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Un bimbo al mattino andava sulla spiaggia a ributtare le stelle marine che erano portate in secca dalle onde.

Quando qualcuno lo vide, gli disse che tale lavoro era completamente inutile, perchè egli non sarebbe mai riuscito a ributtare in mare tutte le migliaia di stelle, che si trovavano sul bagnasciuga.

Il bambino con calma guardò la stella che aveva ancora in mano, la buttò in acqua e poi rispose: "per questa stella sicuramente non è stato inutile".

Chiunque abbia voglia di aiutarci in questo intento, fosse anche per salvare una sola stella... non sarà stato invano. Grazie.

Nadia Monari - Infermiera volontaria


Leggi "Chi siamo", "La storia dell'Associazione" e "Le nostre Missioni"

Lettera del Superiore Generale, Fr. Giuseppe Meneghini


mercoledì 21 marzo 2012

Perforated appendicitis

The patient was admitted a week ago with unspecific, generalized abdominal pains. She was passing stool regularly and she was not vomiting.
Full haemogram revealed a granulocytosis at about 15000/ml. Stool test was positive for cysts of amoeba (which is a very common finding in our area). Widal test showed a mild positivity of 1:80 for both antigens O and H. Abdominal U/S was completely negative; there was no abdominal distention, no guarding and intestinal sounds were present.
At first we have considered the patient not to be surgical and we have put her on antibiotics (IV CAF and IV Metronidazole) thinking of enterocolitis secondary to enthamoeba histolitica and some kind of salmonella spp.
3 days later the patient has developed severe abdominal pains, important distension, some guarding, and intestinal sounds disappeared.
We have repeated the full haemogram and the WBCs were 14000: we would have expected an increase of leucocytosis which we did not find.
Considering the condition of the abdomen we have nevertheless chosen to do a laparatomy.
Opening the abdomen we have found the peritoneal cavity full of pus. The abdominal distension was caused by a sigmoid volvolus which was responsible of the mechanical obstruction. But the volvolus itself was the result of adhesions caused by pus.
It was quite easy to release the adhesions and to suck the pus. At the beginning we were thinking of a gynaecological origin of the infection, but tubes, ovaries and uterus were normal.
We have decided to check the intestine for signs of perforation, starting from the rectum, because the small intestine was looking good and not involved in any inflammatory process.
We have actually found the cause when we reached the caecum: there was a very necrotic, perforated appendix. We have therefore performed appendicectomy.
Finally we have put an NGT to the patient, we have washed the abdominal cavity, we have put drainages and we have closed.
The patient is now recovering well.
The lesson we have learnt is that the diagnosis of appendicitis is sometimes very difficult, either clinically or through laboratory tests: even the axiom that appendicitis causes a leucocytosis of 20000 and above is not always true. Abdominal U/S is seldom useful for the above diagnosis unless already there is a peri-appendicular abscess. And finally we have experienced once again that any delay in the diagnosis of appendicitis can cause severe increase of morbidity.
Dr Giuseppe Gaido

martedì 20 marzo 2012

Giustizia popolare


Secondo me sarebbe piu’ giusto definirlo linciaggio.
Qui chiamano “mob justice” o giustizia popolare la decisione della gente del villaggio di linciare a morte una persona, rea di vari misfatti considerati socialmente inaccettabili.
A volte il linciaggio avviene per accuse molto eteree, come quella di essere uno stregone che porta il malocchio.
Molte altre volte e’ quello che un ladro sorpreso sul fatto si puo’ aspettare.
Se il “colpevole” viene catturato dalla folla, i modi per essere “giustiziato per direttissima” sono vari: puo’ essere buttato nel fuoco e bruciato vivo; oppure viene “incaprettato” ed immobilizzato con un vecchio copertone; quindi viene cosparso di cherosene ed incendiato. Oppure viene ucciso a pugni, calci o sassate.
E’ successo ancora ieri.
Il ladro aveva, a quanto pare, assalito un negozietto di Chaaria; la “mob justice” lo aveva raggiunto, condannato, giustiziato e lasciato in fin di vita per la strada.
Ci e’ stato portato dalla polizia, giunta sul posto troppo tardi: abbiamo tentato di salvarlo. Era in coma profondissimo, probabilmente con un trauma cranico, e non ha mai ripreso conoscenza. L’evento finale che ha causato la sua morte e’ stato un edema polmonare che non siamo riusciti a controllare, durante la notte.
Ora abbiamo un cadavere in obitorio di cui non sappiamo niente… neppure il nome.
Questa persona certamente non rubera’ mai piu’, ma la si puo’ davvero chiamare giustizia?
Fr Beppe Gaido

