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Un bimbo al mattino andava sulla spiaggia a ributtare le stelle marine che erano portate in secca dalle onde.

Quando qualcuno lo vide, gli disse che tale lavoro era completamente inutile, perchè egli non sarebbe mai riuscito a ributtare in mare tutte le migliaia di stelle, che si trovavano sul bagnasciuga.

Il bambino con calma guardò la stella che aveva ancora in mano, la buttò in acqua e poi rispose: "per questa stella sicuramente non è stato inutile".

Chiunque abbia voglia di aiutarci in questo intento, fosse anche per salvare una sola stella... non sarà stato invano. Grazie.

Nadia Monari - Infermiera volontaria


Leggi "Chi siamo", "La storia dell'Associazione" e "Le nostre Missioni"

Lettera del Superiore Generale, Fr. Giuseppe Meneghini


giovedì 30 giugno 2011

I care

“Non sono un genio, e non so bene che tipo di aiuto io possa dare a Chaaria!”.
“Qui non abbiamo bisogno ne’ di geni, ne’ di luminari. D’altra parte neppure io lo sono.
Quello di cui realmente abbiamo urgente necessita’ e’ di gente che abbia sincero desiderio di mettersi in gioco e di donarsi agli altri con generosita’”.
“Allora in questo posso dire che io ho molto da dare, perche’ sono venuto proprio spinto da un bosogno di dedizione verso chi e’ meno fortunato di me”.
“Certamente, la cosa piu’ importante che io chiedo ad un medico di medicina interna quando viene a Chaaria, non e’ di azzeccare la diagnosi rarissima, o di prescrivere il farmaco uscito ieri. Io gli chiedo di prendersi cura dei malati del reparto, che sono i piu’ gravi... e purtroppo a volte anche i piu’ trascurati a causa della pressione continua dell’ambulatorio, della maternita’ e della chirurgia.
Il fatto stesso che i ricoverati possano vedere il medico tutti i giorni e’ un lusso che a loro spesso viene negato. Ci sono persone che vengono ricoverate e dimesse, senza mai poter vedere il dottore, a causa della nostra carenza di personale.
Per cui il fatto stesso che tu li visiti tutti i giorni e’ un dato importante, che dimostra loro che ci vogliamo prendere cura di loro seriamente... e gia’ questo porta con se’ importanti elementi terapeutici per la guarigione.
Proprio ieri ho partecipato ad una conferenza tenuta da un ricercatore dell’universita’ del Michigan in visita a Meru: lui sostiene che un buon rapporto medico-paziente, la rassicurazione e la consolazione insieme costituiscono un potente analgesico, in quanto causano la liberazione di cannabinoidi ed oppioidi endogeni che fanno sentire immediatamente meglio il paziente.
E poi considera che per loro, il fatto di essere visitato da un MEDICO BIANCO costituisce un doppio elemento di guarigione.
Credo molto al motto che il grande prete italiano don Milani ha assunto come motto per il suo progetto di dedizione ai bambini. Lui diceva che quello che deve essere il nostro ideale e’ il termine inglese I CARE.
I CARE letteralmente vuol dire prima di tutto che me ne importa... e questo e’ il primo messaggio che diamo ai malati con la nostra costante presenza, anche quando non siamo in grado di guarirli, anche quando sono pieni di metastasi o sono in stadio terminale di AIDS. A noi importa veramente di loro, perche’ sono entrati a far parte della nostra vita.
I CARE vuole anche dire che me ne prendo cura: e questo e’ quello che intendiamo fare a Chaaria. Prima di tutto prenderci cura dei poveri e degli ammalati con una attenzione e dedizione amorosa, e poi, se possibile, anche dare loro un intervento terapeutico efficace per la guarigione. Non sempre e’ possibile guarire i nostri malati, ma sempre e’ possibile prendersi cura di loro, dire loro con i fatti che essi sono importanti per noi, che fanno parte della nostra vita e che per loro siamo disposti a sacrificarci di giorno e di notte, sette giorni alla settimana.
Questa dimensione dell’I CARE e’ alla portata di tutti i medici volontari che vengono a Chaaria. Non sara’ quindi necessario avere un premio Nobel per la medicina od un primariato. Qello che contera’ di piu’ nell’esperienza sara’ la dedizione e l’amore per chi soffre, sara’ il rapporto umano positivo e fraterno, sara’ una relazione psicologica di supporto che contribuira’ non poco alla guarigione”
“Allora, da questo punto di vista, io mi sento un esperto, e mi pare di poter dire di aver trovato il posto che cercavo. Lascio da parte le mie paure, i miei sensi di inferiorita’ e le mie ansie di prestazione, e semplicemente cerco di donarmi al massimo”
“Perfetto. In questo ci troviamo in sintonia totale!”

