Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


sabato 29 aprile 2017

La festa del nostro Santo

Pur in una giornata tremenda di lavoro, iniziata nel cuore della notte con due cesarei, oggi ho pensato molto al nostro Padre Fondatore, al suo esempio ed ai suoi insegnamenti che sempre mi affascinano e mi toccano nel profondo.
Condivido con i lettori alcune suggestioni, che possono anche sembrare anacronistiche, ma che a mio giudizio conservano tutta la loro attualita’ e la loro forza trainante.
Il primo elemento riguarda la tesi del nostro Santo sul fatto che i poveri sono i nostri padroni. Qualcuno ha interpretato questa frase dicendo che il Cottolengo intendeva dire semplicemente che dobbiamo trattarli come se fossero i nostri padroni. Altri invece sostengono che il Fondatore volesse esprimere il concetto nella sua verita’: i poveri sono realmente i nostri padroni... con la conseguenza che noi siamo soltanto dei servi.
Onestamente io sposo la seconda interpretazione, e credo che il Cottolengo mi voglia dire che tutto quello che faccio, deve essere sempre per i poveri, che sono la ragion d’essere della nostra vita.
Studio e mi tengo aggiornato per loro. Lavoro giorno e notte per loro.

venerdì 28 aprile 2017

Dove sei?

Sei arrivata a Chaaria dopo ore ed ore di travaglio in una struttura molto lontana da qui.
Il trasporto in ambulanza certo non avrà giovato alle tue condizioni di salute.
Ti abbiamo accolta e portata subito in sala per il cesareo: il battito cardiaco fetale era pessimo e non si poteva aspettare!
Il bambino era infatti in pessime condizioni alla nascita, ma si è pian piano ripreso.
Tu invece, inaspettatamente hai smesso di respirare durante quest’operazione che facciamo migliaia di volte qui a Chaaria, di giorno e di notte.
Ci siamo attivati subito per la rianimazione: intubazione, ossigeno, ambu.
Anche il tuo cuore si è fermato, ma ci siamo piombati su di te, abbiamo massaggiato e poi defibrillato. Il cuore è ripartito e così pure la tua respirazione spontanea.
Però non ti sei più svegliata.
Sono ormai tre giorni da quando è successo: dapprima il tuo respiro era tremendo, come se fossi in edema polmonare. Non potevi stare senza ossigeno.
Poi pian piano il respiro di è regolarizzato e ti sei calmata: la tua calma era una iniezioni di speranza in tutti noi.
Hai iniziato anche a rispondere a stimoli dolorosi, e ci hai fatto sognare che stessi per svegliarti.

giovedì 27 aprile 2017

Joy

Oggi è venuta a farmi vedere la pagella: davvero impressionante.

Joy si sta impegnando a fondo in questo suo primo anno alle superiori ed ha voti bellissimi.
Le avevo detto di essere seria e di non sprecare i soldi e la fiducia dei donatori che la stanno aiutando a studiare, e sembra proprio che lei ce la metta tutta.
L'unico voto un po' più basso dell'ottimo è chimica, ma anche qui mi ha promesso di migliorare.
Joy è la prima orfana che abbiamo accolto a Chaaria nel 2001, ed è stata la figlia prediletta di Sr Oliva.
In questo senso è un capostipite per Chaaria, una pietra migliare, ed una persona a cui siamo particolarmente affezionati.
Dopo lo svezzamento l'avevamo reinserita a casa con il papà, povero ed epilettico, dopo che era riuscito a risposarsi.
Sono sempre stati una famiglia con grossi problemi economici, ma noi abbiamo continuamente tenuto uno sguardo su di loro.
Joy può ora frequentare le scuole superiori grazie alla generosità dell'Associazione Matumaini di Milazzo, ed a loro va il mio sentito ringraziamento.


martedì 25 aprile 2017

Come sarebbe bello...

Nella conferenza di Nanyuki ho sentito molto spesso parlare di "medical fraternity". Si parlava della nostra professione come di una grande famiglia.
Mi sento spesso molto confuso, quando ascolto questa frase, perchè, almeno nella mia situazione di vita qui a Chaaria, mi pare davvero irrealistica, utopica, e sovente anche non veritiera.
E' vero che non posso generalizzare e che ho persone che davvero mi vogliono bene anche nel mondo medico della nazione in cui vivo (tra tutti cito solo il Dr Nyaga e la Dottoressa Makandi, ma so che ce ne sono molti altri).
Purtroppo però, nei rapporti quotidiani, spesso prevalgono l'ostilità, l'invidia e la competizione: mi vien da pensare che più che di "fraternity", dovremmo parlare di "competition"...si compete per la fama di chi è il migliore, e soprattutto si compete per guadagnare più soldi.
Il nostro fondatore, San Giuseppe Cottolengo, diceva che dobbiamo temere quando tutti parlano bene di noi, perchè questo sarebbe un segno che il Signore non è contento di noi. Quando invece molti parlano male di noi, allora questo significa che siamo sulla strada giusta.

