lunedì 31 gennaio 2011

Una lettera scritta con il cuore...

Carissimo Fr. Beppe, ciao.
E’ da tempo che ho letto il tuo bellissimo ed appassionato articolo, molto eloquente e pieno di sofferenza che conosco e comprendo.
Ti avevo scritto ancor prima di Natale, poi una mossa sbagliata sulla tastiera, mi ha cancellato tutto e così riprendo solo ora dopo le feste natalizie ed una bella influenza che ancora un poco trascino con me.
Ho ringraziato il Signore per quanto hai scritto, per il tuo coraggio e per la tua meravigliosa testimonianza di vero Missionario della Carità, coerente con la vita fino a sacrificarla totalmente per Lui nei poveri.
E’ una strada bella ed attraente quella che stai percorrendo; certo alquanto in salita, faticosa e piena di intoppi che creano confusione e rischiano di frenare il cammino, che creano dubbi e sofferenza, timore di sbagliare tutto e tentazione di fare stop.
Lo so! Ricordo di aver letto da ragazzina, un bel libretto intitolato il “Gabbiano” Lo conosci ? Beh! quel Gabbiano che, attirato da un crescente desiderio di salire sempre più in su, mi ha messo dentro una gran voglia di volare che ancora oggi c’è anche se il mio volo ora è apparentemente ad ali chiuse, a bassa quota e sempre sulla medesima piattaforma.
Ma quante ferite quel povero gabbiano prima di raggiungere il suo bel Cielo blu! Incompreso, deriso, calunniato, cacciato via dai suoi perché attratto da un diverso ideale che non era compreso nelle solite formalità del gruppo.
Vero è che le cose belle hanno un loro proporzionato prezzo da pagare ed è giusto. Prezzo che purifica da tutte quelle realtà umane di fragilità e di peccato, che infonde sicurezza e pace vera, che rasserena il cuore e la vita, e rinnova la voglia di andare avanti, con Lui e per Lui nei Poveri. Così lo dice la bella finale della tua lettera: dedizione totale, finche le forze te lo concedono; nel silenzioso abbandono al Signore che ti tiene per mano, che ti vuole così e conosce in profondità il tuo cuore.
Ti sono vicina in quel silenzioso abbandono all’Amore e ti aiuto con la mia povera preghiera perche' tu possa compiere quello che Dio vuole da te fino alla fine.

Pierina

Le ruspe umane

Le ruspe a due braccia sono entrate in azione stamattina alle 8, ed in serata abbiamo gia’ visto un notevolissimo scavo per le fondamenta della sala operatoria.
E’ il mese piu’ caldo dell’anno ed e’ senz’altro durissimo per loro fare questo lavoro a cui sono obbligati dalla poverta’.
“Chi ben inizia, e’ a meta’ dell’opera”: speriamo che tutto continui liscio come e’ andato oggi.

La comunita’ di Chaaria




Articolo sulla Rivista ADR NOI del mese di Gennaio (Aeroporto di Fiumicino - Roma)


Ecco l'articolo su Chaaria, pubblicato questo mese sulla rivista "Adr Noi"...
Si ringrazia Silvia Rosati, per averci regalato la possibilità di rappresentare la realtà di una delle nostre Missioni, in una rivista aziendale di rilievo.




domenica 30 gennaio 2011

Emergency nuovamente a Chaaria!

Abbiamo accolto nuovamente Eleonora e Stefano ieri pomeriggio.
Essi hanno gia’ avuto una prima riunione programmatica per il lavoro del 2011 insieme al dott Pierantonio Visentin, coordinatore del progetto cardiochirurgico qui a Chaaria.
Insieme ad Antonio hanno cercato di sottolineare alcuni punti importanti nel follow up dei pazienti gia’ operati, i quali devono essere assolutamente e sempre reperibili, sia per la necessita’ di un frequente controllo dell’INR (tutti infatti sono ‘sotto’ warfarin), sia anche per motivi statistici.
Con nostra grande gioia, Emergency ha molto ampliato le indicazioni all’intervento: per il primo anno ci eravamo attenuti ad un “cut-off” di 30 anni d’eta’: in pratica solo pazienti pediatrici o giovani al di sotto della suddetta eta’ potevano essere arruolati. Ora la fascia e’ stata molto ampliata, anche fino ai 35-40 anni.
Altro dato che per noi e’ risultato molto importante e’ stato il suggerimento che una frazione di eiezione bassa non e’ una controindicazione all’intervento. L’unica vera controindicazione, ci ha detto Stefano, e’ la presenza di una fibrosi con ipertensione polmonare. Ma queste sono diagnosi molto fini che verranno fatto da Emergency e dai suoi cardiologi durante le loro visite a Chaaria. Noi potremo quindi arruolare anche cardiomiopatie ipocinetiche... e poi sara’ il team di Emergency a decidere sull’operabilita’.
Permane la controindicazione all’intervento in caso di pesanti co-morbidita’ (per esempio insufficienza renale o epatica associate alla cardiopatia).
Il caso di pazienti sieropositivi con patologie cardiochirurgiche sara’ valutato “ad personam”.
Il nostro lavoro piu’ importante per il 2011 sara’ quello di ridurre al massimo il problema dei “DROP OUT” (cioe’ di quei pazienti che si perdono per strada e non vengono alle visite di controllo, sia in fase pre che post operatoria). Il problema dei “drop out” in Africa e’ in genere molto grave per tutte le patologie croniche.
Dovremo fare in modo che tutti i pazienti arruolati abbiano o si procurino un telefonino, e dovremo chiamarli in caso di ritardo agli appuntamenti.
Sara’ inoltre necessario fare in modo di procurarci regolarmente le strisce per l’esecuzione dell’INR (strisce che ci vengono fornite dalla Associazione in collaborazione con l’ospedale Cottolengo di Torino). Infatti i pazienti operati sono tutti scoagulati, e sono ad alto rischio emorragico. Bisognera’ agire molto sulla formazione dei genitori a questo riguardo, in modo che non “prendano sotto gamba” la terapia con coumadin. Dopo l’operazione i genitori tendono a rilassarsi e a non eseguire i controlli richiesti: per esempio una bambina operata e’ arrivata a Chaaria con emorragia digestiva in atto ed emoglobina di 4g/dl. Abbiamo sospeso il coumadin e l’abbiamo trasfusa. Abbiamo quindi reimpostato la terapia in modo prudente consigliando frequenti controlli dell’INR. Recentemente un altro malato si e’ presentato a 30 giorni dalla cardiochirurgia senza aver effettuato alcun controllo dell’INR.
Sono sicuro che il Dr Visentin, che oggi si e’ recato in Italia per due settimane, al ritorno a Chaaria organizzera’ tutte queste cose nel migliore dei modi.
Ringraziamo ancora Emergency e tutti i donatori che ci aiutano a pagare il viaggio verso il Sudan per questi malati cosi’ giovani e cosi’ delicati.