Fr Beppe Gaido


mercoledì 29 giugno 2011

La pietra nera

Tutti qui hanno questo importante salvavita a casa. E’ uno dei rimedi piu’ conosciuti dalla medicina tradizionale per il morso dei serpenti, rimedio che io comunque cerco di rispettare: infatti se tutti la usano, non solo in Kenya, ma anche in altri Paesi africani, vuol dire che ci deve essere qualche base scientifica al suo funzionamento.
Ho cercato di capire di cosa si tratta, ma e’ molto difficile cogliere la verita’, perche’ spesso i guaritori tradizionali sono gelosi dei loro segreti.
Naturalmente non la trovi nei supermercati, ma devi conoscere uno di questi cosiddetti stregoni che la prepareranno per te.
La pietra nera viene applicata direttamente alla zona del morso subito dopo l’attacco del rettile; viene tenuta schiacciata per alcuni istanti finche’ prende adesione autonomamente. 
La credenza popolare e’ che rimarra’ attaccata alla cute finche’ tutto il veleno sara’ riassorbito; e poi si stacchera’ da sola. Osservandola attentamente, mi pare che possa trattarsi di un osso piatto di qualche animale, osso che e’ stato poi abbrustolito alla fiamma o carbonizzato sotto terra come qui si fa anche per preparare la carbonella. Ma gli stregoni dicono che e’ realmente una pietra, che loro ottengono in posti segreti.
La ragione per cui si attacca alla zona di inoculo e’ da ricercare nella porosita’ del tessuto osseo che richiamerebbe il liquido di edema, mentre la sua efficacia potrebbe derivare proprio dal fatto che, assorbendo secrezioni biologiche nella zona di inoculo, potrebbe contribuire alla eliminazione del veleno prima che lo stesso possa entrare in circolo. 
Io credo che la pietra si stacchi quando non c’e’ piu’ liquido di edema o quando e’ completamente satura.

Fr Beppe Gaido


martedì 28 giugno 2011

Info Chaaria: cosette pratiche per i volontari

1) Se scegli di venire a Chaaria con Egypt Air, arriverai all’aeroporto di Nairobi alle 3.45 di mattina. Prima che le valigie siano fuori e tu passi la dogana, saranno quasi le 5. A questo punto ti potrai accomodare al bar degli “ARRIVI”, ed il nostro autista verra’ a prenderti alle 6, per iniziare immediatamente il viaggio verso Chaaria, dove arriverai in pomeriggio. 
2) Per il ritorno in Italia con Egypt Air, siccome il check-in inizia all’1.30 del mattino, tu sarai accompagnato all’aereoporto la sera prima verso le 22 dall’autista, che pero’ non aspettera’ fino al momento del check-in. Entrerai per conto tuo... Lo abbiamo gia’ fatto con tanti e non ci sono mai stati problemi. 
3) Per i voli che arrivano in mattinata o primo pomeriggio (vedi Ethiopian o Emirates), e’ previsto trasporto immediato a Chaaria. 
4) Solo per i voli che arrivano alla sera si pernotta al Cottolengo di Langata. 
5) Quando sei ancora all’aeroporto al tuo arrivo, chiedi all’autista di indicarti il “bureau de change”, in modo che tu non abbia piu’ problemi a Chaaria per il cambio degli Euro in scellini. Tieni conto che, se vuoi andare al Parco per il safari, ti occorrera’ l’equivalente in scellini di circa 220 Euro.
6) Ti consigliamo di comprarti anche una scheda tefefonica “safaricom” all’aeroporto: e’ la rete che prende un po’ meglio a Chaaria. Con l’uso della carta kenyana, potrai mandare messaggi in Italia per 10 scellini, che al momento corrisponde a meno di 10 centesimi di Euro, e potrai chiamare a circa 80 centesimi di Euro al minuto (il cambio dell’Euro e’ alto in questo momento). Per le schede di ricarica invece non ci sono problemi, in quanto le puoi trovare anche a Chaaria senza problemi. 
7) Non e’ necessario che ti porti le lenzuola o l’asciugamano. Ti verranno offerti in missione. Quello che non troverai in missione e’ lo shampoo, ma per le saponette ce le puoi chiedere senza problemi. Per le ragazze informo che non abbiamo un asciugacapelli elettrico. 
8) Ricordatevi di portarvi calzature aperte da indossare in ospedale, e magari una scarpa da ginnastica per quando si va in gita. 
9) Portatevi pochi vestiti, in quanto qui siamo in mezzo al niente e l’eleganza non e’ poi cosi’ necessaria... e comunque potete lavarvi la biancheria quando volete. La lavatrice per i volontari e’ disponibile al martedi’, ma potete lavare a mano in qualunque momento. Anche le divise per il lavoro in ospedale non e’ necessario portarle: infatti le troverete qui a Chaaria; e per coloro che lavoreranno dai “Buoni Figli” forniremo dei camici. 
10) A luglio ed agosto fa frescolino soprattutto alla sera ed al mattino, e quindi un pullover in valigia non ci sta male. Piove invece ad aprile, maggio, novembre e dicembre. Tenetene conto se volete portarvi un impermeabile leggero in quei periodi. 
11) Se volete comprare ricordini, lavoretti in legno, o altre cose di artigianato locale, possiamo chiamare qualche venditore ambulante che e’ disposto a venire direttamente alla Missione. Alternativamente lo shopping lo potete fare al ritorno dal Parco. Vi informo che i nostri Buoni Figli confezionano bellissime collanine e braccialetti in pietra vulcanica.

Spero che questo piccolo info vi sia risultato utile.