lunedì 24 aprile 2017

La Piccola Casa in festa





Era otite

Ivonne ha pochi mesi ed è arrivata in condizioni estreme dovute ad una malattia febbrile molto severa.
Era stata ricoverata in un dispensario rurale ed era stata sotto chinino endovena per vari giorni senza mai migliorare.
La febbre superava i 40°C, e questo portava a frequenti convulsioni febbrili. La mamma era venuta a Chaaria perchè disperata, in quanto non vedeva alcun miglioramento della sua bambina, sempre più prostrata e grave.
Alla prima visita, quello che mi ha colpito fortemente è il fatto che Ivonne, nonostante il febbrone che durava da giorni, non fosse in coma: "se fosse malaria, a quest'ora ci saremmo dovuti aspettare un interessamento cerebrale!"
Lo stato di coscienza e l'assenza di rigidità nucale mi portavano in qualche modo ad escludere anche la possibilità di meningite; nonostante tutto, abbiamo fatto una puntura lombare, e, come prevedibile, abbiamo ricevuto un esito negativo.
L'auscultazione del torace pareva abbastanza indifferente e non mi ricordava certo una polmonite, ragion per cui ho deciso di risparmiare alla povera Doreen i disagi di un trasporto a Meru per la lastra.

domenica 23 aprile 2017

I lavori continuano

Oggi condivido con i lettori 2 foto della nuova struttura che la generosità dell'Associazione Volontari Missioni Cottolengo ci sta donando.
I lavori continuano molto celermente, ed in queste ultime settimane i muratori stanno facendo le solette di cemento sia al piano terra che al primo piano.
Stiamo anche facendo la gettata di cemento per quella che sarà la veranda attorno alla nuova costruzione.
Sta venendo fuori una struttura maestosa, la prima a due piani nel nostro ospedale.
La credevamo anche troppo massiccia e forse anche un pugno nell'occhio... nella continua ricerca di ottimizzare gli spazi a nostra disposizione; ma alla fine sta diventando anche molto bella ed ariosa.
Certamente i tempi per la conclusione non saranno molto brevi in quanto sono gli interni a dare la maggior del lavoro: impianto elettrico, acqua, pavimentazione e verniciature dei muri.
Nonostante questo, ci sentiamo ora in dirittura di arrivo e non possiamo che ringraziare di vero cuore i nostri benefattori che generosamente ci hanno permesso di portare a termine questo progetto in sè ambizioso ed altamente necessario per l'ospedale.
Con esso daremo infatti adeguata collocazione ai servizi per HIV e tubercolosi, ed insieme avremo un nuovo, spazioso ed attrezzato laboratorio analisi centralizzato per l'ospedale.

sabato 22 aprile 2017

Tornare a Chaaria

E' come tornare a casa.
Lo desideri con tutto il cuore.
In effetti ti sono mancati molto i malati, i collaboratori, ed anche la routine dell'ospedale, che ormai è come un figlio per te: l'ospedale ti fa penare, ti stanca all'inverosimile, ti carica di problemi e di sofferenze...ma poi ti manca da morire quando non ce l'hai.
Credo che succeda lo stesso ai genitori!
Staccare qualche volta è necessario, per ricaricare le batterie, e di questo ringrazio tanto il Signore.
Tornare è insieme una gioia immensa (sei accolto con calore e ti senti ripetere con il cuore: "ci sei mancato molto"), ma è anche una grande fatica: normalmente ti ritrovi molto lavoro accumulato, pazienti arretrati, operazioni non fatte ed ancora in attesa, esami diagnostici posticipati fino al tuo arrivo.
Nelle prime ore dopo il ritorno ti senti un po' sopraffatto ed hai l'impressione di non farcela a recuperare quanto si è accumulato.
Ma poi, la serenità ritrovata, la mente ed il fisico ristorati e freschi, ti aiutano a organizzarti, e pian piano recuperi tutto.

venerdì 21 aprile 2017

Uno stacco dalla routine

Carissimi amici e lettori, 
Sono a Nanyuki dove si tiene la conferenza scientifica della Kenya Medical Association. 
Sono stato molto in dubbio se partecipare o meno, visto il lavoro molto esigente dell'ospedale in questo periodo: infatti abbiamo estrema carenza di personale causata sia da nuove defezioni di infermieri, sia da un lutto in famiglia per la nostra clinical officer Fridah, sia da un corso sul cancro che ha coinvolto la partecipazione di Evans, nostro clinical officer responsabile della pediatria.
Le ragioni per cui ho deciso di venire sono essenzialmente due: la prima e' che il congresso mi dara' dei punti ECM he mi sono essenziali per il rinnovo della licenza con l'ordine dei medici; la seconda e' rappresentata dal fatto che non avevo staccato per niente dopo lo sciopero e mi sentivo un po' stanco e svuotato. 
Avevo assolutamente bisogno di una pausa: in se' devo ammettere che i contenuti non sono il massimo e che a volte il convegno e' anche noioso, ma rappresenta comunque uno stacco dalla routine ed una occasione per ritornre a Chaaria ricaricato e lucido. 
Sono venuto a Nanyuki sereno perche' ho lasciato a Chaaria un bel team di colleghi: c'e' infatti Filipo che copre la maternita' e la ginecologia, la Dr Apophie che mi sostituisce come responsabile e si occupa di medicina e chirurgia, e la Dottoressa Makandi per l'ortopedia.


Il congresso finisce domani con il pranzo e ritorno subito a Chaaria per essere disponibile entro sera e liberare la Dottoressa Apophie. 
Qualcosa comunque si impara sempre, e non credo che il congresso sia stato una perdita di tempo.
Ringrazio di cuore anche Fr Giancarlo che si e' sobbarcato tutto il peso dell'ospedale in mia assenza.
Sono contento di aver rotto la routine, e sono ancor piu' contento di tornare domani.

Fr Beppe


giovedì 20 aprile 2017

E' cominciata così...

Oggi è la mia ultima giornata piena a Chaaria in quanto domani rientrerò in italia.