Aspettando con speranza


Anche noi, come tutta la gente del circondario, abbiamo arato e preparato il terreno… noi pero’ con il trattore, mentre loro con mucca ed aratro!
Anche noi abbiamo affidato alla terra i semi che speriamo diventino cibo per la missione e per l’ospedale.
Adesso con speranza attendiamo la stagione delle piogge, che dovrebbe iniziare proprio in questi giorni e che sperimo sufficiente per un raccolto che ci permetta di evitare lo spettro della fame, soprattutto per il Tharaka e per le regioni aride del Nord.
Le previsioni metereologiche per questa stagione non sono molto confortanti, ma speriamo di avere delle precipitazioni sufficienti per prevenire la perdita dei raccolti.
Fr Beppe Gaido


Come destinare il proprio 5 per mille


Scrivere 97653480018 

Il contribuente può destinare la quota del 5 per mille della sua imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), firmando in uno dei cinque appositi riquadri che figurano sui modelli di dichiarazione (Modello Unico PF, Modello 730, ovvero apposita scheda allegata al CUD per tutti coloro che sono dispensati dall’obbligo di presentare la dichiarazione).
È consentita una sola scelta di destinazione.
Oltre alla firma, il contribuente può indicare il codice fiscale del singolo soggetto cui intende destinare direttamente la quota del 5 per mille. I codici fiscali dei soggetti ammessi al beneficio sono consultabili negli elenchi pubblicati.
Per destinare la quota del cinque per mille al comune di residenza è sufficiente apporre la firma nell'apposito riquadro.

Attenzione:
la scelta di destinazione del 5 per mille e quella dell'8 per mille (Legge 222/1985) non sono in alcun modo alternative fra loro.




