Benvenuti nel Blog dell'Associazione Volontari Missioni Cottolengo (onlus)





Entrate a cuore aperto,

vi entreremo nel cuore...

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Un bimbo al mattino andava sulla spiaggia a ributtare le stelle marine che erano portate in secca dalle onde.

Quando qualcuno lo vide, gli disse che tale lavoro era completamente inutile, perchè egli non sarebbe mai riuscito a ributtare in mare tutte le migliaia di stelle, che si trovavano sul bagnasciuga.

Il bambino con calma guardò la stella che aveva ancora in mano, la buttò in acqua e poi rispose: "per questa stella sicuramente non è stato inutile".

Chiunque abbia voglia di aiutarci in questo intento, fosse anche per salvare una sola stella... non sarà stato invano. Grazie.

Nadia Monari


Leggi "Chi siamo", "La storia dell'Associazione" e "Le nostre Missioni"

Lettera del Superiore Generale, Fr. Giuseppe Meneghini


domenica 29 novembre 2009

Progetto "Occhiali per l'Africa"


Nell’ambito del Progetto, in due incontri (il 12 e il 20 novembre) è avvenuta la donazione all’Ospedale di Chaaria di un importante strumento per l’ambulatorio ottico/oculistico: una lampada a fessura. Donatore è stato il Lions Club Albinea “Ludovico Ariosto”.
20.11.09 Foto di gruppo.jpg


Riporto alcuni testi relativi agli interventi avvenuti nell’ambito degli incontri.

Prof. Alessandro Corsini, coordinatore del progetto



Il progetto
Prof.ssa Battilani Cecilia, insegnante di laboratorio ottico

La delegazione Lions in visita al laboratorio ottico.jpgIl Progetto “Occhiali per l’Africa”, nato il 7 gennaio 2005 con finalità professionali e di cittadinanza attiva, produce occhiali da vista sulla base di prescrizioni provenienti dall’Ospedale del Cottolengo in Kenya.

Il progetto è nato per:
· Offrire agli studenti ottici, con abilità specifica nelle attività di laboratorio, l’opportunità professionale di produrre occhiali per pazienti reali su prescrizione optometrica, fornendo loro in tal modo anche uno stimolo molto forte sul piano delle motivazioni allo studio e all’impegno nelle esercitazioni pratiche.
· Dare l’opportunità a Strutture sanitarie operanti nel Terzo Mondo in favore delle persone povere, di rispondere al bisogno di occhiali, senza aggravio di spesa per quanto riguarda la realizzazione dei medesimi.
· Realizzare una concreta collaborazione tra Scuola, Aziende e Strutture sanitarie del settore, e Istituzioni, nello spirito della tanto auspicata integrazione delle Istituzioni scolastiche autonome nel territorio.
Dall’inizio del progetto abbiamo costruito 124 occhiali su prescrizione specifica: tra questi segnalerei 8 occhiali bifocali, 2 occhiali progressivi e 26 occhiali, per persone ipovedenti di età compresa tra i 6 e i 24 anni, con lenti da -5, -6, -7, -10, -11, -12, +13, + 16; abbiamo inviato anche 1327 occhiali da lettura premontati di varia gradazione e tipologia (954 chiari e 373 bifocali ombrati).

Dallo scorso anno poi la collaborazione è allargata anche agli ospiti indigenti delle Case di riposo FeDiSA e ai pazienti poveri che si rivolgono ai Centri di Ascolto della Caritas reggiana.

Oltre alla produzione degli occhiali, il progetto si è preoccupato negli anni di trovare finanziamenti per provvedere l’ambulatorio ottico/oculistico africano degli strumenti essenziali dei quali era sprovvisto.

Inizialmente sono stati inviati in Kenya un interpupillometro elettronico (pagato dalla Caritas) e una valigetta di lenti di prova (donata da un ottico veronese).

Dal 2006 poi si è avviata la collaborazione con il Lions Club Albinea “Ludovico Ariosto” che si è fatto carico prima della donazione di un La Lampada a fessura.jpg“Frontifocometro” (con una spesa di 1035 Euro) ed oggi di una “Lampada a fessura” (con una spesa di 2872 Euro).

Questo strumento è molto importante perché permette osservazioni globali dell'apparato oculare.

Quale insegnante dell’IPSIA Galvani sono molto soddisfatta di questa sinergia tra Istituzioni che inserisce l’Istituto nel territorio e permette al Progetto Occhiali per l’Africa di operare sempre meglio, a vantaggio di tutti: degli studenti impegnati, dei pazienti africani ed ora anche dei pazienti reggiani in condizione di bisogno grave.




Circa la sperimentazione con gli anziani
prof. Salzillo Giulia, insegnante di laboratorio ottico


Con questo progetto, siamo pertanto riusciti a creare tutte le fasi che i ragazzi possono incontrare nel loro futuro lavorativo, che solo con lo svolgimento delle normali lezioni scolastiche non è facile simulare adeguatamente. Fasi quali ad esempio possono essere la misurazione della vista, la rilevazione dei parametri fondamentali, la scelta della montatura e delle lenti, il montaggio dell’occhiale e il controllo e la consegna dell’occhiale al paziente.
Un altro aspetto formativo molto importante per i ragazzi della classe Quinta, è stato rapportarsi con persone anziane con qualche problema motorio, di udito o semplicemente di vecchiaia: superati i primi normali timori sono riusciti a eseguire il loro lavoro. (…)
A tutti sicuramente rimarrà impresso il Sig. XXXXXX , che con la sua miopia di –16.00 Diottrie andava in giro senza occhiali; dopo avergli consegnato gli occhiali il suo viso ha cambiato espressione come se si fosse accesa la luce per la prima volta dopo tanto tempo. Oppure la Sig.XXXXXX di 90 anni che durante l’esame della vista abbracciava l’alunno che lo eseguiva e gli diceva: “Che Dio ti benedica”.




La parola del Presidente del Lions Club Albinea e del Governatore del Distretto 108tb 

Parlando agli studenti il Presidente del Lions Club Albinea, l’ing. Lucci ha detto: “I Lions Club intendono dare ai giovani di tutto il mondo l’opportunità di contribuire individualmente e collettivamente allo sviluppo della società quali membri responsabili della comunità locale, nazionale e internazionale. Per questo, insieme alla Dott.ssa Casoli che mi ha preceduto, ho appoggiato subito il progetto “Occhiali per l’Africa” perché coinvolge diverse istituzioni, ma soprattutto perché coinvolge gli studenti che vedono la loro opera portata all’estero, servire a pazienti che beneficeranno degli occhiali che questa scuola insegna loro a costruire; è così superata la frattura tra scuola e territorio, tra scuola e vita reale.”
La prof.ssa Ardizzoni Magi, Governatore del Lions Distretto 108tb, ha detto: “La scuola, i giovani e le loro famiglie che ho conosciuto nella mia attività come insegnante sono ancora nel mio cuore. Sono onorata oggi di essere qui per sostenere questa sinergia tra Lions e Scuola che ben si inserisce nella nostra volontà di essere al servizio degli altri per offrire positive prospettive di vita. Questa mattina è stato concretizzato il nostro lavorare insieme noi, voi ragazzi del Galvani ed altri operatori e giovani del lontano Kenya: questo è bellissimo, serve a costruire la comprensione tra i popoli, a comprendere che chi ha avuto di più dalla vita è moralmente tenuto a dare. Mi auguro che questa collaborazione continui perché la scuola sia sempre più vicina alla realtà sociale globalizzata”.
L’interesse della delegazione Lions per il progetto e l’attenzione rivolta agli studenti hanno dato prova dell’effettivo impegno del Lions Club Albinea nello spirito del “We serve”. 

L’intervento di un volontario cottolenghino il 12.11



Paolo Riggio, referente per l’Emilia Romagna

Quale referente per l'Emilia Romagna dell'Associazione Volontari del Cottolengo desidero esprimere al Lions Club Albinea e all'Istituto Galvani la gratitudine del Cottolengo per questa seconda preziosa donazione in favore dell'ambulatorio ottico-oculistico dell'ospedale di Chaaria.

Sono un volontario cottolenghino da circa sette anni e due volte ho avuto l'onore d'essere a Chaaria, e sono stato testimone diretto di come, anche nel continente più povero - perché più depredato: l'Africa - il Cottolengo con tenacia mantenga l'impegno per cui il santo fondatore Giuseppe Benedetto Cottolengo ostinatamente volle – il lontano 27 Aprile del 1832 – la nascita della Piccola Casa a Torino. Vale a dire semplicemente questo: dare sollievo e cure a coloro che non ne hanno, agli “ultimi della società”.
La spiritualità del Cottolengo è infatti tutta incentrata nel vedere nel volto d'ogni ultimo, sofferente, abbandonato, il volto di un Maestro, il volto di Gesù. L'uomo Cottolengo aveva capito, aveva interiorizzato e sperimentò che la ricchezza non risiede tanto in ciò che si possiede, ma in ciò che si è in grado, con amore, di donare: il proprio tempo, le energie, le risorse; nel suo caso l'intera vita.
Nella mia esperienza di volontario al Cottolengo ho avuto l'onore di conoscere tanti maestri, splendidi esempi di vita come molte suore e fratelli che quotidianamente donano se stessi senza aspettarsi alcuna ricompensa: la ricompensa è spirituale, è il dono di sé... e di incontrare tanti maestri fra i malati, fra coloro che quotidianamente portano la croce della propria infermità – spesso così intrinsecamente legata all'intera esistenza –, di portare questa croce con dignità. Persone dalle quali ho attinto e attingo moltissimo: è esperienza comune fra chi sceglie di far volontariato quella di ricevere infinite volte più rispetto a ciò che si è in grado, con amore e umiltà, di offrire.

In una regione poverissima quale è il Meru – dove si trova dislocato l'ospedale di Chaaria – il Cottolengo opera con due strutture fra loro adiacenti: una missione e un ospedale. Nella missione risiedono più di cinquanta persone affette da disabilità mediamente gravissime, persone che la nascita aveva condannato a precocissima morte: la gravità della malattia - combinata all'assenza d'autonomia - rappresenta purtroppo spesso sentenza inappellabile. Ebbene queste persone ricevono cure, fanno terapie riabilitative, terapie occupazionali; grazie al lavoro di operatori competenti viene loro quotidianamente restituito ciò che di più caro ciascun essere umano possiede: la dignità della propria vita.
Situato accanto alla missione si trova l'ospedale – l'ospedale che da così lontano state aiutando. Ogni giorno vi sopraggiungono dall'intera vastissima regione moltissimi malati per ricevere prestazioni mediche.

Grazie alla qualità del servizio offerto, in breve tempo, l'ospedale di Chaaria è divenuto un punto di riferimento per migliaia di persone, anche persone affette da malattie agli occhi: avere difetti visivi e non potersi permettere le cure condanna alla marginalità sociale.
Per questo motivo si decise di attivare – ormai diversi anni addietro – un ambulatorio oculistico. Ogni primo venerdì del mese un ottico-oculista raggiunge l'ambulatorio dove trova, ad aspettarlo, fra le trenta e le cinquanta persone.
Per chi ha un po' di denaro non si presenta alcun problema, ma per coloro che vivono in condizioni d'indigenza gli occhiali sono un bene di lusso, il cui costo può rappresentare uno scoglio insormontabile. E qui si materializza qualcosa che, ne sono sicuro, renderebbe felice e orgoglioso di voi Benedetto Cottolengo: le prescrizioni inerenti i pazienti più poveri intraprendono per via telematica un viaggio di diverse migliaia di chilometri e giungono qui, all'Istituto Galvani. A questo punto voi costruite gli occhiali, questi partono in direzione della Piccola Casa di Torino e da lì giù a Nairobi dentro le valigie dei volontari che mensilmente muovono in direzione di Chaaria.
La Provvidenza – al Cottolengo è risaputo – ha un enorme fantasia e conosce infinite vie per manifestarsi. Pare che una di queste strade abbia avuto la benevolenza di collegare Reggio Emilia al Kenya.

E così tante persone assolutamente indigenti, costrette dal disturbo visivo a vivere ai margini della società, hanno beneficiato degli occhiali che avete costruito. In molti casi avete “ridato la vista” a persone che l'avevano gravemente compromessa. So, ad esempio, di ragazze orfane con gravi difetti visivi o di pazienti albini con capacità visiva molto bassa.

Ragazze e ragazzi, siatene consapevoli: il valore di quest'opera non ha prezzo.

Nonostante l'impossibilità di vedere il paziente avete operato in maniera eccellente dal punto di vista tecnico e professionale: gli occhiali sono sempre risultati ben fatti e adeguati al bisogno. Ora, con gli strumenti donati in questi anni, l'ambulatorio possiede quanto necessario e potrà operare ancora meglio.
Di tutto questo il Cottolengo, a nome di coloro che aiutate, vi è profondamente grato ed esprime tutto l'apprezzamento per il progetto “Occhiali per l'Africa”: progetto che unisce in sé il valore dell'esercizio della professione con quello di una solidarietà internazionale vera ed efficace.

La missione e l'ospedale di Chaaria vivono grazie all'infaticabile opera di fratel Giuseppe, Lorenzo, tanti fratelli locali, le suore e tanti, tantissimi collaboratori, tra cui le decine di volontari - italiani, europei - che ogni anno scendono a portare il proprio contributo competente e disinteressato e di tanti sostenitori che intervengono con le loro donazioni: sappiate, carissimi ragazzi e insegnanti, che fra questi volontari competenti e generosi ci siete anche voi; e voi, cari amici del Lions Club Albinea “Ludovico Ariosto”, sappiate che se in Kenya, a Chaaria, c'è un ambulatorio oculistico ed ottico efficiente è anche grazie a voi.

Di nuovo e di cuore: grazie

paolo riggio



L’intervento di Lino Marchisio il 20.11.09
(Non avendo il testo dell’intervento, al momento posso solo riferire quanto segue)

Il Presidente dei Volontari del Cottolengo Dott. Lino Marchisio ha poi espresso la gratitudine dell’Associazione per questa seconda donazione che permetterà all’ambulatorio ottico oculistico di operare nel modo migliore, con la prospettiva per la prossima primavera di avere anche una sala operatoria nella quale poter operare la cataratta.




La testimonianza degli studenti


La conclusione dell’incontro ha visto protagonisti gli studenti che hanno raccontato la loro esperienza di lavoro nell’ambito del progetto poi hanno guidato la visita al laboratorio ottico.
Intervenendo tre di loro hanno detto quanto segue.
Studenti 1.jpgIn ogni esercitazione di laboratorio ottico noi realizziamo un occhiale; sappiamo però che quell’occhiale non sarà mai usato da nessuno. Quelle lenti dopo essere state valutate saranno buttate. Quando invece costruiamo un occhiale per l’Africa sappiamo che è tutto vero, ci sentiamo veramente ottici e sentiamo di collaborare ad un’opera sociale molto importante.Studenti 3.JPG
Quando si montano occhiali per pazienti dell’Africa siamo molto concentrati; dobbiamo cercare di non sbagliare … anche per non ritardare la spedizione. Montiamo anche lenti molto particolari, con poteri molto alti che a scuola non monteremmo mai e spesso questi pazienti sono molto giovani. È una grande soddisfazione perché questi ragazzi senza occhiali non possono vedere, mentre con gli occhiali potranno andare a scuola, potranno lavorare, … potranno tornare a vedere!
Il Progetto ci dà anche la possibilità di conoscere la grave situazione di povertà dei pazienti del Kenya per i quali costruiamo gli Studenti 2.jpgocchiali. Hanno bisogno di occhiali da vista, ma il costo rimane assolutamente troppo alto per loro. Di fronte a queste situazioni spesso si dice: “Non ci possiamo fare niente” ed invece collaborando con l’Ospedale del Cottolengo e con i volontari che da Torino scendono a Chaaria, con l’aiuto anche del Lions Club Albinea, noi stiamo sperimentando che “insieme” si può fare molto. E questo è molto bello.