Fr Beppe a nome della comunita’ di Chaaria


lunedì 27 giugno 2011

Bomboniere Solidali


L' Associazione ringrazia

Andrea e Silvia

per l'adesione all'iniziativa del
Progetto "Bomboniere Solidali"

I nostri migliori auguri per il

Battesimo di Alice e Martina,
il giorno 3 luglio 2011 a Varallo Pombia (No)



Si ricorda che tutti coloro che volessero aderire all'iniziativa
del Progetto "Bomboniere Solidali"
possono farlo o ricevere informazioni cliccando qui.



La circoncisione femminile a Chaaria

Il cercapersone suona all’impazzata. Kathure mi dice di correre perchè il caso è urgente. Dico a Roberto che, se vuole, può venire anche lui a vedere di cosa si tratta. Cio’ che troviamo in ospedale ci riempie di costernazione: un rivolo di sangue sul pavimento che parte dalla sala d’attesa e giunge fino alla room 8. Ci avviciniamo con circospezione.
Dopo aver aperto la porta, vediamo un gruppo di donne che parla in modo concitato attorno ad una barella su cui giace una bimba di 15 anni, completamente inzuppata di sangue. La ragazza appare debolissima ed e’ chiaramente anemica. Susan, l’infermiera di turno, mi dice che si tratta di un caso di FGM. Io rimango un attimo interdetto e la guardo inebetito. Susan capisce che non ho colto il problema, e si spiega meglio: “Female Genital Mutilation, cioe’ un caso di circoncisione femminile andato male”.
Non sono avvezzo a questi problemi perche’ la pratica e’ di per se’ illegale, ed e’ già per definizione coperta da un grande segreto anche per motivi di cultura tradizionale. Susan continua: “ di casi del genere ce ne sono tanti, ma spesso le ragazze non vengono portate in ospedale e possono anche morire a casa. Oggi e’ stata la mamma a rompere con le tradizioni e a portarcela, con il rischio poi di essere punita dal proprio clan”.
“OK – dico io – ora cerchiamo di vedere qual’e’ il problema e proviamo ad aiutare questa poveretta. Allerta il laboratorio che abbiamo bisogno di sangue con urgenza, e poi visitiamo la paziente”.
Quello che vediamo e’ una amputazione parziale del clitoride che appare necrotico e maleodorante. Alla base di esso una arteria recisa e non suturata continua a perdere con il tipico andamento pulsante. Io guardo il sangue rosso ciliegia e chiedo immediatamente: “quando e’ avvenuta la circoncisione?”
La risposta mi sconcerta: “cinque giorni fa, ma la tradizione ha reso quasi impossibile alla mamma di agire prima, perche’, dopo la pratica, la ragazza deve stare in isolamento per circa un mese, prima di essere accolta nella comunita’ degli adulti”.
Ora e’ comunque tempo di agire in fretta: chiudiamo l’arteria per prima cosa; poi procediamo all’amputazione del tessuto necrotico, e quindi facciamo una chirurgia ricostruttiva che rispetti quanto piu’ possibile l’anatomia originale.
L’intervento e’ lungo ma procede senza complicazioni. Otteniamo 3 sacche di sangue ed iniziamo la trasfusione immediatamente, perche’ il livello dell’emogloblina e’ di 4 grammi, ed il sangue è quasi come acqua.
Dopo poche ore la ragazza e’ gia’ un’altra. Ha ripreso vita; la cute e’ calda; il polso e’ pieno. Credo che le abbiamo salvato la vita. Chissa’ pero’ quali drammi psicologici si portera’ dietro per tutta la vita.
In corridoio incontro la mamma e le chiedo in che modo avevano portato la bambina. Lei mi ha detto che l’avevano caricata su una barella di frasche, perche’ non era in grado di camminare. “Di dove siete?” le ho chiesto. E lei mi ha risposto che sono di Makandune, a non piu’ di 10 km da Chaaria. Poi ho insistito un po’, e mi sono fatto spiegare qualcosa sulla circoncisione. Sono le donne anziane del villaggio a praticarla con una lametta da barba che la mamma deve comprare in precedenza. Si tratta di persone che non hanno alcuna conoscenza ne’ di medicina, ne’ di igiene e profilassi. E’ chiaro quindi che quanto ho visto oggi e’ solo la punta di un iceberg: chissa’ quante bambine hanno complicazioni dopo la pratica rituale, ma non vengono portate in ospedale per non infrangere le tradizioni del clan.
Da statistiche non molto accurate da me eseguite in quasi dieci anni di attivita’ nel campo della maternita’, posso dire che ancora oggi circa il 40% delle donne Meru sono circoncise. Questa percentuale diventa poi del 100% per le popolazioni del Nord. Non si tratta di una vera infibulazione, come in altri Paesi dell’Africa. Qui da noi la pratica piu’ diffusa e’ quella della clitoridectomia con amputazione delle piccole labbra. E’ difficile per me capire le ragioni storiche che hanno portato a queste mutilazioni barbariche nei confronti delle ragazze: l’unica spiegazione che in questi anni mi sono data e’ quella che in una societa’ maschilista si vuole impedire ogni tipo di piacere sessuale alla donna, che deve sottostare ai rapporti con il marito solo ed esclusivamente per dargli dei figli.
Per le donne locali però ci sono altri significati molto profondi e per me sconosciuti: con la circoncisione la giovane viene ufficialmente accolta nel mondo degli adulti (le FGM infatti vengono praticate tra i 14 e i 18 anni); sopportando il dolore lancinante di questa pratica tradizionale officiata senza alcun tipo di anestesia, le adolescenti danno una forte prova di coraggio davanti a tutta la popolazione: esse diventeranno donne dimostrando di poter sopportare una sofferenza atroce che precludera’ loro per sempre ogni piacere sessuale.
Dimostrare di poter sopportare eroicamente queste mutilazioni rende le ragazze orgogliose di se stesse. Il giorno dell’operazione vengono radunate tutte le ragazze del villaggio presso la capanna, e per una volta le giovani si sentono regine: esse rivcevono attenzioni e regali, e questo fa dimenticare il dolore provato.
Per loro poi la circoncisione ha un significato educativo: per un mese resteranno chiuse in una capanna, dopo il “taglio” rituale. Esse riceveranno il cibo solo dale altre donne del clan. Non potranno vedere nessun altro. Queste stesse donne sono incaricate di insegnare loro le regole della vita adulta. La circoncisione diventa in pratica una autorizzazione al matrimonio, ed insieme previene per loro il rischio di essere escluse dalla vita del villaggio.
Io onestamente faccio fatica a comprendere tutti questi aspetti culturali. A me sembra una cosa barbara e profondamente ingiusta verso le ragazze. Mi riempie di rabbia quando in sala parto vedo donne che complicano con lacerazioni genitali estesissime proprio a causa della circoncisione; oppure quando si deve ricorrere al taglio cesareo a causa di danni permanenti causati dalle cicatrici conseguenti alle mutilazioni.
Come sempre pero’ devo ricordare a me stesso che io non sono venuto per giudicare, e devo invece cercare di aiutare la gente, senza mai interferire in cio’ che crede profondamente.
Passo un attimo dalla bambina. Non ha male e dorme. Guardo fuori e mi accorgo che e’ notte fonda. Dico a Roberto: “anche oggi siamo riusciti a saltare sia la preghiera che la cena. Siamo proprio dei discoli. Vieni, passiamo un attimo in cappella e raccontiamo a Gesu’ quello che abbiamo visto. Penso che questa sia la preghiera migliore: non c’e’ bisogno di alcuna formula. Lui capira’ benissimo quello che abbiamo nel cuore”.