lunedì 19 marzo 2012

Un libro aperto

E’ notte fonda, sono le 2,15,   il taxi mi sta aspettando; chiudo casa e parto verso il pullman che mi porterà a Malpensa per poi volare per la quarta volta nella mia Africa: Chaaria.
Con me ci sono Beppe Far., Monica, Max e Agnese, la sorella di Suor Oliva.
Agnese vuole incontrare sua sorella, per assisterla nell’ora del trapasso.
Io mi fermo tre giorni al Cottolengo Missione di  Nairobi, dove ci sono parecchi bimbi ammalati. Altro luogo dove si regala amore.
Il 6 Gennaio, con Antonio e Lincoln parto per Chaaria. Come sempre sono accolta con affetto e gioia da parte di tutti, oltre che dai fratelli e dalle suore, anche dai Buoni Figli, alcuni sono venuti ad aspettarmi, anche tutto il personale mi ha salutato e con gioia mi ha dato il benvenuto. Poco dopo incontro Fr. Beppe in un affettuoso e commosso abbraccio.
Questa volta alloggio nella casa delle suore; non ritrovo solo il mio letto da regina, ma una reggia intera e……  sono già coccolata.
Come sempre, quando torno, mi sembra di essermi assentata solo per pochi giorni e non per un anno.
Ritrovo la natura verdeggiante, ritrovo i profumi, ritrovo il cielo stellato che pare mi venga incontro, ritrovo l’affetto sincero, ma ritrovo anche l’ospedale pieno di sofferenza….
Ritrovo due orfanelle: Cristina e Miriam, quest’ultima alla quale ho dato molta attenzione,  dopo un anno la rivedo rifiorita e piena di vita, si butta nelle mie braccia, anche se penso che non mi abbia riconosciuta, ma nell’abbracciarla mi commuovo.
Soprattutto però trovo Suor Oliva, da me tanto amata ed ora tanto ammalata.
Il mio incontro con lei e’ stato indescrivibile: hanno parlato i nostri occhi, le nostre strette di mano, i nostri abbracci. Il  mio cuore piange di dolore.
Chaaria, sei un libro aperto, con tante pagine scritte, dove alla fine di ogni giorno se ne scrivono altre in   capitoli sempre nuovi. Sei un libro da leggere e da meditare aperto a tutti quelli che lo desiderano consultare. Chi ti legge non può rimanere indifferente a questa Africa che ti entra sotto la pelle, invade il tuo cuore. Questa gente che ti osserva profondamente e che timidamente ti sorride.
Non finirò mai di ringraziare il Cottolengo che ancora una volta mi ha dato  l’opportunità di condividere questo tempo con questa gente,  cercare di vedere il volto di Cristo nei più poveri, nei più deboli, nei più sofferenti. Grazie a Fr. Roberto, a Fr. Beppe a Fr. Giancarlo e a tutti i fratelli, Suore, Buoni Figli, volontari e personale che mi hanno sempre dimostrato il loro affetto.
In una  pagina di questo libro è legato un mio ricordo.

Quella sera percorrevo la via che porta all’ospedale, avevo in mano la pila, ma non è stato necessario azionarla, le stelle sono tante a venirmi incontro, per avvolgermi e la luna era così lucente da illuminare la strada.
Desideravo ancora incontrare le ammalate e soffermarmi con loro per augurare la “buona notte”. Entro in punta dei piedi e lentamente osservo ogni letto, alcune dormivano già, altre parlottavano sommessamente tra di loro, altre invece erano ancora sveglie.
Mi fermo accanto al letto di Gioannina.

Da alcune settimane Gioannina è ospite a Chaaria. Giunta da noi già priva della gamba destra, amputata tempo addietro per cancrena da diabete, ora la stessa patologia, si era manifestata anche dal piede sinistro, il suo alluce e le dita mostravano segni evidenti di una cancrena progressiva, per cui la soluzione per continuare  a vivere era quella di amputare anche questa gamba sinistra.
Gioannina spesso mi prendeva  la mano e mi mostrava il suo piede e  mi sorrideva e mi parlava, anche se io naturalmente non capivo nulla, ma volevo starle accanto e l’accarezzavo cercando di dirle parole di conforto e congiungendo nella preghiera le mie mani con le sue. Questa sera sembrava che mi aspettasse. Mi fermo davanti al suo letto e la osservo bene, sempre sorridendole, ma con tanta pena nel cuore guardo il suo corpo ormai accorciato di molti centimetri, e con entrambi le gambe amputate; intanto non posso trattenermi dall’osservare i lobi pendenti delle sue orecchie, nei suoi fori passerebbe comodamente il mio dito  pollice; lei appartiene alla tribù dei Meru. Poi dopo aver tanto parlato e ripetuto con me Gesù, Maria, Giuseppe, a mani congiunte inizia a muovere le spalle e il busto, a danzare e a cantare, (danzano anche i suoi lobi pendenti). Mi viene da sorridere e in parte un poco mi  diverte. Quando si fermava cominciava a parlare in Kimeru, poi sorrideva e iniziava nuovamente il suo ballo. Finalmente mi vengono tradotte le sue parole: “Quando morirò, incontrerò Gesù, avrò nuovamente tutte e due le mie gambe e allora ballerò con Lui”. Mi commuovo tanto, le faccio una carezza e dico: - ”Spero di esserci anche io a danzare con voi”.
Ciao Gioannina. 
Buona Notte.
Gennaio 2012.