Alle due a.m. suona il telefono e Beppe con voce contrita mi annuncia che c’è un cesareo e mi chiede se posso scendere in ospedale (?!?).
Quando arrivo trovo lui che ha già fatto la spinale, Filippo, ginecologo, e le due infermiere di notte kenyote. Filippo e io (140 anni in due) sbrighiamo il cesareo senza eccessivi affanni mentre Beppe assiste la paziente confortandola in Kiswaili (o in Kimeru che è il dialetto locale?). 
Mentre finiamo ci annuncia che Giancarlo è partito nella notte, sotto il diluvio, per recuperare un presunto cesareo urgente da un’altra maternità, ma ci consiglia anche di andare a dormire perché spesso da quella struttura partono dei falsi allarmi.
Seguo il consiglio e ovviamente stento ad addormentarmi , sento la pioggia che batte furiosa e penso a Giancarlo nella notte buia come la pece che guida l’ambulanza sullo sterrato viscido come il sapone, senza poter vedere se sotto le pozzanghere c’è il bordo della strada o il fosso. 

mercoledì 19 aprile 2017

Le notti più difficili...

Andare a letto alle 23 dopo una giornata pesantissima.
Prendere sonno immediatamente perche' davvero crolli di stanchezza.
Sperare di riposare fino al mattino per ricaricarti e per ricominciare un'altra dura giornata di lavoro.
Ma essere svegliato di soprassalto per un cesareo alle due di notte...l'ora peggiore, perche' poi, quando torni a letto, non riesci piu' a riprendere sonno fino al mattino quando suona la sveglia.
Ma, appena arriva un po' di sonno verso l'alba, essere chiamati nuovamente per un altro cesareo. Hai gli occhi gonfi e la testa confusa, ma non c'e' nulla che tu possa fare...non ci sono altri di chiamata, ci sei sempre e solo tu.
Finire il cesareo appena in tempo per andare a fare lezione agli infermieri; impegnarti al massimo anche nell'insegnamento, e poi sapere che la giornata sara' difficilissima e che nemmeno avrai tempo per mangiare o per schiacciare un pisolino.
Queste sono le notti piu' difficili...e non sono poi cosi' infrequenti.

Fr Beppe


martedì 18 aprile 2017

Chaaria e Ippocrate

Pur nel marasma solito di Chaaria, oggi ho avuto modo di pensare molto al giuramento di Ippocrate che tutti i medici osservano… Infatti all’uscita dalla sala operatoria, dopo un'ernia bilaterale, ho trovato un gruppo di nostre infermiere che discutevano animatamente.
Stavano parlando della giovane ventenne che si era fatta inserire un bastoncino in cervice per porre termine alla gravidanza (le nostre nonne usavano il ferro da calza). Erano scandalizzate perche’ si trattava di una gestazione avanzata di circa 4 mesi, e dicevano che la malata era colpevole di un atto abominevole e che avrebbe dovuto pagarne le conseguenze.
Con calma io ho cercato di farle ragionare: “Noi non siamo Dio… lasciamo a Lui il compito di giudicare… Ora davanti a noi c’e’ solo una poveretta che sanguina, e che potrebbe anche morire se non la aiutiamo… E’ estremamente importante che noi medici ed infermieri ci asteniamo da qualsiasi giudizio… a noi non interessa se una persona e’ colpevole o innocente: il nostro compito – come ci ricorda Ippocrate – e’ quello di schierarci sempre per la vita, senza mai fare nulla che possa in qualche modo metterla in pericolo… Sono sicuro che il Signore sapra’ toccare il cuore della ragazza e farla riflettere. Ora diamoci da fare”.
La risposta dello staff e’ stata ottima: un giro di sguardi che significavano totale supporto per quanto avevo detto… e poi tutti ai loro posti per soccorrerla in fretta.


Pasquetta?

Che cosa sarà mai sta' Pasquetta?
Tale parola non ha infatti molto significato qui a Chaaria.
Da sempre la gente qui non rispetta la giornata festiva che segue la domenica di Pasqua e si precipita  in ospedale: sarà perchè pensa che ci sia meno da attendere e che ci sia meno gente in ambulatorio...o forse sarà perchè molte altre strutture sono chiuse nelle giornate festive e quindi noi siamo un po’ l’unica opportunità.
Fatto sta che oggi, dopo la messa in cappella alle 6.30 del mattino, non siamo più riusciti a sollevare la testa...pazienti e sala operatoria a ritmo incalzante: chi ha fatto la parte del leone oggi è stata l’ortopedia, mentre la maternità ci ha lasciati stranamente tranquilli: un cesareo, qualche parto, ma certamente non i ritmi consueti di Chaaria.
In sala, nonostante il personale ridotto a causa della festività, siamo riusciti ad operare ben tre bruttissime fratture di femore, tutte causate da tremendi incidenti con il mototaxi.
Anche oggi ho potuto contare sulla preziosa collaborazione della dottoressa Makandi, che non ha voluto far festa ed è venuta per il suo consueto volontariato a Chaaria.
Insieme siamo riusciti ad aiutare persone malconce a meno di 24 ore dall’incidente che aveva causato la frattura: se penso che fino ad alcuni mesi fa questi pazienti avrebbero languito per mesi in un reparto di qualche ospedale governativo, nella vana ricerca di abbastanza dei soldi necessari per comprare l’impianto ortopedico necessario, mentre oggi approdano a Chaaria anche il giorno di Pasqua, sono operati il giorno di Pasquetta e l’indomani cominciano la mobilizzazione con stampelle, senza pagare uno scellino per l’impianto...beh! onestamente mi sento commosso ed anche un tantino orgoglioso.


