Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


venerdì 19 dicembre 2014

Articolo da "La Stampa" - di Davide Lessi e Stefano Rizzato



“Vedo giovani sani e forti consumarsi davanti a me” 

Un male peggiore della guerra e delle ferite. Un virus che si può arginare, ma che troppo spesso non lascia speranze. “Vedi giovani che erano sani e forti e letteralmente ti si consumano davanti. Vorresti fare tante cose, ma spesso non puoi fare quasi nulla”. C’è tutto questo nella tragedia di ebola ed è anche questo che spinge Elena Giovanella, anestesista, 42 anni, a stare in prima linea. Lì, dove più serve. «In trincea», come dice lei, nel nuovo ospedale gestito da Emergency a Goderich: nei sobborghi di Freetown, Sierra Leone. “Lavoravo a Torino – racconta – ma da una decina d’anni ho scelto di portare le mie competenze dove possono fare la differenza. Sono stata in situazioni di guerra in Sudan, Cambogia, Afghanistan. Niente però è come ebola: la mia missione più difficile. Lo è perché affrontiamo pazienti critici e che peggiorano rapidamente. Per le barriere tra medico e malati. Perché servirebbero più medici, ma tanti ospedali non li lasciano partire”. Dover evitare ogni contatto è difficile anche sul piano emotivo. Vedere un collega che s’ammala, e torna d’urgenza in Italia, quasi insopportabile: “È un amico, uno dei medici più preparati e intelligenti che conosca, stava molto attento a tutti i protocolli di sicurezza. Il nostro lavoro qui è difficile, ma è un’eccellenza italiana. Ora tutti ci devono dare una mano.










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