Rosella



domenica 18 marzo 2012

Euclides, il colombiano


Quella di Euclides è una storia inverosimile, come del resto lo sono quasi tutte le storie di vita dei nostri anziani.
Da giovane, appena terminate le scuole superiori, Euclides sconfina in Ecuador da Tumaco, una città della Colombia dov’è nato nel lontano 1924. Qui in Ecuador è sempre stato un “irregolare” e per questo si muoveva da una città all’altra. Però ritornava sempre  ad Esmeraldas, cantòn Atacames, dove viveva un suo cugino, suo amico e compagno di lavoro.
Pur essendo un uomo studiato ed intelligente che conosce anche l’inglese, come tutti gli immigrati nella vita ha fatto un po’ di tutto: dal muratore al contadino al venditore ambulante. Solo negli ultimi anni si è “specializzato” come “naturalista” vendendo erbe mediche.
Ci raccontava che ha avuto anche un figlio che molto probabilmente è andato con la madre negli Stati Uniti.
Era riuscito anche a comperarsi un pezzetto di terra e costruirsi una casetta che ha poi dovuto vendere per problemi economici.
Nel 2007 già anziano, mentre vendeva per strada i suoi prodotti nel centro di Esmeraldas, ha avuto un ictus cerebrale con conseguente paralisi. Ricoverato all’ospedale pubblico dopo qualche giorno lo dimettono però nessuno andava a prenderlo e lui non poteva camminare. È a questo punto che intervengono i...Vigili del Fuoco, ma solo per portarlo qui all’Asilo.
Con cure mediche e molta fisioterapia Euclides è riuscito a camminare un po’ con l’ausilio di un girello.
Nessuno mai è venuto a trovarlo, anche se lui dice d’avere molti amici.... forse tutti troppo impegnati per venire fin qui !
Questo abbandono è certamente ciò che più lo fa soffrire.
Ora Euclides si alza in carrozzina al pomeriggio e quasi non riesce più a parlare.
Suo malgrado ha dovuto adattarsi a questo nuovo ambiente  e rifarsi qui dei nuovi amici che davvero questa volta gli vogliono bene non per quel che ha o può dare, ma per quel che è: anche lui, come tutti noi, un figlio di Dio.
Fratel Maurizio

sabato 17 marzo 2012

Hania ritorna in Polonia



Dopo quasi cinque mesi di servizio ineccepibile, oggi con il cuore in gola abbiamo salutato Hania, giovane dottoressa polacca di Poznan, che per lungo tempo e’ stata il punto di riferimento del reparto donne.
Hania ha lavorato sempre con grandissima dedizione e generosita’. Ha saputo unire una grande competenza professionale, ad un carattere gioviale che le ha permesso di collaborare benissimo sia con il personale locale che con i volontari italiani.
Per me e’ stata una validissima collaboratrice ed un “braccio destro” sicuro nel campo della medicina interna e della gestione dei ricoverati.
Mi mancheranno le sue risate, le sue battute di spirit, e soprattutto la sua puntualita’ ed instancabilita’ nel prendersi cura dei pazienti.
Hania e’ un altro elemento molto positivo nella schiera di quei volontari polacchi che hanno lasciato a Chaaria un’ottima impressione ed un ricordo indelebile.
Non so se la vita ci permettera’ di incontrarci ancora, perche’ Hania dovra’ continuare con la sua scuola di specializzazione, ma sono sicuro che lei lavorera’ per noi in Polonia portando ad una maggior conoscenza dell’opera da noi svolta a Chaaria. Credo che anche questo sia “annuncio” e diffusione della spiritualita’ cottolenghina in Europa.
Con Hania abbiamo condivisio anche la fede e l’amore per lo spirito del nostro Santo, e cio’ costituisce un ulteriore punto di unione tra di noi.
Prima di partire Hania ci ha donato anche una sacca di sangue per i nostri pazienti, segno ulterior della sua generosita’. Lo ha fatto in segreto, parlando direttamente con il laboratorista, ed io mi sono accorto del suo dono solo dopo la sua partenza, quando ho avuto bisogno di trasfondere un poveretto con 4 grammi di emoglobina.
“Buona fortuna per la vita intera e buon ritorno in Polonia”.

