mercoledì 29 ottobre 2014

La morte che sempre ci sfida e ci scoraggia

Sono le 4.45 del mattino. Non ho dormito quasi nulla grazie all’ameba che ha causato un cataclisma all’interno della mia pancia: mi sono rigirato nel letto per ore tra i crampi, aspettandomi sempre la prossima occasione per correre sul water.
Le mie condizioni generali non sono delle migliori, quando improvvisamente suona il cicalino: “Doctor, Peninah vuole che tu venga ad aiutarla in maternita’, ma non si tratta di cesareo…”
Mi alzo svogliatamente e mi dirigo verso l’ospedale. Mi rattrista udire il rombo del generatore: siamo di nuovo senza luce.
Peninah non e’ in sala parto, ma in room 20. E’ alle prese con una giovane donna gravida, con convulsioni continue. Le ha gia’ praticato del valium in vena, e le tremende scosse che deformano la sua bellezza diciottenne si stanno riducendo, anche se il respiro e’ davvero terribile: sembra ormai in edema polmonare.
“La pressione arteriosa e’ alle stelle”, ansima Penina, chiaramente in preda al panico.
“Da quanto tempo e’ in ospedale?”.
“E’ arrivata da pochi minuti e non sappiamo nulla di lei perche’ e’ giunta sola, ed ora e’ incosciente”.


Con il piccolo ecografo portabile tento una difficilissima eco al letto, con malata estremamente agitata e trattenuta a fatica da Dorothy ed Evanjeline: il feto e’ vivo. Il battito cardiaco e’ presente, ma siamo di fronte ad una gravidanza di circa 8 mesi. Il bambino e’ piccolo… troppo piccolo per un cesareo. Non so bene cosa sia meglio fare.
Ricordo con dolore quanto mi e’ capitato alla vigilia di Natale. Era un caso simile, anche se meno grave. Avevo deciso di estrarre il bambino chirurgicamente, per salvare la vita della madre. All’inizio sembrava la decisione giusta, in quanto il piccolo aveva pianto subito, nonostante il fatto di essere meno di due chili di peso corporeo; poi pero’, le sue condizioni respiratorie erano precipitate rapidamente, fino alla sua morte, dopo meno di due giorni.
Ho quindi ritenuto meglio non ripetere l’esperienza e cercare di abbassare la pressione con terapia medica, in modo da permettere un parto a termine o un cesareo quando il feto sara’ grosso abbastanza da non avere problemi nel periodo postnatale.
Ma in medicina e’ sempre molto difficile fare la scelta giusta.
Doris peggiora rapidamente, nonostante gli anti-ipertensivi in vena, il fenobarbitone ed i diuretici. La pressione continua a salire ed arriviamo a 280/150.
Ormai i suoi polmoni sono cosi’ pieni d’acqua che le esce schiuma dalla bocca.
“Operiamo lo stesso, anche se il feto morira’, almeno per tentare di salvare la giovane mamma”.
“Pensi che Jesse tentera’ un’anestesia in una situazione tanto disperata?”
“Non lo so. Per ora svegliamolo”.
Poi il caos.
Prima dell’arrivo dell’anestesista, la paziente inizia a vomitare materiale nerastro (certamente sangue) dalla bocca e dal naso.
“Corri a prendere l’aspiratore!”
Ma tutto sta andando in sfacelo. Il respiro, dapprima stertoroso, si fa periodico e poi cessa del tutto: alzo lo sguardo e vedo Jesse insonnolito:
“Prendi l’ambu, e comincia a massaggiarla”
Il vecchio anestesista pompa ritmicamente sul torace della donna, e mi indica quando insufflare ossigeno:
“Uno, due, tre… pompa. Uno, due, tre… pompa!”
“Peninah, come sono le pupille?”
“Dilatate e fisse. Non rispondono alla luce”.
“Per favore, prendi il fonendo e prova a verificare se c’e’ attivita’ cardiaca”.
“Nulla!”
Ci guardiamo sconsolati e sconfitti.
“Cerca il fetoscopio e dimmi se il bimbo per caso e’ ancora vivo”.
Passano attimi eterni, in cui osserviamo la nostra infermiera curva
sul cadavere ed intenta ad ascoltare con attezione, cercando
improbabili segni di vita.
“Anche il battito fetale e’ scomparso”.
“Sconfitta totale. Alla vigilia di Natale abbiamo perso solo il feto.
Oggi abbiamo perso anche la mamma”.
Nessuno parla. Peninah rimuove la flebo in silenzio. Jesse scuote la testa mentre pulisce l’ambu imbrattato di sangue. Evanjeline piange senza falsi pudori. Io mi siedo scoraggiato e scrivo in cartella quanto e’ successo.
In pochi minuti il nostro team si dissolve. Jesse torna a casa, ed io vado in cappella quando gia’ sono iniziate le lodi mattutine: parlero’ a Dio di questa nuova disfatta di fronte alla forza immane della malattia.

Fr Beppe


Nessun commento:


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


Guarda il video....