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Un bimbo al mattino andava sulla spiaggia a ributtare le stelle marine che erano portate in secca dalle onde.

Quando qualcuno lo vide, gli disse che tale lavoro era completamente inutile, perchè egli non sarebbe mai riuscito a ributtare in mare tutte le migliaia di stelle, che si trovavano sul bagnasciuga.

Il bambino con calma guardò la stella che aveva ancora in mano, la buttò in acqua e poi rispose: "per questa stella sicuramente non è stato inutile".

Chiunque abbia voglia di aiutarci in questo intento, fosse anche per salvare una sola stella... non sarà stato invano. Grazie.

Nadia Monari - Infermiera volontaria


Leggi "Chi siamo", "La storia dell'Associazione" e "Le nostre Missioni"

Lettera del Superiore Generale, Fr. Giuseppe Meneghini


giovedì 30 settembre 2010

Lettera a Kemani

Caro Kemani,

volevo scriverti per dirti grazie, grazie della bellissima lettera. E' la più bella lettera d'amore che io abbia ricevuto. Leggendola e guardando il tuo scritto, rivedo con gioia il tuo faccione tra il sorridente e lo stupito. Sì, il tuo faccione colore della terra e ti penso adesso, lì, a Chaaria.
Rileggendo con gli occhi dell'amore vedo segni così diversi e difficili per noi uomini dotti che sorridiamo quando passiamo vicino a queste "deficienze", a queste persone più semplici e amorfe. Ma io leggo la tua grafia e vedo un mondo di gioia ma anche di profondo dolore. Ho letto il tuo grido verso la mamma che non hai e quel desiderio di volare, di scappare, ora ancora più forte, dalla gente stupida e meschina.
Caro Kemani, vedo, penso e sento la tua solitudine adesso che fratel Lorenzo è stato mandato in India, lontano, irraggiungibile. Ma io ti dico, no, non è vero! Anche tu, come me, cattura il suo battito, il suo cuore lo hai già, perchè in tutti questi anni, il vostro amore, il vostro rapporto è cresciuto forte e grande. Cattura quindi il suo cuore, come fa Antonio con il satellite. Calcola la distanza, le coordinate, non ti fidare dei dati in tuo possesso od offerti da altri. Cercale tu nel tuo intimo e le troverai. Io ti aiuterò, perchè pregherò per te, caro Kemani. In fondo io e te siamo simili perchè amiamo chi è sempre lontano da noi. Anch'io, come te, scrivo parole senza senso per il mondo, mi comporto in modo strano. Ma non importa! Noi a differenza loro abbiamo capito una cosa, una piccola e sola cosa ma fondamentale. Abbiamo capito cosa è l'amore, cosa è amare. Non lo si baratta con nulla, perchè l'amore non è mai in vendita, ma lo si guadagna a fatica, con lotte e battaglie.
Ecco, sappiamo tutti e due che amare vuole dire attesa, silenzi, uscire dalla scena, farsi piccoli, sparire, per poi spuntare quando ci chiamano. Abbiamo capito comunque che è sempre gioia ma con tanta sofferenza.
Adesso, ti guardo, caro Kemani, ti sto guardando mentre uscito, anzi scivolato via dagli uomini crudeli che non capisci e non riesci a capire, sei lì, nel tuo silenzio di dolore in attesa che quel qualcuno amato ritorni da te a illuminarti il viso, per potergli asciugare ancora il suo sudore, sudore di fatica, di dolore e di fuga per ricongiungersi a te, per sempre.
Ciao Kemani,

Anna Maria De Simone

mercoledì 29 settembre 2010

Nuovo SOS odontoiatrico

Mentre ringraziamo tutti i dentisti che gia’ hanno risposto al nostro appello, umilmente segnaliamo che a Chaaria rimaniamo tuttora scoperti per il servizio odontoiatrico:

  • tra il 15 ed il 31 ottobre 2010
  • tra il 23 novembre ed il 3 dicembre 2010
  • tra il 23 dicembre 2010 e la fine di gennaio 2011

C’e’ forse qualcuno che avrebbe la possibilita’ di aiutarci in quel periodo?
Se si’, lo potete comunicare al piu’ presto sia al sottoscritto che all'Associazione, in modo da poter organizzare il lavoro durante l’assenza di Mercy?
Un enorme grazie anticipato.

Fr Beppe Gaido


Vi chiederete cosa state guardando...

.... purtroppo questo e’ il cranio di una donna molto povera, con un enorme tumore che abbiamo gia’ biopsiato e che risulta essere un carcinoma squamocellulare del cuoio capelluto.
Il tumore non e’ operabile nelle nostre condizioni di lavoro, perche’ troppo grande ed in quanto non abbiamo tessuto sufficiente per chiudere la ferita; e poi anche perche’ Jesse teme l’anestesia generale, dal momento che la donna e’ spesso colpita da violente convulsioni.
Il nostro volontario chirurgo Michele dice che ci vuole una radioterapia neoadiuvante che possa prima ridurre la massa; e quindi eventualmente l’intervento sarebbe da fare piu’ avanti se il tumore sara’ piu’ piccolo.
La nostra richiesta e’ sempre la stessa. C’e’ qualcuno che vorrebbe aiutare questa paziente a raccogliere almeno 1000 Euro per un trasporto al Kenyatta nel suo viaggio della speranza verso l’unico ospedale dove la radioterapia viene praticata?