Fr Beppe Gaido

venerdì 16 marzo 2012

Sciopero finito

Abbiamo finalmente ricevuto la notizia che la agitazione sindacale degli ospedalieri e’ rientrata.
Gli ospedali e le strutture pubbliche sono oggi aperte, ed in effetti abbiamo sentito una certa riduzione della pressione ambulatoriale sia per gli adulti che per i bambini. Questo, oltre a rendere le nostre condizioni lavorative un po’ meno estreme, ci aiutera’ anche a dimettere un po’ di pazienti ed a decongestionare i reparti, ora al collasso.
Il settore in cui per adesso non abbiamo ancora avvertito gli effetti della fine dello sciopero e’ quello della maternita’, forse perche’ le donne non si fidano a tornare in strutture che non si sa se sono al 100% del funzionamento. Infatti anche oggi i ricoveri per parto sono stati tantissimi ed abbiamo avuto ben 7 cesarei nelle ultime 24 ore. Credo comunque, e lo spero vivamente, che anche tale settore ritorni presto alla normalita’.
Sono state due settimane tremende, ma anche molto belle in cui abbiamo sentito chiaramente di essere in linea con la “mission” che ci viene direttamente da San Giuseppe Cottolengo: di “essere sempre pronti a servire i poveri ed i sofferenti, e soprattutto quelli che sono disattesi dalle strutture pubbliche esistenti”, e di “essere disponibili verso i bisognosi fino al sacrificio della vita”.
E’ difficile ed a volte fisicamente estenuante essere a disposizione ventiquattr’ore al giorno per sette giorni alla settimana, ma devo dire che riempie il cuore e da’ ancor piu’ significato alla nostra presenza qui in Africa.
La cosa che mi e’ parsa piu’ stressante e’ stata di ricevere tante emergenze nello stesso momento, e di dover decidere chi aiutare per primo, con il rischio di sbagliare: sono arrivati insieme una perforazione appendicolare con peritornite ed un cesareo per distress fetale; un’altra volta avevo tre cesarei da fare, tutti urgenti allo stesso modo. In un’altra occasione mi sono trovato all’una di notte, senza energie di riserva, a dover decidere tra attesa o cesareo urgente in un caso di abruptio placentae. Questi sono stati i reali drammi ed i momenti di panico: quelle circostanze in cui senti che dalla tua scelta dipende la vita di un’altra persona, ed in cui devi stare attento a non decidere soprattutto in risposta al tuo sfinimento.
Ma credo che abbiamo veramente dato il massimo, e che la gente in genere abbia molto apprezzato i nostri servizi.

Fr Beppe Gaido


giovedì 15 marzo 2012

Collodion baby

It is a 2 days old child born with extensive skin detachment and ulcerations, admitted 3 days ago in Cottolengo Mission Hospital.
He was born through simple vaginal delivery at a rural maternity located at about 50 Km from our facility.
There is oedema of the body, skin ulcerations and impressive ectropion at both eyelids. The skin looks thick, dry and similar to plastic. The oral mucosa is intact and the child is able to breast-feed.
The above condition was present at birth.
We have put a clinical diagnosis of collodion baby.
It is impossible to find a venous access due to the conditions of the skin, and therefore we are treating the child with oral medications: we have covered him with an oral cephalosporin, and we give paracetamol per os in case of fever. The collodion baby is actually very prone to sepsis.
The child is in a humidified incubator to regulate the body temperature, while preventing dehydration.
Surprisingly he is able to feed well, and we allow the mother to breast-feed him. We have also instructed her to add dextrose 5% per os, in order to further prevent dehydration.
We apply emollients on the skin to protect it from further cracks and further increase of ichtyosis.
Unfortunately we are not able to monitor the electrolytes because we have no vein available.
For what we have read in literature, we have very little hope to save the patient, even because retinoids are not available in our set up.
But we will do whatever we can.
Dr Giuseppe Gaido





