono curvi e camminano silenziosi. Forse hanno capito da tempo che e’ inutile o addirittura controproducente rispondere, se l’interlocutore non e’ in pace con la sua mente. Ne verrebbe fuori un alterco peggiore.
Mi dispiace molto di vedere Stephen cosi’ irascibile... ed in qualche modo repellente.
Naturalmente non gli dico nulla e agisco con naturalezza, come se non fosse successo niente. Gli prometto un sms dopo l’operazione, per dirgli che il cesareo e’ andato per il meglio.
Lui e quelli del suo ospedale se ne vanno in pochi minuti, dopo le formalita’ di ricovero in maternita’. Quando risalgono in macchina continuo ad udire il suo tono di voce di qualche decibel piu’ acuto della norma e sempre striato da indisponenti vene polemiche. Non seguo cosa dice. D’altra parte sono dinamiche loro, ed in questo momento ringrazio il cielo che Stephen non lavora a Chaaria.
Lo conosco da mesi, ed ho sempre visto in lui una persona assolutamente disponibile ed un lavoratore ‘incallito’.
Non e’ cattolico, ma la sua fede e’ di gran lunga superiore alla mia.
Prega e legge la Bibbia tutti i giorni. Mi cita libri di mistici precedenti alla Riforma, di cui io neppure sospetto l’esistenza... lasciamo stare poi averli letti!
Era sempre umile e calmo. Mi dava l’impressione di una persona estremamente equilibrata.
Chissa’ perche’ ora e’ cosi’!
So poco della sua storia, anche se qualcosa mi ha confidato: pur non avendo ancora 40 anni, gia’ e’ un tradito nell’affetto. Sposato e divorziato, ha dei figli piccoli che pero’ sono stati affidati alla moglie.
“Sono venuto in Africa per ritrovare me stesso e per risolvere una situazione di estremo dolore interiore”, mi aveva confidato un giorno durante una bella chiacchierata davanti ad una bottiglia di birra a Meru dopo la conferenza per gli ECM.
Ora, vedendolo cosi’ irritabile e profondamente in crisi, mi tornano alla mente delle domande che mi ero fatto da subito:
“se per Africa intendiamo situazioni estreme, chiuse e stressanti come quelle di Chaaria (e dove si trova Stephen non e’ da meglio sicuramente!), siamo sicuri che stare in questo continente povero aiuti a ritrovare se stessi?
Tutte le missioni, cattoliche, protestanti o laiche, lavorano in genere con alti livelli di stress legati ad un rapporto assolutamente sproporzionato tra la magnitudine dei bisogni e le forze in campo per affrontarli; un individuo con una situazione emotiva labile, puo’ trovare sollievo in ambienti come i nostri, o potrebbe magari destabilizzarsi, soffrire di piu’ lui stesso ed anche far soffrire inutilmente gli altri che magari nulla sanno delle pene interiori della persona in questione?
Inoltre il vivere insieme in una vita comunitaria stretta, sempre a contatto gomito a gomito con altri volontari e con personale stabile di diverse etnie e nazionalita’, puo’ davvero aiutare nella ricerca di senso, o puo’ diventare un grilletto per nuove turbolenze in un cuore gia’ di per se’ in guazzabuglio?
Certamente il contatto con la poverta’ e con la sofferenza innocente sono una impagabile scuola di vita: chi puo’ negarlo! E forse Stephen e’ solo stanco, ma ha ragione... probabilmente i nostri ammalati sono realmente dei maestri di vita che ci insegnano le vere priorita’ nelle nostre scale di valori. Puo’ darsi che effettivamente i poveracci che curiamo nei nostri ospedali rurali ci aiutino a trovare noi stessi”.
Non ho risposte a tali quesiti che rimangono sospesi nella mia mente, attendendo una risposta che si ostina a non venire dopo anni di ricerca in tal senso.
Forse e’ meglio non pensarci e fare quel cesareo.