Fr Beppe Gaido


Incontro dei volontari di Chaaria - Torino, 25 Giugno 2011

La foto è stata inviata da Manuela Catalano....

domenica 26 giugno 2011

Un nuovo volontario

Abbiamo ieri accolto il dott Guidobaldi, medico dell sport di Torino.
Gli diamo il benvenuto nella nostra famiglia e gli auguriamo buon lavoro, ed una esperienza che corrisponda in pieno alle sue aspettative.
Oggi per lui e per la dottoressa Dassoni e’ pero’ una giornata diversa che dedicheranno ad una escursione nella foresta di Mukululu.
Per Federica si tratta di un momento di pausa dopo una settimana pienissima, e per Franco di un “ricostituente” prima della grande maratona che per lui comincera’ domani.

La comunita’ di Chaaria

Una nuova figlia di Dio nel nostro Ospedale







Oggi, festa del Corpus Domini, durante la solenne Messa per i malati in ospedale, abbiamo accolto nella famiglia di Dio la piccola Christine, ultima arrivata nella nidiata dei nostri orfani.
E’ stato un momento commovente come sempre!
Il sottoscritto e’ stato chiamato dal Parroco a rappresentare i genitori della piccolina, mentre Lydia Kathira ne e’ diventata la madrina.
Anche il rito del battesimo oggi ci ha rafforzato nel nostro impegno di servizio e di amore verso queste povere creature che cominciano la loro avventura qui in terra, con la grande sofferenza di vedersi privati dei genitori.
Come il celebrante ci ha ricordato, noi siamo la famiglia di Christine, ed oggi ci siamo presi l’impegno di farla crescere buona ed onesta, e di insegnarle i precetti del Vangelo prima di tutto con l’esempio e poi anche con le parole.
Non e’ seguito alcun rinfresco, ma pensiamo che Christine senta comunque il nostro grande affetto.
Ringrazio di cuore il fotografo dell’evento, Fr Giacarlo Chiesa.

Fr Beppe Gaido

L'alloggio dei volontari rimodernato



Ringraziamo di cuore il Superiore Locale Fr Roberto Trappa per l'impegno e la determinazione dimostrata nel portare a termine il lavoro di ristrutturazione degli alloggi per i volontari.
Ora il GUEST APPARTMENT e' molto piu' accogliente, con letti in legno che danno alle stanze un calore familiare prima sconosciuto. Ognuno dei letti e' fornito di zanzariera, ed anche i bagni sono stati migliorati rispetto a prima.
C'e' un salottino in cui alla sera i volontari potranno chiacchierare o giocare a carte: inoltre il terrazzino con le poltrone offrira' loro un almbiente alternativo per i momenti di relax sotto le stelle.
Prestissimo sara' a disposizione pure una nuova televisione per le serate insieme.
Anche questo e' uno sforzo per far sentire "a casa" i volontari che verranno ad aiutarci a Chaaria

La comunita' dei Fratelli

venerdì 24 giugno 2011

Bignamino per i volontari: Epilessia

Sindrome plurisintomatica, più frequente nei bambini piccoli e pz > di 65 anni, socialmente poco accettata in molte culture e spesso invalidante dal punto di vista scolastico/lavorativo.