Fr Beppe Gaido



... altri aspetti magici... a distanza...

…stasera il desiderio di condividere alcuni lati della magia di Chaaria si è accessa più grande del solito…
Ho acceso il computer e mi sono collegata al blog… ho iniziato la lettura del nuovo post e la rilettura degli altri  (…non mi accontento mai di gustarli una volta sola, scovo sempre emozioni diverse...) e per un momento mi son detta che forse tutto ciò che stavo per scrivere sarebbe stato in confronto piccolo, forse fuori luogo, i miei pensieri della serata in confronto alla vita a Chaaria sono frammenti di fortunata realtà che poco possono interessare  e poco hanno a che fare con la dura quotidianità africana e i forti sentimenti di contrasto…
Ma fermandomi ho deciso di annoiare il lettore ugualmente perché Chaaria a migliaia di chilometri di distanza è anche questo…
…stasera ci siamo ritrovati, noi, piccola truppa di volontari di Chaaria di dicembre/gennaio, in una “rimpatriata” italiana e le sensazioni sono esplose..
In fondo non ci conosciamo, abbiamo trascorso insieme tre settimane della nostra vita che possono sembrare un nulla in confronto agli anni di ognuno di noi…
Eppure, e mi arrogo il diritto di parlare per tutti, c’è qualcosa di magico nel rapporto che si è creato, e nell’eterogeneità dei discorsi la serata è trascorsa serena e piacevole come un incontro tra vecchi amici…
Anche con l’occhio stanco e l’avversità della neve che avrebbe reso il ritorno nei luoghi dispersi  della geografia piemontese assai arduo, la tentazione di una sfogliata alle foto ha vinto e il pensiero di ognuno al ricordo di quei momenti è volato in terre keniote..
Ho la certezza che per tutti il pensiero del ritorno a Chaaria sia un chiodo fisso (temo si tratti di seria patologia, dicesi chaarite, forma di dipendenza cronica senza nota terapia)  e la voglia di sostenere la missione un obiettivo comune…che nella condivisione è reso ancor più importante. 
Anche questa è Chaaria….

Monica Carello



sabato 29 gennaio 2011

Gli estremi si incontrano a Chaaria

Grazia, Rosella e Roberto stanno facendo di tutto per trovare la quadra nella alimentazione dei bimbi pretermine: il piu’ piccolo pesa cira 500 grammi, mentre il piu’ grandicello al momento arriva a circa 1800 grammi.
Nella stanza accanto, dove normalmente giacciono le donne cesarizzate il primo giorno dopo l’intervento, la nostra Eunice sta offrendo alla mamma il suo primogenito: un maschione di 4 chilogrammi che abbiamo fatto fatica ad estrarre dalla breccia operatoria, tanto era enorme.
Facendo due passi, si entra in sala parto, dove il clima e’ mesto perche’ una paziente ha appena partorito un feto morto: era una morte annunciata, in quanto l’ecografia lo aveva sentenziato poche ore prima. Il travaglio che ne era seguito era stato un tempo tremendo, in cui la mamma aveva pianto disperata, non tanto per le doglie del parto, quanto per la “mortale angoscia” di aver portato in grembo un bimbo per nove mesi, solo per poi vederlo ormai cadavere.
Sono impatti duri per la nostra psicologia. A volte ci si vorrebbe estraniare da un tale concentrato di umano.
Ma la pediatria non ci risparmia sentimenti analoghi; e’ vero che tanti piccoli si riprendono e vanno a casa, ma il nostro cuore viene attratto da chi non ce la fa... sempre per la vecchia storia che “fa piu’ rumore un albero che cade di una foresta che cresce”.
In una cullina piccolissima vediamo una bambinetta di quattro giorni, che dalla nascita sta facendo una fatica tremenda a respirare, a causa di un parto distocico e prolungato. Fino a ieri la pensavamo praticamente gia’ morta, ed anche i nostri sforzi di rianimazione facevano parte piu’ di un automatismo meccanico teso a placare i rimorsi della nostra coscienza, che di vera convinzione di potercela fare. Oggi pero’ il respiro sembra un po’ migliore, e la madre e’ riuscita a farle trangugiare un pochino di latte che lei stessa si era tirata dal seno ed aveva posto in una siringa.
Sotto il letto di questa bimba morente ci sono due bimbi di circa 2 anni, i quali, ignari dell’aura di morte che si aggira per la camera, giocano rincorrendo un palloncino che i volontari italiani hanno loro preparato con un guanto di lattice: li ricordo all’arrivo questi due bimbi! Una malaria cerebrale tremenda in entrambi i casi... ma a loro e’ andata bene, ed ora aspettano solo di essere dimessi, e schiamazzano imperterriti tra i letti dell’ospedale.
Vedo in un angolo della pediatria una madre mesta; ha l’occhio perso nel vuoto e sembra lontanissima con il pensiero. Non ha alcun bambino da accudire... Ma adesso ne ricordo la ragione! Suo figlio e’ morto ieri sera. E’ avvenuto tutto in un attimo: una convulsione tremenda ha contratto il corpo del bambino dodicenne, che ha anche smesso di respirare.
La madre e’ corsa a cercarci portandosi in braccio questo umano fardello rannicchiato in una posizione grottesca; abbiamo fatto del valium, ed il piccolo paziente si e’ rilassato... pero’ non ha mai ripreso a respirare. Jesse lo ha rianimato, ma non e’ servito a nulla. Il bimbo se ne era gia’ andato, e davanti a noi avevamo un cadavere ed una genitrice disperata che batteva la testa sul pavimento in un pianto dirotto.
Ora e’ piu’ calma di ieri, ed aspetta che qualcuno dei familiari venga a prenderla, poiche’ viene   da molto lontano.
Anche il reparto di medicina e’ pieno di  questi contrasti, in cui pare di toccare gli estremi della vita: un quindicenne vestito di bianco e pieno di vitalita’ adolescenziale e’ stato ricoverato per una circoncisione tradizionale, e prende il sole come una lucertola, seduto a fianco di un ultra novantasettenne con un catetere a permanenza e con i piedi infestati da pulci penetranti.
Il giovane aspetta i genitori per la dimissione; il vecchio e’ stato abbandonato qui dai familiari, e credo che con noi ci rimarra’ fino alla sepoltura.
Qualche letto piu’ avanti, Karembo pare uno scheletro di Mathausen, ma non sono stati i nazisti a ridurla cosi’; e’ stato l’AIDS. Karembo e’ una persona nata sotto una cattiva stella: la sua era una buona famiglia ed il padre era insegnante. Karembo ha due fratelli maggiori che suo papa’ ha fatto studiare fino all’universita’; ma a poche settimane dalla laurea entrambi hanno dato segni di malattia psichiatrica, ed ora sono girovaghi nei dintorni di Chaaria; si vestono di stracci e tutti li temono in quanto dediti allo stupro sistematico. Per fuggire da questa situazione familiare tremenda, Karembo si e’ sposata presto, ma anche li’ e’ stata perseguitata dalla scarogna: ha tentato per due volte di rimanere incinta, ma entrambe le volte la gravidanza era extrauterina. Per due volte l’abbiamo operata, ma la situazione delle sue tube era tale che non abbiamo potuto fare altro che reciderle; prima una e poi l’altra. L’avevamo in effetti resa sterile, condannandola ad un ostracismo psicologico assicurato in una societa’ come la nostra, che non ha alcun rispetto per le donne incapaci di generare... ma in quei momenti in sala bisognava salvarle la vita e decidere in fretta!
Poi, come se non bastasse, e’ arrivato l’AIDS a completare la sua opera distruttiva sulla sua vita miserabile.
Karembo non riesce a mangiare da sola perche’ e’ troppo debole; ma la sua vicina di letto e’ molto contenta perche’ l’abbiamo operata di ernia ed ora attende la dimissione. E’ lei ad averla adottata,  si prende cura della sua alimentazione con amore veramente materno, anche se alcuni giorni fa neppure si conoscevano.
Chaaria e’ un conglomerato di estremi, che sempre si incontrano, si mescolano e si confondono. E’ l’aspetto duro di Chaaria, ma e’ anche il suo fascino...
Vorrei stare ancora con voi a raccontarvi tante altre storie altrettanto pregnanti, ma mi han chiamato in sala per un cesareo urgente. Anche questo e’ Chaaria: non c’e’ orario, non c’e’ week end, non c’e’ tempo libero quando un’emergenza ti obbliga a lasciare qualunque cosa tu stia facendo, per dare il primo posto a chi soffre.
Quando stavo per decidere sulla mia scelta di vita nel lontano 1980, venni colpito da un manifesto a sfondo vocazionale sul quale era raffigurato un vecchio orologio a cipolla privo di lancette. Lo slogan di quel poster diceva: “Per Cristo a tempo pieno”.
Ecco, anche questo e’ uno degli estremi di Chaaria: un orario di servizio che non conosce orario.