domenica 16 aprile 2017

Estremi bancari per acquisto nuovo ventilatore anestesiologico

Carissimi tutti che vi siete dimostrati entusiasticamente interessati, ad aiutarci per il ventilatore anestesiologico della nostra sala operatoria.
Per le vostre donazioni potete usare il conto corrente bancario dell'Associazione Volontari Missioni Cottolengo.
Sarà essenziale che nella causale scriviate chiaramente: PER ACQUISTO VENTILATORE ANESTESIOLOGICO DI CHAARIA.
Gli estremi bancari li potete trovare sul blog di Chaaria (http://chaariahospital.blogspot.com/)
Aprite il blog: in alto cliccate sulla casella DONAZIONI, e troverete le informazioni necessarie (oppure cliccate qui per il link diretto..)
Un grazie anticipato a tutti ed ancora Buona Pasqua

Fr. Beppe Gaido

Happy Easter

A Chaaria abbiamo visto pochissima pioggia e per quest'anno le previsioni parlano di grave siccità. Ci sono aree del Paese dove manca l'acqua e dove il cibo comincia a scarseggiare (si parla di 4 milioni di kenyani già ridotti alla fame), ma dobbiamo ringraziare Dio che a Chaaria non è così. Per adesso c’è acqua nei torrenti perchè siamo vicini al Monte Kenya. La gente comunque teme molto e nuovamente per i raccolti.
Il sole picchia rovente, anche se qualche volta ci sono nuvole cupe che lo coprono. La strada è percorribile, e nuovamente polverosa come al di fuori della stagione delle piogge.
A noi bianchi preoccupa che la corrente elettrica manca sempre più spesso, ma per la gente comune questo non è un grosso problema, perchè loro l'elettricità non ce l'hanno mai avuta.
Per strada vedo anche tante donne che tornano dal fiume con taniche d'acqua sulla testa o sulla schiena.
Guardo la strada rossa, vedo i bambini scalzi anche la domenica di Pasqua, e dico a me stesso: Gesù è risorto. Dobbiamo gioire. Dobbiamo ringraziare il cielo che abbiamo cibo, abbiamo acqua per lavarci e per bere, abbiamo la salute.
Rientro in ospedale dove anche questa notte ho dovuto correre a causa di pazienti gravi, alcuni dei quali ora la Pasqua la celebrano già in Paradiso.


Proviamo a unire gli sforzi?

In questo periodo a Chaaria gli interventi chirurgici che eseguiamo sono sempre più complessi e molto sovente richiedono l'impiego di anestesia generale con paziente intubato e curarizzato.
Nel corso degli anni abbiamo ricevuto tre ventilatori per anestesia generale dall'Italia: tutti erano già "di una certa età" quando ci sono stati mandati. 
Si trattava di materiale dismesso da altri ospedali dopo lunghi anni di onorevole servizio, ma ritenuto ancora in buone condizioni e revisionato a dovere prima di essere spedito a noi con un container.
In effetti le tre macchine ci hanno servito bene per un buon numero di anni, ma ora danno segni di "senescenza": si spengono spesso durante gli interventi,si rompono   e danno ansia sia all'anestesista che al chirurgo. 
Continuiamo a prendere dei pezzi da una macchina per metterli nell'altra, con il risultato che al momento abbiamo solo un ventilatore che funzione (gli altri sono ormai serbatoi di pezzi di ricambio), e viviamo quindi nell'angoscia di un guasto che potrebbe tecnicamente bloccare gran parte della nostra attività chirurgica, o magari causare anche danni gravissimi al paziente intubato durante un'operazione.


sabato 15 aprile 2017

Sebastian: il nuovo orfano di Chaaria

E' arrivato da due giorni appena.
La sua mamma è morta di parto in un altro ospedale, ed il papà al momento non può prendersi cura di lui.
Lo abbiamo accolto su richiesta del genitore e ci sembra che si stia adattando bene a Chaaria: si nutre bene con il nostro latte in polvere, dorme di notte e non ci pare che soffra, anche se nessuno saprà mai quello che passa per la testa di un neonato privato da subito del contatto con la mamma.
Data la situazione familiare, il nostro piano è di tenere Sebastian per almeno sei mesi e poi di verificare con il babbo la possibilità di
reinserimento a casa: ovviamente l'orfanotrofio a vita è un'opzione che per Sebastian non prendiamo neppure in considerazione.
Benvenuto, Sebastian, nella nostra piccola famigliola.
Ti vorremo bene e ci prenderemo cura di te.

Fr. Beppe Gaido

giovedì 13 aprile 2017

A mali estremi, estremi rimedi

Oggi ero così stanco che non riuscivo nemmeno a capire il kiswahili.
Avevo una valanga di pazienti con cui parlare e come al solito è arrivata all’improvviso un'urgenza.
Judith mi ha detto: “Abbiamo un problema”. “Ne abbiamo ogni minuto di problemi”, le ho risposto. “Sì, ma questo non so proprio come risolverlo. Ho una gravida con il feto in posizione podalica, il piedino è già completamente fuori. Lo si può anche vedere quando la mamma cammina”. La paziente rifiuta il cesareo perché dice che ha sempre partorito naturalmente.
Stavolta non sarà diverso.
“E perché non la fai partorire? Non è la prima volta che seguiamo un podalico!”. “La cervice non si dilata. Sono cinque centimetri da molte ore, ma Monicah non vuole sentire ragioni”.
Quando sono arrivato da lei niente da fare, era irremovibile. Le ho lasciato ancora qualche ora per continuare il travaglio. Il battito del bimbo sembrava buono. Passavano le ore ma ancora nulla. Monicah voleva aspettare suo marito. Le ho chiesto quando sarebbe arrivato.
“Domani verso le due del pomeriggio, da Mombasa”. “Cosa? È una pazzia. Non si può aspettare fino a domani”.