Fr Beppe Gaido 

mercoledì 18 agosto 2010

Ecumenismo spicciolo

E’ sembrata una giornata tranquilla. Molti pazienti, ma tutto e’ andato per il meglio, senza complicazioni anche se con quattro cesarei. I parti sono andati tutti bene.
La giornata e’ stata piena di pazienti ambulatoriali. Moltissimi provenivano da Isiolo e da altre regioni molto a Nord. Qualcuno addirittura proveniva da Moyale, che è la città di confine tra Kenya ed Etiopia.
Chissà perché la gente viene proprio a Chaaria. Tra Chaaria e l’Etiopia ci cono centinaia di chilometri, ed un certo numero di ospedali.
Onestamente non lo so. Non posso dire che essi vengano da noi perché  siamo più bravi. Forse si è creata una fama che non meritiamo.
Comunque sia, credo che questo costituisca per noi un’altra possibilità grande di apostolato. Sin dall’inizio ci siamo posti come una missione al servizio di tutti, e non abbiamo mai fatto distinzioni tra Cattolici e Protestanti di qualunque denominazione. Ora abbiamo la possibilità reale di un rapporto fraterno e costruttivo con l’Islam, visto che le popolazioni del Nord sono per il 90% musulmane. Da pochi giorni e’ iniziato il Ramadan, e cerchiamo di rispettarli anche con la prescrizione di farmaci che possano essere assunti mattino e sera, rispettando il digiuno diurno.
E’ molto arricchente essere in un contesto di grande diversità religiosa.
Sin dall’inizio mi ero accorto di questo, pur non negando le evidenti difficoltà.
A Chaaria per esempio abbiamo ben 7 denominazioni cristiane diverse. Da un certo punto di vista questo costituisce un problema notevole, in quanto la gente è spesso confusa e non capisce bene quali siano le reali differenze tra Chiese apparentemente sorelle, perché impegnate a predicare lo stesso Cristo, ma così distanti su altri punti.
E’ indubbiamente problematico che, con l’avvento degli altoparlanti, le diverse denominazioni cerchino di urlare più forte delle altre, al fine di disturbare la preghiera altrui, o forse con l’inconscia convinzione che Dio ascolti di più coloro che hanno le casse ed i microfoni più potenti.
Ancora più problematico è il fatto che non esiste alcun movimento di tipo ecumenico, almeno qui nelle campagne. Non è raro per esempio che nella parrocchia cattolica da noi frequentata si parli direttamente contro le posizioni dei protestanti. Allo stesso tempo è frequente che la predicazione dei “Riformati” affermi testualmente che “chi frequenta la Chiesa Cattolica sarà condannato alla perdizione”.
Le differenze sono soprattutto legate a posizioni di ordine pratico. La parte più scottante riguarda il celibato dei preti, che i Protestanti non comprendono e non apprezzano, e la morale sessuale in genere.
I Protestanti in genere accettano l’uso di mezzi di controllo delle nascite di tipo farmacologico, mentre i Cattolici rifiutano queste medicine come immorali e pro-abortive.
La pandemia AIDS ha portato profonde divisioni anche tra le Chiese, soprattutto riguardo all’uso del “condom” come mezzo per contenere la diffusione dell’infezione.
Il problema è che sempre si parte dal concetto di essere gli unici portatori della verità, e non si vuole accettare la positività del dialogo con chi la pensa diversamente.
Altro problema è che si tende sempre a parlare di ciò che manca all’unità, invece di considerare quante cose invece sono già perfettamente univoche. E’ il vecchio problema della bottiglia, che può essere mezza piena o mezza vuota, secondo il punto di vista di chi la guarda.
Da sempre noi ci siamo posti in un’ottica diversa. Prima di tutto non abbiamo fatto alcuna distinzione tra Cattolici e Protestanti nelle nostre scelte di assunzione del personale. Poi non abbiamo mai ammesso discriminazioni tra pazienti di diverse denominazioni. Abbiamo sempre invitato sia Parroci che Pastori a visitare i loro pazienti in ospedale, lasciando loro piena libertà di espressione anche nel modo in cui pregano per i loro malati.
Ci siamo poi resi pienamente disponibili alla collaborazione con varie Chiese Protestanti, in campi come la prevenzione dell’AIDS o la promozione dell’igiene pubblica. Abbiamo deciso che, al di là di alcune differenze di ordine teorico sui temi sopra citati, molte erano le aree in cui avremmo potuto lavorare per il bene della povera gente.
Da tempo stanno arrivando anche i Musulmani, che costituiscono un nuovo fronte di impegno, ed una ulteriore possibilità ecumenica.
Credo che con loro il cammino sia ancora più difficile, perché sono di etnia diversa (quasi tutti di origine somala), e con una “forma mentis” estremamente più complessa rispetto agli abitanti del Meru.
Per ora con loro cerchiamo di usare il massimo della gentilezza e del rispetto, anche durante la visita medica: chiediamo sempre al marito delle donne se vuole essere presente alla visita. Chiediamo il permesso alle donne prima di domandar loro di togliersi il BURKA. Stiamo anche imparando a cambiare il nostro  linguaggio, ed invece di dire che il paziente guarirà “se Dio vuole”, diciamo loro che si riprenderà “insh’Allah”.
Spesso ci sono anche dei bei momenti di comunione, come quando essi rispondono che il nostro ed il loro Dio sono la stessa persona, o come quando dicono che la cosa più bella che vedono nel Cristianesimo è la carità verso il prossimo.
Qualche Musulmano mi dice che i Cristiani e gli Islamici stanno scalando la stessa montagna passando da due versanti diversi... ma che alla fine si reincontreranno e adoreranno insieme l’unico Dio.
Non mi pare che gli Islamici dell’Africa Orientale siano molto integralisti. Non ho visto in loro alcun astio verso i Cristiani. Mi pare che non siano interessati ad alcun tipo di “Jihad”.
Con loro si può sicuramente buttare qualche ponte e dimostrare che siamo chiamati all’unità in nome di Dio. Certo noi dobbiamo anche imparare molto da loro, sia nel campo della fedeltà al Corano, sia nel campo della preghiera quotidiana come nel campo della fedeltà alle rinunce corporali. Loro forse possono imparare da noi la solidarietà universale che non è contenuta dalle barriere della razza o della religione.

Fr Beppe