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Notizie da Tachina

- RINGRAZIAMO DI VERO CUORE LE VOLONTARIE MARIA DEL CARMEN E RAQUELE DELLA PARROCCHIA DEHONIANA SAGRADO CORAZÓN DE JESÚS DI BAHÍA DE CARACAS, CHE SONO STATE FRA NOI DAL 12 AL 19 NOVEMBRE. ENCOMIABILE IL LORO SERVIZIO VERSO I PIÚ GRAVI : CUERO, EUCLIDES, ZAMORA.
IL SIGNORE VI RICOMPENSI PER IL BENE CHE AVETE FATTO QUI TRA NOI E BENEDICA LE VOSTE FAMIGLIE E LA VOSTRA COMUNITÁ PARROCCHIALE.
- ABBIAMO ACCOLTO DUE NUOVI OSPITI:
JULIO RECALDE ANDRAGO, CLASSE 1924, DI IMBABURA.
ANA DELICIA YOANES MARTINES, CLASSE 1930, DI ESMERALDAS.
¡BIENVENIDOS!
-SONO RIENTRATI IN ECUADOR DON MATTEO (COTTOLENGHINO) E PADRE RECHARD (TRAPPISTA): DUE NOSTRI GRANDI AMICI CHE GIÁ HANNO RIINIZIATO IL LORO SERVIZIO SACERDOTALE ANCHE TRA I NOSTRI ANZIANI, CHE SEMPRE HANNO PREGATO PER LORO E LI HANNO ACCOLTI CON GIOIA E RICONOSCENZA.









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Unici ed irripetibili

Sí, davvero!
Sono tornati alla Casa dal Padre altri due ospiti. Unici ed irripatibili.


MARÍA PIEDAD
María, della quale scrissi un articoletto il 30-4-’07 (“una storia da…Cottolengo”) per la sua ammissione, é la prima ospite che ho ricevuto qui a Tachina.
Aveva 79 anni. Tutti la ricordano con simpatía. Gli piaceva scherzare.
Camminava poco e per questo necessitava di molta fisioterapia. Gli ultimi tempi peró usava solo la carrozzina.
Mi commuoveva sempre quando scherzando sul suo naso, che suo marito una sera rientrando a casa ubriaco molti anni fa gli aveva “mangiato”, lei ancora lo scusava:” poverino, aveva bevuto un po’, non sapeva quello che faceva!”
Anche se ad Esmeraldas tutti la conoscevano, solo alcuni volontari della Caritas venivano a trovarla ogni tanto.
Anche la vita di María é stata una vita di sofferenze, privazioni ed abbandoni, che certamente gli hanno fatto guadagnare un bel posto in Paradiso.

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JOSÉ CUERO
Dicono che aveva 99 anni! In realtá era indocumentato.
Arriva da noi nel 2000.
Tipo estroverso ed originale. Simpaticissimo. Viveva in suo mondo pieno di tante piccole manie e gesti ripetitivi.
Non ha mai avuto amici particolari: Cuero voleva bene a tutti, ma faceva la sua vita.
Sapeva ridere e scherzare. Mai nessuno é venuto a trovarlo.
Gli ultimi giorni ha sofferto molto: non riusciva a deglutire neppure una goccia d’acqua.
Anche per te, caro Cuero é assicurato un posto in Paradiso: il Purgatorio lo hai giá vissuto qua.

Grazie María e grazie Cuero, per essere “passati” dall’Asilo. Con la vostra pazienza, la vostra bontá, Le vostre sofferenze e le vostre preghiere avete santificato un po’ questa nostra casa.
Continuate a farlo.


Fratel Maurizio


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sabato 28 novembre 2009

Pronto a tornare

Oggi si e' concluso il congresso, e domattina alle ore 5.30 inizia il rientro verso Chaaria.
Mi e' mancata tanto. Mi sono mancati i malati e l'attivita' frenetica.
Il bilancio del Convegno e' stato molto positivo: il Dr Morrone ed il suo team desiderano iniziare un rapporto di collaborazione che dovremmo formalizzare entro la fine dell'anno. Speriamo di poter ricevere il dermatologo che verra' da Mekele per la nostra formazione gia' per la fine di febbraio.
Inoltre il Prof Pala dell'Universita' la Sapienza di Roma desidera mandare dei medici e degli specializzandi in chirurgia generale e ginecologia. Mi ha promesso che si mettera' in contatto con la associazione a Torino.
Il Prof Kathami di Teheran e' stato entusiasta di quanto gli ho raccontato di Chaaria e si e' ripromesso di passare a farci visita e di aiutarci venendo a lavorare con noi per dei periodi.
Chiedo un vostro pensiero per il viaggio di domattina in quanto sembra che si sia rotto l'aereo per la tratta interna del volo, e non sanno se lo ripareranno in tempo...per cui sono incerto se riusciro' ad arrivare nei tempi prescritti o se dovro' spostare il volo da Addis a Nairobi. Speriamo di no.

 
Fr Beppe


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Solidarietà...con un corso di "lana infeltrita"

Ringrazio Loredana Guadagni, mia compagna di classe dei tempi del liceo, per aver organizzato a Pergine Valsugana un corso di "lana infeltrita", da cui parte del ricavato è stato devoluto all'Associazione, per il Chaaria Mission Hospital.
Nadia.

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Video foto collage di Chaaria

Si ringrazia la volontaria Natascia Berardinucci, per il montaggio del seguente video-foto collage del Chaaria Mission Hospital.






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venerdì 27 novembre 2009

Mekele-Meru

Mekele e' una bellissima cittadina di circa 50.000 abitanti. La corrente elettrica e' costantemente presente, e la vita scorre molto tranquilla. Siamo a circa 40 Km dal confine con l'Eritrea, ma non si vede alcuna pesante presenza militare. Gli abitanti sono molto accoglienti e si puo' passeggiare anche a sera tarda senza correre alcun rischio.
Rispetto a Meru e' molto piu' grande; le strade sono molto piu' spaziose, ed in genere la citta' sembra meno caotica.
Anche qui ci sono molti matatu che vanno su e giu', e, come a Mombasa, ci sono degli apecar, che fanno da taxi. Esiste anche un mezzo di trasporto piu' povero e piu' caratteristico: si tratta del calesse trainato da un cavallo.
Al mercato di Mekele la gente non ti urla: "uomo bianco". Hanno uno speciale rispetto per gli italiani, e, se possono, tentano di salutarti con il CIAO. Non bisogna contrattare sui prezzi, e loro non cercano di fregarti.
Anche qui, come a Meru, ci sono degli street boys che dormono per strada coperti da cartoni... forse ce ne sono meno che da noi. Pero' a notte tarda, per strada, e' normale vedere le iene: poveri piccoli che dormono sul marciapiede!
Mekele e' una citta' universitaria. Esistono due campus estremamente nuovi e moderni. La scuola in Etiopia e' sempre completamente gratis. Anche le scuole superiori e l'univertsita' sono gratuite. L'accesso avviene su base meritocratica. Tra le varie facolta', e' presente a Mekele anche quella di Medicina.
La citta' ha un aeroporto ed e' la capitale del Tigrai, la regione piu' sviluppata della Repubblica Federale.
Si vede abbondantemente la cooperazione del governo italiano che ha sponsorizzato sia la struttura dermatologica portata avanti dal Prof Morrone e dal team del San Gallicano, sia un nuovo ospedale per malattie infettive, sia una struttura di maternita' e pediatria. Tutte queste costruzioni, edificate e coordinate dal gruppo di Morrone, sono estremamente moderne.
Onestamente, rispetto allo sviluppo che vedo qui, la nostra situazione a Chaaria mi sembra un po' piu' arretrata: loro hanno reparti spaziosi e arieggiati, con grande spazio tra un letto e l'altro. Hanno camere di isolamento e letti moderni. Ma la bellezza di Chaaria, lo sappiamo, e' proprio nel numero altissimo di malati, che afferiscono per le nostre cure, e rendono il Cottolengo Mission Hospital un posto magico, al di la' di tutte le nostre innegabili carenze umane e strutturali.

 
Fr Beppe


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giovedì 26 novembre 2009

Al Congresso Chaaria è stata molto apprezzata

Qui a Mekele sono presenti medici e Professori da 16 Nazioni, tra cui Italia, USA, Svezia, Inghilterra, Germania, Slovenia, Iran, Pakistan, India, Australia, Olanda, Slovacchia, Tanzania, Zimbabwe, Kenya, Etiopia.
Tutti hanno apprezzato la mia semplice presentazione sui casi dermatologici piu' complicati di Chaaria.
Molti hanno espresso il desiderio di rimanere in contatto e di aiutarci nella diagnosi delle patologie dermatologiche piu' difficili.
Il centro di alleviamento della poverta' del San Gallicano di Roma, mi ha accennato alla possibilita' sia di mandare dermatologi a Chaaria per la nostra formazione, sia di ospitare un nostro infermiere a Mekele per due mesi, al fine di dargli un training dermatologico intensivo. Inoltre saranno disponibili alla diagnosi telematica se invieremo loro delle foto.
E' molto bello sperimentare questa fraternita' scientifica tra persone di cosi' diversa estrazione culturale e geografica, oltre che di credo religioso. Quello che accomuna tutti in questo congresso e' il desiderio di aiutare i piu' derelitti ed abbandonati.
Non ho sentito alcuna difficolta' a comunicare con persone che provengono da Continenti diversi, perche' tutti abbiamo un ideale che ci accomuna, pur in diverse situazioni di vita.
Al convegno sono presenti anche giornalisti, alcuni di radio Vaticana, ed insieme questa mattina abbiamo avuto un commovente momento di preghiera al cimitero dei caduti italiani qui a Mekele. Qui nessuno si vergogna della propria fede: ne' i cristiani, ne' i musulmani... e tutti sanno che sono un Fratello.


Fr Beppe

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I nuovi Calendari 2010

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Sono disponibili i nuovi calendari 2010, che come ogni anno vengono distribuiti al fine di raccogliere fondi destinati alle missioni cottolenghine di Chaaria (Kenya), Tachina (Ecuador) e Kerala (India).
Il contributo da versare per un calendario è di 6 euro.
Chiunque fosse interessato ad averlo, potrà farlo contattando i seguenti referenti dell'Associazione Volontari Missioni Cottolengo (Onlus). 
Un ringraziamento anticipato a tutti coloro che aderiranno all'iniziativa.

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IN PIEMONTE: 


FRATEL GIUSEPPE MENEGHINI - Superiore Generale    fratelli.cottolenghini@cottolengo.org
 

SUOR ANNA MARIA DE ROSSI     
BRUNO CASTELLINO    
ANNA MARIA GAIDO     
 
 

IN VENETO: 

ANTONIO BUONANNO    
 
ERIKA BAGGIO  

eri.baggio@gmail.com    oppure  
 
MARIA GRAZIA SCALCO   




NEL LAZIO:

DON PASQUALE SCHIAVULLI
Presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza di Roma - Via di Villa Alberici n.14

donpaschiavulli@gmail.com





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mercoledì 25 novembre 2009

Negltected tropical diseases

In questo Congresso molti autori sottolineano come il termine sia inappropriato, e come sarebbe piu’ opportuno parlare di popolazioni trascurate e dimenticate, piuttosto che di condizioni morbose in se stesse.
Molte delle neglected diseases sono un comune denominatore tra Chaaria e a Mekele, dove il Congresso da oggi continua a svolgersi.


1)  TRACOMA: e’ la causa piu’ frequente di cecita’ infettiva nel mondo; e’ una  malattia legata alla poverta’, all’inadeguato acceso all’acqua, e alla mancanza di strutture di sanificazione (abitudine di andare di corpo all’aperto). Il batterio e’ normalmente portato agli occhi dalle mosche che si depositano sul volto dopo essersi nutrite su escrementi umani: ecco perche’ i bambini piccoli sono tra i piu’ colpiti. Ecco anche perche’ i poveri che dormono per terra ed in capanne di fango sono piu’ esposti rispetto alle classi agiate. La terapia del tracoma conclamato dovrebbe valersi di varie strategie. L’OMS ha lanciato la alleanza per l’eradicazione mondiale del tracoma entro il 2020, ed ha coniato la “SAFE” STRATEGY: S per surgery (chirurgia), A per antibiotici, F per faccia pulita, E per environmental sanitation (creazione di latrine e gabinetti che prevengano il contatto tra mosche e feci umane).
2)  BILHARZIOSI: si tratta di una malattia infettiva, che sia a Chaaria che a Mekele e’ provocata principalmente da 2 parassiti: lo shistosoma mansoni, che causa infestazione intestinale, diarrea con sangue, cirrosi epatica e, in alcuni casi, carcinoma del colon. Lo shistosoma haematobium che invece da’ adito alla forma urinaria, con colonizzazione della vescica e grave ematuria, oltre che cirrosi epatica. Questa seconda forma puo’ causare carcinoma vescicale. E’ normalmente innescata dall’immersione in acque contaminate da feci o urina di persone infette. Il parassita entra prima in un ospite intermedio (che e’ una lumaca); qui completa il suo ciclo vitale e si trasfoma in un microscopico vermicello che e’ in grado di perforare anche la cute integra. La terapia e’ semplice e poco costosa se e’ assunta in fasi iniziali, prima che si siano instaurate le complicazioni. Altrimenti diventa sostanzialmente impossibile e la malattia puo’ essere mortale.
3)  L’ELEFANTIASI, cioe’ un gonfiore duro che colpisce normalmente gli arti inferiori ed i genitali, ed e’ difficilissimo da curare quando si e’ instaurato. A Mekele e’ causato il piu’ delle volte dalla filaria (malattia infettiva trasmessa da una zanzara), mentre a Chaaria si tratta di podoconiosi, cioe’ di una condizione dovuta al cronico ingresso nei capillari linfatici di microcristalli di silice della polvere attraverso microtraumi della cute dei piedi. E’ quindi una malattia di chi cammina scalzo, almeno da noi.
4)  DIARREE BATTERICHE E PARASSITARIE, sempre dovute al consumo di acqua contaminata. Soprattutto nei bambini al di sotto dei 5 anni di eta’ sono una importante causa di morte. Tra i parassiti responsabili di diarrea si nota una leggera differenza tra i due contesti geografici, con gli ascaridi al primo posto in Mekele ed i protozoi (ameba e giardia) a Chaaria.
5)  MALNUTRIZIONE, nelle due forme classiche di marasmo e kwashiorkor, sono presenti sia in Etiopia che in Kenya.
6)  LEISHMANIASI, una grave infezione causata da un gruppo di parassiti del genere leishmania. Anche in questo caso il vettore e’ una zanzara. A Chaaria prevale la forma viscerale, che e’ gravissima: si presenta come importante epato-splenomegalia (fegato e milza ingrossati), ascite (acqua nella pancia), estrema anemia e piastine basse, perdita progressiva di peso, ed infine morte. A Mekele invece la presentazione piu’ comune e’ quella cutanea o muco-cutanea, con ulcere croniche tondeggianti sulla pelle o/e nella mucosa nasale. La terapia e’ difficile e costosa, e viene eseguita con composti molto tossici.
7)  ONCOCERCOSI : DETTA ANCHE RIVER BLINDNESS, perche’ trasmessa da una zanzara che predilige le zone vicine ai corsi d’acqua. Si tratta di una filariosi che causa cecita’ e problemi cutanei. E’ presente a Mekele, ma fortunatamente assente a Chaaria.

Fr Beppe
 

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martedì 24 novembre 2009

Addis Abeba

E’ sempre una esperienza molto particolare arrivare nella capitale etiopica (per me la seconda volta): l’aeroporto e’ super moderno e ti lascia l’impressione di una metropoli avanzatissima.