mercoledì 12 aprile 2017

Da Isiolo verso Nord

Se i volontari vanno al parco del Samburu o per altre ragioni viaggiano verso nord, si rendono conto con chiarezza di come l’ambiente diventi sempre più arido e secco man mano che si procede verso settentrione.
Di pari passo con la diminuzione delle precipitazioni e con l’inospitalità del terreno, va anche il livello di povertà della popolazione: più si procede verso nord e più la gente è povera. Questo fatto è legato prima di tutto al fatto che l’agricoltura diventa sempre meno produttiva fino a diventare impossibile nelle regioni più settentrionali dove non c’è acqua.
Altro elemento di grande importanza nella genesi della povertà al nord è il fatto che i gruppi tribali che lo abitano sono per lo più nomadi e dediti alla pastorizia: essi dipendono completamente dall’andamento delle precipitazioni e stanno in una località finchè ci sono pascoli, dopo di chè migrano con le loro mandrie di mucche o cammelli alla ricerca di erba, di pozzi o di piccoli corsi d’acqua.
Questa è anche la ragione per cui al nord molta gente ancora abita in “manyatta”, cioè in piccole capanne fatte di pelli di cammello e fango: sono delle specie di basse “tende canadesi” in cui c’è spazio solo per dormire, in quanto la vita sociale avviene tutta al di fuori:
si cucina fuori, si mangia fuori, ci si siede attorno al fuoco la sera fuori della capanna. 
Inoltre la “manyatta” è facile da smantellare e da sostare sul dorso di un cammello.
Più si va a nord e più aumenta il tasso di bambini che non vanno a scuola per le stesse ragioni sociali che ho elencato sopra: i genitori sono poveri e non possono permettersi di pagare le spese scolastiche; loro stessi non sono mai andati a scuola e quindi non comprendono l’importanza della formazione; inoltre, trattandosi di tribù nomadi, è alquanto difficile che i bambini possano seguire un intero anno scolastico in una stessa scuola. 

martedì 11 aprile 2017

Tolstoy, Chaaria e la felicità

Dice Tolstoy: "ho vissuto molto, ed ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna, con la possibilità di essere utile con le persone che si lasciano aiutare e che non sono abituate a ricevere. 
E un lavoro che si spera possa essere di qualche utilità, e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?"
Pian piano sono arrivato a capire il senso di queste parole proprio in questo angolo sperduto dell'Africa.
Ci sono voluti molti anni, ma anche io intuisco che una vita tranquilla ed in campagna, in mezzo a gente semplice, e senza troppe complicazioni tipiche della nostra stressata vita occidentale, possa veramente rendere felici, pur nella fatica estrema del quotidiano.
A Chaaria lavoriamo molto, ma siamo tranquilli e non corriamo dietro a mille impegni quotidiani in cui ci si disperde e ci si stanca.
La vita appartata della missione ci focalizza sempre di più sul nostro scopo, che è il servizio incondizionato ai malati. Questa è la nostra semplificazione che rende la vita tranquilla.
Chaaria, questo angolo di campagna isolato e sperduto, negli anni mi ha dato la possibilità di sentirmi utile, e dove potrebbe esserci una gioia più grande?

lunedì 10 aprile 2017

Piove sempre sul bagnato

Oltre che trovarci in una situazione tremenda a causa della mancanza di infermieri, situazione che ci ha portato spesso a decisioni-limite, come quella di affidare il servizio della notte o quello della maternita’ a degli studenti, ora si aggiunge una nuova crisi che ci ha colpiti piu’ o meno a ciel sereno.
La nostra matron Judith ed il clinical officer Frank sono stati assorbiti dal governo e ci hanno lasciati.
Loro almeno se ne sono andati in modo regolare, firmando tutte le carte...anche se ci è mancato il mese di preavviso.
Improvvisamente e senza neppure salutare, se n’è andata anche un’altra infermiera che avevo aiutato tanto in passato. E’ andata a dare le dimissioni da Giancarlo e non ha avuto neppure la cortesia di aspettare che uscissi dalla sala.
Un nuovo clinical officer inizierà mercoledì: di nuovo gli insegneremo tutto, gli daremo delle responsabilità, lo manderemo ai corsi di aggiornamento, già sapendo counque che un bel giorno ci dirà che lo hanno “improvvisamente” chiamato a lavorare altrove.
E’ un schema comune e tristemente sperimentato perchè continuamente ripetuto.
Rimane il grave problema di coprire la posizione in “outpatients” lasciata scoperta dall’infermiera scomparsa. Non sappiamo davvero chi mettere!