Fr Beppe Gaido




Un intervento a Chaaria


Sembrava una calda giornata come le altre, l’attività frenetica della sala operatoria proseguiva come una macchina collaudata e ben oliata; i cesarei si succedevano al ritmo costante di tre o quattro come ogni giorno, con qualche pausa per  dalle isterectomie e dagli altri interventi in urgenza che richiedevano la nostra attenzione. Per fortuna a darmi una mano c’era un grande ginecologo che con perizia e capacità conduceva le attività della sala liberandomi dalle incombenze ginecologiche che l’anno precedente avevano costituito buona parte della mia attività in sala.
In tarda mattinata, dopo una isterectomia, veniamo avvisati che una ragazzina di circa 15 anni incinta e quasi a termine aveva necessità di un cesareo perche il nascituro aveva dei problemi gravissimi e il battiti erano ormai quasi impercettibili per una importante bradicardia.
Il ginecologo dopo una accurata visita, decide per un cesareo immediato. Jessie, l’anestesista inizia le manovre per l’anestesia spinale mentre la ragazzina sempre più agitata e sofferente si stava collassando. Giusto il tempo di approntare un carrello per le emergenze e dare una lavata alla sala operatoria e siamo pronti per un ennesimo intervento d’urgenza. La ragazzina molto esile di corporatura, con  un bacino molto stretto non sarebbe mai riuscita a partorire spontaneamente sia per la notevole discrepanza feto bacino che per una presentazione podalica.
Nonostante le condizioni della paziente, il ginecologo pur essendo molto stanco e provato  per i precedenti interventi e per il notevole caldo della piccola sala operatoria iniziava l’intervento coadiuvato da me e assistito dalla ormai celebre ferrista di Chaaria.
Dopo l’apertura del peritoneo e isolamento dell’utero il ginecologo delinea il punto di incisione dell’utero, che rimane molto sollevato rispetto a tutti gli altri visti fino a quel momento. Una volta effettuata l’incisione ecco che appare un piede dalla breccia uterina, immediatamente abbandonato il bisturi il ginecologo cerca d’infilare la mano dentro l’utero per afferrare l’altro piede e estrarre il feto, ma i tentativi vanno a vuoto, si cerca di allargare la breccia per estrarre il feto ma inutilmente, , si rivolta il feto e spingendo ed esercitando trazione finalmente si riesce a estrarre il bambino cianotico e con ben due giri di cordone ombelicale intorno al collo. Una volta affidato il neonato alle infermiere che di corsa escono dalla sala per rianimare il piccolo e mentre Jessie disperato continua l’assistenza alla mamma ormai collassata e pratica dei farmaci per facilitare la contrazione dell’utero, ci si rende conto che l’utero della ragazzina praticamente staccato, tenuto in loco solo da esigue benderelle di tessuto. Sicuramente le manovre durante il rivoltamento e la scarsa consistenza dell’utero di una ragazzina di 15 anni hanno contribuito a allargare la breccia sull’utero in maniera esagerata. Il ginecologo con perizia cerca di ricostruire i vari piani e ripristinare la continuità anatomica tra  utero e  vagina.
Ogni tanto in sala operatoria si affaccia Beppe preoccupato per la salute della ragazzina  che aveva visto in precedenza. La ragazza abitava proprio li a Chaaria ed era la figlia di persone influenti, che adesso aspettavano ansiosi l’esito dell’intervento.
All’occhio esperto di Beppe e dello staff subito era apparsa chiara la situazione, non solo era in pericolo di vita il bambino ma anche la madre.
Anche durante l’intervento, vista la notevole perdita di sangue e  la difficoltà del cesareo, il volto di Beppe tradiva l’ansia e la preoccupazione, solo poche parole dette a fil di voce tra una preghiera e l’altra e udite a stento perché coperte dal rumore costante dell’aspiratore hanno colpito le mie orecchie:” vi prego fate il possibile per salvarli entrambi”.
Intanto da fuori la notizia che il bambino estratto privo di vita, aveva iniziato a reagire, ci ha confortato, e caricato il ginecologo di un cauto ottimismo.
Le agili dita del ginecologo continuavano l’opera di ricostruzione, e finalmente dopo un tempo lunghissimo si riesce ad avere ragione dell’emorragia e ricostruire i piani anatomici.
La giovane in evidente stato anemico viene sottoposta a trasfusione di sangue.
Ma... durante la serata, mentre convinti di aver terminato in gloria la nostra dura giornata di lavoro, ci avvertono che la nostra piccola paziente non sta tanto bene, continua a perdere sangue ed è fortemente instabile, la pressione, non riesce a stabilizzarsi.
Quando arrivo, al capezzale della paziente c’era già Beppe e il ginecologo. La ragazza è in stato di shock, l’ecografia conferma una notevole presenza di sangue nell’utero e nel peritoneo.
L’anestesista non c’è e Beppe come di solito succede in questi casi si prepara per sedare la paziente e praticare la spinale.
Nella piccola sala operatoria la tensione e palpabile, la vita della giovane è appesa ad un filo, le numerose trasfusioni non hanno impedito che si andasse incontro ad uno stato di shock. La pressione ormai impercettibile e il caldo opprimente della sala non ci favorisce, ancora prima di iniziare siamo tutti in un bagno di sudore.
Con evidente trepidazione ad un cenno di Beppe iniziamo l’intervento, consapevoli  del fatto che ogni istante perso diminuivano le probabilità di salvezza della ragazza.
L’apertura della cavità addominale ci conferma quello che già sapevamo, un emoperitoneo imponente con infarcimento cospicuo di sangue dell’utero e della vagina. Si procede alla pulizia e svuotamento del sangue, ma non si riesce a trovare la fonte del sanguinamento.  Si procede allora  all’isolamento dell’utero e si pratica una isterectomia.
Quando finalmente terminiamo, Beppe che ci ha costantemente informato delle condizioni cliniche della paziente, ci comunica che iniziano a notarsi degli impercettibili segni di ripresa e che la pressione inizia a risalire.
Per la cronaca la ragazza si è stabilita e sta bene tanto che è stata dimessa.
Nelle giornate successive, ho visto scorrere come capita in questi casi, tutte le varie fasi dell’intervanto, e probabilmente a distanza di tempo ho capito cosa può essere successo.
La prima incisione non è stata effettuata nell’utero ma nella parte alta della vagina, di conseguenza il ginecologo durante la manovre di rivoltamento e di estrazione, infilando la mano nel collo dell’utero inestensibile ha praticamente strappato l’utero dalla vagina che è rimasto appeso solo con due benderelle di tessuto.
Il resto è storia.
Un Volontario, Rinaldo.