Fr Beppe Gaido


venerdì 28 gennaio 2011

Chaaria Accademica: il segreto dietro le quinte

Molti mi chiedono: "ma come fai a preparare anche le lezioni da usare tutte le settimane, oltre al carico enorme di lavoro che tende sempre ad aumentare? Le giornate sono fatte di 24 ore anche per te... e poi non sei mica una macchina!"
La mia risposta è molto semplice. Io riesco a preparare tutte queste lezioni, sempre più aggiornate e sempre meglio organizzate, grazie all'abnegazione ed alla generosità di una volontaria di Chaaria, che, dopo essere tornata in Italia, ed aver messo su una stupenda famiglia che ora la lega a casa, ha deciso di continuare la sua amicizia con me e la sua donazione ai poveri di Chaaria, preparandomi lei le lezioni che utilizzo al giovedì.
Anche lei si chiama Nadia... che deve essere un nome fortunato per me.
Dunque, la dottoressa Nadia Chiapello, pediatra e ottima mamma, trova il tempo per prepararmi tutte le presentazioni power point che poi io espongo al nostro staff.
E' una collaborazione che va avanti da anni e di cui sono estremamente grato a Nadia, che ha preparato ormai una cinquantina di lezioni. Anche Nadia Chiapello è parte di Chaaria, ed ha un posto molto importante nel mio cuore. Cara Nadia, grazie per aver trovato sempre lo stimolo per continuare ad aiutare me, il nostro staff ed i poveri che serviamo attraverso la tua preziosa opera, che sempre hai svolto dietro le quinte... ma il Signore che vede tutto ti saprà ricompensare.

Fr Beppe Gaido


Abbiamo iniziato i lavori

Diceva un vecchio prete: “speriamo che la prima pietra non sia poi anche l’ultima!”
Saggia sentenza, considerando tante cose che si vedono qua e la’ per il mondo.
Ma il problema che ha ritardato il decollo del progetto sala operatoria per Chaaria era del tutto burocratico e legislativo.
Ora che questa fase e’ stata positivamente conclusa e le problematiche risolte, i lavori sono iniziati con buona lena.
Naturalmente non immaginatevi un cantiere con ruspe, caterpillar e gru altissime. Il nostro e’ un impresario locale con poche risorse, e la maggior parte dei lavori saranno portati avanti a forza di piccone, vanga e sudore della fronte. Ci sara’ si’ una betoniera, che comunque sara’ l’unico strumento tecnologico a loro disposizione.
Questa situazione potrebbe ritardare di qualche mese il completamento della costruzione, ma, vedendolo sotto un altro aspetto, dara’ lavoro a molta piu’ gente della nostra zona.

La comunita’ di Chaaria


Sul ponte sventola bandiera bianca... sarda

Dopo un periodo veramente eccezionale di intenso lavoro giorno e notte, di collaborazione fraterna e cordiale e di gioiosa vita comunitaria, stamattina alle 5.30 abbiamo salutato gli amici Luciano, Francesca, Rinaldo, Antonella, Alessandra e Nietta.
Sono stati un gruppo eccezionale: abbiamo veramente goduto della loro presenza oltre che del loro lavoro con noi. Che Dio li benedica.
Non ci sono pero’ state cerimonie per ammainare la bandiera sarda che ancora sventola gagliarda in attesa dei nuovi arrivi dall’Isola in serata. Infatti la Sardegna regnera’ sovrana tra i volontari di Chaaria, almeno  fino all’inizio di aprile. 
Oggi attendiamo Roberto (pediatra e neonatologo), Luciano Cossu (chirurgo), Gerardo (chirurgo)  e Paolo (volontario per la manutenzione).
Sappiamo che per tutti ci sara’ lavoro: Roberto ha la pediatria piena e la “nursery” traboccante di bimbi pretermine. Luciano e Gerardo collaboreranno con Max e continueranno la sua opera quando egli ci lascera’ il 2 febbraio. Paolo ha gia’ un fitto programma di lavoro in vari ambiti dei servizi generali della Missione.
Ancora grazie a chi e’ partito e benvenuto a chi arriva.
Colgo l’occasione per comunicare che da oggi il gruppo di Luciano Cara non sara’ piu’ chiamato “volontari sardi” su questo blog; bensi’ sara’ identificato con la loro denominazione ufficiale: gruppo “Karibu Africa”.