domenica 9 aprile 2017

Quando il week end diventa invivibile

Il passare del tempo a Chaaria è un po’ strano, in quanto non ci sono più soluzioni di continuo tra il giorno e la notte, ma soprattutto non ci sono più spazi di recupero nel fine settimana.
Il sabato è diventato un giorno lavorativo a tutti gli effetti, soprattutto per quanto riguarda la sala operatoria, dove cerchiamo di servire tutti gli operandi ancora in attesa e lasciati indietro durante i giorni infrasettimanali a motivo del superlavoro.
Anche alla domenica mattina c’è sala operatoria, per il motivo suddetto...ormai questa cosa è ordinaria.
Ci si riposa un po’ al pomeriggio della domenica, sempre sperando che la maternità sia tranquilla e che non arrivino emergenze varie.
Poi ci sono week end come quello odierno: sabato tremendo, con pesante lista operatoria finita alle 18.30, e continuata poi subito dopo con un cesareo urgente per prolasso di cordone e quindi con una laparatomia per una perforazione intestinale. Con grande gioia abbiamo salvato la vita del neonato, che in sala ha pianto subito...evento quasi miracoloso, considerando che la donna arrivava in ambulanza da Mukothima, dopo due ore di trasporto su strada sterrata e molto difficile.

venerdì 7 aprile 2017

Rottura d'utero a sei mesi di gestazione

Veramente strano quello che è successo oggi!
Vero è che la donna aveva una cicatrice da pregresso cesareo, ma rimane abbastanza inquietante il fatto che abbia rotto l'utero a metà del secondo trimestre.
Il feto era già morto quando l'abbiamo ricoverata: le ostetriche non sentivano il battito cardiaco fetale e me l'hanno inviata per una ecografia di conferma.
L'esame ultrasonografico non solo ha confermato la terribile notizia della morte del piccolino, ma ha anche diagnosticato la presenza di sangue in addome.
Nonostante il fatto che si trattasse di una gravidanza pretermine e di un feto morto, abbiamo quindi dovuto correre in sala ed operare: purtroppo l'utero era spappolato al di là di ogni possibilità di riparazione.
D'urgenza siamo stati costretti a cambiare i piani: da cesareo su feto morto a isterectomia.
La paziente ha comunque rischiato le penne, perchè l'intervento è stato particolarmente difficile e l'emorragia è stata copiosa.
Fortunatamente l'esperienza di Pietro, Mbabu e della dottoressa
Apophie hanno potuto dominare il sanguinamento e salvare la vita della donna...una vita già di per sè difficile, perchè ora non ha più l'utero, ha un solo figlio a casa (che con criteri africani è davvero troppo poco), ed in più è anche sieropositiva ed affetta da tubercolosi polmonare.

Fr Beppe

giovedì 6 aprile 2017

La maternità: i suoi pesi e le sue gioie

Posso dire con estrema sicurezza che la maternità è la fonte del 90% delle nostre emergenze e delle nostre chiamate notturne.
Ovviamente, se Chaaria non avesse la maternità, sarebbe davvero raro essere chiamati di notte: quasi sempre infatti l’urgenza notturna è per un cesareo, un raschiamento od una placenta ritenuta.
La lista operatoria sarebbe molto più facile da organizzare, se non ci fosse la maternità, dal momento che le emergenze non ostetriche sono piuttosto rare: sono proprio le emergenze ostetriche che spesso ci impediscono di completare la lista degli interventi programmati!
Se non riesci a staccare alla domenica pomeriggio è quasi sempre per uno o più cesarei...rare sono le volte che in sala ci devi stare per un addome acuto o per una pangata!
Ma, se Chaaria non avesse la maternità, sarebbe ancora Chaaria?
Secondo me, non sarebbe la stessa cosa: sarebbe in qualche modo tutto più triste e meno entusiasmante.
La maternità è infatti non solo il settore più pesante, almeno per il sottoscritto, con le sue richieste di essere “di guardia” sempre... essa è anche la parte dell’ospedale che amo di più e che maggiormente mi gratifica.
E’ proprio lì che ricevo i “grazie” più sinceri dalle giovani mamme; nel resto dell’ospedale trovare qualcuno che ringrazia è davvero raro!

mercoledì 5 aprile 2017

Nuvoloni neri

Fa caldissimo ed il cielo e’ stellato; non c’e’ una nuvola in vista, fino al lontano orizzonte. Si avverte invece un’afa incredibile, strana a quest’ora della notte.
Improvvisamente vediamo lampi silenziosi che si rincorrono sulla linea dell’orizzonte, in direzione di Kiamuri. Non si ode il tuono. Dico pero’ ai miei collaboratori: “facciamo in fretta, prima che cominci a diluviare”.
“Ma il cielo e’ stellato”, mi dice Michael, ignaro delle piogge tropicali.
Poi il tuono si fa sentire, e si avvicina a grandi passi. I lampi disegnano saette sempre piu’ luminose ed inquietanti, e a tratti illuminano il cielo come il flash di una enorme macchina fotografica.
Poi d’un tratto la bonaccia finisce, ed il vento fa oscillare le cime degli alberi. Conto i secondi che intercorrono tra il fulmine ed il roboare del tuono. Il tempo si fa via via piu’ breve: “Affrettiamoci a finire. Tra pochissimo piovera’ a dirotto”.
Ecco quindi che in lontananza avvertiamo chiaramente lo scroscio d’acqua sulla campagna, mentre noi siamo ancora all’asciutto. E’ come se la pioggia procedesse a scacchi: “forza; corriamo, se non vogliamo essere fradici”.

martedì 4 aprile 2017

Il peccato, ma non il peccatore...