mercoledì 14 marzo 2012

Impegno scientifico


Nonostante la situazione tremenda che ci troviamo ad affrontare in questi giorni (ed oggi pare peggio che mai!), e vincendo la stanchezza derivante da una chiamata notturna anche ieri notte, ho deciso di aderire ad una chiamata da parte della Kenya Medical Association, Meru Division, di essere il relatore per due lezioni magistrali questa sera alla sede dell’ordine dei medici.
Parlero’ di carcinoma dell’esofago e dello stomaco e cerchero’ di stimolare gli uditori al problema di una vera e propria epidemia che sta falcidiando le nostre popolazioni, e di cui nessuno sembra farsi carico.
Non c’e’ sufficiente conoscenza del problema che rimane ignorato da parte delle autorita’ sanitarie: stasera, presentando anche i dati della nostra endoscopia digestiva ed i grafici della nostra attivita’ diagnostica negli anni 2010-2011, spero di suscitare interesse e soprattutto decisioni pratiche per ulteriori studi che permettano di comprendere le ragioni di una tale epidemia.
Anche domattina, se Dio vorra’ e non ci saranno emergenze, dovremmo proseguire con la nostra formazione permanente a Chaaria: parleremo di addome acuto in gravidanza. Dal 2012 le ore di lezione del giovedi’ mattina saranno riconosciute per i punti ECM non solo dal Collegio degli infermieri, ma persino dall’odine dei medici. Pure questo e’ un ulteriore passo avanti.
Fr Beppe Gaido



martedì 13 marzo 2012

Alti livelli di stress

Ero ancora a messa quando sono stato chiamato urgentemente per una placenta ritenuta. Pensavo che i volontari fossero a letto, e quindi mi sono aggiustato con lo staff locale, per non disturbarli. E’ stato un lavoro lungo, ma alla fine ce l’abbiamo fatta a salvare quella donna in preda ad una emorragia terribile.
Subito dopo questa prima procedura d’urgenza era la volta di una amputazione di braccio destro. Era una situazione veramente difficile: un giovane preso a colpi di machete che ha perso la mano destra da qualche parte nella notte. E’ venuto in ospedale con l’arto completamente troncato e le ossa esposte... della mano nessuna traccia.
Non si poteva lasciarlo cosi’, a causa dei rischi di infezione, e quindi abbiamo deciso per una amputazione classica, in cui abbiamo rimosso l’osso sporgente ed abbiamo suturato adeguatamente la parte.
Ma i problemi hanno continuato ad accavallarsi.
Eravamo quasi alla fine dell’intervento, stanchi ma contenti, quando ci e’ stato comunicato che avremmo avuto un cesareo urgente... il battito cardiaco fetale non era dei migliori.  La notizia ha originato in noi una spontanea iniezione di adrenalina endogena, e ci siamo dati da fare per terminare velocemente, e preparare la stanza in tempo record.
Ma appena fuori, quando ancora grondavo di sudore come un pulcino bagnato, mi e’ stato chiesto di fare una ecografia urgente perche’ forse c’era una gravidanza extrauterina. In effetti il test sonografico ha confermato la diagnosi: gravidanza tubarica in prerottura.
“Che fare ora? Chi entra in sala per primo?”
“Cerchiamo di salvare il bambino con il cesareo. Facciamo piu’ in fretta possibile, e poi facciamo l’operazione per l’ ectopica”, mi suggerisce il saggio Jesse.
Le ragazze sono velocissime a pulire la sala.
Il cesareo procede veloce e senza complicazioni, e lo terminiamo in 40 minuti.
Partiamo quindi con l’ectopica. Il nostro lavoro procede bene, e riusciamo a fermare l’emorragia in tempi brevi. La donna e’ quindi fuori pericolo, anche se ancora rimane molto lavoro per richiudere il suo addome.
Come se non bastasse, appena terminato questo intervento, sono stato chiamato per eseguire una ecografia urgente per una donna che ha evidenti segni di peritonite.
La mia eco e’ stata spietata: si trattava di una perforazione intestinale, e  bisognava agire subito. Lo sciopero continua, e quindi, volenti o nolenti, dobbiamo intervenire qui a Chaaria.
Kanyua, che non ha fatto ne’ pausa ne’ pranzo, mi ha quindi detto disperata: “con il generatore piccolo non abbian potuto sterilizzare. Ora useremo le ultime cose sterili. Se capita un cesareo non so cosa faremo”.
Entriamo quindi in sala per la peritonite, stanchi e spaventati di quello che avremmo potuto trovare: saremmo stati in grado di finire l’operazione? Ogembo, Antonio, i volontari, gli infermieri ed i clinical officers intanto si occupano dei pazienti ambulatoriali e dei reparti che stanno letteralmente scoppiando.
La luce intanto e’ tornata ed abbiamo potuto riprendere la sterilizzazione.
Alle ore 20 l’operazione era conclusa, e la malata sembrava stabile; il generatore grande e’ stato riparato, e quindi ora non temiamo piu’ se manca la luce nuovamente.
Ho mandato Jesse a mangiare, e fr Giancarlo e’ partito con la macchina per accompagnare a casa le ragazze della sala, distrutte dalla giornata di lavoro e tensione.
Purtroppo ormai questa e’ una giornata qualunque... e sicuramente stanotte ci chiameranno per qualche emergenza.