Appena fuori pero’ l’impressione si modifica rapidamente: le luci elettriche ci sono anche lungo la strada; si possono vedere case molto “prominenti”, ma tra di loro si notano magioni in gran parte costituite di fango. Anche di notte i negozietti sono aperti: molti hanno l’elettricita’, ma altri usano una semplice lampada a petrolio. Certo poi ci sono quartieri eccezionalmente belli, come quelli vicini alla sede della Unione Africana: in quella parte della citta’ ci sono molti semafori, mentre in tutto il resto della capitale il traffico si deve regolare senza questo ausilio, perche’ i semafori sono pochissimi: ho gia’ visto un incidente tra due taxi a pochi minuti dal mio arrivo. Fortunatamente la macchina in cui mi trovavo non e’ stata coinvolta. Il mio taxista era molto gentile, come in genere la gente in Etiopia, e non ho avuto alcun timore quando, arrivato all’aeroporto completamente solo, ho dovuto chiedere di essere accompagnato in macchina all’hotel Semien, dove mi avevano gia’ prenotato la stanza.


L’altra cosa veramente impressionante per me e’ l’impatto con i lebbrosi: sono tantissimi; molti di loro vivono di elemosina sui grandi marciapiedi della capitale. I marciapiedi sono anche la loro casa e di notte sono occupati quasi completamente da sacchi a pelo, o da cartoni nei quali i senza-fissa-dimora tirano a campare. Si sente un forte odore di urina quando si cammina, cercando di non calpestarli.


Fa male passare vicino a queste centinaia di mani senza dita che si levano da corpi storpiati e mutilati, avvolti in stracci indecenti... Mi ricorda quella scena del film “Jesus Christ Superstar”, quando Gesu’ viene assalito da decine di lebbrosi che lo spintonano da tutte le parti urlando i loro problemi; ed il Signore, nella sua profonda umanita’, sembra non farcela piu’, ed esclama nel canto: “Siete troppi!”.


Ho visto anche scene molto dolorose, come quando un bambino-mendicante ha rubato le monete dalla ciotola del lebbroso cieco, ed e’ stato inseguito senza successo dai passanti.


Molti lebbrosi vivono nel cortile della grande chiesa ortodossa di San Giorgio, a poche centinaia di metri dal Centro Culturale Italiano, dove si tiene la prima parte del Congresso. Anche gli eterni riti ortodossi mi affascinano e mi attirano, con i loro incensi, le loro preghiere lunghissime, il sacta sanctorum in cui puo’ entrare solo il sacerdote. Al mattino presto, dopo aver fatto presente al pope che io sono un cattolico, mi piace togliermi le scarpe ed essere da lui accompagnato al luogo della preghiera, dove mi dice che posso fermarmi a mio piacimento. Lui e’ orgoglioso farmi notare che parla bene inglese (moltissimi qui conoscono solo l’amarico), e mi conduce di fronte ad un muro affrescato della chiesa, dove sono dipinte ed elogiate tutte le imprese del Negus Haile’ Selassie’.


Ad Addis sono rimaste alcune reminiscenze italiane: ci sono baretti con dehors che potrebbero ricordare Trastevere a Roma. In essi si puo’ bere un espresso discreto, che in genere ti offrono con un dolcetto (cosa del tutto impossibile in Kenya, dove il caffe’ ricorda cio’ che potresti bere a Londra). Altra cosa per me carina e’ il trovare delle panetterie, dove posso comprare del pane caldo che mangio come pranzo e come cena (infatti negli alberghi i pasti non sono compresi nel pacchetto dell’offerta/congresso che ho ricevuto).


Alcuni quartieri hanno ancora nomi italiani: la zona della chiesa di San Giorgio si chiama “Piazza”, mentre quella dei dei mercati generali si chiama appunto “Mercato”.


Ad Addis si puo’ comunque anche vedere il progresso. Rispetto al 2007 e’ piu’ pulita. Ci sono molte costruzioni nuove. Ci sono alberghi e centri congressi. Il traffico non ricorda ancora quello caotico di Nairobi, ma e’ aumentato tanto, con molte macchine fresche di fabbrica. Ci sono persone ben vestite che passeggiano. Ci sono moltissimi negozi di oreficerie.


Purtroppo, come spesso in Africa, il corasto tra ricchi e poveri e’ piu’ crudele: io ho una camera con televisore ed antenna satellitare atraverso cui posso vedere la BBC, ma a pochi metri dall’hotel, i poveri dormono sul marciapiede.


Ad Addis i matatu sono blu e bianchi, e sono dei pulmini Wolswagen di modello antico. I taxi sono di marca Lada, anch’essi blu e bianchi: somigliano moltissimo alla vecchia 124 della FIAT, e costituiscono una reminiscenza degli anni in cui il regime etiopico era una roccaforte africana del blocco sovietico.


Tutte queste sono emozioni a margine del congresso. Poi vi diro’ le cose che imparero’. Per ora vi dico che e’ molto internazionale, e che sto conoscendo medici di varie parti del mondo.


Per me e’ bello poi stare con il gruppo che viene da Roma (Istituto San Gallicano): il loro accento romanesco ed il loro entusiasmo mi riempiono il cuore di gioia.



Fr Beppe

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lunedì 23 novembre 2009

Influenza H1N1

Certamente per noi la febbre suina non costituisce un problema psicologico cosi' grave come quello che si sta verificando in Europa.
Mesi fa, grazie a donatori internazionali, il governo ci ha fornito di materiale iconografico da apporre ai muri dell'ospedale: sono cartelloni che insegnano alla gente come riconoscere i segni iniziali dell'infezione.
Ci sono notizie che i farmaci antivirali sono stati comprati, e le scorte sono sufficienti per una eventuale pandemia. Ma non ci sono campagne vaccinali in corso.
Un paio di mesi fa si era creata una certa fobia, perche' alcune scolaresche venute dall'Inghilterra a scopo di gemellaggio con allievi locali, erano poi state diagnosticate come affette dal virus influenzale. Almeno due secondary schools sono state "quarantenate", ma ora onestamente non ne sentiamo piu' nulla, ed  il livello di ansia sembra scemare pian piano anche tra i pazienti piu' informati, come infermieri ed insegnanti. Non ci sono mai stati morti in Kenya per influenza suina.
Io onestamente non ho mai denunciato alcun caso sospetto. Solo una volta, circa due mesi fa, ho visitato una volontaria slovacca di un'altra missione, che era stata mandata a Chaaria perche' "affetta da influenza suina". I test sono invece risultati positivi per la malaria, e, dopo alcuni giorni di terapia, la spaventatissima volontaria si e' completamente ristabilita. Credo che sia tornata in patria prima del tempo per lo spavento.
Onestamente, almeno per ora, focalizziamo i nostri sforzi su altre malattie, che sono killer reali (e non potenziali), come la malaria, la TBC, le diarree, l'HIV.

Fr Beppe
 

PS: Mentre viaggiavo verso il convegno oggi sono stato abbordato da uno street boy, che, non riuscendo a strapparmi il borsello, mi ha rubato gli occhiali con una "manata". Ho dovuto ricorrere all'aiuto urgente di un ottico, per un paio di occhiali di emergenza, in quanto, senza di essi, non riuscirei nemmeno a leggere le diapositive al convegno.
La prossima volta ci sentiamo dall'Etiopia.

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domenica 22 novembre 2009

Lettera di invito al Convegno in Etiopia - International Congress Dermatological Care for all: Common Diseases for neglected people

Ecco la lettera inviata a Fr Beppe:


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Carissimi amici sardi

Forse non si vede, ma sono un grande timidone, e soprattutto mi sento molto in colpa quando lascio Chaaria per qualche giorno.
Il Congresso di Dermatologia in Etiopia e’ un grande dono, però mi crea anche disagio nel lasciarvi qui ancora per alcuni giorni e non trovarvi al mio rientro.
Per cui affido al blog il mio ringraziamento, quello che avrei voluto esprimervi stringendovi la mano, mentre salite in macchina alla volta di Nyeri, e poi Nairobi.
Vi ringrazio per la vostra disponibilita’ e per il grande lavoro che avete fatto per noi. Grazie anche per la vostra simpatia, e la vostra voglia di stare insieme a noi... e perche’ no? Grazie anche per l’ottimo vino bianco.
Grazie e tutti indistintamente:
A Nietta per il costante ed infaticabile lavoro con i pazienti ricoverati.
A Michele per la grande attivita’ da lui portata avanti nel gabinetto odontoiatrico, senza la nostra Mercy.
A Pino & Daniele (Pino-Daniele per noi), che sono stati una coppia molto efficiente nel risolvere molti piccoli e grandi problemi della nostra manutenzione.
Tutti indistintamente avete contribuito in modo personale ed unico al miglioramento di Chaaria.
E poi so che tornerete, e ci conto! L’esperienza fatta una tantum e’ senz’altro positiva, ma, se si riesce a ripeterla, diventa migliore, in quanto avete gia’ acquisito delle conoscenze sul nostro ambiente che vi permetteranno di lavorare piu’ efficacemente fin dal primo giorno. E poi, frequentandoci piu’ volte, anche la nostra amicizia crescera’.
Ciao. Naturalmente chiedero’ a Dio di darvi un onorario adeguato per quando avete fatto per lui e per i suoi poveri, oltre che per voi stessi... ed in Piemonte abbiamo un proverbio che dice: “Il Signore paga tardi, ma paga molto bene!”.



Fr Beppe

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sabato 21 novembre 2009

Il congresso internazionale di dermatologia tropicale in Etiopia


Da martedi' a sabato saro' in Etiopia, invitato a questo importante Congresso, che e' ormai giunto alla terza edizione. Sono stato invitato sia come uditore, sia come relatore.

Mi e' stata affidata una presentazione sui casi dermatologici piu' frequenti a Chaaria.
Saro' anche chiamato a coordinare i lavori assembleari del mercoledi' pomeriggio, insieme ad un dermatologo che opera in Etiopia. Saremo a Mekele, dove il dott. Moroni dell'ospedale San Gallicano ha sponsorizzato e aperto uno stupendo ospedale dermatologico per i piu' poveri. L'ospedale ha anche importanti servizi per la lebbra.
Sono sicuro che per me sara' una esperienza di grande apprendimento, e di confronto con una poverta' dura e impressionante come quella etiopica.
Certo non mi presento al Congresso come docente, anche se offriro' alcuni stimoli con la presentazione che vi allego. Avro' moltissimo da imparare.
Ringrazio Dio per questa occasione che mi giunge tramite la alleanza degli ospedali italiani nel mondo.
Ringrazio anche il dott Ogembo, Fr Lorenzo, ed i volontari che mi sostituiranno per una settimana.
Spero di avere una connessione internet dal Convegno e di poter comunicare con il blog quotidianamente, come al solito.


Fr. Beppe

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venerdì 20 novembre 2009

Anche lei si è fidata di noi

Questa mattina la decisione inaspettata. Jane era normalmente in servizio nel reparto di medicina generale. Ad un certo momento ha deciso di contattarmi perche’ non sentiva i movimenti fetali. E’ una primipara, e quindi e’ giustamente ansiosa ed inesperta.
Abbiamo fatto una ecografia urgente, ed abbiamo rilevato un battito cardiaco alternante tra 110 e 150 al minuto.
Jane sapeva di andare incontro ad un cesareo in quanto il feto era persistentemente rimasto in presentazione podalica... ma non immaginava che fosse oggi. Le ho detto che l’eta’ gestazionale era favorevole, in quanto ormai di 37 settimane... Ma lei non riusciva a decidersi. E’ andata a casa, ma poi e’ ritornata piangendo. Abbiamo rifatto l’eco, ed abbiamo rilevato che il battito era ancora piu’ irregolare.
“Non ti voglio forzare, ma ora il bambino e’ vivo. Domani non lo sappiamo!”
A questo punto Jane si e’ convinta e siamo entrati in sala alle ore 15. Dopo appena 20 minuti, Jane ha dato alla luce una femminuccia, dal peso di 2660 grammi, e dai polmoni molto forti, in quanto ha strillato immediatamente dopo la nascita.
Ringraziamo il Signore che tutto e’ andato per il meglio, e che ora anche Jane e’ una mamma felice.


Fr Beppe

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giovedì 19 novembre 2009

Lo spirito della morte ha vinto ancora

Gideon ha 32 anni. Lo hanno appena portato in condizioni gravissime. E’ molto agitato, ed incosciente. Si dimena e sembra che abbia una rigidita’ nucale.
Provo a dargli dei pizzicotti, ma non sembra sentire alcun dolore. Semplicemente continua con i suoi movimenti inconsulti; ha pressione bassa e sudorazione fredda. Non ha febbre. Lo visito sommariamente, perche’ mi han gia’ chiamato per un cesareo.
Per ora soprassiedo alla puntura lombare e preferisco iniziare la terapia di associazione per meningite e malaria cerebrale. Stupidamente la fretta di andare in sala mi fa dimenticare di mettere una mano sulla sua pancia.
Esco dalla stanza e lascio il paziente con l’infermiera, dicendole di testare la sua emoglobina e di raccogliere il sangue per la goccia spessa.
Vado a cambiarmi per il cesareo, ma, prima che io possa entrare nel reparto operatorio, vengo chiamato di nuovo in room 17: Gideon e’ gia morto.... pochi minuti dopo la mia visita. Non riesco a capacitarmi. Solo ora mi rendo conto che il suo addome e’ disteso. Gli metto una mano sulla pancia, e la sento durissima: quasi inconsciamente decido di fargli un’eco. Le anse intestinali ballano in una gran quantita’ di liquido denso. Prendo una siringa da 10 e buco per aspirarne un campione. Non e’ sangue, e quindi non puo’ essere un aneurisma dell’aorta che si e’ rotto improvvisamente. Si tratta di un liquido essudatizio, un po’ fecaloide. Che stupido! Non che ce l’avrei fatta a salvarlo, ma avrei dovuto pensare alla perforazione intestinale da tifo... e’ cosi’ frequente da noi.
Capire la situazione pochi minuti prima della morte, non avrebbe cambiato le cose per lui, ma io mi sentirei meno stupido, ed avrei meno sensi di colpa.


Fr Beppe

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Una birra per Kimani e gli altri

“Volevamo solo dirti che abbiamo portato Kimani a Chaaria con noi e siamo andati al pub insieme con lui. Gli abbiamo offerto una birra”.
“Siete sicuri di aver fatto la cosa giusta?”
“Perche’, cosa c’e’ di male con una birra? Pensavamo anche di invitare altri quando andiamo a prendere qualcosa al bar... sono sempre chiusi qui dentro, poveretti.”
“Personalmente sono contrario a questa idea. E’ certo molto bello portare i nostri ricoverati a passeggio e farli uscire un po’; io comunque preferirei che andaste a fare una camminata, in qualche posto carino. Per esempio c’e’ un bel fiume oltre Chaaria. Se volete offrire loro qualcosa, potete pagare una bibita a qualunque dei chioschetti che trovate lungo il cammino. I bar di Chaaria sono normalmente frequentati da avvinazzati. Non credo che sia una buona cosa per Kimani imparare anche la strada verso il pub, visto che gia’ scappa tutte le domeniche, e regolarmente scambia una maglietta nuova o un paio di scarpe per un mazzetto di miraa. Non riusciamo assolutamente a farlo smettere. Se poi ora prende l’abitudine del bar, non mancheranno certo quelli che per un sorso di birra, lo faranno tornare a casa scalzo e a torso nudo. Joel poi si e’ rotto di nuovo una gamba una settimana fa, perche’ era ubriaco, ed e’ caduto, mentre dalla carrozzina tentava di tornare a letto.
Molti dei ragazzi sono epilettici, o assumono psicofarmaci: una birra per loro puo’ essere molto dannosa perche’ alcohol e medicine possono creare una miscela che causa aumento delle crisi.
Per cui, per favore: andate magari nel campo di calcio della scuola elementare vicino a noi, e fateli divertire. Ma non insegnate loro la strada del pub”.