Ho visto dei malati buttati sul letto nei loro vestiti di casa, perche’ non c’erano divise in quell’ospedale. Puzzavano di urina in modo terrificante, ma non c’era un operatore sanitario pronto ad assisterli, e sovente non avevano parenti.
Mi sono trovato davanti a dei letti sui quali giacevano persone cosi’ deboli da non poter muovere un dito. Su uno sgabello vicino alla testiera del povero giaciglio senza lenzuola c’era un piatto pieno di fagioli, su cui si posavano le mosche... ma non c’era nessuno per imboccare quei disgraziati.
Ho alzato la testa, ed il mio sguardo ha incrociato l’occhio fisso e vitreo di una donna ridotta pelle ed ossa. 
Era veramente uno scheletro dall’aspetto vecchieggiante, anche se la sua eta’ avrebbe potuto essere forse di 25 anni. 
Da suo giaciglio emanava un tanfo indescrivibile, forse un misto di sudore, escrementi ed urina. Aveva in mano un arancio sbucciato (chissa’ da quante ore lo teneva li’!), ma non aveva la forza di portarselo alla bocca riarsa e piena di ulcere... anche lei era completamente sola.
“Sara’ piena di piaghe da decubito?” ho pensato, considerando l’apparente assenza di cure infermieristiche.

Benvenuto al piccolo Gabriel Benedict.

Benvenuto al piccolo Gabriel Benedict.

Congratulazioni ai genitori Mary e Maurizio nostri volontari.

Il futuro della nostra Associazione è garantito.


lunedì 3 aprile 2017

La tubercolosi

Irene e’ stata ricoverata circa una settimana fa; ha 28 anni ed e’ incinta di 35 settimane. E’ completamente paralizzata dalla vita in giu’. Abbiamo fatto una ecografia, ed il feto e’ vitale.

La malata riferisce che la paralisi si e’ instaurata circa 7 mesi fa, all’inizio della gravidanza.
Questa vicinanza di tempo ha portato Irene a credere che sia stata il suo “stato interessante” a causare la malattia. Infatti, a suo giudizio, subito dopo il concepimento essa avrebbe incominciato ad avvertire perdita di sensazione tattile e di potenza motoria agli arti inferiori.
Come spesso accade, Irene ha iniziato il suo peregrinare in molti dispensari rurali in cui ha ricevuto varie terapie... normalmente per la malaria che tende ad essere considerata il capro espiatorio di un po’ tutte le condizioni morbose.
Quando e’ giunta da noi abbiamo notato non solo la paraparesi, ma anche il fatto che gli arti inferiori presentano frequenti movimenti involontari di tipo clonico. Inoltre, alla totale perdita motoria, faceva da contraltare il fatto che la sensibilita’ tattile sembrava ritornata normale.
L’ecografia ostetrica ha escluso delle malformazioni fetali... e la cosa e’ gia’ positiva in se’, visto che questa mamma ha assunto molte medicine prima di rendersi conto di essere gravida.
Abbiamo dovuto inserirle un catetere vescicale a permanenza, dal momento che l’incontinenza urinaria potrebbe causarle delle piaghe da decubito.
Durante gli esami di routine abbiamo purtroppo scoperto che Irene e’ HIV positiva. Abbiamo fatto il counseling ed abbiamo dato la terribile notizia ad una paziente del tutto ignara ed ora ancor piu’ indifesa e piena di angoscia.


domenica 2 aprile 2017

Nel giorno del Signore

Sono le 23 e mi avvio verso camera mia trascinando i piedi. La luna non è piena ma ci si vede benissimo. Gli alberi di papaia vicino all’ospedale fanno addirittura ombra. 
Mentre cammino guardo in alto e mi viene un tonfo al cuore nel contemplare la selvaggia bellezza delle nuvole rischiarate dalla soffusa luminosità lunare. Che bello il cielo di Chaaria! Crea nel mio cuore un’atmosfera biblica e mi aiuta a pensare a Dio.
Voglio passare in cappella e salutare il Signore anche se non avrò la forza di aprire un libro o di recitare un salmo. Mi siedo al buio per qualche minuto, semplicemente guardando il tabernacolo che intravedo nella luce rossa del cero.
Offro al Signore la mia domenica. Avrebbe dovuto essere un giorno di riposo, un giorno da dedicare alle “cose di Dio”… e invece è stato un susseguirsi di corse e di problemi difficile da risolvere.
Fortunatamente sono riuscito a partecipare alla Messa con i malati. E’ sempre bella questa Eucaristia, celebrata nel cuore della nostra casa della sofferenza e della speranza, in mezzo a tante persone che soffrono e che ripongono in noi tanta fiducia. 

sabato 1 aprile 2017

Il vortice Chaaria

Sono le 19.30 e riesco stranamente ad essere puntuale per la preghiera.

Iniziamo il rosario ed io guido il secondo mistero, sempre lottando per rimanere sveglio.
Quando arrivo alla preghiera del gloria, vedo però che il mio telefonino, in modalità silenziosa, si illumina perchè c’è una chiamata in arrivo.
Mi alzo dal banco ed esco silenziosamente dalla cappella, mentre Fr Robert inizia il terzo mistero.
Devo correre in ospedale perchè una paziente ha sviluppato una complicazione.
Mi precipito, dimenticando di avere ancora la corona del rosario in mano.
Arrivo in reparto solo per constatare il decesso: prendo il fonendo a cerco inutilmente segni di vita, sempre con la corona inconsciamente nella mano destra.
Ero passato poco prima di andare in cappella, e le condizioni parevano stabili.
Ero andato a pregare portandomi anche quella paziente nel cuore: ero quasi certo che stesse migliorando!
Mai più avrei pensato di trovarla morta pochi minuti più tardi.
Nascono in me i soliti sensi di colpa, la sensazione acuta dei limiti strutturali del nostro ospedale che non riesce ad offrire un’assistenza all’altezza di quella che invece i pazienti trovano in Europa, la paura di aver sbagliato, il timore della reazione di parenti.