martedì 28 settembre 2010

Vi presento Julia

Julia e’ di Chaaria. Ha 30 anni; anche lei sin dalla sua infanzia e’ affetta da diabete giovanile, ed ha gia’ sviluppato la terribile complicazione del piede diabetico.
Purtroppo non siamo riusciti a salvarle l’arto, ed una settimana fa l’ abbiamo amputata sotto il ginocchio.
Pure Julia ha avuto da sempre problemi con il controllo glicemico in quanto l’insulina e’ sempre stata troppo costosa: la sua famiglia gliela comprava solo quando poteva permetterselo.
I continui alti e bassi della glicemia, come tutti sappiamo, sono ancora piu’ pericolosi di un livello glicemico costantemente elevato... ed ecco perche’ alla sua eta’ gia’ siamo giunti all’amputazione.
Abbiamo anche preoccupazioni fondate riguardanti la sua vista, in quanto si e’ instaurata una retinopatia diabetica... ma proporle il laser a Nairobi e’ fuori discussione perche’ troppo costoso.
Anche ora in ospedale il controllo del diabete e’ precario. La glicemia e’ estremamente “ballerina”, e Julia ha momenti di ipo, seguiti da estrema iperglicemia.
Il suo problema e’ che spesso rifiuta di mangiare, sia perche’ e’ stufa della dieta per diabetici (qui costituita da fagioli e verdura verde), sia perche’ a volte e’ indebolita dalla febbre.
La ferita post-operatoria va cosi’ cosi’, anche a causa della glicemia che notoriamente ritarda i processi di cicatrizzazione; ma abbiamo buona speranza che si rimagini bene, anche se con tempi ritardati.
Pure Julia ringrazia il gruppo del “fondo per diabetici”, che si prendera’ cura delle spese della sua terapia insulinica.

Fr Beppe Gaido


lunedì 27 settembre 2010

Di morire proprio non ne ho voglia

Durante la gravidanza della mamma non e’ stato per niente facile. Pur essendo solo un piccolo feto, io l’ho avvertito da tempo che non ero voluta. Attraverso i muri uterini che mi univano e mi separavano da lei, la sentivo spesso piangere: erano rumori ovattati, ma dolorosissimi per me, peche’ sapevo di essere la ragione di quelle lacrime.
Quando singhiozzava, i sussulti della sua pancia mi strattonavano in modo sinistro.
“Perche’ piangere per avermi messo al mondo? Sono stata forse io a chiedere di essere generata? Avrei voluto essere un dono per la mia mamma; invece sin dal primo istante mi sono sentita solo un peso ed un problema da risolvere a qualunque costo. Che brutto quando si inizia la propria esistenza da “non voluti”.
Mia madre diceva alle sue amiche che quel rapporto sessuale era stato un errore; che quel ragazzo irresponsabile ora negava la paternita’, e che lei si sarebbe trovata sbattuta fuori da scuola a causa di quella gravidanza iniziata per una leggerezza.
Io da dentro urlavo e le chiedevo come fosse possibile che io fossi uno sbaglio; volevo che mi spiegasse che cosa avessi fatto di cosi’ terribile, per meritarmi quella definizione.
Ma il triste e’ che i bimbi nel seno materno odono molto bene i discorsi ed i pensieri, belli o brutti, delle loro mamme... ma il viceversa non capita quasi mai.
Anche io piangevo... ma allo stesso tempo crescevo, forse contro il desiderio di mia mamma; e sempre piu’ in me si radicava la volonta’ di vedere il mondo di fuori, quello che dalla cavita buia delle acque amniotiche potevo solo ascoltare e immaginare, come se fossi cieca.
Ci sono stati dei veri terremoti, quando mia madre si prendeva a pugni sul basso ventre: l’ho sempre saputo che quelle percosse non se le dava per se stessa, ma per me. Io ero la creatura da picchiare, e probabilmente di cui liberarsi grazie ad una potente contrazione uterina riflessa. Mi direte che questi sono pensieri da adulto, e vi domanderete come faccia un “fetino” di pochi mesi a comprendere certe cose: il fatto e’ che siamo degli angioletti, e siamo molto vicini al cuore di Dio nella nostra innocenza... per cui di cose ne conosciamo molte di piu’ di quello che i grandi possano pensare. C’e’ chi dice che un feto non e’ ancora una persona umana: allora perche’ e’ cosi’ doloroso per me sapere che mia madre si voleva disfare di me?
Poi ho ascoltato quel colloquio terribile in cui la mamma ha tentato di porre davanti al mio cosiddetto padre il fatto che “la frittata era stata fatta”. Ho rabbrividito alle parole di quel giovincello che con noncuranza le ha dato dei soldi, e le ha consigliato di andare dalla fattucchiera per l’aborto tradizionale.
Ho cominciato a tremare e ad provare terrore. Sono un angioletto, e quindi lo so bene che ogni aborto provocato a quasi sette mesi di gestazione e’ un crimine, anche per la legislazione piu’ permissiva di questo mondo.
Ma come al solito, la mia genitrice, accecata ed assordata dal rifiuto nei miei confronti, non ha ascoltato la timida voce del rimorso, con cui io cercavo di farmi sentire.
E’ andata in quella catapecchia; ha parlottato con qualcuno che aveva la voce da strega; mi pare di aver capito che una ingente somma di denaro abbia cambiato padrone in quel momento.
Poi tutto quello che ricordo e’ una luce improvvisa che arrivava dal basso, seguita dal dolore acutissimo causato da un bastone che si infilava direttamente in uno dei miei occhi ancora chiusi.
Ho avuto male... tanto male; mi sono sentita frastornata e persa quando ho percepito che le acque in cui avevo sguazzato per molti mesi stavano uscendo come in una cascata attraverso quel sifone creatosi dopo l’incursione del ramo nemico.
Dopo un po’ ho avvertito un sapore diverso in bocca: quello che ora scorreva giu’ attraverso quel canale che avrei dovuto percorrere tra un paio di mesi per il mio ingresso trionfale nel mondo, era ora sangue vivo... sangue e coaguli piu’ grandi di me.
Ho cominciato a sentirmi sempre piu’ debole, e credo che la stessa cosa stesse succedendo alla mamma, perche’ ho avvertito voci concitate che parlottavano sulla necessita’ di portarla velocemente all’ospedale.
Questo mi ha dato speranza! Forse i dottori avrebbero fatto le loro alchimie, chiudendo la voragine, ripompando l’acqua necessaria, e fermando il torrente ematico.
Ho avvertito con un vuoto allo stomaco il momento in cui il medico ha estratto il bastone... e poi mi sono sentita risucchiare verso il basso come se fossi caduta nelle sabbie mobile.
Non c’era piu’ niente da fare; ero in caduta libera; non mi potevo afferrrare da nessuna parte, ed ero sicura che nessun cerusico sarebbe riuscito a riposizionarmi in utero per permettermi di completare la mia crescita.
Mi sono ritrovata in un posto cosi’ luminoso da sentirmi accecata; tutto attorno a me c’era sangue: non ho capito se mio o della mamma. Vicino a me faccioni strani si agitavano, mi schiaffeggiavano sulla schiena e mi massaggiavano. Poi mi hanno appesa per i piedi come se fossi un maiale, e mi hanno messo dei tubi nel naso per estrarre una cosa verde che non so bene cosa sia.
Da questa posizione anomala ho guardato per la prima volta il volto della mia mamma. L’ho vista a testa in giu’. Non sorrideva; era triste ed arrabbiata. In me il dolore si e’ rinnovato.
Il fatto che io potessi respirare per lei non e’ stata una gioia ma una durissima sconfitta. Io ero e sono ancora viva; e sento che questo e’ il vero problema.
Non sono mai stata un dono; neppure nel primo istante; neppure quando ho emesso il primo vagito, che ha fatto sussultare l’ostetrica ma non mia mamma. L’infermiera ha esultato al mio pianto, senza comprendere che era in effetti un lamento disperato.
Ma io non volevo e non voglio morire. Piangero’ piu’ forte possibile. Mi affannero’ a succhiare con tutti i muscoli che Dio mi ha dato. Non mi lamentero’ se mi chiuderanno per mesi in quel cassonetto caldo e umido che chiamano incubatrice.
Ma non voglio morire... non a questa eta’.
E poi lo so che le madri sono tutte uguali. Quando la mia avvertira’ la montata lattea ed avvertira’ la gioia delle mie labbra sul suo seno, sono sicura che imparera’ a volermi bene... di questo non ho il benche’ minimo dubbio!
E ricostruiremo il nostro rapporto di amore. Si’, sento che ce la faremo!