La ipereccitabilità cerebrale a volte può essere secondaria (epilessia sintomatica):
- meningite, AIDS, cisticercosi, encefalite viraleàtessuto cicatriziale
- danno prenatale da infezioni materne, malnutrizione, deficit di ossigenazione, traumi
- strokes o attacchi cardiaci
- malattie congenite cerebrali
- tumori cerebrali
- demenza
- autismo, Down

Epilessia idiopatica
- spesso inclusi in qs categoria casi che in realtà sono su base genetica

CLASSIFICAZIONE (utile ai fini prognostico-terapeutici)
Da notare che a Chaaria la diagnosi e’ clinica in quanto EEG possibile solo a Nairobi con costi non accessibili alla maggior parte dei nostri pazienti.

A seconda del coinvolgimento si distingue in:

- parziale: La crisi parziale coinvolge normalmente solo un arto, o piu’ di un arto. Sovente coinvolge solo una emifaccia
La distinguiamo in:
Semplice (con mantenimento stato di coscienza)
Complessa (con alterazione de llo stato di coscienza)
Parziale con generalizzazione secondaria

- generalizzata : quando tutto il corpo e’ coinvolto. La distinguiamo in:
Assenze
Tonico.clonica
Tonica
Clonica
Atonica
Spasmi infantili

Quando un pz manifesta una crisi per la prima volta, in assenza di stimolo che la provochi:
- questo e’ considerato in genere un segno precursore di epilessia
- ciò nonostante, non necessariamente il Pz svilupperà una seconda crisi
- cercare eventuali fattori che predispongano ad una recidiva:
anamnesi familiare positiva
disordini neurologici preesistenti
storia di convulsioni febbrili
meningite, HIV,traumi, asfissia perinatale ecc
- test di laboratorio (elettroliti, glicemia, assetto epatico, funzionalità renale) e puntura lombare da valutare a seconda del contesto clinico

Quando un pz manifesta 2 crisi, in assenza di cause scatenanti, a più di 24 ore di distanza:
- suggestivo di disordine epilettico che porterà a recidive
- occorre controllare e prevenire le crisi
- bisogna, quando possibile, identificare eventuali cause da trattare (TAC anche se molto costosa; RMN dal costo improponibile e solo a Nairobi)
- sostenere pz e famiglia da un punto di vista psicosociale

Terapia: -80% di risposte con monoterapia
- per ogni tipo di epilessia scegliere il farmaco più efficace, iniziando a bassa dose ed aumentando lentamente e progressivamente sotto controllo medico fino al raggiungimento dell’effetto voluto o alla comparsa di effetti collaterali.

FENOBARBITONE: utile in caso di epilessia
- generalizzata tonico-clonica
- parziale
- stato epilettico
Dose: 3-5 mg/kg/die in 2 somministrazioni
Effetti collaterali: iperattività, irritabilità, depressione delle funzioni cognitive
E’ comunque il farmaco che costa meno.

FENITOINA (epanutin): in caso di epilessia
- generalizzata tonico clonica
- parziale
- stato epilettico
Dose: 3-9 mg/kg/die in 2 somministrazioni
Effetti collaterali: irsutismo, atassia, rash, nausea, vomito, sonnolenza,discrasia
Ematica, ipertrofia gengivale.

CARBAMAZEPINA (tegretol) in caso di epilessia
- generalizzata tonico-clonica
- parziale
- controindicata nelle assenze
Dose: 20-30mg/kg/die in 3 somministrazioni, incominciando con 10 mg/kg/die
Effetti collaterali: vertigini, sonnolenza, diplopia, disfunzione epatica, anemia,
neutropenia. Controllare quindi regolarmente esami di funzionalita’ epatica ed emocromo.

ACIDO VALPROICO (depakin): in caso di epilessia
- generalizzata tonico-clonica
- assenze
- mioclonie
- epilessia parziale
- acinetica
Dose: 30-60 mg/kg/die in 3 somministrazioni incominciando con 10 mg/kg/die
Effetti collaterali: nausea, vomito, amenorrea, sedazione, tremori, epatotossicità

Si può sospendere la terapia antiepilettica?
- pur essendo una malattia cronica, alcune forme sono limitate a particolari fasi dell’infanzia
- si considerano fattori di rischio per andamento cronico:
insorgenza > 12 aa di eta’
disfunzioni neurologiche (handicap motori, ritardo mentale)
epilessia sintomatica
controllo raggiunto solo dopo molteplici attacchi
In un pz con completo controllo delle crisi per almeno 2 anni, in presenza di bassi fattori di rischio, si ha 80% di sopravvivenza libera da malattia dopo interruzione della terapia. Tale interruzione va comunque effettuata gradualmente nel’arco di 3-6 mesi per evitare l’insorgenza di male epilettico.
I Pz ed i parenti vanno informati che:
- crisi sono autolimitanti
- vanno evitati tentativi di aprire la bocca del Pz
- non va somministrata una dose extra di farmaci antiepilettici
- il Pz non va lasciato solo
- il Pz va rassicurato terminata la crisi
- vi è necessità di assistenza medica qualora la crisi duri più di 10’ o ci siano
crisi subentranti (male epilettico)
- occorre evitare che il Pz si faccia male
- sdraiare il Pz su un lato, allontanando oggetti potenzialmente pericolosi
- per quanto possibile, il Pz deve condurre vita normale con precauzioni
(guida, utilizzo di macchinari)
- la terapia va seguita regolarmente
- occorre fare attenzione ad interazioni (teofillina, eritromicina)
- sono fattori precipitanti la deprivazione del sonno, le luci tremolanti tipo
fiamme, l’abuso di alcolici.