Fr Beppe Gaido

lunedì 12 marzo 2012

Agire o astenerci?


Antony si presenta in condizioni pessime.
Ha gli occhi infossati e suda freddo.
La palpazione addominale e’ chiaramente suggestiva  di peritonite. La diagnosi viene ulteriormente  supportata dalla leucocitosi neutrofila all’emocromo.  L’ecografia poi conferma l’ipotesi, indicando anse intestinali paralitiche e dilatate, ed una notevole quantita’ di fluido libero in peritoneo.
Io sono da solo e non ho chirurghi italiani in questo momento. Tento quindi di convincere i parenti a dirigersi in un altro ospedale dove ci sia un chirurgo esperto; ma essi mi dicono che sono gia’ stati mandati via dall’ospedale pubblico a causa dello sciopero, e che a Chogoria non ci possono andare per motivi economici.
Si tratta quindi di prendere una decisione: ci provo, o lo lascio morire di peritonite?
Jesse si e’ rivelato subito interventista e mi ha spinto all’operazione.
Abbiamo quindi optato per aprire quella pancia: dapprima ci siamo trovati di fronte solo ad un quadro estremo di peritonite, con abbondante materiale biliare e  alimentare in cavita’ addominale. Dopo aver aspirato generosamente, ci siamo resi conto che tutta la matassa intestinale era estremamente eritematosa e dilatata; inoltre era avvolta da aderenze e fibrina che contribuivano al quadro occlusivo.
Il problema era che non riuscivamo a trovare il buco da cui tutta quella porcheria usciva… pensavamo ad una perforazione ileale da tifo (da noi relativamente frequente), ma le anse erano integre, seppur molto sofferenti.
Pero’, staccando le aderenze con calma, siamo lentamente arrivati alla zona sotto-epatica, ed abbiamo visto la causa della peritonite: si trattava di un’ulcera duodenale perforata.
La sutura del duodeno e’ stata piuttosto complicata in quanto Antony aveva anche una epatomegalia che copriva in parte la zona, riducendo quindi la visibilita’ e lo spazio di manovra del porta-aghi. Con calma ci siamo comunque riusciti.
Abbiamo quindi proceduto alla lisi di tutte le adesioni, ed allo svuotamento delle anse dilatate con sondino nasogastrico. Dopo abbondante lavaggio della cavita’ peritoneale con fisiologica sterile, abbiamo richiuso: sono state circa due ore e mezza di operazione.
Il risveglio dall’anestesia non ha dato problemi.
Il malato e’ ora in quarta giornata post-operatoria, e sta recuperando normalmente, anche se le sue condizioni rimangono gravi.
Onestamente siamo molto contenti della nostra decisione  di vincere la paura e di operare, ed ancora una volta ci siamo resi conto che “la necessita’ aguzza l’ingegno”.
Personalmente ringrazio il Signore che mi ha aiutato in questo intervento, e dopo di Lui ringrazio tutti i chirurghi italiani che continuamente mi spingono a credere in me stesso, anche per la chirurgia intestinale, che secondo me e’ veramente difficile e rischiosa.
Fr Beppe Gaido