Fr Beppe

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mercoledì 18 novembre 2009

Solite storie

E’ un’esperienza che si ripete uguale e puntuale.
Da quando sono all’Asilo, quando posso, preferisco conoscere di persona con una visita a domicilio gli anziani che ci vengono segnalati e che pensiamo d’accettare.
Questo mi aiuta anzitutto a verificare le reali condizioni di povertá e abbandono nelle quali vivono. Inoltre valuto sommariamente la loro condizione di salute per sapere dove collocarli una volta all’Hogar. Soprattutto é importante che senta dalla viva voce dell’anziano/a che di sua spontanea volontá vuole venire da noi per un periodo di prova. Infine conosco eventuali familiari e so dove vivono.
Ora, come tutte le altre volte, anche visitando quest’ultima anziana di Esmeraldas, la tentazione di metterla in macchina subito e portarla all’Asilo é stata grande.
Ci era stata segnalata tempo fa da Padre Fernando, spagnolo e parroco dell’Anunciación.
Sono andato a trovarla con lui per un saluto e per concordare la data dell’ingresso.
Ci accompagnavano una nipote dell’anziana e la responsabile Caritas della parrocchia.
Giá il lasciare la rumorosa e polverosa strada principale ed entrare in questa casetta di legno buia e maleodorante é stato un iniziale “pugno-nello-stomaco”.
Adattati gli occhi al semibuio del locale, vedo l’anziana signora seduta su una sedia al centro della stanza.
Le condizioni di salute generali mi sebrano buone, peró la nonna non cammina e l’odore d’urina é insopportabile.
Trascino una sedia di fronte a lei e con un sorriso mi siedo.
Ad alta voce gli chiedo di raccontarmi un po’ della sua vita e della sua famiglia, se ha male e di cosa ha bisogno.
Solite storie!
Dei sei figli solo il piú giovane vive con lei, ma per problemi di droga e alcohol passa piú tempo in una clinica municipale che a casa. Meglio cosí, dice, perché a casa é violento e ruba tutto.
Degli altri figli nessuno vive in Esmeraldas e solo due di loro vengono a trovarla una volta all’anno, a Natale.
Solo una giovane nipote si prende carico di lei assieme a un grupo di volontarie della Parrocchia: al mattino la lavano e la siedono sulla sedia; al pomeriggio l’accostano al letto; a mezzogiorno a turno le portano qualcosa da mangiare.
Solite storie!
“Por favor hermano, portami all’Asilo con te. Sono sicura che mi troveró bene e comunque certamente meglio di qua. Sono sempre qui sola tutto il giorno”.
Mentre la nonna parlava continuavo a pensare al letto di Juana, morta recentemente. Ora vuoto!
“Porta pazienza ancora pochi giorni: ci programmiamo e il padre ti porterá presto da noi”.
Ancora una volta il Signore mi ha voluto testimone di una di queste dolorose “solite storie!”.


Fratel Maurizio


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La nostra lotta contro gli spiriti maligni

1) Ali’ ha 5 anni di eta’, ed il suo viso e’ tondo come la luna piena. Anche la sua pancia e’ ora distesa, mentre le sue gambe sono edematose.
Ce lo hanno inviato da Isiolo perche’ pensano ad una malattia di cuore e vogliono un ECG. La mamma pero’ e’ sicura che si tratta di malocchio e che ci sono degli spiriti che vogliono far soffrire il suo bambino.
Spendo un po’ di tempo con lei e cerco di convincerla del fatto che la malattia non e’ mai una punizione divina, neanche in un contesto animista, in quanto Dio e’ creatore, e quindi e’ colui che sostiene la vita. Non potrebbe essere Dio, se il suo compito fosse quello di far soffrire l’opera delle sue mani. Non sono convinto che la donna mi abbia creduto.
L’elettrocardiogramma era comunque negativo, mentre invece l’ecografia addominale rivelava dei reni gonfi e “non belli”, e la pancia era gia’ tutta piena di acqua. Ho richiesto un esame urina ed il test del colesterolo… e sono cosi’ arrivato a capire quale sia lo spirito che affligge il piccolo Ali’. Si tratta di sindrome nefrosica, una condizione molto comune qui a Chaaria. Pare che il piu’ delle volte sia causata dalla malattia reumatica; quella stessa condizione morbosa che tanti problemi ci da’, in quanto molte volte attacca il cuore e crea danni irreversibili alle valvole. In alcuni casi puo’ anche trattarsi di una complicazione della malaria, ed in altri non riusciamo proprio a comprenderne la causa.
Quando l’origine della malattia e’ totalmente sconosciuta, evitiamo pero’ di dirlo ai genitori, al fine di non creare in loro l’impressione che si tratti dell’opera di uno spirito cattivo o del malocchio.
Per Ali’ la strada verso la guarigione sara’ lunga e difficoltosa. Ci vorranno mesi di cortisonici, che gli causeranno anche effetti collaterali ed altri problemi. Magari, se non ce la facessimo con gli steroidi da soli, dovremo poi anche ricorrere a dosi basse di farmaci immunosoppressori, che potrebbero anche loro creare delle difficolta’ all’organismo del piccolo.
La sindrome nefrosica e’ molto scoraggiante sia per i genitori che per noi, in quanto molto spesso recidiva e getta le mamme in uno stato di disperazione.


2) Joyce e’ incinta di 8 mesi. E’ venuta in ospedale perche’ non avverte i normali movimenti del feto nella sua pancia. La faccio accomodare sulla barella e inizio a fare l’eco. La verita’ mi si presenta davanti immediatamente nella sua durezza, in quanto localizzo immediatamente il cuore fetale, ma non ne vedo alcun movimento. Prendo un po’ di tempo, perche’ e’ sempre difficile iniziare un discorso del genere: “Hai altri figli?”
“Si’, ne ho uno di 3 anni”.
“Sai, a volte le gravidanze hanno dei problemi. Ci sono dei difetti di fabbrica, per cui madre natura, invece di permettere la nascita di un bimbo che non avra’ salute, preferisce che il feto non venga neppure alla luce”.
“Vuoi dire che il mio bambino e’ morto dentro di me?”
Abbasso lo sguardo ed annuisco con un cenno del capo.
La reazione di Joyce e’ stata drammatica, molto piu’ violenta di quanto mi aspettassi. Ha iniziato a piangere forte e a chiedersi perche’ proprio a lei. Poi h aggiunto che era sicura di essere oggetto di malocchio e di sapere anche chi sono i vicini di casa che la odiano e che vanno dallo stregone per farla soffrire.
Joyce ha pianto per piu’ di un’ora, ma ora e’ calma. Ha compreso che la cosa piu’ importante e’ ora far si’ che quel corpicino senza vita esca dal suo organismo, senza crearle ulteriori problemi.
Ha accettato la flebo per il parto pilotato, ed ora e’ la’ sdraiata, con gli occhi sbarrati verso il soffitto. Aspetta le contrazioni senza dire una parola. Chissa’ quanto dolore sta passando per la sua testa e nel profondo del suo cuore.
Nel suo caso specifico veramente non sappiamo quale sia il “difetto di fabbrica”, in quanto tutti i test da noi eseguiti sono negativi. Anche il gruppo sanguigno e’ zero positivo, per cui non puo’ trattarsi di una incompatibilita’ Rh.
Magari davvero c’erano dei problemi cromosomici, o qualche malformazione grave a livello del cuore o del sistema nervoso.
Statisticamente parlando pero’, possiamo dire che la causa piu’ frequente di aborto o di morte intrauterina di un feto quasi a termine per noi rimane la malaria che causa una colonizzazione pesante della placenta da parte dei parassiti, fino ad impedire i normali scambi di ossigeno e di nutrienti tra mamma e piccolino.
Anche nel caso di Joyce purtroppo il braccio di ferro lo ha vinto lo spirito del male, e lei sara’ dimessa dall’ospedale senza la creatura attesa per tanti mesi.


3) Catherine invece viene dal Tharaka. Ci e’ stata inviata per anemia grave e per assenza di battito cardiaco fetale. Lei e’ forte, in quanto le hanno detto tutto, ma riesce ad essere composta e stoica. Non parla di spiriti maligni e continua a ripetere: “Kazi ya Mungu” (e’ la volonta’ di Dio).
La sua emoglobina e’ 4 grammi, ma, con nostra sorpresa, lei cammina e non lamenta grandi problemi, se non una tachicardia severa con cuore che galoppa ad oltre 140 al minuto.
Le faccio un’eco, soprattutto per decidere il da farsi. Sono infatti combattuto tra una revisione della cavita’ uterine ed un parto pilotato con oxitocina.
Ma questa volta il monitor mi presenta un’immagine dolce a vedersi: il battito e’ presente e vivace. Il feto e’ di circa quattro mesi, ed e’ per questo che nel dispensario di partenza non avevano sentito l’attivita’ cardiaca, mentre la mamma ancora non era cosciente dello scalciare del piccolo. Le ho dato la notizia, che l’ha fatta saltare sul lettino ed esultare con un forte: “Alleluya, God is great!”.
Ma allora perche’ e’ anemica. E’ magra, ma non sembra particolarmente denutrita.
“Hai avuto perdite ematiche negli ultimi mesi?”
“Neanche una volta!”
“Ma allora come mai?”
Sposto la sonda un po’ piu’ in su, e, dalla parte sinistra dell’addome, scopro la ragione del suo stato: ha una milza enorme che quasi le arriva all’ombelico.
Che stupido! Come ho fatto a non pensarci prima! Il Tharaka e’ zona di altissima trasmissione malarica, durante tutto l’anno; e la popolazione sovente sviluppa splenomegalie veramente incredibili.
Quest’ organo, normalmente deputato ad eliminare i globuli rossi invecchiati, inizia a lavorare eccessivamente, e a mangiare pure le emazie appena prodotte, con il risultato che la persona diventa anemica. La gravidanza poi aggrava tale stato di cose perche’, in quel periodo della vita, l’organismo e’ sotto stress, e deve fornire sangue anche alla nuova vita.
Catherine sara’ trasfusa al piu’ presto, per dare ossigeno sufficiente sia a lei che al nascituro. Poi la metteremo in terapia preventiva per la malaria, tentando di ridurre lo stimolo che fa aumentare di volume la milza e la rende vorace.
Nel suo caso penso che, almeno per il momento, lo spirito maligno sara’ sconfitto.


Fr Beppe

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martedì 17 novembre 2009

Il nostro ringraziamento

Il nostro cuore trabocca di gioia: oggi abbiamo quasi saldato il conto delle medicine, e siamo stati in grado di acquistare un aspiratore nuovo per la sala parto. Tutto questo lo dobbiamo alle generose offerte di tanti amici a volontari.
In particolare, desideriamo esprimere la nostra riconoscenza  al dr Tonso e signora Matrone; all’ ingegner Vitale e signora Antonella; al signor Olivetti Emanuele; al prof Grillo; al signor Caviasso Guglielmo ed Elisa.
Ringraziamo inoltre la dottoressa Maria Teresa Taricco, mia prima maestra di ecografia; la signora Commissari Angela, i signori Emilio e Lia Rinaudi; la agenzia viaggi Summertour international.
Dio Benedica tutti per le grandi e piccole offerte che ci avete mandato. Il mare e’ fatto di tante gocce, e senza la goccia non ci sarebbe l’oceano.
Il nostro grazie per aver potuto pagare le medicine, nostro cuccio ed ansia quotidiana. Il nostro ringraziamento anche a nome dei neonati a cui possiamo ora aspirare le secrezioni senza piu’ temere che l’aspiratore si arresti da un momento all’altro.


La comunita’ di Chaaria

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lunedì 16 novembre 2009

Una comunicazione importante per i volontari

Anche se cercheremo sempre di offrirvi una camera singola, questo a volte potrebbe non risultare possibile... e quindi chiediamo fin da ora la disponibilita’, in casi eccezionali, a condividere la stanza con un secondo volontario.



La comunita’ di Chaaria

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Tempo di circoncisioni

Il periodo e’arrivato nuovamente. Gli esami di terza media (standard 8) sono terminati, ed i genitori si preoccupano della circoncisione dei figli maschi prima della riapertura delle scuole a gennaio. Molti ancora seguono il rito tradizionale, con i rischi annessi: a sera li sentiamo andare in processione verso il luogo della iniziazione; urlano, cantano e ballano per strada; e si muovono sempre in gruppi esclusivamente maschili, e pesantemente forniti di miraa e birra locale.
I genitori piu’ informati invece preferiscono l’ospedale. Sanno che in questo modo potranno prevenire infezioni gravi come l’HIV e le epatiti B e C.
Per le circoncisioni eseguite da noi, normalmente non lasciamo spazio a comportamenti troppo tradizionali:


1) Abbiamo eliminato la presenza dei testimoni in sala operatoria, sia perche’ spesso ubriachi, sia perche’ a volte violenti nei confronti di un adolescente che mostri segni di paura.
2) Non permettiamo che ci siano grossi gruppi di accompagnatori, al fine di evitare comportamenti antisociali nei confronti delle donne: ricordiamo che qui abbiamo anche una maternita’, ed ogni affronto alle dignita’ della donna sarebbe di gravissimo danno alla nostra istituzione. Normalmente i ragazzi vengono accompagnati dal padre o qualche parente stretto, che li lascia in ospedale e torna a casa.
3) Non facciamo la circoncisione di notte, come vorrebbe la tradizione, sia perche’ sarebbe troppo dura per noi, che lavoriamo gia’ tutto il giorno e possiamo avere un cesareo urgente a tutte le ore; sia per evitare stati di ubriachezza da parte degli accompagnatori: in passato infatti abbiamo avuto comportamenti di tipo molto asociale proprio nei pressi dell’ospedale (tirare pietre sui vetri, lasciare escrementi umani davanti al cancello).
4) Insegnamo ai genitori che si tratta di un intervento chirurgico; che noi lo eseguiamo seguendo le regole dell’igiene, ma che loro devono anche rispettare il normale lavoro dell’ospedale.
5) Offriamo ai ragazzi circoncisi la possibilita’ di essere ricoverati per alcuni giorni: questo fa risparmiare ai genitori i soldi per la costruzione della capanna dove dovrebbero stare isolati per qualche tempo dopo l’iniziazione.
6) Durante il tempo della loro permanenza in ospedale organizziamo dei momenti di riflessione sul significato della sessualita’ responsabile e sul dono della famiglia. Altro tema ricorrente e’ quello della prevenzione dell’HIV.
7) Rispettiamo pero’ il punto nevralgico delle loro tradizioni, secondo cui la circoncisione deve essere eseguita solo da personale maschile. Nessuna infermiera viene ammessa in sala durante l’intervento.
8) Teniamo i prezzi molto bassi in modo da invogliare molti ad abbandonare la pratica tradizionale, che, oltre ad essere pericolosa, e’ anche assai costosa.

Fr Beppe



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domenica 15 novembre 2009

Felicitazioni, Madre Giovanna Massè!

Le comunita’ delle Suore e dei Fratelli di Chaaria, con viva gioia esprimono le loro felicitazioni per la rielezione di Madre Giovanna a Superiora Generale delle Suore Cottolenghine. Le assicuriamo la nostra preghiera e collaborazione.



Fratelli e Suore di Chaaria

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Così nascono i malintesi

Oggi c’e’ un po’ di maretta tra il personale. Uno di loro decide di venirmi a parlare:


“Lo sappiamo che e’ grande il problema dei furti di medicine e materiale sanitario in questo ospedale. Siamo al corrente anche del fatto che tu pensi che siamo noi infermieri i responsabili degli ammanchi. Ebbene, abbiamo appena ascoltato una conversazione in italiano tra te e la suora, ed e’ chiaro che non siamo noi i colpevoli, ma voi due (qualcuno di noi capisce un po’ la vostra lingua, e non potete sempre nascondervi usando un linguaggio straniero)”.


“Materializza le tue accuse, perche’ quello che dici e’ molto grave ed offende sia me che la mia consorella!”


“Abbiamo origliato mentre la suora ti ha detto che avevate comprato 1600 confezioni di Rocefin in farmacia a Meru; ma tu le hai detto di non scrivere 1600 sulla ricevuta... bensi’ 600.