Stato epilettico: -convulsioni continue per > 30’
- serie di convulsioni senza recupero dello stato di coscienza tra una e l’altra
E’ una emergenza medica, perché ci può essere la distruzione dei neuroni con danno cerebrale permanente (eccito-tossicità), acidosi lattica e mioglobinuria con necrosi tubulare acuta da convulsioni generalizzate,
ipotensione e shock da disfunzione del sistema nervoso autonomo.
Può essere dovuto a:
- terapia non corretta (scarsa, dimenticata, sbagliata, discontinua, inadeguata ad aumentate richieste per accrescimento corporeo, gravidanza ecc)
- alcool
- interazioni da farmaci
- lesioni riportate dal Pz (incidenti, abusi fisici)
- gastroenteriti
- disturbi metabolici (renali, epatici, elettrolitici)
- malattie cerebrali (ictus, emorragie, meningite, encefalite, malaria cerebrale, neoplasie, ascessi, traumi)
- intossicazioni
- iperpiressia
- ipoglicemia

Terapia:
diazepam
rettale 5 mg <3 aa, 10 mg > 3 aa
e.v. 0.15-0.30 mg/kg nei bambini, 10-20 mg negli adulti
Fenobarbital I barbiturici vengono utilizzati in alternativa a benzodiazepine ed a volte in associazione quando le benzodiazepine da sole non hanno ottenuto il controllo dello stato di male epilettico. Occorre attenzione per il rischio di depressione respiratoria.
Dose di attacco 15-20 mg/kg, seguita (dopo almeno 12 ore) da 3-5 mg/kg/die in 2 somministrazioni

Marialuisa Ferrando e Fr Beppe Gaido


giovedì 23 giugno 2011

Chaaria dermatologica, Torino formativa

Stiamo vivendo tre settimane di intensa formazione dermatologica, grazie alla presenza della dottoressa Federica Dassoni, dermatologa di Milano, gia’ collaboratrice dell’I.I.S.M.A.S. presso l’ospedale di Mekele (Etiopia) e di M.S.F. per un progetto in India.
Federica e’ ospite del superiore Fr Roberto Trappa e della nostra comunita’.
Grazie alla sua presenza abbiamo organizzato un “FREE DERMATOLOGICAL CAMP” qui a Chaaria, invitando pazienti da vari dispensari del circondario. Le visite dermatologiche sono naturalmente assolutamente gratuite.
Siccome poi la dermatologia su pelle “scura” e’ una delle nostre “croci” piu’ pesanti, Federica ci offre anche frequenti lezioni che tentano di coprire la maggior parte delle patologie dermatologiche piu’ frequenti qui a Chaaria.
E’ davvero importante che la Dott Dassoni riesca non solo a visitare i pazienti, ma anche a darci gli strumenti culturali per commettere meno errori quando lei non sara’ piu’ qui con noi.
Personalmente ringrazio il Superiore Locale Fr Roberto Trappa per aver concesso l’organizzazione di queste tre settimane clinico-formative che avranno certamente un grande impatto per un miglior servizio ai nostri malati anche in futuro.
Idealmente mi collego all’esercizio formativo per i volontari che si terra’ a Torino sabato prossimo... e ringrazio tutti coloro che vi parteciperanno, oltre che naturalmente l’Associazione Volontari Mission Cottolengo, gli organizzatori, i moderatori ed i docenti.
La formazione e’ sempre piu’ importante per rendere il nostro servizio via via piu’ efficace nell’alleviare i problemi per cui la gente si rivolge a noi. Una miglior formazione ci rende piu’ efficienti, efficaci e pertinenti nella nostra relazione di aiuto verso chi soffre.
Anche sabato prossimo sentite che noi di Chaaria sia li’ presenti con voi e sosteniamo pienamente il vostro sforzo formativo.
Mentre faticate ad apprendere i concetti che i relatori vi offriranno, pensateci qui impegnati ad imparare qualcosa in piu’ sulle malattie della pelle.
Concludo con una riflessione di tipo semantico: nel mondo anglo-sassone non si parla quasi piu’ di formazione; si parla invece di CAPACITY BUILDING.  E se ci pensiamo, e’ un’idea molto bella: infatti la nostra formazione non e’ mai un astratto esercizio culturale, ma sempre uno strumento per costruire (building) sempre migliori capacita’ (capacity) nel servizio a cui siamo chiamati.


PS: non posso non citare e non ringraziare anche il gruppo “Karibu Africa” che in Sardegna continua a lavorare per noi. Sappiamo che e’ stata organizzata una grande cena PRO-CHAARIA, a cui hanno partecipato circa 120 persone, tutte animate dalla volonta’ di fare qualcosa per noi. Che Dio vi benedica tutti!