Bambina senza nome



PS: la piccola ha ora poco meno di due settimane; pesa 1100 grammi ed e’ una grande lottatrice. E’ forte e vivace.
Intanto e’ arrivato anche il latte per la giovane donna, che  mi pare si stia “innamorando” della sua creatura.
Naturalmente facciamo il tifo per il lieto fine di questa “love story”, sui generis.
La bimba e’ a rischio di morte, essendo molto piccola, ed avendo uno sviluppo polmonare molto immaturo... ma non mettiamo limiti alla Provvidenza.

Fr Beppe Gaido

Le Virtù: La gioia della libertà

Proposte Giovani  2010 - 2011





sabato 25 settembre 2010

Fiori per la vita



L'Associazione Volontari Missioni Cottolengo Onlus è stata scelta quale Associazione vincitrice del Premio "Fiori per la vita" ed ha ricevuto questo pomeriggio il riconoscimento dall'Associazione  Onlus "Centro Maria Gargani" di Villalba di Guidonia (Roma) in occasione della Festa del volontariato, da loro organizzata.
Sono andata io stessa a ritirare il premio, quale ambasciatrice della nostra organizzazione ed a nome di tutti ho avuto l'onore di poter spendere due parole sul nostro operato, dinnanzi ai volontari di tutte le altre organizzazioni locali.
Spero che tale riconoscimento sia ulteriore motivazione nel miglioramento costante del nostro lavoro e colgo l'occasione per ringraziare ancora il Centro Maria Gargani e tutte le persone che si adoperano per una struttura così importante in quel contesto cittadino.
Ringrazio anche tutti i lettori del blog che ci seguono costantemente e che sono in continuo aumento, i quali sono per noi fonte inesauribile di scambio e di sostegno concreto.

Nadia Monari






Il Centro Maria Gargani - Onlus ci ha onorati del premio "Fiori per la vita " per il servizio che svolgiamo nelle missioni del Cottolengo. Tale riconoscimento dimostra la validità dell'impegno di tutti i volontari della nostra associazione, i quali, in vario modo si adoperano per migliorare continuamente il servizio di affiancamento all'opera che la Piccola Casa svolge in tutto il mondo a favore delle persone sofferenti. Questo premio va condiviso anche con le famiglie dei volontari , le quali condividono la scelta di lontananza in vari periodi dell'anno, compreso Natale , Pasqua, ferie estive e talvolta anche per più mesi, oppure la dedizione di tempo per l' organizzazione delle nostre attività. Consideriamo questo premio uno stimolo alla continuità del servizio e lo condividiamo, inoltre, con gli Ospiti ed Religiosi e Religiose della Congregazione del Cottolengo. 