Ora ci e’ tutto chiaro: fingete di aver acquistato una grande quantita’ di medicine. Vi mettete d’accordo con il farmacista di Meru, in modo che il carico effettivo sia di 600 fiale; l’ospedale pero’ne paga 1600; distribuite il bottino fra voi tre, e poi cominciate a dire che i ladri sono i dipendenti, perche’ mancano le medicine dal magazzino... ma quei farmaci non sono mai arrivati!”



Io rimango paralizzato dal candore e dalla violenza infondata delle accuse. Meno male che la suora non e’ presente; se no, avrebbe reagito malissimo:


“La ragione per cui non ti licenzio sul tronco, anche se questo potrebbe essere un caso di diffamazione, e’ semplicemente legata alla tua onesta’. Sei stato coraggioso a dirmi le cose in faccia invece di rimuginarle e farle crescere in una castello ancor piu’ campato in aria. In Italia abbiamo un proverbio secondo cui "chi male comprende, peggio risponde". Bisogna stare attenti con le lingue straniere. Anche a me capitava spesso all’inizio di capire solo delle frasi isolate in un discorso in Kimeru... e poi quello che mettevo insieme sovente era l’esatto contrario di quanto la persona voleva comunicarmi. Con quanta gente ho litigato inutilmente, semplicemente per aver capovolto il significato del loro discorso.


La realta’ dei fatti e’ la seguente: il Rocefin dall’Italia era finito. La suora lo ha comprato a Meru,e mi ha detto che purtroppo era molto costoso; ma essendo una medicina essenziale, lei ha deciso di prenderlo lo stesso. Il costo era stato di 1600 scellini a fiale.


A questo punto, trovando il prezzo veramente impossibile per il nostro ospedale, ho deciso di telefonare in farmacia di persona, e, dopo una lunga mediazione, loro hanno accettato di mandarmi un ‘generico’ indiano invece di quello importato dall’Europa. In questo modo il prezzo era molto piu’ basso. Quindi sono tornato dalla suora e le ho detto in italiano (non pensavo infatti che ci fossero dei micro-cheaps per spiarci), che, quando fosse arrivato il carico di Rocefin, il prezzo sarebbe stato 600 scellini e non 1600, perche’ avevo preferito il generico indiano. Infatti gia’ 600 scellini a fiala potrebbe essere irraggiungibile per i piu’ poveri dei nostri clienti”


A questo punto ho visto la faccia dell’infermiere coraggioso contorcersi in una smorfia di disagio, anche perche’ gli ho fatto vedere la ricevuta, in cui la quantita di fiale provveduta era di 2000, ed il prezzo per unita’ era di 600 KSH (Kenyan SHillings).


Poi gli ho detto che avrei potuto dargli le chiavi per entrare nel magazzino e contare le scatole, al fine di confermare quanto gli avevo comunicato. Poi ho aggiunto: “Questo e’ il problema principale di Chaaria. Ci fidiamo delle chiacchiere. Qualche volte origliamo delle cose sussurrate; ne comprendiamo solo una parte; ne cambiamo il significato; le ingigantiamo... ed in tal modo possiamo anche rovinare il buon nome di una persona con voci totalmente false.


Per favore, visto che conosco l’ambiente e so che, se questa cosa e’ giunta alle mie orecchie, certamente l’avete gia’ cucinata a dovere tra di voi, ora torna dagli altri ed informali sul reale stato delle cose. Ne va della reputazione mia e della consorella!”.



Mentre mi avvio verso il refettorio per il pranzo, penso con tristezza che, in quanto a chiacchiere e calunnie, veramente “tutto il mondo e’ paese”.




Fr Beppe


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sabato 14 novembre 2009

Chaaria si ripopola

Questa mattina alle 3.45 il nostro Joseph era gia’ all’aeroporto per accogliere il primo gruppo di volontari dalla Sardegna (associazione che fa capo al dott Luciano Cara).


Hanno iniziato il viaggio nel cuore della notte da Nairobi, e, dopo una prima colazione ad Embu, sono arrivati a Chaaria stremati ma contenti, verso l’ora di pranzo.


Joseph avrà un week end difficile. Ora è a casa che si riposa, ma domattina ripartirà per Narobi, al fine di accogliere il secondo gruppo che arriva invece da Torino.


Dalla Sardegna abbiamo accolto:

  1. un dentista, che così ci dà la possibilità di concedere due settimane di ferie a Mercy
  2. una dottoressa di pronto soccorso, che ci sarà di grande aiuto nella gestione del reparto
  3. due tecnici della manutenzione, a cui affidiamo la riparazione delle carrozzelle dei Buoni Figli


Da Torino invece attendiamo


  1. un’altra dottoressa di medicina interna che ci sarà di grande aiuto anche per il fatto che esegue ecografie
  2. un infermiere che certamente troverà un sacco di lavoro tra i pazienti più gravi
  3. un volontario per i Buoni Figli


Aspettiamo ed accogliamo con gioia anche il ritorno di Fr Giancarlo dall’Italia.


Saremo un bel gruppo e cercheremo di aiutarci a vicenda sia per il servizio dei malati che per la nostra vita insieme. E’ bello quando l’esperienza di volontariato non si riduce a lavoro soltanto, ma diventa anche occasione per instaurare nuove amicizie.


Colgo anche l’occasione per ringraziare sia Fr Giuseppe Meneghini, sia i volontari che personalmente ci hanno portato utilissimo materiale ospedaliero.


Soprattutto quanto il dentista ci ha donato, ci permetterà di risparmiare notevolmente nel gabinetto odontoiatrico, dove cerchiamo di tenere i prezzi bassi, ma dove è quasi automatico andare in rosso. Anche le medicine ricevute ci aiuteranno ad economizzare.


Ringraziamo sia il gruppo “Volontari Sardi”, che l’associazione “Volontari Mission Cottolengo” per il continuo sostegno.



La comunità di Chaaria

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venerdì 13 novembre 2009

Anche loro sono come noi!

Essere chiamato a servire i poveri ed i malati lontano dal proprio ambiente, in una cultura diversa ed in una realta’ certamente piu’ difficile della nostra, porta spesso a idealizzarli. A volte immaginiamo virtu’ che in realtà loro non hanno... poi, stando qui per anni, ci si rende conto che sono persone come tante. Spesso chi e’ nato in Occidente da una famiglia relativamente agiata, ritiene che i poveri siano brava gente, per il semplice fatto di essere poveri. In seguito, una delusione dopo l’altra ci porta a comprendere che i poveri non sono necessariamente brava gente, neppure quelli che hanno sofferto molto. E’ ovvio, se ci si pensa a mente fredda: essi sono capaci di qualunque cosa, proprio come noi. Possono essere rozzi, falsi e vigliacchi, proprio come noi... anche se moltissimi sono estremamente buoni, e sicuramente ci precederanno nel Regno dei cieli. Ma la coscienza che il loro svantaggio non li rende migliori e non li mette su di un piedistallo, ci aiuta a servirli con un sano senso della realta’ e con la doverosa coscienza che noi missionari (come anche i volontari che ci aiutano) dobbiamo fare ogni cosa prima di tutto per Dio.


Questa riflessione nasce da una cocente delusione che ho or ora ricevuto nel nostro ospedale. Forse quanto ci capita quotidianamente e’ solo uno specchio, o una specie di microcosmo che esemplifica quello che succede un po’ dovunque, perche’ la natura umana e’ uguale a tutte le latitudini.


La storia di Bonface la conoscete, perche’ e’ apparsa sul blog non piu’ di due mesi fa. Era un caso di tetano, causato da una circoncisione tradizionale eseguita senza rispettare le minime norme dell’asepsi.


Le sue condizioni sono state terribili, e Bonface e’ stato tra la vita e la morte per lunghissimo tempo. Per lui abbiamo impiegato un sacco di risorse, oltre che di dedizione. Poi Dio ha voluto che proprio questo diciassettenne entrasse in quella percentuale dell’1%, che riesce a sopravvivere ad un tetano conclamato.


Si e’ ripreso gradualmente; le contrazioni sono dapprima diminuite fino a scomparire; ha re-imparato a deglutire ed a nutrirsi, ma ha avuto bisogno di molta fisioterapia a causa dei dolori e dello stretching muscolare causato dalla terribile patologia.


A guardarlo sembrava un’altra persona: pareva quasi che fosse sgonfiato ed il suo viso ha ripreso ad essere quello di un adolescente.


Quando e’ arrivato il momento di mandarlo a casa, abbiamo voluto parlare con i suoi genitori. Abbiamo loro spiegato i rischi della circoncisione tradizionale, al fine di evitare una cosa del genere per i fratelli minori di Bonface. Abbiamo anche cercato di far loro capire quanto fossero stati fortunati a riavere il loro primogenito: moltissimi sono morti e non ce l’hanno fatta!


“Le spese per lui sostenute sono state altissime – abbiamo detto con realismo – ed e’ chiaro che senza queste medicine, non sarebbe sopravvissuto. Non vi chiediamo molto, ma e’ giusto che contribuiate ai costi, perchè questo ospedale è “vostro”, e deve essere in grado di andare avanti anche quando i soldi e le donazioni del “wazungu” dovessero cessare. Tutti in Kenya parlano di self reliance: aiutateci con quanto potete, in modo che l’ ospedale di Chaaria possa essere in qualche modo sostenibile anche in un futuro senza sussidi dall’estero. Il vostro figlio primogenito vale ben piu’ di una capra o di una mucca: dateci un segno del vostro apprezzamento, anche come ringraziamento a Dio che vi ridona il vostro ragazzo”.


Naturalmente, come sempre accade, i genitori ci hanno detto di aver compreso e di condividere la nostra posizione. Ci hanno assicurato che non avrebbero mancato di onorare la promessa, e che avrebbero venduto uno dei loro bovini per accogliere Bonface a casa. Continuavano a ripetere: te lo promettiamo davanti a Dio!


Poi però sono spariti del tutto. Abbiamo atteso per piu’ di una settimana e non abbiamo ricevuto alcun segno dalla famiglia.


Ieri improvvisamente i loro piani mi sono diventati chiari: infatti Bonface e’ sparito dall’ospedale scappando con la divisa dei pazienti. E’ passato dal bananeto, dove ha scavalcato la rete di cinta. In strada era atteso da una persona che aveva affittato un motociclo per il trasporto. Sono di Mikinduri, e per me e’ quasi impossibile rintracciare la loro abitazione.


Avrei anche potuto decidere che tutto fosse gratis. Luca per esempio ha pagato completamente il ricovero della giovane diabetica a cui abbiamo amputato una gamba. Quello che fa piu’ male e’ il modo in cui tutto cio’ e’ avvenuto: la vicenda dimostra che in loro non c’e’ stato il minimo senso di riconoscenza verso di noi, e che, come in molti, anche nel loro cuore alberga il solito pensiero per cui i Bianchi sono ricchi, ed a loro non bisogna dare uno scellino.


E’ vero che noi non siamo poveri, ma e’ anche la sacrosanta verita’ che un atteggiamento del genere e’ proprio la causa di tante cattedrali nel deserto: ospedali missionari che sono stati fiorenti finche’ i “wazungu” hanno continuato a pompare Euro, e poi sono amaramente crollati in pochi mesi dopo che i Bianchi se ne sono andati.


Come e’ difficile far loro cambiare questa mentalita’, che, alla fin della fiera, lavora a loro danno e discapito. Quanto è dura far capire che è irrazionale pretendere tutto gratis. Non so se mai ce la faremo. Speriamo solo che Chaaria non diventi un giorno un’altra di queste scoraggianti cattedrali inutili.



Fr Beppe



PS: continuiamo a non avere connessione internet per cui chiedo scusa a chi mi ha scritto e non ha ricevuto risposta

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giovedì 12 novembre 2009

Ed era effettivamente un maschio

Sono riuscito ad arrivare a Meru per la lezione del mercoledi’. Anche qui ormai e’ come in Europa: i medici hanno l’obbligo di frequentare dei corsi per raccogliere dei punti ecm (educazione medica continuativa). E’ spesso molto dura perche’ le lezioni si tengono dalle 18.45 alle 20.30, e poi bisogna tornare a notte fonda, con la paura che sempre accompagna chi guida nell’oscurita’: una bucatura sullo sterrato nelle tenebre; un attacco da parte di malviventi protetti dall’oscurita’; un temporale che in pochi minuti puo’ rendere la strada impraticabile, impedendo il ritorno.
A tutto questo si aggiunga la tensione di andare a lezione come se fossi legato ad un guinzaglio: ci vado infatti con il telefonino acceso e sempre temendo la fatidica chiamata per un cesareo urgente.
Mi sono seduto in classe, ma devo ammettere che e’ noiosa: oggi l’argomento e’ di tipo ginecologico. Il relatore parla di emorragie mestruali patologiche, tema in se’ molto rilevante perche’ assai frequente... ma il suo modo di parlare e’ terribilmente monotono e concilia il sonno, soprattutto dopo una grande corsa come quella di oggi, in cui abbiamo dovuto far fronte a non meno di 300 pazienti. Siamo seduti attorno ad un tavolo e la mia distanza dal “professore” non supera i due metri: dormire sarebbe molto scortese nei suoi confronti, ma tenere gli occhi aperti e la mente attenta e’ una lotta continua.
Cio’ che effettivamente mi sveglia dal torpore in modo brutale, e’ il telefonino: e’ legale infatti tenerlo acceso, perche’ si puo’ essere di guardia mentre si e’ a lezione... peccato che io di guardia lo sia sempre. Guardo il piccolo monitor: e’ Pinuccia che chiama. Deve esserci un problema, perche’ lo sa che nono a scuola. Mi avvio verso il balcone per non disturbare gli altri: “Si tratta di Wambeti, la nostra infermiera responsabile di sala parto. Ha rotto le acque ed il battito cardiaco fetale e’ troppo rapido. Inoltre ha un cicatrice pregressa dovuta a disproporzione cefalo-pelvica”.
La notizia mi desta dal sonno completamente. Provo a chiamare Jesse prima ancora di rientrare in aula per chiedere il permesso di uscire: “Pronto, si’ dottore... Mi dispiace; non posso veramente aiutarti perche’ sono a Nairobi!”.
Un altro rivolgimento interiore ed una mano che mi stringe sullo stomaco: “devo fare io la anestesia, e poi lasciare il follow up a Pinu durante il cesareo”.
La comunicazione con il responsabile della KMA (Kenya Medical Association) e’ velocissima: faccio scivolare un bigliettino sul tavolo, mentre il ginecologo, ormai al termine della sua presentazione, chiede ai pochi uditori di fare domande. Il chairman mi fa un cenno di assenso con la mano ed accetta le mie scuse. In pochi minuti sono in macchina, insieme a Joseph, che sempre mi fa compagnia quando vado a lezione di notte. Fortunatamente non ha piovuto, ed il percorso, seppur accidentato, non ci da’ alcun problema. Non usiamo la sirena, ma accendiamo il faretto rotante sulla capotta dell’ambulanza, per scoraggiare eventuali ladri e per poter correre a tutta velocita’ senza doverci preoccupare di un eventuale posto di blocco della polizia.
In trenta minuti sono gia’ in sala parto e la saluto. Wambeti e’ molto serena, e totalmente fiduciosa. Le spiego che non ho trovato l’anestesista, ma lei mi ripete che mi ha aiutato varie volte, e sa che non ho problemi a praticarle una spinale.
“Come va il battito cardiaco fetale?” chiedo a Lucy, effettivamente preoccupata per la collega.
“E’ rapido, ma regolare... sui 150 al minuto”.
La piu’ tranquilla di tutti sembra proprio Wambeti: “Ti ricordi che all’eco mi avevi detto che era un maschio? Speriamo che non ti sia sbagliato, perche’ ho gia’ una bambina e mi piacerebbe tanto avere la coppia”.
“Lo saprai tra pochi minuti... di solito ci indovino quasi sempre!”
In sala Wambeti e’  bravissima: serena, totalmente cooperante e sempre sorridente. Fortunatamente la spinale mi riesce subito, e non devo “zappare” nella sua colonna vertebrale. L’attivita’ respiratoria e’ sempre regolare, a parte qualche piccolo problemino legato a insistenti conati di vomito.
Mi commuove quando la nostra infermiera dice a Pinuccia: “prova la pressione... la flebo sta per finire... come e’ la saturazione?”. Sembra che sia di turno, e parli di un’altra paziente.
Intanto dall’altra parte della barricata Kathure ed io cerchiamo di essere veloci e precisi. Il bisturi scorre e penetra; a volte tiriamo, ed altre dobbiamo stare attenti a fermare l’emorragia. Ma, strato dopo strato, ci avviciniamo all’obiettivo: prima il giallo sottocute, che recede senza problemi, poi la lucida fascia che incidiamo con rapidita’. Quindi i suoi giovani muscoli, che dilatiamo senza danneggiare. Aperta la grigia membrana del peritoneo, ci troviamo di fronte all’utero che si presenta “bello”, senza aderenze o segni di rottura: “Accendiamo l’aspiratore... Allertiamo l’infermiera di sala parto... Pronti a ricevere il bambino”.
Pochi secondi ed eccolo li’; e’ effettivamente un bel maschiotto di 3 chili; urla e si dimena; fa la pipi’ sul campo operatorio, ed afferra ogni cosa, prima ancora che io riesca a passarlo a Pinuccia che lo accoglie alle mie spalle in un telo sterile. Wambeti lo guarda ed afferma con solennita’: “Welcome, my son!”
Poi da questo momento tutto procede piu’ traquillamente. Richiudiamo ogni tessuto con la massima cura, e stiamo attentissimi a non lasciare punti sanguinanti. Come sempre, quando operiamo su amici e conoscenti, siamo molto tesi, ed in qualche modo divisi: da una parte vogliamo finire in fretta; dall’altra sappiamo che la fretta non e’ una buona consigliera e potremmo fare errori. Fino all’ultimo punto sulla cute cerchiamo di trovare il giusto mezzo tra queste due mozioni interiori contrastanti.
Wambeti e’ entrata in sala con 8 grammi di emoglobina. Non ha sanguinato un granche’, ma e’ meglio non tentare la fortuna. Eseguiamo le prove crociate, e, quando e’ a letto nella camera del post-operatorio, le mettiamo su una sacca.
Ancora una volta rendiamo grazie a Dio per come sono andate le cose. E’ sempre una grande responsabilita’ tenere la vita di due persone nelle prorie mani. Ma il Signore ci ha aiutati e guidati, ancora una volta.
Grazie anche a te, cara Wambeti, che non hai voluto andare altrove, dandoci una grandissima prova di stima e di fiducia, che mai dimenticheremo.