Fr Beppe 
 

mercoledì 22 giugno 2011

La vita che sboccia dalla morte

Sono le 13.30 ed ho appena finito di mangiare. Mi avvio immediatamente in ospedale perchè vorrei tentare di finire tutti i pazienti prima dell’ora di preghiera. Appena uscito dal refettorio vengo come affascinato da una strana atmosfera pomeridiana. Il sole è torrido; non c’è un filo di vento; attorno a me tutto tace in quanto i Fratelli sono in camera per qualche minuto di “siesta”, e gli operai della manutenzione sono in pausa. Non si sente una mosca volare: neppure il normale gracchiare dei corvi o degli ibis. Si percepisce il profumo di fieno, che in questi giorni sta seccando sotto il solleone. Quasi impercettibilmente vengo colto da una forte nostalgia: mi ritrovo a sognare di quando, adolescente, ero a casa nel mese di agosto; di quando andavo in campagna, e al pomeriggio ci si fermava sotto un albero a consumare il “pranzo al sacco”, prima di riprendere con la raccolta delle pesche o delle patate. Cammino lentamente, un po’ assente e assorto nei miei
pensieri… ma appena giunto vicino all’ospedale, tutto ritorna di colpo normale: vengo salutato da lontano da una donna psichiatrica che crede che io sia suo marito; un gruppo di parenti sta aspettando informazioni sui loro degenti, prima di andarsene; altri ancora attendono, con chiari segni di impazienza, che io scriva la lettera di dimissione. Il sogno è durato poco: eccomi di nuovo circondato da bambini che piangono, mentre cerchiamo di trovare loro una vena, donne che si contorcono nei dolori del travaglio, uomini paralizzati che aspettano il fisioterapista, pazienti esterni che si lamentano per la vescica troppo piena e per il mio ritardo nel fare loro l’ecografia…
Appena arrivato in “room 17” la mia attenzione viene richiamata dal muggire continuo di una mucca stanca, che proviene dalla sala di attesa. Mi affaccio dalla finestra e vedo un gruppo di persone vestite poveramente che si affanno attorno ad un carretto trainato appunto da un bovino. Vedo il guardiano correre con la barella e capisco che si deve trattare di un caso di maternità, perchè vedo quasi tutte donne, con l’eccezione di un emaciato signore che cerca di tener calmo l’animale, e rimane a distanza dalla malata. Decido di uscire a vedere, prima di tutto per poter capire dove dirigere la paziente, se in sala parto, o in ambulatorio, o direttamente in reparto. La barella mi passa vicino velocemente e mi rendo conto che è già tutta piena di sangue. Capisco che la situazione è una emergenza vera: chiamo i laboratoristi per il gruppo sanguigno e per la trasfusione urgente. Faccio mettere la paziente in sala travaglio, perchè lì abbiamo una buona barella ed una luce
discreta. Solo ora mi accorgo che con lei c’è una nuova creatura: una bambina in ottima salute, tra le braccia di una delle accompagnatrici. Raccolgo un po’ di storia. La paziente aveva deciso per il parto a casa, come già aveva fatto altre 3 volte.
E' arrivata in pessime condizioni a causa di una placenta ritenuta. Aveva partorito il giorno precedente ed aveva continuato a sanguinare. Capisco adesso che l’uomo che si prende cura della mucca fuori è in realtà il marito: è arrivato esausto perchè aveva trasportato la donna su un "biroccio" in un viaggio durato 9 ore. Mi rendo conto che la mamma ha bisogno di sangue immediatamente: abbiamo provveduto subito alla trasfusione, che già stava gocciolando nelle sue vene dopo appena 15 minuti; abbiamo eseguito la rimozione manuale della placenta con un “briciolo appena” di anestesia in quanto la mamma era già di per sè quasi incosciente. Purtroppo però era troppo tardi. La malata è spirata dopo poco più di un'ora.
Solo a questo punto, su consiglio di una donna che più tardi si è presentata come la madre della paziente, chiamiamo il marito, che era rimasto fuori pieno di speranza.
Era poverissimo e lacero; sconvolto dalla grande perdita, non poteva darsi pace. Continuava a ripetere che non sapeva come fare adesso, anche perchè aveva altri bambini piccoli a casa.
Sono rimasto a lungo in silenzio, non sapendo cosa dire e provando una strana sensazione che mi seccava le parole in gola.
Penso al dramma del dolore umano, al continuo intersecarsi di vita e morte; al mistero dei bambini che non conosceranno mai la loro mamma, e a quello delle giovani donne che piangono la scomparsa di un figlio adolescente magari “portato via” da una overdose. Morire durante il parto poi sembra proprio un controsenso, una condizione così innaturale: una donna coltiva la vita nel suo grembo per nove mesi, e poi quando questa sboccia è come se le succhiasse l’anima a tal punto che lei se ne deve andare. Che mistero e che dolore grande! E’ meglio non pensarci tanto e rivolgere la nostra attenzione agli altri pazienti che ancora hanno bisogno di noi.