Fr Beppe Gaido

giovedì 27 gennaio 2011

Chaaria Accademica

Il nostro programma di formazione permanente per medici, clinical officers, infermieri, staff del laboratorio, farmacisti e fisioterapisti, continua con perseveranza e non conosce alcuno stop.
Sono lezioni apprezzate non solo dai nostri dipendenti, ma anche da tantissimi volontari italiani che presenziano in massa durante la classe del giovedi’, dando poi dei contributi molto significativi.
Oggi per esempio e’ stata dura mantenersi fedeli al programma didattico, in quanto avevamo avuto un cesareo urgente alle 3 di notte... ma sapevamo di non dover tradire le aspettative del personale che sarebbe intervenuto numeroso per la lezione magistrale, anche se di riposo od in turni diversi.
Mi sono quindi fatto forza, ed ho preparato tutto: computer, proiettore, lavagna, prima dell’arrivo dell’esimio docente di oggi.
Scherzi a parte, sono davvero grato a Max per aver voluto preparare e condurre una discussione clinica su un argomento tanto importante e tanto delicato, come quello che vedete indicato nella diapositiva.
Il fatto che un volontario voglia documentarsi e preparare lui stesso una lezione, vuol dire molto per me: significa prima di tutto apprezzamento per il mio sforzo di garantire una formazione permanente, con cadenza rigorosamente settimanale, per gli ultimi 11 anni.
Implica quindi il riconoscimento che si tratta di una attivita’ importante con riverberi positivi sul personale sanitario, per il bene dei pazienti.
Inoltre serve anche a darmi un po’ di fiato: per una settimana almeno, sono infatti libero dall’angosciosa domanda: “di cosa parlero’ giovedi’? Ho del materiale pronto da proiettare?”
La conversazione di oggi e’ stata semplice e pratica; ha affrontato gli aspetti quotidiani del follow up post-operatorio per i pazienti prostatectomizzati: abbiamo parlato dei cateteri a tre vie con le loro qualita’ e le loro problematiche; ci siamo soffermati a lungo sull’importanza di un’ ottima gestione del lavaggio continuo per vari giorni; abbiamo affrontato il significato di tutti quei drenaggi che si mettono dopo l’intervento preso in considerazione oggi.
Non sono mancati consigli pratici molto utili nella gestione quotidiana di tali malati tanto delicati.
Abbiamo anche affrontato gli importanti problemi dell’asepsi durante le lavature vescicali del catetere, e l’importanza della disinfezione degli strumenti.
L’ultima parte della lezione si e’ soffermata di piu’ sulle problematiche mediche di persone ultrasettantenni, che spesso entrano in sala cariche di altri problemi: un po’ di confusione senile, magari diabete ed ipertensione; alle volte pure aritmie cardiache.
La platea ha grandemente apprezzato il nuovo docente: le domande sono state molte, e l’ambiente e’ stato vivace ed interattivo.
Alla fine del “briefing” i discenti hanno regalato a Max un caloroso applauso, causando la evidente gelosia del docente ordinario di tutti gli altri giovedi’, per il quale non solo non ci sono applausi, ma spesso anche sonori sbadigli.
Naturalmente il tono di quest’ultima frase e’ del tutto scherzoso!
Sono infinitamente grato al Dr Max Albano per il suo contributo alla nostra formazione, ed invito anche altri volontari a seguire il suo esempio preparando qualche lezione da poterci offrire durante la loro permanenza a Chaaria.

Fr Beppe Gaido (soporifero docente ordinario del giovedi’)

Ritornare a Chaaria... da recidivi...

Certo e’ un’esperienza diversa “dalla prima volta”.
E’ come ritornare a casa di amici, in un mondo che ti sembra di conoscere gia’, notare i piccoli e i grandi passi fatti, la comunita’ che cresce, il migliorare, anno dopo anno, dell’ospedale, del personale, di tutta l’organizzazione sanitaria.
E’ la sensazione di far parte di questa comunita’ in crescita, anche solo per poco tempo.
Quindici giorni. Troppo pochi per avere l’impressione di poter dare qualcosa.
Quando inizi ad ambientarti, a confonderti con la comunita’ che ti circonda, e’ ora di andar via.
E’ sempre difficile, all’inizio dell’esperienza, immergersi nell’ambiente della corsia dell’ospedale.
Patologie diverse da quelle che conosciamo comunemente, cartelle scritte in maniera quasi incomprensibile, innumerevoli sigle, terapie spesso sconosciute...
Hai la sensazione di  non potercela fare, di non essere all’altezza della situazione, di non poter essere d’aiuto.
E, dopo anni di esperienza lavorativa, ti trovi improvvisamente nella condizione del medico fresco di laurea che deve imparare ancora tanto del proprio mestiere.
Un bello schiaffo per chi come noi proviene da una societa’ dove devi essere sempre il primo, il migliore, per contare qualcosa.
Questo e’ un posto dove non devi contare qualcosa, dove non devi essere il primo o il migliore. Non e’ necessario. Non e’ il posto adatto dove decidere di cambiare il mondo.
E’ l’occasione invece per mettere da parte ogni velleita’, per spogliarsi totalmente del proprio ego e mettersi in ultima fila, in silenzio, per cercare di comprendere umilmente questa nuova realta’, adattarsi,  confondersi con essa e dare pian piano il proprio contributo...pole  pole.
Che potra’ essere anche misero, ma sara’ comunque carico di amore e di entusiasmo.
E’ una lezione di vita che non potremo mai ricevere nella nostra societa’ “civilizzata”. Una lezione  che umilia il nostro istinto di protagonismo e di “ Salvatore del mondo” e che ci costringe a ridimensionare la nostra esistenza.
E’ bisogno di sentirsi ultimo tra gli ultimi, povero fra i poveri per poter crescere insieme.
Solo allora si riesce a capire la luce in quegli occhi colmi di gratitudine.
Asante Sana Chaaria.
Nietta

mercoledì 26 gennaio 2011

Il nuovo computer per il centro Buoni figli

Ringraziamo di vero cuore i volontari della Sardegna presenti in questo momento a Chaaria, per aver voluto donare al Centro Buoni Figli un nuovo computer che servira’ a Fr Robert Maina per tutte le incombenze relative alla gestione degli archivi e delle cartelle, ed a Fr Roberto Trappa per la corrispondenza relativa alle adozioni a distanza, portate avanti dal gruppo di Luciano Cara.
Grazie ancora agli amici di Cagliari e dintorni, per questo nuovo gesto di stima e sostegno nei confronti della nostra Missione.
Incarichiamo Kimani, con il suo sorriso a 180 gradi, Mururu e Ken con il loro sguardo buono, di farvi pervenire la nostra riconoscenza ed il nostro apprezzamento.
Ringraziamo anche Rosella Quiri e sua figlia Elena per averci donato una bilancia elettronica per neonati che abbiamo gia’ sistemato in sala parto.
Ogni giorno tocchiamo con mano che la Provvidenza non manca davvero mai... ed i volontari sono uno dei canali privilegiati che Essa usa per farci sentire la sua tenerezza.