Il Presidente dell'Associazione
Lino Marchisio


GRAZIE
Carissimi amici del Centro Maria Gargani - Onlus,
scrivo queste due parole nella breve pausa tra due cesarei, che sono arrivati puntuali come un orologio svizzero a interferire sui miei piani della domenica sera.
Le assistenti stanno lavando la sala, ed io colgo questi pochi minuti per dirvi che a Chaaria siamo tutti commossi ed onorati per il premio "Fiori per la vita " che avete voluto attribuire alla Associazione Volontari Mission Cottolengo ed al blog.
Siamo commossi perche’ anche questo riconoscimento da’ maggiore risonanza al nostro lavoro tra chi soffre, e soprattutto dona piu’ voce ai dimenticati, ai “perduti per strada” dalla societa’ che conta, a quelli che non fanno notizia, a quelli che non hanno niente.
Essere premiati nel campo della solidarieta’ non puo’ essere che un grande onore per tutti noi, un onore che ci rallegra in quanto tocchiamo con mano che niente va perduto di quello che facciamo “al piu’ piccolo dei nostri fratelli”, e che “anche un solo bicchiere d’acqua dato per amore non sara’ dimenticato”.
Riceviamo questo premio a nome dei tanti poveri da noi serviti; a nome delle tante “stelle marine” che abbiamo cercato di ributtare a mare in questi anni; a nome dei membri della Associazione che, stando in Italia, si impegnano corpo ed anima nel coordinamento delle attivita’ di volontariato e nel difficilissimo campo della raccolta fondi; a nome dei tanti volontari che vengono ad aiutarci facendo continuamente crescere il nostro servizio ed offrendo ai nostri poveri prestazioni sempre piu’ specializzate.
Lo accettiamo di buon grado a nome della Piccola Casa della Divina Provvidenza (Cottolengo) di cui ci sentiamo figli e propaggini, di cui vogliamo essere le braccia... o magari i soldati in trincea sul fronte della solidarieta’.
Riceviamo questo premio anche a nome di Nadia e di Alex,  che ringraziamo di vero cuore perche’ ci aiutano a portare il nostro messaggio di solidarieta’, di carita’, di servizio incondizionato e di fraternita’ universale ad un numero sempre piu’ elevato di lettori, che in qualche modo vengono sfiorati ed a volte afferrati dagli ideali che il blog vuole proporre e portare avanti.
Lo riceviamo infine in comunione con i poveri che vengono assistiti dalla Associazione  Volontari Mission Cottolengo anche in Ecuador ed in India.
Grazie ancora. Al mio ringraziamento si uniscono tutti i religiosi che operano a Chaaria. Che Dio vi benedica. Pregate per noi.
Cercheremo di essere degni del riconoscimento che oggi ci attribuite, e che diventa per noi non una occasione di vanagloria, ma l’ impegno a non far mai calare gli ideali ed a volare sempre in alto sulle ali della solidarieta’ e della carita’.
Ora devo proprio andare perche’ mi chiamano in sala operatoria... e chissa’ se non continueremo cosi’ tutta la notte!

