lunedì 16 giugno 2008

Un mese da... africana

Non importa da dove tu arrivi, quali esperienze hai alle spalle, cosa ti aspetti di trovare...l’importante è che per qualsiasi strada, per qualsiasi ragione, tu sia giunto lì, dove il cielo sembra quasi cadere sulla terra, e la natura fa sfoggio delle sue rappresentazioni più affascinanti e suggestive. Se a tutto questo si aggiunge uno sfondo di assoluta povertà e miseria, in un vissuto di drammatica solitudine e sofferenza tra l’indifferenza di chi non conosce abbastanza questa realtà e le profonde contraddizioni di chi la vive quotidianamente...non puoi non lasciarti rapire il cuore da tutto ciò. È quanto è successo a me, andando a Chaaria per la prima volta. Ho visto un’Africa diversa da quella che i mass-media presentano di solito. Ho toccato con mano quanto cruda sia qui, a volte, la realtà. Eppure quello che affascina è proprio la presenza di un paesaggio incantevole, una natura ancora incontaminata, che diventa lo scenario su cui l’uomo scrive la propria storia di lotta quotidiana per la sopravvivenza. Sopravvivenza da chi, da che cosa? Dalla nostra noncuranza,dalla nostra cecità e sordità. Dal nostro egoismo e da una logica di mercato che pochi hanno il coraggio di denunciare.

Dopo questa esperienza sono convinta che per poter comprendere qualcosa dell’Africa bisogna esserci stati. Ecco perché l’importante è arrivarci in Africa, per poter capire, per poter sperimentare in prima persona cosa può voler dire vivere anche un solo giorno in mezzo a loro, come uno di loro. Quello a cui non siamo mai abbastanza preparati è il trovarci di fronte alla persona umana sofferente e dover fare i conti con la nostra impotenza,il non poter far abbastanza perché ci mancano i mezzi, a volte anche quelli più banali. Per quanto ci si possa preparare psicologicamente e professionalmente,ad una esperienza simile, credo che l’Africa con la sua realtà riesca sempre a spiazzarci, a sorprenderci, a sconvolgere i nostri schemi occidentali. Sono stata lì circa un mese, e cosa ho fatto? Ho cercato in primo luogo di imparare da loro. Mi ha molto aiutato essere lì come studente tirocinante. Così come per ogni tirocinio, anche questa volta ho iniziato cercando di osservare e di apprendere da loro. Ho dovuto lottare interiormente con me stessa tante volte, per non lasciar prevalere un certo pregiudizio di superiorità della mia cultura rispetto alla loro. Ma alla fine la semplicità di queste persone mi ha conquistata. Credo che la realtà di Chaaria più che raccontata a parole vada soprattutto mostrata visibilmente per quello che è. Se potessi ritornare e magari per un periodo di tempo maggiore, mi piacerebbe approfondire la conoscenza della cultura di queste persone, cosa può voler dire per loro la malattia, la sofferenza, la morte. Questo, credo, mi aiuterebbe molto ad assisterli in modo più globale, più rispettoso, più consono alla loro identità.

Una volontaria.


1 commento:

Anonimo ha detto...

Grazie di cuore per la tua testimonianza che sento anche mia e che mi ha commosso. Grazie soprattutto che hai compreso e condiviso che non si può capire nè giudicare l'Africa senza esserci stati. E poi grazie per aver voluto imparare dai nostri poveri che sono davvero dei maestri di vita, prima di tutto per me. Ciao. Fr Beppe


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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