La comunita’ di Chaaria 



martedì 25 gennaio 2011

Quanto grande la fetta della torta?

Ciò che  a volte scompensa l’andamento economico del nostro ospedale e lo rende deficitario è senza dubbio l’alto numero di pazienti cronici o terminali che spesso vengono abbandonati in ospedale per mesi e magari devono anche essere sepolti qui perché nessuno viene più a vederli.
Questi pazienti terminali o comunque non autosufficienti sono per lo più casi di AIDS in stadio terminale, o esiti di ictus con paraplegia o emiplegia. Qui il problema psicologico per noi è enorme: non possiamo dimetterli perché sono veramente molto malati, e non riusciamo a far pressioni di pagamento perché i parenti si danno alla macchia.
Indubbiamente il problema è aggravato dalla tendenza di alcuni a non dire la verità, per cui spesso non si ha l’impressione di aiutare i più poveri, ma piuttosto i più scaltri che sanno mentire meglio. Quante volte capita che qualcuno viene dimesso senza pagare uno scellino e poi si viene a sapere più tardi che ha una casa in muratura e magari una mandria di mucche.
Però non abbiamo il personale sufficiente per verificare queste cose, per cui preferiamo abbondare e lasciare che qualcuno ci freghi piuttosto che rischiare di mandare via qualcuno che era veramente bisognoso.
Il problema diventa ancora più grave quando si tratta di terapie più impegnative che necessitano il trasferimento a Nairobi: il caso più emblematico è quello dei tumori maligni che richiedono interventi complessi, chemioterapia o radioterapia. Altri problemi più o meno insolubili sono quelli dei pazienti con insufficieza renale che richiedono la dialisi.
All’inizio io cercavo di convincere i familiari ad andare a Nairobi e a tentare il viaggio della speranza, ma ora spesso taccio e non dico più nulla: infatti si creavano spesso situazioni surreali, in cui io spiegavo con dovizia di particolari la sierietà della condiziione e la necessità di una terapia complessa. Poi veniva il momento critico, quando loro mi dicevano: “Non abbiamo soldi… Per favore aiutaci e poi ti restituiamo tutto poco per volta”.
L’abbiamo fatto una volta per un bimbo affetto da linfoma di Burkitt: abbiamo speso per lui una cifra che ci sarebbe bastata per curare almeno 1000 pazienti con malaria complicata. Il bambino ora sta bene, anche se purtroppo è diventato un ladruncolo che non va a scuola a causa della cattiva situazione familiare. In realtà però non ci è stata restituita alcuna somma di denaro e noi ci siamo trovati nella necessità di dire di no a tantissime altre richieste, perché non avevamo più fondi.
Quell’unico bimbo è guarito... e questo è sicuramente una cosa buona davanti a Dio; penso spesso alla poesia della “stella marina” che il bimbo getta in mare dopo averla trovata sulla spiaggia… Però quanti altri sono morti senza che noi potessimo far nulla!
E’ triste ma si tratta di considerare quanto è grande la torta che possiamo offrire ai nostri pazienti e poi di decidere quanto grande deve essere la fetta che possiamo dare ad ognuno. Può sembrare cinico ed anche sbagliato, ma la decisione che ho preso e’ di stabilire un limite, un tetto massimo alle prestazioni che possiamo offrire: tutto ciò che eccede il tetto massimo, non lo nomino neanche al paziente.
Per esempio raramente dico ad un paziente con insufficienza renale che c’è la dialisi, perché so che lui non se la potrà permettere; io poi so di non farcela a sponsorizzarlo, per cui preferisco evitare di creare in lui false speranze; e faccio le terapie che la nostra struttura può offrire, o al massimo gli dico di provare a rivolgersi ad un altro medico per vedere se per caso a lui vengono altre idee.
Dire al paziente che la cura ci sarebbe e poi non dargli i soldi per la medesima, normalmente porta a situazioni di grave tensione interiore: personalmente ci si sente dei vermi, ed in più si viene a volte accusati dai congiunti che non comprendono i nostri problemi economici e pensano che uno “MZUNGU” abbia soldi all’infinito
Queste considerazioni portano alla logica conseguenza che alcuni strumenti diagnostici sono a volte quasi un’arma a doppio taglio: pensate alle biopsie. Si fanno con la speranza che l’esito sia negativo, o che si tratti magari di una forma infettiva di cui si conosce la terapia (per esempio TBC dei linfonodi)… ma se poi la biopsia diventa positiva per tumore maligno complesso come per esempio quello dell’esofago, il problema economico con tutti i suoi risvolti psicologici, riappare immediatamente.
Non so se ho in qualche modo espresso il nostro dramma quotidiano: è una situazione che per un Italiano ha dell’assurdo, perché da noi gli ospedali pubblici sono totalmete gratuiti, o comunque c’è un rimborso quasi totale delle spese anticipate dal paziente.
Qui è diverso.
Per fortuna ora, almeno per i bambini ed i giovani con cardiopatie operabili, la situazione e’ cambiata grazie alla possibilita’ di operarli a Kharthoum. La nostra collaborazione con “Emergency” e’ senz’altro uno spiraglio di luce per i poveri, che altrimenti morirebbero giovanissimi per complicazioni cardiache.

Fr Beppe Gaido

Nella foto il nostro laboratorio dove offriamo tutti i test che ci e’ possibile, considerate le limitate risorse.

lunedì 24 gennaio 2011

Reparto orfani: I gemellini

Sono un maschietto ed una femminuccia. Anch’essi vengono dall’orfanotrofio di Nkabune. Hanno circa 4 mesi.
Sono orfani di babbo e mamma. Staranno con noi finche’ saranno piu’ grandicelli. Lui ha la malaria, ma sta migliorando rapidamente.
Sono teneri e buoni. Al momento godono delle attenzioni di Grazia, Antonella, Francesca e Rosella, che ringraziamo per la dedizione encomiabile.