Fr Beppe Gaido



Luna piena

Sono le due di mattina ed il cercapersona gracchia ripetutamente. Avevo messo dei tappi di cera nelle orecchie perche’ dei cani in calore sotto la mia finestra non mi lasciavano prendere sonno. Ci e’ quindi voluto un bel momento per rendermi conto che quella specie di sirena non faceva parte del sogno movimentato che stavo facendo.
Mi giro ed afferro pigramente il motorola. Guardo fuori dalla finestra e vedo una luce soffusa che mi fa quasi sperare che sia ormai quasi l’alba: “magari ho gia’ dormito a sufficienza, e mi e’ sembrato che mi fossi addormentato da un minuto solo perche’ ho riposato bene”, ho pensato ingenuamente.
Evanjeline, con tono di voce squillante, dice le due parole fatidiche: “abbiamo un cesareo”.
Cerco di scrollarmi di dosso il torpore, ed osservo le lancette della sveglia. Senza occhiali mi ci vuole un attimo per mettere a fuoco il piccolo quadrante dell’orologio... poi quasi non voglio credere a quello che i miei occhi stanno vedendo. Sono le 2 di mattina.
“Ancora una volta e’ l’ora X, la peggiore di tutte. Non hai dormito a sufficienza e sei sicuro che non riprenderai sonno dopo l’intervento”, ripeto a me stesso quasi per autocommiserarmi.
Desidererei svegliare gli altri Fratelli, in un moto infantile di vittimismo, che vorrebbe far loro capire quanto dura sia la mia vita; ma poi mi sveglio completamente con alcune manciate di acqua fredda sul viso, e mi rendo conto della stupidita’ di quanto ho pensato.
Mi limito invece a chiamare Antonio che dorme nella camera adiacente alla mia, lasciando a lui l’incarico di andare a disturbare il riposo dell’assistente.
Io mi avvio verso l’ospedale, sentendo sulla mia “pelle d’oca” il freddo pungente di una notte dal cielo limpido. Mi guardo attorno e vedo tutto chiarissimamente, come se fosse pieno giorno. Mi osservo una mano e penso: “si potrebbe addirittura leggere un libro al chiarore di questa luna piena”.
Alzo gli occhi e la vedo troneggiare in cielo, pallida, luminosa e stupenda. La sua luce riflessa e’ cosi’ forte che il cielo non e’ piu’ nero, ma di un grigio quasi fosforescente. Inoltre i miliardi di stelle che solitamente trapuntano il nostro cielo equatoriale sono anch’esse scomparse, ricoperte ed annichilite dalla luce prepotente della luna.
Mi ero abituato ad essere accompagnato fino alla porta del dispensario dal nostro nuovo cagnolino, un bastardino tutto affetto e scodinzolamenti, nero ebano come la maggior parte dei nostri gatti. Stanotte pero’ non lo vedo: lo abbiamo trovato morto nella “shamba”, ed ancora non sappiamo se e’ stato ucciso dai morsi di cani randagi piu’ grandi di lui, o se sono stati i vermi intestinali di cui soffriva che lo hanno ammazzato. Pensare a questa piccola creatura che aveva imparato a volermi bene, mi da’ un forte senso di tristezza, e mi viene quasi da piangere: “meglio non avere piu’ altri cani. Ho sofferto molto per la morte dei due pastori tedeschi, ed ora la perdita di questo piccolo cucciolo a cui mi ero gia’ legato molto, aumenta il dolore”.
Giungo alla “sala operatoria” dove Dorothy e’ pronta con la paziente in posizione per la spinale. La povera mamma ha contrazioni continue e dolorosissime, e non riesce a tenere alcuna postura. Io invece ho bisogno che stia ferma e che si rilassi, al fine di riuscire ad infilare con l’ago spinale il sottile spazio tra le sue vertebre gia’ artrosiche a cause dei duri lavori agricoli portati avanti fin dall’infanzia.
Bisogna fare in fretta perche’ il battito cardiaco fetale non e’ buono, e rischiamo di perdere il bambino; ma non riesco assolutamente a farle la spinale. Spreco tre aghi, che getto via ormai tutti storti, in quanto la mamma si contorce mentre lo strumento e’ gia’ piantato nella sua schiena.
Sto per “buttare la spugna” ed arrendermi ad una anestesia generale che sarebbe stata molto ansiogena, visto che non era mai successo ad Antonio di seguirne una da solo, quando, come per miracolo, trovo uno spazio appena al di sopra del sacro: vedo scorrere attraverso l’ago gocce del liquido spinale che avevo tanto cercato, e mi affretto ad iniettare il farmaco.
Ma i problemi continuano. Le contrazioni cessano quasi subito dopo l’anestesia, ma la donna non riesce a capire la differenza tra una generale ed una  “rachi”, per cui pensa di dover dormire, e non risponde alle nostre domande che avrebbero dovuto aiutarci a stabilire il corretto livello raggiunto dal farmaco, al fine di evitare arresto respiratorio.
Decido allora di mettere la paziente in posizione di sicurezza e di istruire Antonio sul “da farsi” in caso poi l’operanda provasse dolore durante il cesareo.
Si tratta di una situazione molto complessa anche dal punto di vista chirurgico. Due cesarei pregressi hanno reso quell’addome un vero e proprio campo di battaglia. Ci sono molte aderenze e tutto sanguina “solo a guardarlo”.
Il bambino pero’ nasce senza problemi. E’ un grosso maschione che fa la pipi’ tra le mie mani mentre lo sculaccio.
Le difficolta’ sono tutte nella chiusura dell’utero e dei vari strati di tessuto ad esso sovrastanti. Ogni punto causa un ematoma, o un rivolo di sangue che non accenna a diminuire; anzi... piu’ cedi alla tentazione di cucire ancora, piu’ il ruscello diviene un fiume.
Sudiamo, ci spaventiamo a volte, diventiamo anche molto tesi... ma alla fine abbiamo ragione delle emorragie.
La spinale ha comunque “preso bene”, nonostante la brutta partenza, e la malata e’ stabile, a parte qualche conato di vomito prontamente controllato dal vecchio plasil.
Siamo ormai alla fascia e comincio e ripensare al mio letto... ma improvvisamente la mia assistente dice: “devo uscire... altrimenti svengo in sala”.
Non ci sono alternative. Vorrei che “si lavasse” Dorothy, ma lei mi dice che i camici sono ancora tutti in autoclave.
Non c’e’ altro da fare che continuare da solo: suturare, afferrare i tessuti con delle pinze, tagliare il filo dopo il punto.
Si tratta di una complicazione in piu’ che prolunga l’operazione. Per la cute affido le forbici ad Antonio, che, pur essendo fuori dal campo sterile, mi taglia i fili, facendo attenzione di non toccace l’area verde.
E così arriviamo alla fine anche di questo tribolato cesareo. Ora l’infermiera che era svenuta ha ripreso il suo colorito normale e sta bene: è forse stato il caldo o la stanchezza.
Mi riavvio vero camera mia quando sono ormai le 4.
La luna e’ ancora li’, padrona del cielo.
Oltre ad essa scorgo solo una stella, bellissima nella sua luce intensa.
Sarà Sirio, la “luminosa stella del mattino” di biblica memoria?
Da quando sono in Africa continuo a subire il fascino della luna piena, che mi ipnotizza e mi attira a contemplarla per lungo tempo: fissare lo sguardo su di essa mi dà pace e mi rilassa, un po’ come mi succedeva in passato quando mi sedevo su una scogliera in Liguria a guardare per ore il mare aperto, senza pensare a niente.
La luna di Chaaria e’ stregata e solo qui penso di aver capito autori come il Leopardi che “cantano alla luna in ciel”.

Fr Beppe Gaido



venerdì 24 settembre 2010

Fondo diabetici per Chaaria... Lettera di Donatella...


Cara Nadia, finalmente riusciamo a mandarti, opportunamente ridotte, le foto, quella di mia madre Erina e due delle nostre nozze d'argento (24 giugno 2010) con gli amici e i parenti. Tutti, a cominciare da mamma, hanno generosamente aderito al Fondo per i diabetici di Chaaria, donando una somma che abbiamo inviato a luglio all'Associazione. Non tutti quelli che hanno contriubuito però sono potuti venire alla cerimonia: mamma per l'influenza, gli zii Angelina e Giuseppe per altri impegni. Ti allego anche la preghiera che nostro nipote Alessandro Gaglione ha letto in chiesa, pensata senza sapere ancora di Chaaria. Parla anche dei Mondiali di calcio, orami passati, ma è bellissima lo stesso. Nella foto coi generosissimi parenti Gaglione (la sorella di Flavio con marito, figli, nipotina e i cognati Angelo e Antonietta) Alessandro è il ragazzo in alto sulla scala tra il padre Lello a sinistra e lo zio Angelo a destra. La ragazza col vestito celeste e bianco è la nostra Violetta. Nella foto con gli amici quello con le bretelle è il mitico Ugodoc, mio testimone di nozze. Ti prego di farmi sapere se e quali apparecchiature possono servire a Fratel Beppe per aiutare chi ha il diabete laggiù. Il mio pensiero va spesso a Josphine e a Martin, che non ce l'hanno fatta. 

Un caro saluto  
Donatella e Flavio




Preghiera
In questo giorno di festa dei miei cari zii, ai quali auguro ogni bene possibile, vorrei che rivolgessimo una preghiera a quelle persone che tutto questo non se lo possono permettere, a quelle persone che considerano due pasti nella stessa giornata una rarità…
Una preghiera per l’Africa…..per le persone che vivono nella miseria, nella povertà ma con la speranza che un giorno le cose possano cambiare per loro e per i propri figli.
Una preghiera per l’Africa….per un popolo straziato dalle guerre civili, dall’ Aids, da una mortalità infantile elevatissima… ma che tuttavia non perde la gioia di vivere..
Una preghiera per questi eroi, che pur non avendo nulla, hanno sempre il sorriso sulle labbra…come un bambino quando rincorre un pallone di carta..
Una preghiera per voi fratelli miei, nella speranza che la Coppa del Mondo possa mostrare alle Nazioni il vostro disperato bisogno d’aiuto..