Fr Beppe

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mercoledì 11 novembre 2009

Appendicite acuta... e tanta ansia

Domenica sera, come al solito ci siamo ritrovati tutti in cappella per l’adorazione. E’ molto bello per me quando preghiamo insieme con le Suore. Anche Pinuccia non manca mai.

Sr Cecilia stava bene, ed ha anche fatto la lettura dei vespri. Poi alle 21.30, mentre facevo il solito controgiro del dopocena, me la sono trovata seduta sulla panchina di fronte al mio studio: “Che cosa ci fai qui di notte?”


“Ho tanto male e non riesco neppure a camminare”.


La ascolto con attenzione; la visito e faccio un emocromo. Non ho molti dubbi sulla diagnosi: ha un dolore addominale irradiato alla gamba destra... ma lei dice che le era successo anche anni prima e che poi le era passato. Le ho quindi impostato una terapia medica, tesa a “raffreddare” l’episodio acuto: “se le medicine ti aiuteranno e stanotte dormirai bene, allora vuol dire che siamo stati fortunati. Se invece domattina hai ancora dolore, bisognera’ avere il coraggio di prendere una decisione chirurgica”.


La notte pero’ e’ stata difficilissima, con sofferenza ingravescente, e l’alba ha portato con se’ anche la grande responsabilita’ della decisione: “Sr Cecilia, se vuoi ti portiamo a Nkubu, per l’operazione”.


“No! Io mi fido di te e, se la Madre Generale non ha nulla in contrario, perche’ devo andare in un altro ospedale dove non conosco nessuno?”


Io sono turbato. Operare la propria sorella o un membro della famiglia porta sempre con se’ ansie ed insicurezza. Aspetto il responso di Suora Madre, quasi sperando di ricevere un no.

Ed invece, con mia grande sorpresa, la risposta della Superiora Generale e’ lineare: “ Se Sr Celicia si fida, noi non abbiamo nulla in contrario. Vai pure in sala!”

La decisione mi onora, cosi’ come mi aveva fatto molto piacere quella di Sr Cecilia, che aveva rifiutato il trasferimento. Comunque il mio cuore batte impazzito, perche’ sono ben conscio che con amici e conoscenti, le complicazioni sono sempre in agguato.

Ma ancora mi si para davanti un ostacolo: Jesse non e’ a casa, e questa potrebbe essere la scusa per declinare l’intervento: per Sr Cecila non mi sento infatti di essere al contempo anestesista e chirurgo... non vorrei trovarmi nei pasticci a meta’ del lavoro, con rischi gravi per la vita della consorella.

Jesse pero’ e’ stato bravissimo... ha visto sul telefonino il mio messaggio di SOS ed e’ rientrato dalle ferie per l’operazione: siamo andati a prenderlo alla stazione dei matatu a Meru, e si e’ fatto trovare in ospedale a meno di due ore dalla mia chiamata.

La sua anestesia spinale e’ stata molto efficiente, ed abbiamo potuto operare con paziente molto rilassata... Noi, a dir la verita’, non eravamo rilassati per niente, e la tensione si palpava nell’aria. Io in particolare avevo paura di una peritonite in atto, molto piu’ difficile da controllare. Comunque l’operazione e’ andata avanti: il bisturi tagliava, il coagulatore fermava le emorragie minori; i vasi piu’ grossi li legavamo. Poi, dopo aver aperto con attenzione vari strati, la abbiamo vista finalmente: era una brutta appendice, lunga e contorta, difficile da rimuovere perche’ in posizione anomala e saldamente attaccata al colon da aderenze testarde. Ma ce l’abbiamo fatta: e’ stato un lavoro da certosino, in cui guadagnavamo millimetro per millimetro. Se tiravamo un po’ troppo, ecco che la solita arteriola si metteva a “buttare”. Ho sudato il doppio del normale, nonostante l’aria condizionata in funzione; ma la presenza di Ogembo come secondo mi ha dato sicurezza e coraggio.


Ora chiaramente Sr Cecilia ha un po’ male, ma e’ tranquilla e sorridente. Il dolore alla gamba e’ gia’ completamente sparito.


Ringrazio Dio per come sono andate le cose.


Ringrazio la paziente che si e’ consegnata fiduciosamente nelle nostre mani, e naturalmente Suora Madre che ha creduto in me e non ha chiesto il trasferimento della suora in una struttura piu’ attrezzata.



Fr Beppe

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martedì 10 novembre 2009

Chaaria 7 - 28 ottobre '09: esperienza bellissima!


E' passata poco più di una settimana da quando sono rientrato da Chaaria è sembra un'eternità ... il ricordo dell'esperienza è ancora molto vivo dentro di me, se mi fermo rivedo volti, strutture, paesaggi, risuonano dentro di me i suoni di Chaaria, della notte, il pianto degli bambini, le varie voci Beppe, Pinuccia, delle sister, degli altri volontari, dei buoni figli (soprattutto Kimani e Mururu), di alcuni pazienti dell'ospedale, del personale .....

In questi giorni mi sento strano, sono un po' confuso, faccio fatica a vivere questa quotidianità brianzola, dentro di me bollono un sacco di pensieri sulla missione, sull'Africa (tante cose che non capisco ma che mi affascinano) per fare un paragone, sono come la pentola piena di fagioli che borbotta quasi ogni giorno a Chaaria dai buoni figli .... spero tra un po' di avere idee più chiare così da scrivere meglio.

Per ora mi sento solo di dire due parole: grazie e scusa. Anziuttto grazie a Gesù che mi ha pemesso di fare questa esperienza, un dono, una grazia bellissima e poi un grazie a tutti coloro che mi hanno dato la possibilità di condividere, in modo così profondo, la vita di Chaaria in particolare ai buoni figli (veri maestri di vita) e ai malati, a Beppe e Pinuccia persone fantastiche a livello umano e di servizio, a Milena e Lorena le due "grandi" compagne di avventura, alle sisters per l'accoglienza, e alla comunità tutta di Chaaria; e poi mi sento di chiedere scusa, perchè potevo forse fare di più e sicuramente meglio, soprattutto i primi giorni dove le mie pretese erano più forti della mia disponibilità, non ero in Italia ma a Chaaria, tutta un'altra realtà, dove come volontario quasi niente mi era dovuto e tutto era dono e mi era richiesto solo umiltà e disponibilità .... non sempre facile da capire, accettare e vivere.


Spero con tutto il cuore di ritornarci ....

Le due righe sono diventate di più, ma penso che era inevitabile ...... un abbraccio a tutti!

bye bye


Michele

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lunedì 9 novembre 2009

E' nata la piccola Ginevra








PhotobucketCon immenso piacere, desidero annunciare la nascita di mia figlia Ginevra nel giorno 3 Novembre 2009. Ho cercato di mantenere aggiornato il Blog costantemente anche durante la gravidanza ed ora mi sembrava giusto far comparire anche lei, che in qualche modo ha lavorato insieme a me per nove mesi, su questo grande diario pieno di pagine ricche di grandi emozioni, che unisce tante vite e tanti cuori....
Grazie a tutti i lettori che ci seguono, un saluto affettuoso da Nadia, Fabrizio e Ginevra.

Photobucket

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Juana, "Missione Compiuta!"


Juana Maria, 77 años, ingreso: 23-11-2009, fallecida: 02-11-2009.



Non mi é facile parlare di Juana: tante sono le emozioni che mi passano nel cuore pensando a lei.

Al suo funerale, qui all’Asilo, anch’io ho pianto.

Non mi pare vero in questi giorni non vederla camminare su e giú per le stradine dell’Hogar, parlando da sola, senza una meta precisa. Mi sembra d’essere in un altro posto senza questa sua presenza.

Da mane a sera camminava, camminava sempre: avanti e indietro, avanti e indietro.

Dove trovava una porta aperta entrava, guardava, borbottava qualcosa e usciva.

Si fermava solo per…fare pipí! Non importa dove, fosse anche in chiesa o in cucina!

Parlava sempre.

Diceva cose senza senso:inventava parole, espressioni, locuzioni.

Era la sua lingua. Lei si capiva.

A forza bisognava farla sedere, almeno per mangiare. Era una “piacevole lotta” quando alla sera bisognava inventare qualche stratagemma per accostarla al letto.

Tutti i volontari che l’hanno conosciuta sono stati molto colpiti da queta “buona figlia”, come chiamiamo noi al Cottolengo queste persone limitate mentalmente.


Era simpatica, sorridente, bella.

Proprio una bella donna: magra, mulatta, con dei bei lineamenti.

In realtá nessuno ha mai saputo chi realmente fosse e quanti anni avesse.

Nome e data di nascita gli erano stati dati dalla tenente politica (una specie di consigliere comunale) di Vice.

Lí l’avevano trovata un giorno di due anni fa che…camminava per le strade di quella cittadina, senza una meta precisa.

Una famiglia l’aveva adottata un paio di mesi. Poiché ogni ricerca si dimostró inutile, il parroco (nostro amico e nativo di Tachina) chiese al Vescovo di portarla qui all’Asilo.

Si é ambiantata subito, anzi penso non si sia nemmeno accorta del cambio!


Nessuno mai é venuto a trovarla.


Questo mistero del non saper chi veramente fosse, da dove venisse, quanti anni avesse, la rendeva ancor piú bella.

A volte guardandola borbottare da sola mi piaceva pensare che stesse parlando con Dio: la immaginavo come un Angelo, anzi una “spia-di-Dio” in missione speciale…

E sembrava proprio un angelo Martedí scorso al funerale, vestita tutta di bianco, il sorriso sulle labbra, la corona tra le mani, mancavano solo le ali.


Ora in Paradiso, cara Juana, potrai camminare tranquilla e dire al “Capo”: “Missione compiuta!”.



Hasta pronto.



Hermano Mauricio

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Saltare la Messa della Domenica

Questa mattina l’alba è eccezionale. Una palla rossa enorme sta rapidamente salendo dall’orizzonte. Mi sono appena svegliato e non riesco a staccare lo sguardo da un tale spettacolo mozzafiato, che oggi e’ particolarmente bello dopo giorni e giorni di nuvoloni neri. Stanotte non ha piovuto ed il cielo e’ limpidissimo. L’alba è d’una bellezza arcana a cui, fortunatamente, non riesco ad abituarmi.


E’ domenica, e spero di poter dormire ancora un po’ anche perche’ sono due notti che l’ululato del cicalino mi sveglia verso l’una, per il solito cesareo urgente. Meno male che ce l’abbiamo sempre fatta ed i bambini sono tutti nati benissimo, nonostante tanta paura. E’ chiaro pero’ che l’adrenalina che scarichi durante l’intervento in sala, ti tiene poi sveglio per molte ore, ed e’ difficile addormentarsi nuovamente, anche quando si ritorna a letto a notte ancora fonda.


In effetti mi riaddormento subito dopo aver contemplato il sole nascente... dormo saporitamente ancora per 2 ore, ed alle 8.30 vado verso la cappella, con gli occhi gonfi, ma con il fisico rinfrancato. Voglio pregare i salmi e poi andare a Messa con i malati alle 9.


Purtroppo però, subito dopo le lodi mattutine, vengo chiamato fuori di chiesa da Kanyua che mi dice di correre subito in ospedale. “Mi sa che anche oggi la Messa la salto!”


Non ci penso due volte: vado direttamente in sala parto anche senza aver chiesto di che cosa si tratasse. Infatti lo so che la maternita’ e’ il nostro osso duro, e che il 99% delle complicazioni vengono di li’.


Ed infatti mi trovo davanti due donne: una giace sulla prima barella ed ha appena partorito. Il bimbo non e’ in buone condizioni; e’ tutto viola, e gli stiamo dando ossigeno.


“La madre ha provato a partorire a casa e non ci e’ riuscita. E’ quindi venuta da noi, ma il parto e’ stato molto difficile. Ora il piccolo ha problemi respiratori gravi perche’ ha inalato meconio... ma gli abbiamo gia’ praticato tutti i farmaci di rianimazione”, mi dice prontamente Claudia.


Ma il mio sguardo e’ attratto dalla seconda barella su cui un’altra gravida si sta contorcendo per le doglie. “Mi avete chiamato per questa mamma? Quale e’ il problema?”


E’ Wambeti a prendere la parola e mi dice: “La donna non riesce a spingere, ed il battito cardiaco fetale e’ irregolare.”

Abbozzo una autodifesa poco convinta, e dico: “Vuoi che andiamo in sala adesso o dopo Messa?”


Wambeti sorride e mi ripete: “Il battito fetale non va bene. Comunque sei tu il medico, e a te spetta la decisione finale”.


Con un po’ di dispiacere che mi deriva dal fatto che conosco l’importanza della Messa domenicale per un cristiano ed un religioso, prendo l’unica decisione possibile: “Andiamo in sala subito!”. La mia scelta mi da’ subito pace: come avrei infatti potuto starmene seduto in chiesa, con il rischio che il ritardo nel praticare l’intervento potesse poi causare la morte del piccolo o complicazioni serie per la madre?. Ho la certezza che il Cottolengo sarebbe d’accordo con me, e mi sento nel cuore le sue parole: “Va’ e corri come sulle ali della carità, perché non è lasciare Dio, quando lo lasci per andare a servire lo stesso Iddio che soffre nel bisognoso!”.