La comunita’ di Chaaria

I figli: un dono da non rifiutare

Per i volontari che sono stati nel distretto di Isiolo, e’ facile immaginare un’area poverissima, con villaggi di “manyatte”  e capanne di fango e paglia. Piu’ si va verso Nord e piu’ la gente e’ povera, nomade, illetterata e poco vestita.
Per un’ironia della natura queste popolazioni non solo sono poverissime e prive di istruzione, ma devono strappare la vita ad una natura inospitale, desertica e dal clima inclemente.
Sempre piu’ poi le stagioni stanno cambiando, ed il Settentrione del Kenya si sta sempre piu’ desertificando: piogge sempre piu’ scarse; periodi di siccita’ sempre piu’ lunghi, pascoli sempre piu’ difficili da trovare; lo spettro della fame sempre accovacciato dietro la porta.
Eppure, se ti aggiri nei dintorni di Isiolo (i villagi della parrocchia di Camp Garba non ne sono che un esempio), vedi nuvole di bambini... anch’essi semivestiti, come i loro genitori; anch’essi decorati da decine di collane a perline attorno al collo e lunghi pendagli alle orecchie; anch’essi impolverati e bellissimi.
Gia’, quanti bambini!
Da anni l’Organizzazione Mondiale della Sanita’ cerca di insegnare alle popolazioni povere a ridurre il numero dei figli (anche la Chiesa accetta quello che viene chiamato il “natural family planning”, che non fa uso di sostanze chimiche per la regolamentazione delle nascite).
Si riconosce infatti che piu’ le gravidanze sono ravvicinate, e piu’ i neonati sono deboli, gracili ed esposti a varie malattie. Ci sono poi considerazioni di ordine economico: avere molti figli in un contesto povero significhera’ non avere soldi per mandarli a scuola... e a volte neppure per comprare le medicine od il cibo.
Ma tutte queste argomentazioni non attecchiscono con le popolazioni rurali dell’Isiolo e del Nord in genere.
Le donne sono convinte che la Divinita’ (sia essa il Dio Cristiano, o Allah degli Islamici, o gli spiriti degli Animisti) abbia posto un certo numero di bambini nel loro ventre, e che sia dovere della moglie “tirarli fuori tutti” ed offrirli al marito. Perche’ tenersi dentro dei bimbi non nati? Il ventre della donna deve produrre bambini finche’ sara’ completamente vuoto.
Regolamentazione delle nascite, aspettare un po’ di anni tra una gravidanza e la seguente, sono concetti alieni per la loro cultura... una imposizione occidentale, esse dicono.
I bambini per loro sono il futuro; sono il bastone della vecchiaia nella cultura del clan.
Girando per le terre aride del Nord, e vedendo le manyatte in cui vive la popolazione (normalmente molto distanti l’una dall’altra) ci si rende conto anche che molti figli vuol dire anche protezione per le donne, soprattutto quando i mariti sono assenti per il pascolo. Tale fatto in parte giustifica pure il desiderio esasperato di partorire dei maschi, che un domani potranno usare un arco per difendere la casa dai banditi. Che poi tanti figli significhi non poterli mandare all’Universita’, non credo costituisca un grosso problema nella loro cultura nomade... perche’ quasi nessuno va a scuola in quelle tribu’.
E poi e’ gente soda, abituata al deserto ed alla fame, per cui immagino che nessuna donna vorrebbe tenersi in grembo un bambino-non-nato per la paura che poi non ci sia abbastanza da mangiare. “I figli vanno tirati fuori tutti, finche’ il ‘ventre’ e’ completamente vuoto”, dicono le donne, senza mai fissarti negli occhi.
E siccome noi siamo qui per loro, non li giudichiamo e rispettiamo il loro modo di pensare.
Quando poi si pensa all’altissima mortalita’ infantile, ci si rende conto che a volte le famiglie tentano di generare almeno una decina di figli, nella speranza che due o tre possano raggiungere la maggiore eta’.
Tra l’altro, mi si consenta un pensiero del tutto personale: vedendo la nostra societa’ occidentale che invecchia sempre di piu’ ed ha crescita zero perche’ non si fanno figli, non so proprio dire se sia nel giusto il mondo cosiddetto sviluppato, o magari non abbiano ragione le tribu’ illetterate dei villaggi piu’ dispersi nelle steppe dell’Isiolo.

Fr Beppe Gaido

domenica 23 gennaio 2011

Fotoreportage di un giorno memorabile

La Messa e' iniziata alle 9.15. C'e' stato il solito ritardo legato in parte all'African Time, ed in parte ad un cesareo urgente che si e' concluso pochi minuti prima dell'Eucaristia.
Il nostro staff e' stato stupendo: il coro e' stato ineccepibile, con danze organizzate in modo magistrale e canti veramente armonici e ben eseguiti.
La celebrazione e' stata presieduta da Padre Aldo Sarotto, Superiore Generale della Piccola Casa. E' stata concelebrata da Don Emilio e da Don Franco Piano (cottolenghini), dal nostro parroco e da Padre Mbiko, amministratore generale della Diocesi di Meru.
Erano presenti anche autorita' del mondo politico ed aministrativo localeil Councilor, il D.O. ed il Chief.
Soprattutto c'erano i nostri malati, tanti membri dello staff (venuti anche se di riposo), molte suore ed una buona delegazione di cristiani di Chaaria. A rappresentare Suora Madre era presente la Delegata Sr Francesa Moiana.
La Santa Messa e' stata disturbata all'inizio da poche gocce di pioggia, ma poi il sole e' ritornato sovrano.
Subito dopo l'Eucaristia ci siamo recati sul luogo della erigenda sala operatoria, dove Padre Aldo Sarotto ci ha ricordato che questa sala sara' un altro passo avanti nella costruzione della Chiesa locale del Meru, dove noi vogliamo essere testimoni della carita' di Cristo verso i poveri ed i malati.
Il Padre ha benedetto la prima pietra e vi ha simbolicamente apposto un po' di cemento. Lo hanno seguito in questa operazione anche Fr Beppe ed altre autorita' locali.
Padre Aldo ha anche scoperto e benedetto una targa commemorativa di questo giorno indimenticabile, e la piantina della sala operatoria che tutti hanno potuto consultare liberamente.
Sono seguiti brevi discorsi che hanno sottolineato la gioia e la gratitudine che rimpiono i nostri cuori in questa nostra giornata memorabile.
Il Dr Max Albano (chirurgo, volontario, e rappresentante locale della Associazione per la Lombardia) ha parlato a nome di tutti i benefattori, della Associazione Volontari Mission Cottolengo e dei volontari, assicurandoci il continuo sostegno anche in futuro.
A questo punto e' esplosa la gioia ed il ringraziamento a Dio, gioia che in Africa non puo' non implicare danze irrefrenabili e contagiose... e, come vedete, anche Padre Aldo non ha resistito alla tentazione del ritmico ballare africano.
La festa e' poi ancora continuata per la maggior parte dei presenti, ma per il sottoscritto e per i chirurghi presenti e' stata coronata nel miglior modo possibile: un cesareo ed un raschiamento urgenti, una laparotomia d'urgenza ed una frattuta esposta del femore.
Non ci sarebbe potuto essere messaggio piu' chiaro da parte del Signore: in sala immediatamente prima di Messa; in sala subito dopo la posa della prima pietra... Iddio ce lo ha davvero detto a caratteri cubitali che questa erigenda sala operatoria sara' veramente utile.
Un grazie infinito alla Divina Provvidenza che ci ha concesso di arrivare a questo traguardo tanto sospirato; un ringraziamento molto sentito a Padre Aldo Sarotto, Fr Giuseppe Meneghini e Madre Giovanna Masse' ed ai loro consiglieri che hanno creduto in questo progetto; ed un grazie a tutti i volontari e benefattori.
Ringrazio Fr Roberto Trappa, nuovo superiore locale, per aver facilitato il lieto fine di molte problematiche burocratiche.
Un Deo Gratias fraterno, sentito e sincero a Fr Giancarlo, che ha portato avanti una maratona serrata e faticosa per avere tutti i documenti in regola per la giornata di oggi.
Grazie ai confratelli e alle consorelle della comunita' di Chaaria per la preghiera e per il sostegno.
Inutile dirvi che oggi sono commosso fino alle lacrime.