Alessandro Gaglione

PREGHIAMO

In bocca al lupo, Elena...

Chaaria e’ davvero un porto di mare... o se vogliamo, un crocevia di gente che si incontra, fa un pezzo di strada insieme e poi si saluta, con un solo fine in comune: quello di far qualcosa di buono per chi soffre e non ha soldi per permettersi strutture migliori della nostra.
Oggi abbiamo salutato la dottoressa Elena, che ritorna in Italia dopo 3 settimane di servizio fedele e costante ai nostri malati...
“Peccato! Proprio ora che ci eravamo conosciuti un po’, avevamo superato i reciproci timori reverenziali, avevamo compreso un tantino i nostri caratteri, e la collaborazione cominciava a diventare dolce con un’amicizia”... ma Chaaria e’ anche questo: rapporti che si aprono e si chiudono alla velocita’ della luce, collaborazioni a singhiozzo, addii che non hanno mai tempo di diventare prolungati e languidi, perche’ qualche nuovo arrivo ci obbliga allo sforzo di una nuova conoscenza.
Le giornate di Elena si sono divise tra l’aiuto a Pierantonio nel reparto di Medicina, gli interventi chirurgici a cui spesso ha partecipato come “seconda” di Michele, i tagli cesarei in cui ha ora “strumentato” ed ora assistito direttamente il primo chirurgo.
La ringraziamo per il lavoro compiuto, per la collaborazione, e per il bene che ha voluto ai pazienti piu’ gravi.
Anche a lei auguriamo: “Buona vita! Ed ogni bene nel Signore”. Le auguriamo di entrare al piu’ presto in specialita’ e di tornare ancora ad aiutarci con le nuove conoscenze che la specializzazione le offrira’.

Fr Beppe Gaido




Un'emergenza continua

Il problema del sangue da trasfondere ai nostri pazienti e’ sempre stato enorme nel nostro contesto operativo. Ci siamo sempre dovuti affidare alle donazioni da parte di parenti ed amici.

Per lo piu’ e’ estremamente difficile trovare un donatore, per varie ragioni sia culturali che obiettive: 
-    Dal punto di vista culturale c’e’ la credenza che nel sangue ci sia la vita ( e chi puo’ negare che sia effettivamente cosi’!). Quello che molti pensano e’ che, donando una sacca di sangue, si rinuncia ad un certo periodo di vita. E’ come se ogni cc che esce dal corpo si porti via in giorno di vita.
-    Dal punto di vista obiettivo e’ veramente difficile avere sangue a sufficienza, prima di tutto perche’ circa l’80% dei riceventi sono di gruppo 0 positivo.... cosa che crea non poche difficolta’ a reclutare un numero sufficiente di donatori aventi il gruppo desiderato. Inoltre c’e’ il problema delle infezioni (sifilide, epatiti, HIV), che ci obbligano ad escludere molti donatori dopo lo screening.

Da alcuni anni e’ stata instaurata una banca del sangue governativa, dapprima a Embu ed ora a Meru, ma gradualmente abbiamo registrato difficolta’ sempre maggiori ad ottenere le sacche necessarie al nostro ospedale (anche loro hanno probabilmente le stesse difficolta’ a reperire donatori), con il risultato che il 90% delle volte dobbiamo ancora affidarci al buon cuore dei donatori.
Molti vorrebbero essere pagati per farlo, ma su questo punto cerchiamo di essere intransigenti nel dire di no... temiamo che possa crearsi un racket di compra-vendita del sangue, che possa condurre a qualcosa di simile a quanto leggiamo nel libro: “La citta’ della gioia”.
Il problema pero’ rimane quando per esempio preleviamo sangue da tenere in stand by per un intervento: magari l’operazione va bene e non c’e’ bisogno di trasfondere. Questo diventa nuovamente un momento di grave tensione: i parenti vogliono la trasfusione a tutti i costi, anche se non e’ indicata dal punto di vista clinico... oppure desiderano essere pagati per le sacche acquisite dall’ospedale. Non c’e’ ancora la coscienza del fatto che si puo’ anche aiutare “gratuitamente” un altro malato che forse non ha avuto la fortuna di trovare un donatore.
In questo contesto di estremo bisogno e di difficolta’ di reperimento del sange, molti di noi donano ogni tre mesi. Il fatto e’ comunque che il 65% degli Italiani e’ di gruppo A positivo (come il sottoscritto)... e sovente questo gruppo non e’ richiesto.
Ringraziamo poi quei volontari che accettano di donare il loro sangue durante le poche settimane della loro presenza tra noi.
E’ un atto di puro altruismo di cui rendiamo grazie di tutto cuore.
Desidero oggi esprimere la mia gratitudine alla volontaria Laura, che, donando il sangue ieri, ci ha permesso di salvare la vita ad un signore che aveva avuto un sanguinamento eccessivo dopo prostatectomia.