Ed e’ cosi’ che anche oggi ho ascoltato i canti che venivano dalla lavanderia, mentre, con le mani insanguinate, estraevo un pupo ormai stanco e sofferente ma ancora vivo. E’ cosi’ che ho celebrato la mia Messa domenicale ancora una volta cercando di salvare quante piu’ vite ci sia umanamente possibile.


La mamma e’ ora raggiante, anche se sente il dolore del post operatorio. Il suo pupo e’ un maschio. Dopo una iniziale rianimazione, ha pianto forte. Adesso e’ gia’ nel letto con lei, e si attacca al seno voracemente. Il sacerdote mi ha visto uscire madido di sudore dalla sala operatoria, proprio mentre lasciava l’ospedale dopo la Messa: non ha fatto commenti, ma mi ha salutato dicendo: “Non preoccuparti; ho pregato per te... e poi Dio lo sa!”



Fr Beppe

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domenica 8 novembre 2009

El Niño


Carissimi amici,

è arrivata la stagione delle piogge che quest’anno è particolarmente abbondante. Ce lo avevano detto che sarebbe stato El Nino, un fenomeno metereologico che avviene ogni 7-10 anni a causa di un particolare riscaldamento delle correnti dell’Oceano Pacifico, che poi vanno ad alterare gli equilibri dell’Oceano indiano, e provocano precipitazioni eccessive e devastanti. Piove tutta la notte e spesso anche durante il giorno: come ieri, quando una marea di pazienti e’ stata bloccata nella nostra sala d’attesa, nel momento in cui un improvviso, terribile rovescio pomeridiano ha reso le nostre strade impraticabili. Da una parte questo è certamente un dono di Dio, perché acqua è sinonimo di buoni raccolti e di qualcosa da mettere sulla tavola anche per i più poveri. Un buon raccolto assicurerà il pagamento delle rette scolastiche a tutti quei genitori sempre angosciati dal fatto che i loro figli possono essere mandati a casa dalla “Secondary School” se il denaro non arriva in tempo. Pioggia vuol anche dire che le cisterne dell’acqua piovana vicino alle case sono ora piene, e permetteranno di evitare i viaggi al fiume con la tanica sulle spalle almeno per qualche mese.


Però quest’anno si sentono gia’ i problemi causati dagli eccessi metereologici: moltissimi sono gli smottamenti ed i senza tetto nelle zone vicine alla costa. Wajir non e’ piu’ raggiungibile perche’ completamente sott’acqua. Alcuni missionari che conosco, stazionati a Garissa, non possono piu’ usare l’auto, ma si spostano in barca. Pure a Mukothima il Tanantu e’ prossimo a straripare. Anche se ieri eravamo pienissimi, ed abbiamo avuto pure due operazioni durante la notte, indubbiamente la pioggia è sempre un problema per il nostro Centro che si trova a circa 20 km dall’asfalto ed è raggiungibile solo attraverso strade terribilmente sconnesse, dove si sprofonda nella polvere durante la stagione secca e dove si annega nel fango argilloso durante la “rainy season”. Sulla strada si sono ormai aperte voragini enormi che pian piano la trasformano in torrenti in piena: soprattutto il tratto tra noi e Giaki e’ ora indescrivibile. Alcuni ponticelli sono crollati sotto il peso della corrente, e cio’ riduce il numero delle vie percorribili per raggiungere l’asfalto. Se non si vive in un posto cosi’ isolato come Chaaria, non si riesce a capire l’importanza vitale che ha l’asfalto, per esempio per gli approvvigionamenti di vettovaglie, per i trasporti da e per l’aeroporto, per una lastra del torace a Meru.


Le condizioni della nostra strada fanno sì che molti pazienti decidano di non intraprendere il cammino faticoso per raggiungere Chaaria, sempre così sperduta e poco collegata. Quando possono si recano ad un centro vicino a casa, ricevendo lì qualche cura del caso e rimandando di qualche settimana la visita al grande ospedale.


Altri decidono di fare a meno dell’ospedale completamente: si rivolgono a guaritori tradizionali o decidono per esempio di partorire a casa, aiutate da levatrici non qualificate. E’ successo anche la settimana scorsa, quando una donna con una conformazione fisica assolutamente inadeguata al parto, ha comunque provato a casa, a motivo delle strade impraticabili: quando e’ giunta da noi, stremata da 14 ore di travaglio a domicilio e da un cammino nel fango di varie ore, il bambino nel suo grembo era gia’ morto.


C’è poi da dire che in una cultura di sopravvivenza come la nostra i lavori dei campi prendono il primo posto su tutto: nessuno penserebbe ad una cura odontoiatrica quando c’è da togliere l’erbaccia nell’ appezzamento coltivato; e se ci sono alcune ore di sole, si corre nella “shamba” con la “panga” in mano, cercando di completare il lavoro prima che riprenda a diluviare. Altro dato da tenere in considerazione e’ che le tasche dei nostri pazienti sono vuote, ed i primi soldi li vedranno di nuovo quando inizieranno a vendere i primi frutti del nuovo raccolto.


Per noi poi tutto diventa più difficile: il camion delle medicine non arriva fino a Chaaria perchè altrimenti rimane impantanato. Siamo noi che dobbiamo andare a prendere i farmaci a Meru con non pochi rischi per chi guida.


Anche comprare i necessari rifornimenti per la cucina è sovente un’impresa. Si parte con il trattore perchè è l’unico mezzo ad avere qualche speranza di non infangarsi in un cratere della strada. Alle volte poi dobbiamo uscire a salvare qualcuno dei nostri pazienti perchè l’autista del matatu dove viaggiavano per raggiungere Chaaria si è ritrovato fuori strada con l’albero motore completamente sepolto in una palude di fango.


La pioggia in qualche modo aumenta il senso di isolamento e di impotenza: siamo qui a disposizione, con tutto il personale pronto, ma, se piove durante il giorno, la gente non viene, o forse spesso non riesce a raggiungerci.


La Missione e’ anche molto più ricca di insetti di ogni tipo: dalla mantide religiosa alle libellule, dagli scarafaggi agli scarabei, dai mosconi alle anofeline.


Ciao.



Fr Beppe Gaido

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sabato 7 novembre 2009

Complimenti Lorenza!


E cosi' il gran giorno e' finalmente arrivato. Dopo notti insonni e mesi di ansia, hai finalmente ascoltato con le tue orecchie le fatidiche parole: "Centodieci e lode!"

Ora sei laureata in scienze infermieristiche, e ci sentiamo molto felici di averci messo uno zampino anche noi nell'aiutarti a raggiungere la meta che ti eri prefissata.

Una tesi realizzata per confrontare due realta' cosi' diverse, come quella italiana e quella che viviamo a Chaaria, ha certo richiesto un bel po' di coraggio da parte tua. Ma con la costanza e con l'aiuto vicendevole, ce la abbiamo fatta.
La raccolta dati e' stata a volte difficoltosa, ma dobbiamo anche riconoscere il grande apporto che Mary ha dato a questa tua tesi. Con la mail e con le vecchie lettere, siamo sempre riusciti a farti avere le informazioni che ti erano necessarie.Anche Mary ti saluta e ti porge le sue felicitazioni.
La tua permanenza a Chaaria e' poi stata essenziale, perche' ti ha permesso di mettere ogni cosa al posto giusto. Quei dati hanno cessato di essere numeri soltanto, e sono diventati "vita": li hai visti davvero i nostri malati di AIDS... li hai assistiti nel camerone dell'ospedale... ti sei resa conto di quanta strada devono fare a piedi anche solo per venire a prendersi le medicine.

La tua tesi quindi e' stata una avventura non solo accademica e professionale, ma anche un viaggio umano che ti ha portato a realizzare un ponte tra due mondi cosi' diversi e cosi' lontani non solo nello spazio.

Ora che non sei piu' una studente; ora che non hai piu' l'ansia di cosa scrivere nella tesi e di quel che dira' il tuo relatore, ti aspettiamo nuovamente a Chaaria per una esperienza piu' serena e piu' totalmente dedicata a quel servizio infermieristico per cui hai studiato tanti anni.

Ciao e complimenti ancora.



Fr Beppe

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venerdì 6 novembre 2009

Buoni figli... Grazie di esistere!


La mia prima esperienza a Chaaria con i Buoni Figli risale a tre anni fa.
Io, di lavoro, faccio la commessa e prima di allora non avevo mai avuto a che fare con persone disabili. L'impatto è stato duro perchè, non conoscendo i ragazzi, non sapevo come interpretare il loro linguaggio, i loro gesti ed il tutto mi spaventava un pò.
Dopo poco tempo tutto quello che prima mi faceva paura è diventato un qualcosa di unico e buffo che contraddistingue ognuno di loro.
I Buoni Figli sono speciali!
Con loro non puoi fingere, mettono a nudo la tua anima. Ti amano per ciò che sei e ti danno veramente tanto.
La giornata con loro è ricca di calore umano, di dialogo, di sorrisi, di abbracci, di gioco....riescono a trasmetterti talmente tante emozioni che quando torni a casa hai il cuore e gli occhi pieni di questi momenti ed è difficilissimo riabituarsi alla vita occidentale dove tutti sono di corsa, dove i sorrisi non sempre sono sinceri e dove sembra che non abbiamo più tempo per amare le persone perchè siamo troppo concentrati su noi stessi.
I Buoni Figli sono diventati molto importanti per me, fanno parte della mia vita e fino quando ci sarà la possibilità tornerò a trovarli ogni anno.
Spero che molte altre persone abbiano la fortuna e la voglia di provare questa esperienza.
GRAZIE a Milena, Pinuccia, Luca, Michele, Martin, Grazia e Max che mi hanno accompagnata durante la mia terza permanenza a Chaaria rendendola ancora più indimenticabile;
GRAZIE a Fratel Beppe,a Fratel Lorenzo ed alle Sister per l'accoglienza e per tutto quello che fate per Chaaria;
GRAZIE a tutte le persone che lavorano nella missione, per la vostra disponibilità e la vostra simpatia.


SAWA, SAWA!



Una volontaria

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giovedì 5 novembre 2009

Only in Africa!

Dovevo andare a Nairobi per una pratica urgente, e non volevo guidare. Ho chiesto a Joseph di accompagnarmi a Meru mentre andava a far le spese; da li’ avrei preso un matatu. Entrato nello “stage” sono stato immediatamente circondato da una marea vociferante di ventitori ambulanti, i quali volevano che io comprassi un po’ di tutto (da un fazzoletto, ad una bottiglia d’acqua, a delle arachidi tostate). E stata dura districarmi fra di loro. Ma appena superato questo primo ostacolo, ecco che vengo nuovamente investito dal gridare di vari bigliettai: “Mzungu, vai a Nayuki? Vieni con me!”


“Father, questa e’ la macchian piu’ veloce per Maua”.


“My friend. Seguimi da questa parte. L’auto per Isiolo sta per partire”.


“No, io devo andare a Nairobi!”


A questo punto sono arrivati almeno in dieci, per invitarmi nel loro pulmino. Quello che e’ riuscito a convincermi mi ha fatto vedere che sulla sua vettura c’era un solo posto libero, e quindi saremmo partiti immediatamente dopo che io mi fossi seduto. Mi ha chiesto di pagare all’istante, ed io ho naturalmente obbedito. Mi sono sistemato, aspettando solo l’autista del matatu che ancora non si vedeva.


A questo punto pero’ vedo che, uno dopo l’altro, i passeggeri seduti vicino a me, si alzano e si allontanano. Mi altero un po’, e dico al giovane bigliettaio: “ma non mi avevi detto che la vettura era ormai piena?”


“Stai calmo, mzungu... i passeggeri verranno! Solo che ora sono ancora per strada”.


Ho chiesto indietro i miei soldi ma ha rifiutato decisamente. Ho dovuto cosi’ aspettare altre due ore perche’ il matatu si riempisse veramente e partisse per Nairobi.


“Only in Africa”, pensavo tra me, mentre cercavo di chiudere gli occhi nonostante i sobbalzi della strada.



Fr Beppe

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mercoledì 4 novembre 2009

Felicitazioni Nadia & Fabrizio!

A nome di tutta la famiglia del blog, con sentimenti di sincera amicizia, stima e riconoscenza, esprimo a Nadia e Fabrizio le nostre felicitazioni per la nascita della loro figlia primogenita.

Siamo con voi nella vostra gioia, e ci uniamo al vostro sorriso da tutte le parti del mondo. Vi giunga il nostro calore, e vi avvolga il nostro affetto.


Auguri per il nuovo focolare a 3.


Dio benedica la vostra famiglia per tutto cio’ che fate per noi.



Fr Beppe a nome di tutti i lettori del blog

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Mi chiamo Ginevra

.... e sono venuta al mondo martedi’ 3 novembre alle 19.20, ora italiana, per la gioia di mia mamma Nadia e di mio papa’ Fabrizio.


Sono stata portata dalla cicogna direttamente tra le braccia dei miei genitori, che sono ora pieni di gioia. Tutto e’ infatti avvenuto senza complicazioni. E’ proprio vero quello che e’ scritto nella Bibbia: la mia mammina si e’ dimenticata subito del dolore provato, per la gioia della mia nuova vita.


Sono bellissima (anche la mia mamy lo e’ moltissimo!), e pesavo 3400 grammi alla nascita.


Pure a nome di mia madre, che e’ il blogger di questo stupendo sito, desidero presentarmi a tutta la blogosfera di Chaaria e Tachina.


Presto, quando la mia mamy sara’ dimessa, potrete anche ammirare la mia foto... lo so che per lei saro’ sempre la più bella.



Ginevra

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Polmonite

L’OMS e l’UNICEF ieri hanno dichiarato che circa 6 milioni di bambini ogni anno muoiono a causa della polmonite, e che l’80% dei decessi avviene nell’Africa subsahariana. La polmonite uccide più pazienti di eta’ pediatrica che malaria ed HIV insieme.


Le terapie normalmente sono poco costose, in quanto fortunatamente le nostre popolazioni sono generalmente molto recettive agli antibiotici. Il problema e’ di solito il ritardo nel porre una diagnosi, vuoi perchè le madri abitano molto lontano dagli ospedali, vuoi perchè in molti dispensari rurali il personale e’ poco qualificato e tratta tutte le patologie come se fossero malaria ( anche quando si tratta in realtà di polmonite), vuoi perchè le mamme stesse non sanno riconoscere i segni di infezione delle basse vie aeree nei loro figlioletti... e ciò porta a gravi ritardi diagnostici e terapeutici.


I bimbi piccoli infatti sovente non sono in grado di tossire o lo fanno molto poco, per cui e’ difficile pensare ad una polmonite. Il sintomo più importante e’ l’aumento degli atti respiratori (il bimbo cioè respira molto rapidamente e compie delle inspirazioni brevissime). Altra presentazione assai tipica e’ il rientramento toracico (chest indrawing in inglese): cioè si forma una rientranza al di sotto dell’ultima costa quando il piccolo inspira. Si ha quindi l’impressione che espanda solo l’addome, mentre una cordicella immaginaria lega la base toracica e non la lascia espandere.


Inoltre nei malati di pelle scura e’ più difficile riconoscere la cianosi (colore bluastro delle mucose che indica carenza di ossigenazione del sangue): cerchiamo quindi di insegnare alle giovani donne ad osservare il colore delle unghie, delle labbra e delle gengive dei loro figlioletti.


La febbre può esserci o non esserci; dunque incoraggiamo le donne a non considerare una temperatura normale come un segno che la situazione non e’ grave.


Nella sala d’attesa d’attesa dell’ambulatorio, durante le lunghe ore in cui i pazienti devono fare la coda, abbiamo ora iniziato ad organizzare dei momenti di informazione per le mamme, al fine di offrire loro le conoscenze necessarie per riconoscere precocemente i segni di infezione delle basse vie aeree, e rivolgersi quindi ad un ospedale qualificato.