Fr Beppe Gaido











Le urgenze inopportune

Ieri una certa eccitazione era chiaramente percepibile nell’ aria. L’arrivo del Padre Generale Don Aldo, con Don Franco e di Suor Francesca ed altre Sorelle in Ospedale, la preparazione della cerimonia di posa della prima pietra della nuova Sala Operatoria facevano correre tutti piu’ velocemente. Inoltre, anche per la concomitanza con il compleanno di Fr.Beppe e l’arrivo di sua madre, noi volontari eravamo stati invitati a cenare tutti assieme.
Nel primo pomeriggio (Anto)Nietta mi chiama dicendomi che una paziente appena ricoverata le sembrava preoccupante: la giovane donna presentava segni evidenti di peritonite in atto. Avverto Fr. Beppe e facciamo il punto della situazione: Jesse non e’ reperibile, Antonio e’ fuori dall’ospedale, I colleghi chirurghi Alessandra, Luciano e Rinaldo sono in viaggio per Isiolo. In assenza di Jesse, Beppe dovrebbe eseguire l’anestesia e seguire la Paziente, quindi dovrei operare da solo una patologia poco chiara. La malata non e’ trasportabile ad altro Ospedale, ogni scossone sull’ambulanza sarebbe una pugnalata dolorosissima. Chiamiamo al telefono gli amici in viaggio: sono fermi con il matatu in panne. La nostra tensione cresce…poi nuova telefonata: il matatu e’ stato riparato. Cosi’ dopo aver passato un pomeriggio in macchina, senza raggiungere la meta, I nostri eroi vengono in soccorso. Finalmente possiamo portare la donna in Sala Operatoria. Beppe pratica l’anestesia spinale e la sedazione ulteriore per darci agio di operare ed iniziamo: una brutta appendicite acuta con peritonite in atto, terminiamo pero’senza problemi l’intervento; un ringraziamento ad (Anto)Nietta che si e’ accorta subito della gravita’ del caso e ci precipitiamo, dopo una fulminea doccia, in Sala da pranzo. Eravamo chiaramente ormai in netto ritardo, gli ospiti ed i commensali stavano gia’ cenando. Be’ pensiamo, anche se non e’ stata per nulla colpa nostra, domani, Domenica saremo piu’ puntuali.
Oggi tutti pronti per la Messa e la cerimonia. Arrivo in Ospedale e mi dicono che c’e’ un parto cesareo in corso: meno male finira’ prima delle nove. Un’infermiera mi chiama : Max guarda quella donna: e’ una vecchina magra magra operata otto giorni fa, ma la ferita della pelle ha ceduto e quello che deve stare nella pancia voleva venire fuori. Dobbiamo operarla al piu’ presto. L’Infermiera del padiglione maschile chiama anch’essa: Max guarda quel ragazzo. Da una piaga del fianco sporgeva la testa del femore lussata. Avverto Luciano, il chirurgo ortopedico Dobbiamo operarlo al piu’ presto. Beppe ci prega di fare il possible per dilazionare I due interventi, almeno dopo la S.Messa e la benedizione della prima pietra della nuova Sala Operatoria. Va bene, concordiamo di aspettare il tempo necessario.  Mi avvicina, nel frattempo, un giovane coscienzioso Clinical Officer della Pediatria  che mi chiede di visitare un bimbo di dieci mesi con un addome molto disteso: non e’ un caso chirurgico, ma sta veramente male, freddo, disidratato, sofferente: lo riguardiamo con Beppe impostando un tentativo di terapia, anche senza molte speranze; la mamma assiste al nostro andare e venire con viso di pietra e lacrimoni  a gogo’. In mezzo a tutto questo riesco ad ascoltare spezzoni di messa, con i canti delle Infermiere dell’Ospedale che, tutte vestite di bianco, esprimono tutta la loro vitalita’ ed allegria: si sono preparate tutti i pomeriggi di questa settimana, per fare onore alla giornata. Terminate le cerimonie, ascoltati  i discorsi di rito, siamo andati in Sala per le nostre urgenze. Peccato che fosse intanto arrivato un Parto Cesareo urgente da fare. Beppe pratica la spinale, Rinaldo ed Alessandra operano. Rapida pulizia. Sala libera! Entriamo con la vecchina: anestesia difficile da fare, l’ago non ne vuole sapere di entrare, poi..la Provvidenza. Antonio resta a controllare la malata, Alessandra ed io rimettiamo a posto la ferita.
Nel frattempo Beppe fa un raschiamento per un aborto incompleto, si incannula la vena giugulare del bimbo sofferente e Luciano e Rinaldo riducono la lussazione di femore del giovanotto e lo mettono in trazione.
Ormai sono le tre. Ci cambiamo ed andiamo in sala da pranzo. Ovviamente non c’e’ piu’ nessuno, la quantita’ di cibo rimasta e’ abbondantissima mangiamo serenamente con appettito. Forse nel pomeriggio ci sara’ un’altro parto Cesareo: aspettiamo notizie da Beppe.
Cosi’, al pranzo di oggi non eravamo in ritardo, non c’eravamo proprio, ma non ci dispiace per nulla di cio’; abbiamo fatto cose utili alla gente ed in fondo siamo venuti per questo, aiutare la gente ed aiutare Beppe ad aiutare la gente. Le urgenze a Chaaria sono la normalita’, non l’eccezione perche’ spesso i malati vengono in Ospedale quando non ce la fanno piu’o quando trovano chi li porti. Quasi ogni giorno il programma operatorio viene sconvolto dall’arrivo delle urgenze, a volte vere e proprie emergenze, quando anche pochi minuti fanno la differenza.
Noi sappiamo cosa fare in questi casi: arrivare tardi a pranzo.