Fr. Beppe Gaido


giovedì 23 settembre 2010

Per favore, scriviamoci

Carissimi medici, che vi preparare a venire a Chaaria,
mentre vi ringrazio anticipatamente per aver deciso di spendere  un periodo della vostra vita per lavorare con noi, oso  chiedervi (se fosse possibile) che ci conoscessimo un po’ di piu’... prima del vostro arrivo, e non solo nell’istante in cui mettete piede a Chaaria.
Se infatti rimanete fino all’ultimo soltanto dei nomi, con associato un orario di arrivo a Nairobi, una compagnia di volo, ed un titolo professionale, puo’ risultare difficile ingranare velocemente con un lavoro efficiente e ricco di soddisfazioni, al vostro arrivo a Chaaria.
Vi faccio alcuni esempi:
Se io sono al corrente che arrivera’ un neolaureato in Medicina, e con lui/lei non ho mai dialogato, a parte il normale lavorio di conoscenza reciproca che per noi si ripete ogni mese, io faro’ scattare in me anche l’opinione che il suo habitat naturale sara’ con i malati gravi del reparto di medicina. Non pensero’ infatti di offrirgli l’ambulatorio, troppo complesso sia per motivi linguistici che per ragioni culturali. E neppure mi passera’ per l’anticamera del cervello che lui/lei possa essere interessato primariamente alla ginecologia o alla chirurgia.
Magari questo puo’ creare in lui/lei delle frustrazioni perche’, per esempio, ha frequentato gli ultimi due anni in “gineco”, e non gli interessa o non gli piace la medicina interna. Io pero’ questo non lo posso sapere, se nessuno me lo dice: io guardo normalmente ai bisogni di Chaaria, e vedo che il reparto e’ l’ambito in cui un neolaureato puo’ fare di piu’ (oltre che essere il settore piu’ bisognoso).
Mi ci vogliono normalmente circa due settimane per cominciare ad avere il sentore che quella neo-dottore ha delle problematiche e non si trova bene in quella situazione di reparto. I piu’ spontanei magari me lo dicono prima... chi e’ timido invece sta zitto e sta male per la maggior parte della sua esperienza. Quando me ne rendo conto, se posso, provo ad aggiustare il tiro, ma quello che capita e’ che siamo ormai all’ultima settimana di esperienza e si e’ sprecato molto tempo prima di inquadrare il problema.
Se invece so che il nuovo medico vuole fare ginecologia come specialita’, cerchero’ di orientarlo maggiormente alla sala parto, ed a coinvolgerlo di piu’ per cesarei, raschiamenti e chirurgia ginecologica.
Lo stesso si applica ad un chirurgo generale.
Sapere che viene un chirurgo e’ sempre una bellissima notizia, ed e’ certo molto importante per me, ma sarebbe molto meglio per esempio se, tramite email, noi potessimo scambiarci delle domande ed esprimere delle aspettative.
Per esempio per me e’ vitale sapere se un chirurgo opera la prostata o meno... se per la prostatectomia esige i cateterini ureterali o meno, ecc.
Se tali particolari io lo venissi a sapere alcuni mesi in precedenza, potrei organizzarmi per il materiale mancante e potrei preparare una buona lista di pazienti, massimizzando il “rendimento” del volontariato stesso.
Altro esempio potrebbe riguardare un ginecologo: sarebbe molto utile per me conoscere in precedenza se si occupa di mammella oppure no; se fa ecografie o meno, ecc.
Credo che il mio problema lo abbiate compreso. Si tratta di dare il massimo per i malati, ed anche di offrire ai volontari un tipo di lavoro che li soddisfi.
Grazie in anticipo.
Vi ricordo che la mia mail e’ fr.beppe@cottolengo.org

Fr Beppe Gaido


Festa del volontariato

...Tanti colori per un solo arcobaleno...

25 e 26 Settembre 2010
Parco di Nella - Villalba di Guidonia (Roma)





Partecipate!!!

Foto d'epoca

In questa immagine "d'altri tempi" vediamo alcuni volontari (vi lascio scervellare per riconoscerli) che hanno messo a disposizione la loro professionalità e con i quali ho avuto sempre modo di programmare il tipo di lavoro che sarebbe stato loro proposto a Chaaria.

Fr Beppe




mercoledì 22 settembre 2010

Daniela: un caso a parte.



E’ con sentimenti di vivissima riconoscenza che abbiamo salutato Daniela, dopo quasi tre mesi di servizio impeccabile a Chaaria.
Daniela, alla sua seconda esperienza di volontariato nel nostro ospedale, e’ arrivata durante il momento di crisi piu’ acuta per il “fuggi-fuggi” degli infermieri; ha compreso la situazione e si e’ resa disponibile a coprirci in tutto e per tutto il turno di una infermiera del dipartimento pediatria-sala parto.
E’ stata fedelissima all’orario che le abbiamo chiesto (dalle ore 8 alle ore 18), ed ha spesso anche esteso le ore lavorative, senza guardare l’orologio.
Mi ha fatto da “secondo operatore” per i cesarei urgenti durante la notte e nei week ends.
Inoltre e’ stata l’anima ed il motore trainante per gli altri volontari riguardo al “mobile clinic” a Mukothima.
Di lei abbiamo tutti apprezzato il carattere solare e la gioia sprizzante che ha saputo diffondere, nonche’ la grande preparazione tecnica nel suo campo di lavoro (Daniela si e’ da poco laureata come ostetrica).
A Daniela diciamo grazie anche per aver voluto fare la sua tesi di laurea su dati raccolti qui a Chaaria. La tesi con cui e’ stata licenziata presso l’Universita’ degli studi di Pavia, aveva per titolo: “la malaria, una piaga dei Paesi a basso indice di sviluppo: impatto sulla gravidanza”.
Essa inoltre e’ stata l’artista principale del murales che ora rallegra la parete principale della pediatria.
Sentiamo davvero il bisogno di ringraziare Dany, che ha compreso appieno la crisi di staff che affliggeva (ed in parte affligge ancora) il nostro ospedale, e si e’ fatta in quattro per aiutarci ad arginarlo.
Di lei abbiamo apprezzato anche la grande discrezione e la costante astensione da ogni critica gratuita nei confronti degli altri o dell’ambiente di lavoro.
Onestamente non l’abbiamo mai vista con il broncio, ne’ e’ mai stata arrabbiata con alcuno.
Da ultimo la ringraziamo anche per la buonissima conoscenza della lingua inglese, che l’ha resa una persona indipendente e capace di relazionarsi direttamente con il personale locale, che ha immensamente apprezzato il suo servizio e la sua amicizia.
Speriamo che la vita ci consenta che incontrare ancora Daniela, per poter di nuovo vivere momenti di amicizia e di collaborazione.

Fr Beppe Gaido