Infatti più precoce e’ la terapia e più facile sarà salvare le vita del bambino. Se il piccolo viene portato troppo tardi, quando ormai ci sono cianosi e distress respiratorio, spesso non riusciamo a far nulla per lui.


Inoltre cerchiamo di insegnare alle mamme ad essere molto attente soprattutto con i piccolissimi che sono molto delicati e possono morire in pochissime ore. C’e’ anche da tener conto che spesso i segni clinici sono davvero poco chiari nei primi mesi di vita, in cui il segno più importante e’ l’aumento della frequenza respiratoria. Tale attività formativa e’ coordinata dalla nostra infermiera Monicah.


Se riceviamo un bambino con una infezione respiratoria, la terapia dipenderà dalla gravita’ della situazione:


  1. quando la polmonite non e’ severa e le condizioni generali sono stabili, la via di sommininistrazione sarà orale ed il farmaco di scelta sarà una penicillina (amoxicillina sciroppo), o un macrolide (eritromicina sciroppo).
  2. Quando il bambino e’ molto grave usiamo una associazione di Penicillina G e.v. e Gentamicina e.v.
  3. Se questa associazione non ottiene l’effetto desiderato, usiamo il Rocefin e.v.

Normalmente la nostra diagnosi e’ clinica. Mandiamo a Meru per la lastra del torace solo nel caso in cui il fallimento della terapia antibiotica ci porta a sospettare una TBC o una cardiopatia congenita precedentemente sconosciuta.



Fr Beppe



PS: Da circa un mese non abbiamo connessione intenet satellitare. Uso con difficoltà un modem Safaricom, ma non sempre c'è campo. A volte leggo le mail a Meru. Mi scuse se a volte non riesco a rispondere alle vostre lettere.

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lunedì 2 novembre 2009

Si ritorna a Tachina...

Volo KL 1656 Q - Lunedi 26 ottobre 2009, Ore 17.42. Aereoporto Marco Polo di Venezia. L’aereo decolla. Destinazione: Amsterdam.
Tre aerei e cinque scali per arrivare a Tachina, l’aereoporto di Esmeraldas.
Si riparte, si ritorna, si ricomincia.
Mentre l’aereo si alza verso le nuvole, socchiudo gli occhi e mi lascio cullare da quella strana sensazione che puntualmente si ripete ad ogni partenza. Un intreccio di emozioni contrastanti fra loro: la gioia del ritorno tra i “miei” anziani dell’Asilo e la tristezza di lasciare ancora una volta i miei cari, gli amici, i confratelli, i posti dell’infanzia e della giovinezza.
E’ come il mistero della morte-vita e della Croce-Resurrezione, che si vivono contemporaneamente quando si incontrano. Cosi’ il dolore del lasciare porta con se’ la gioia del ritorno e viceversa.
Con questi pensieri, tra qualche preghiera, un po’ di riposo e i sali-scendi dagli aerei, dopo una notte di viaggio atterro a Quito, dove mi sta aspettando suor Lucia.
Passo la notte nella nostra accogliente casa di questa citta’, dove incontro il buon Fratel Luciano che mi ha sostituito in questi mesi e che mi aggiorna sulla situazione “a casa”.
Mercoledi 28 un altro aereo mi porta velocemente a Tachina. Fratel Pietro e’ puntuale all’aereoporto.
Pochi minuti dopo posso riabbracciare gli anziani riuniti al comedor per il rosario pomeridiano. L’emozione e’ tanta. Sono ritornato a casa!
Tra la gioia di tanti non  manca chi mi…rimprovera l’assenza “demasiado larga”!
Tra le molte novita’ cé’ Juana che sta davvero male: allettata da giorni, non riesce piu’ a nutrirsi.
Una telefonata veloce al dottore, che in questi mesi ha fatto anche un po’ l’infermiere,mi aggiorna sulle critiche condizioni di salute di Juana, ma anche di Cuero e Rosita.
Metto subito una flebo a Juana e Rosita, prendo la pressione a Cuero: tutti e tre allettati e gravi.
Un sorriso, una parola con tutti e vado di corsa a preparare le terapie per domani.
Ci siamo!! gia’ immersi nella quotidianita’, si respira la nostra aria, 35 gradi…siamo a Tachina, all’Hogar de Ancianos!! E’ gia’ notte.
Passo in Chiesa per un saluto veloce…magari le valige le apro domani….guardo il Tabernacolo…
Bienvenido…otra vez!!


Fratel Maurizio

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L'obiettivo violento

In questo breve scritto usero’ solo iniziali del tutto inventate per raccontare dei fatti veri, e magari portare ad una riflessione che spesso non facciamo….


PRIMO EPISODIO
B. ha una bellissima macchina fotografica digitale, di quelle con teleobiettivo. A prenderla in mano pesa un bel po’. Lui ha un interesse particolare a fotografare scene di vita in ospedale. Gli ho detto tante volte che bisogna essere prudenti, quando si riprendono delle persone, o quando si entra nella loro privacy. L’ho raccomandato di informarmi ogni volta che intende far foto sulle folle (per esempio in sala di attesa, o all’ingresso di un camerone). Pero’ B. sembra non tener molto conto di quanto gli dico, finche’ un giorno, nel corridoio dell’ambulatorio sento dei disordini. Mi affaccio pensando alla solita diatriba tra malati, su chi deve passare prima per le visite, ed invece vedo il nostro amico italiano circondato da uomini vociferanti che quasi lo vogliono picchiare. Ho il mio bel “da fare”, insieme ai wathcmen per calmare la sedizione: “Perche’ questo Muzungu ci fa delle foto senza neppure chiedere il permesso? Dove le porta poi? Cosa se ne fa? Adesso vogliamo essere pagati”.
“ Non comportatevi cosi’, per piacere... Da dove pensate che prendiamo i soldi per sussidiare i prezzi quasi irrisori di questo ospedale? Ringraziate invece il Signore che ci siamo dei Bianchi che scattanno delle foto, le fanno vedere agli amici, le proiettano nelle parrocchie, e poi ci mandano tanti soldini”... mi sono salvato in corner, ed il gruppetto di rivoltosii si calma; ma tra me penso che abbiano ragione. A tal proposito mi viene in mente di quando tre anni fa in Italia dovevo cambiare le lenti dei miei occhiali. Sono entrato in un negozio di ottica con la prescrizione dello specialista, e l’ho presentata al bancone. Con mia grande sorpresa, la gentile signora del negozio mi consegna un bel po’ di fogli da firmare, per la “privacy”, e mi dice che la devo autorizzare a leggere la ricetta del mio oculista. “Che scoperta che la puoi leggere... se ho bisogno delle lenti e te le chiedo, e’ automatico che devi consultare la prescrizione”.
“No, signore, la legge dice che lei deve firmare il consenso”.
Queste cose mi fanno pensare che a volte ci siano anni luce tra noi qui a Chaaria e l’Europa; o semplicemente che forse qualcuno si sente libero di fare qua delle cose che mai farebbe in patria.


SECONDO EPISODIO
I volontari sono andati a fare una gita lontano da Chaaria. Il panorama e’ bellissimo. Ad un certo punto A. vede una vecchia curva sotto una enorme fascina di legname. La donna cammina scalza sulla strada sassosa. La tentazione e’ fortissima! A. chiede all’autista di fermare l’auto; scende di botto, e scatta alcune foto alla donna senza rivolgerle neppure una parola. Poi si gira verso gli altri nella macchina, soddisfatto per il trofeo che ora potra’ far vedere in Italia; ma ad un certo punto viene investito da un fiume di parole roventi, anche se incomprensibili. La vecchia e’ davanti a lui con un pietrone in mano e minaccia di colpirlo. Joseph saggiamente gli dice di non tentare di calmarla e di salire in macchina in fretta. A. riesce appena a chiudere la portiera, quanto il sasso colpisce violentemente il finestrino, fortunatamente senza mandarlo in frantumi. Nel frattempo un drappello di curiosi si era radunato vicino al fuoristrada, ed e’ stato un frangente imbarazzante per tutti i volontari, quando la macchina ha dovuto farsi strada tra persone che urlavano in una lingua sconosciuta.


TERZO EPISODIO
M. e gli altri volontari sono andati in gita a Rikana. Il villaggio e’ poverissimo e le case sono di fango e paglia. Avevo raccomandato loro di stare molto attenti nel fotografare le capanne, perche’ la gente non capirebbe il senso di documentere la loro poverta’ ed arretratezza. Avevo suggerito di puntare l’obiettivo solo quando non c’era nessuno nei pressi delle baracche.Ma si sa che poi quando l’entusiasmo molta alle stelle, il dito sul pulsante della macchina fotografica diventa irrefrenabile. Vedo M. fotografare dei bambini facendo loro dei primissimi piani... e fin li’ non vedo grossi problemi, perche’ i piccoli sono semplici ed e’ sempre possibile farli felici con una caramella.
Il problema e’ nato quando ci si e’ presentata davanti una scena di vita agreste davvero suggestiva: nel cortile di una capanna di paglia una donna coperta di stracci sta pestando il granoturco nel mortaio. Una marea di bimbi seminudi si sta rincorrendo nell’aia. Poco lontano un uomo e’ seduto a terra, apparentemente intento a sciegliere i virgulti migliori di tabacco per poi piantarli.
La tentazione e’ troppo forte! Non si puo’ perdere una scena del genere! Ed in pratica sarei anche stato d’accordo nel ritenere che sarebbe stata una foto ad effetto. Solo che M. avrebbe dovuto parlarmene. Io avrei potuto dialogare con quella famiglia, che quasi sicuramente avrebbe accettato, magari dopo una piccola offerta, di cui certamente avrebbero avuto bisogno. Ed invece no! M. decide di fare il “rambo”. Si avvicina a quel cortile e comincia a scattare a ripetizione, quasi stesse usando un mitra. Tutto e’ successo in un attimo: senza dire una parola l’anziano padrone di casa afferra la panga e prende ad inseguirci. Siamo scappati senza problemi ed abbiamo raggiunto l’autovettura distanziando il povero settantenne che continuava a brandire il suo strumento a distanza. Pero’, che umiliazione!
Tra me penso: ma se noi vivessimo nella casa piu’ sgangherata del quartiere, e tutti i giorni vedessimo degli sconosciuti ben vestiti che vengono a fotografare le nostre povere cose, e poi se ne vanno senza dirci una parola, senza degnarci di un saluto, senza comunicarci quale sia il fine di quegli scatti... come ci sentiremmo? Non sara’ che inconsciamente ci sentiamo un po’ superiori e riteniamo di non dover chiedere il permesso a chi e’ diverso, piu’ arretrato e piu’povero di noi?  


ULTIMO EPISODIO
Z. invece porta sempre la macchina fotografica in tasca e continua a scattare foto sia in sala operatoria, sia in sala parto. Provo a parlarle una volta, ma lei sembra del tutto refrattaria. Davanti a me dice di aver capito il problema e di non voler ripetere, ma poi le cose non cambiano. In sala per esempio le avevo detto di puntare l’obiettivo solo quando le persone sono completamente coperte dai teli verdi; quando sono addormentate o quando non possono vedere l’apparecchio fotografico. Purtroppo pero’ le mie assistenti mi confermano che, appena io mi assento dalla sala, il flash continua a funzionare non-stop. Sono stufo di parlare, perche’ poi, alla fin della fiera, io vengo considerato come il solito borbottone noioso e veterotestamentario.
Poi, con mia sorpresa, oggi le infermiere di sala parto hanno chiesto una riunione urgente e mi hanno detto che non avrebbero continuato a lavorare se non avessi risposto alle loro domande. Mi aspettavo la solita questione sindacale, e la richiesta ormai noiosa per me di un ulteriore aumento di stipendio.
Invece, la responsabile di sala parto, ha esordito con una frase a sorpresa: “Caro Brother, adesso desideriamo che tu ci spieghi compiutamente quale sia la differenza la nudita’ di una donna bianca e quella di una donna di colore”.
La affermazione cosi’ brutale mi lascia senza parole, e non so bene se sorridere o se mettermi a piangere. Allora l’infermiera continua: “Ti chiediamo di dire a Z. che non e’ piu’ gradita nel nostro dipartimento, e che le foto che continua a scattare durante i parti puo’ continuare a farle in qualche ospedale nella sua patria. Questo e’ decisamente contro la nostra cultura... soprattutto se non c’e’ una necessita’ scientifica e non c’e’ il consenso della partoriente”.
Senza parole per la giusta umiliazione inflittami dal mio staff, decido che devono essere loro a parlare direttamente con Z., perche’, se glielo dicessi io, non otterrei nulla, mentre una presa di posizione cosi’ dura da parte delle infermiere locali potrebbe sortire l’effetto desiderato.
Questo fatto mi ha portato a ripensare a quanto un’altra volontaria mi aveva detto, e cioe’ che, quando era stata in Iran, per rispetto di quella cultura, aveva sempre indossato il velo nero in testa. A volte mi chiedo come mai non ci facciamo le stesse domande per rispettare anche la cultura di questa povera gente.
In conclusione di questo romanzo a puntate, vorrei dire che e’ opportuno usare l’obiettivo con parsimonia e con tanto rispetto, soprattutto quando lo puntiamo sulle persone  e sulle loro proprieta’. Doppio rispetto va poi tributato al corpo malato ed alla privacy di chi e’ indifeso a causa della malattia. La macchina fotografica e’ infatti uno strumento stupendo, ed anche il blog ha continuamente bisogno di documentazione fotografica... Le foto fanno intuire meglio le situazioni e commentano visivamente quanto scriviamo... ma stiamo attenti a non trasformare l’obiettivo fotografico in un’arma che puo’ offendere ed umiliare.


Fr Beppe

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sabato 31 ottobre 2009

Ahmed

… ha circa 20 anni e viene da Marsabit, nel Nord. I suoi genitori, per ragioni a me ancora sconosciute, hanno pensato che Chaaria fosse l’unico posto dove il loro figlioletto avrebbe potuto essere aiutato.
Ha una storia di attacchi ripetuti di malaria che non sono mai completamente guariti, nonostante le terapie ricevute in vari dispensari.
Lo abbiamo ricoverato in uno stato di semi-incoscienza. Inoltre si presenta sempre decisamente agitato. Abbiamo rifatto il test per la malaria che e’ risultato ancora positivo e ci siamo affidati nuovamente al nostro vecchio chinino, che di solito continua a lavorare benissimo ed a stupirci per i risultati incredibili che spesso otteniamo.
E’ della settimana scorsa per esempio il caso di una infermiera di una struttura governativa, che ci e’ stata portata di notte dal marito affranto. Era stata bene fino alla cena, e poi l’avevano trovata in coma nel gabinetto... Alla terza flebo di chinino quella donna era seduta nel letto e chiedeva di andare a casa.
Ahmed pero’ non ha avuto un decorso del genere. Dopo cinque giorni di chinino le sue condizioni non sono apparse diverse dal momento del ricovero: sempre in coma parziale, sempre molto agitato ed incapace di nutrirsi o di ingerire farmaci per bocca.
Abbiamo quindi tentato di capire qualcosa di piu’ tramite la puntura lombare, anche se il giovane non presentava segni clinici di meningite, a parte delle febbri che andavano su e giu’.
Il risultato e’ stato pero’ ancora negativo e ci ha lasciati a brancolare nel buio.
Poi ieri mi ha chiamato la sua mamma: una donna altissima e completamente coperta da un lungo vestito nero. Anche il volto ed il capo sono nascosti, e posso intravvedere solo le sue tristi pupille attraverso la stretta striscia che il chador mi permettere di cogliere con lo sguardo. Le donne musulmane, quando sono cosi’ coperte, mi mettono a disagio e preferisco parlarle, con lo sguardo rivolto al pavimento.
“Dottore, fai qualcosa per mio bambino. Non lasciarlo morire. E’ il mio unico figlio maschio, ed e’ il primogenito”.
Non so cosa risponderle, e sinceramente non che pesci pigliare. Sarei tentato di iniziare una terapia antitubercolare “ex