Max Albano

sabato 22 gennaio 2011

Un giorno speciale per me

Oggi compio 49 anni. E’ strano, ma non me li sento. Mi pare di ragionare ancora come un trentenne. Forse i giovani Fratelli e volontari mi sentono un “Matusalemme”, ma onestamente non ne ho la percezione.
Ringrazio Dio per quanto mi ha donato in questi quasi cinquant’anni di vita, e gli chiedo la grazia di tenermi sempre una mano sulla testa, affinche’ io non faccia cavolate e non perda mai la strada.
Lo so che e’ sempre possibile rovinare in un momento quanto si e’ costruito in decenni; per questo ritengo di avere un gran bisogno della misericordia e della grazia di Dio.
Lo prego tutti i giorni che mi conceda il dono della perseveranza vocazionale fino alla fine e fino alle estreme conseguenze... anche quando costa molto.
Gli chiedo di “rimotivarmi” quotidianamente nella volonta’ di essere un servo dei poveri che non si risparmia e che si dona giorno e notte, riconoscendo in chi soffre la persona di Gesu’ Cristo.
Non sara’ importante che mi rimangano altri 50 anni da vivere! L’importante sara’ di vivere ogni giorno come servizio incondizionato e come donazione al prossimo.
Grazie a tutti per gli auguri e per l’amicizia.
Oggi sono anche molto felice perche’ la volontaria plurirecidiva Rosella e’ riuscita a convincere la mia mamma a tornare ancora una volta a Chaaria. E’ un bel dono che Rosella mi ha fatto per il mio compleanno. Ringrazio di cuore anche Pietro e Fiorella che si sono presi l’incarico di “imbarcare” mia madre a Milano.

Fr Beppe Gaido

Buon compleanno a Fr. Beppe

Questa sera, con la presenza del Padre Generale, di Don Franco, di Suor Francesca, Delegata Provinciale ed altri graditi Ospiti, abbiamo consumato una cena conviviale terminata con torte deliziose, quarantanove candeline ed il consueto “tanti auguri a te..” in Italiano, Inglese e Ki Swahili a Fr. Beppe per il suo compleanno. Due brevi discorsi di Padre Aldo e Fr. Beppe hanno concluso il nostro momento d’incontro. E’ molto bella la coincidenza di questo compleanno con la posa della prima pietra della nuova Sala Operatoria. Molti volontari, anche tra i presenti in questo periodo a Chaaria, aspettavano con ansia questo momento, sperando che questa nuova struttura consenta un ulteriore salto di qualita’ alla richiesta di salute della popolazione.
Noi volontari, fortunatamente presenti in questi giorni, rinnoviamo la nostra stima ed il nostro affetto a Fr. Beppe che ci e’ veramente Fratello.

I volontari attualmente a Chaaria


Reparto orfani: Emmanuel

E’ un tenerissimo bimbo che proviene dall’orfanotrofio di Nkabune, ed e’ con noi gia’ da oltre due settimane.
E’ ormai grandicello, probabilmente vicino all’anno di eta’.
Lo abbiamo ripreso a Chaaria perche’ da mesi non mangiava, continuava a deperire ed aveva una fastidiosissima tosse che gli impediva di nutrirsi ed anche di riposare. Emmanuel aveva anche febbre ed un vomito persistente.
Non sapendo quasi nulla della famiglia di origine, abbiamo prima pensato all’AIDS, ma sia il test HIV che la PCR (Protein Chain Reaction) sono fortunatamente risultati negativi.
Il test per la malaria ha invece dato un risultato positivo, ed abbiamo “messo” il piccolo sotto terapia con chinino endovena. Il vomito e’ stato un vero problema per molti giorni, ma ora pare che stiamo avendone ragione. Grazie a questo la nutrizione e’ migliorata, e cosi’ pure i segni di malnutrizione.
La lastra del torace ci ha indirizzati verso una polmonite, associata a bronchite. Tale reperto ci ha in qualche modo fatto piacere, dal momento che la nostra grande paura era la tubercolosi, visto lo stato di deperimento organico in cui Emmanuel versava al momento del ricovero al Cottolengo Mission Hospital di Chaaria.
Ci sono voluti quasi 14 giorni di Rocefin e chinino, ma ora Emmanuel sta davvero meglio: la febbre e’ scomparsa; non c’e’ vomito e l’alimentazione e’ buona.
Grazie alle volontarie presenti adesso Emmanuel puo’ anche approfittare di lunghe passeggiate vuoi in braccio e vuoi con il passeggino.
Quando guardo gli orfanelli, e li vedo migliorare e crescere, dico a me stesso che e’ stata una decisione importante quella di riaprire il reparto a loro dedicato.
Ed ogni volta che penso alla paura che avevo della tubercolosi per Emmanuel, ringrazio la Provvidenza che si e’ servita di una ingiunzione governativa per farci dividere la stanza degli orfani da quella dei pretermine.
Ora infatti abbiamo quattro “bimbini” di circa un chilogrammo nelle incubatrici: sono fragilissimi e quasi privi di difese. Che dramma sarebbe doverli tenere insieme ad un bambino come Emmanuel, con il rischio di contagiarli con germi da cui non sarebbero capaci di difendersi.
Ma anche questo problema e’ stato superato. Il Signore ci aiuta quotidianamente a fare piccoli passi nella direzione di un servizio sempre piu’ umano e sempre piu’ rispettoso della persona... e particolarmente della persona dei piu’ piccoli ed indifesi.
Diciamo grazie anche ai volontari che hanno creduto in tale servizio e che ci hanno spinti a non demordere dopo la chiusura della precedente esperienza con gli orfani.
A questo riguardo, ricordo con speranza un importante episodio nella vita di San Giuseppe Cottolengo: nel 1828 egli aveva iniziato la sua avventura di carita’ in un locale chiamato “deposito della Volta Rossa”; ma nel 1830 le autorita’ sanitarie del Piemonte Sabaudo ne ordinarono la chiusura per motivi igienici: a Torino infatti imperversava il colera, e l’ospedaletto del Cottolengo era in un condominio. Accogliendo malati gravi, esso poteva essere considerato un potenziale focolaio di infezione.
Ma il nostro Santo non si lascio’ scoraggiare e commento’ che “i cavoli trapiantati crescono meglio”. Ed infatti nel 1832 egli trovo’ una collocazione migliore per la sua Piccola Casa, in un’area che gli concesse poi anche il “tremendo” sviluppo edilizio, che sarebbe risultato impossibile nel condominio della Volta Rossa.
Per il dipartimento degli orfani di Chaaria, anche noi siamo stati invitati a “chiudere” per motivi igienici (del tutto legittimi fin dal primo momento, ed assolutamente benvenuti con il senno di poi).
Questo fatto ci ha portato ad una riflessione sulla necessita’ di continuare un servizio a cui anche il Vescovo di Meru ci spingeva con forza.
Ci siamo guardati intorno, ed abbiamo trovato una soluzione a mio parere piu’ che dignitosa sia per gli orfani che per i nati pretermine... ed anche del tutto rispettosa per Naomi, a cui abbiamo “rubato la camera”.

Fr Beppe Gaido



Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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