venerdì 31 marzo 2017

Ancora stiamo sperando

Era un gozzo enorme…il più grande che avessi mai visto.
La paziente era già dispnoica ed assolutamente lo voleva togliere perchè di notte non riusciva neppure a respirare.
Con tanta paura ma con determinazione e coraggio l’abbiamo operata oggi.
L’intubazione è andata stranamente bene e l’intervento è proceduto velocemente, contro ogni aspettativa.
Abbiamo tolto una tiroide grande come un fegato.
I problemi però sono iniziati all’estubazione: malacia tracheale?
Contusione dei nervi ricorrenti?
La paziente non ha ripreso a respirare normalmente, non aveva alcun stimolo della tosse, ed abbiamo dovuto farle una tracheotomia d’urgenza.
Sono seguite ore tremende, in cui la donna è andata per due volte in arresto cardiaco ed è stata ripresa “per i capelli” da Federica con massaggio cardiaco.
Sono trascorse ormai sette ore dalla fine dell’intervento.

giovedì 30 marzo 2017

Insicurezza

Nell'ultima settimana a Chaaria ci sono stati due attacchi da parte di malviventi armati di pistole .
Il primo è successo domenica scorsa alle 21.30: c'è stato una rapina a mano armata a Chaaria Market. Tanta paura ma nessun ferito.
Ieri sera erano le 22,30 e di nuovo abbiamo sentito colpi di arma da fuoco.
E' successo a Kamang'oro, a due passi dal cancello dell'ospedale.
I malviventi hanno sparato per spaventare e poi hanno preso tutto ad una povera residente che gestisce un piccolo negozio di alimentari.
I ladri sono poi andati a Chaaria Market ed hanno attaccato e derubato un bar, spaventando a morte tutti i clienti.
Ho sentito chiaramente gli spari in quanto ancora stavo facendo il giro in ospedale. ho allertato i guardiani, ma da noi non è successo nulla.
Anche stavolta non ci sono state vittime durante le due rapine.

mercoledì 29 marzo 2017

VIolenza tra fratelli

Abbiamo ricoverato Antony in una pozza di sangue.
Aveva una ferita sulla parte posteriore del collo, per fortuna abbastanza superficiale. L’abbiamo quindi suturata senza grossi problemi.
Purtroppo pero’ aveva anche una ferita disastrosa nella parte volare dell’avambraccio. Tutti i tendini flessori erano stati recisi, insieme a buona parte dei muscoli.
Jesse ha praticato un buon blocco anestetico all’ascella, ed abbiamo quindi potuto fare le nostre tenorrafie a paziente sveglio.
Pensiamo di aver fatto un buon lavoro e di aver trovato e ricostruito tutti i tendini.
Il fatto che Antony fosse un ragazzo di 15 anni appena, mi ha incuriosito un po’, perche’ mi sembrava troppo giovane per essere classificato come il solito avvinazzato che conclude una rissa qualunque con dei colpi di machete.
“Cosa e’ succeso?” gli ho chiesto, mentre suturavo la cute e mi sentivo ormai rilassato.
“E’ stato mio fratello piu’ piccolo”, mi ha risposto senza lasciar trapelare emozioni.
“Nella nostra capanna, noi ragazzi dormiamo per terra dopo aver predisposto delle stuoie. Dobbiamo dividerci lo spazio, che obiettivamente non e’ molto. Mio fratello piu’ giovane si e’ era preso gran parte dello spazio sulla stuoia, ed io mi sono arrabbiato e gli ho mollato un ceffone. Lui non ha reagito, ma si e’ alzato ed e’ andato via piangendo. Io quindi, ignaro delle sue intenzioni, mi sono girato sul fianco pronto a prendere sonno. Gli passera’ ed avra’ anche imparato la lezione, pensavo io. Lui pero’ e’ tornato con la panga ed ha scaricato su di me tutta la sua rabbia”.

martedì 28 marzo 2017

Pronto intervento ortopedico

Amos ha 7 anni ed e’ cosi’ piccolo da dimostrarne 5.
E’ impolverato e sporco, cosi’ come la mamma che non ha un solo dente sano.
Sono arrivati alle 8 di sera e mi han trovato ancora alle prese con l’ambulatorio.
Vengono dal Tharaka, e sono poveri... ragione fondamentale per una immediata intesa psicologica non verbale tra di noi.
Chiedo alla madre di dove sono, e mi dicono che provengono da Kathangacine. 
Gia’ la parola suscita in me un rispetto incommensurabile: 80 chilometri di sterrato che la donna si e’ fatta spendendo un sacco di soldi per essere trasportata fin qui a cavallo di una motocicletta cinese.
Ha viaggiato con Amos legato alla schiena in un pareo.
“Ad ogni asperita’ del terreno si metteva a strillare di dolore!”, mi ha confidato con le lacrime agli occhi.
Visito rapidamente il piccolo, e non mi ci vuole molta scienza per comprendere che il femore sinistro e’ spezzato in due. 
La madre insiste che si tratta invece del ginocchio, e non della coscia.
Continuiamo a dissentire per un po’, ed alla fine devo ricorrere ad un metodo un po’ rude per convincerla: le metto una mano su quello che io penso sia il focolaio di frattura; poi premo la sua mano con la destra, mentre la mia sinistra solleva lentamente il piedino di Amos, che strilla in un attimo di dolore intensissimo. 

Nuova carta degli operatori sanitari: Aspetti pastorali e bioetici



Mercanti per un giorno




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