Fr Beppe


martedì 21 giugno 2011

Una cisti ovarica torta

Sembrava una gravidanza ectopica di andamento cronico all'ecografia, ma poi aprendo l'addome ci siamo trovati di fronte ad un caso del tutto diverso, che fortunatamente siamo riusciti a risolvere senza problema.
Era in effetti una cisti ovarica necrotica a causa della torsione del peduncolo.
L'intervento ha avuto qualche piccola difficolta' in quanto la torsione deve essere avvenuta lentamente, e quindi l'omento aveva preso aderenza sulla cisti. Il lavoro di scollamento e' pero' risultato piu' facile del previsto (soprattutto privo di emorragia), ed il clampaggio con legatura del peduncolo senza grossi problemi.
Siamo contenti di aver potuto aiutare questa giovane donna di 21 anni.

Dr James Ogembo e Fr Beppe Gaido



Quando vince la morte

Ogni volta che si viene sconfitti dalla morte, si prende coscienza della propria inadeguatezza e dei propri limiti. Spesso capita che la gente ti guardi come un semi-dio ed attenda da te la risposta a tutti i suoi problemi. Questa esperienza quotidiana, lungi dal riempire di superbia, fa invece una paura da crepare, visto che io so benissimo chi sono, conosco i miei limiti anche professionali, e so che qui non ho primari a cui chiedere consiglio o dove fuggire quando la responsabilità diventa troppo pesante.
Oggi ho ripreso coscienza del killer più terribile che ancora falcidia l’Africa: la malaria.
Ho ricoverato in mattinata una bellissima ragazzina di 17 anni, inviataci da un dispensario rurale: dovevo fare una ecografia e capire se la sua era una gravidanza gemellare o una singola, con bambino troppo grande per un parto naturale. Ricordo di aver fatto il test con calma, facendo vedere alla mammina gli occhi, le labbra e i movimenti di deglutizione del suo bambino ancora “ non nato”. Mi ha anche chiesto se potevo dirle di che sesso era: con un colpo di fortuna ho visto che si trattava di un maschietto e ne abbiamo parlato. Il cuore fetale batteva benissimo, ed io ho detto che avremmo dovuto fare un cesareo per evitare complicazioni.
Davanti a me Rodah non ha battuto ciglio, e sembrava tutto organizzato: forse era timida di fronte ad uno “stregone bianco”… giunta però dall’ostetrica ha cominciato a dire che non voleva l’operazione e che avrebbe desiderato provare con il travaglio almeno fino all’indomani, quando sua mamma sarebbe venuta e le avrebbe dato un consiglio. Io ho fatto di tutto per convincerla, ma questo ci ha fatto perdere almeno tre ore. Quando finalmente, dopo minaccia di portarla a partorire a casa, lei ha deciso di accettare l’intervento, quasi istantaneamente ha iniziato a tremare con un brivido scuotente e continuo. Io pensavo che si trattasse di panico, ma poco dopo abbiamo misurato una temperature di 41°C.
La paziente dopo pochi minuti già delirava e vomitava bile, mentre il battito cardiaco fetale peggiorava molto rapidamente. L’abbiamo portata di peso in sala operatoria ed abbiamo fatto il cesareo più veloce della mia vita…credo di averci messo un minuto dal taglio della cute alla estrazione del bambino. I tessuti materni erano bollenti a causa della febbre alta e con mio grande dolore ho invece sentito che il bimbo era invece freddo e bianco come un cencio. Jesse ha tentato la rianimazione mentre io e Makena continuavamo l’intervento che doveva durare il meno possibile visto che la paziente aveva seri problemi respiratori e pressione bassa.
Ad un certo punto però le parole dell’anestesista ci hanno come “assassinato”: “né battito cardiaco né attività respiratoria”.
Avrei voluto urlare, ma dovevo andare avanti a cucire, ed anche in fretta perchè Jesse continuamente mi ricordava i parametri sempre meno incoraggianti della malata. Ho detto a Make: “ Coraggio! Se no, perdiamo anche la madre”… Alla fine ce la abbiamo fatta, lottando non poco anche contro la forte emorragia.
Uscendo dalla sala operatoria non ho potuto riflettere, perchè i pazienti esterni erano in agguato a ricordarmi che ero in ritardo, che loro venivano da molto lontano e che stavano per perdere l’ultimo “matatu”.
Ora è tardi: sono tornato a vedere Rodah che è in un lago di sudore e sanguina ancora un po’. E’ confusa e non mi riconosce a causa della malaria cerebrale: non sa ancora che quel figlio maschio che abbiamo contemplato a lungo attraverso il monitor poche ore fa, adesso è già in obitorio. Non so quando potremo dirglielo: sarà un altro duro compito che spetta sempre e solo a me non appena la malata sarà completamente cosciente.
Sono un po’ a terra e mi sembra di non aver fatto nulla di buono. Offro a Dio questa mia sensazione fallimentare e lascio a Lui la decisione se oggi sia stata una giornata positiva o negativa.
Lo so che il nostro compito non è quello di spiegare le ragioni del male, ma piuttosto quello di impegnarci corpo e anima per alleviare un po’ di sofferenza. Lo so che non siamo chiamati a fare della filosofia sulle spalle di chi non sta bene, ma piuttosto a tirarci su le maniche e a condividere la nostra vita con loro. Questo è esattamente quello che cercherò di fare anche domani.

Fr Beppe Gaido