Incontro a Torino del 31 Marzo 2012


TORINO: SABATO 31 MARZO 2012  - PICCOLA CASA,VIA COTTOLENGO 14  
(CHIEDERE DEL PUNTO INCONTRO - parcheggio interno)                 


FORMAZIONE ED AGGIORNAMENTO OBBLIGATORIO PER I VOLONTARI CHE INTENDONO RECARSI IN MISSIONE 


08.30 Registrazione presenze: Punto Incontro

SEZIONE SERVIZIO SANITARIO: AULA MAGNA OSPEDALE
09.00 - 11.00 Medicina Generale - Chirurgia Generale 
11.00 - 12.00 Infermieristica
Relatori : C. Rivetti , M.L. Ferrando, M. Albano

SEZIONI UNITE: SALA PUNTO INCONTRO
15.30 - 18.00  Colloquio di selezione , verifica titoli e lingua inglese         

Relatori: C. Rivetti , M.L. Ferrando, M. Albano

                                                  

SEZIONE SERVIZI GENERALI: SALA PUNTO INCONTRO
10. 00 - 12.00 Volontariato generico in Africa / Equador / India  
Relatori : B. Castellino

SEZIONE SERVIZIO ODONTOIATRICO: SALA PUNTO INCONTRO
10.00 - 12.00   Odontoiatria a Chaaria
Relatori : G. Farnese
14.00 - 15.00  Psicologia nel volontariato   
Relatori : C. Rigazzi                                
15.00 - 15.30  Visita della Piccola Casa della Divina Provvidenza (visione DVD)

15.30 - 18.00  Colloquio di selezione, verifica titoli e lingua inglese

Coordinamento : G.FARNESE




Prossimi incontri   
SABATO 23 GIUGNO  2012 -  TORINO
SETTEMBRE - CATANIA
SABATO 20 OTTOBRE 2012 -  TORINO
DICEMBRE (data da programmare) - TORINO INCONTRO GENERALE DEI VOLONTARI E DEI REFERENTI REGIONALI 


domenica 11 marzo 2012

News of the strike


It is already 10 days since the nurses’ strike started and there is no news of an end to it so far.
Here in Chaaria the situation has been terrible from the beginning because the patients from many district and sub-district hospitals have been flocking to us looking for help.
We have always tried to cope with a lot of self sacrifice and commitment, but honestly we feel so tired and we realize that such a situation cannot continue for long without causing a collapse of our institution together with serious health problems for the staff.
Outpatient department is congested seven days a week, and at night sometimes the clients are more numerous than during the day. The laboratory is struggling to cope with the requests and we are to ask the staff for frequent overtime.
The wards are extremely overcrowded: this applies above all to paediatrics and maternity. In the childrens’ room we have reached the point of putting six or seven small patients per bed while the mothers just sit on the chairs even during the night. In maternity the conditions are even worse: yesterday for instance, in spite of being Saturday, we had 20 deliveries of which 4 through Caesarean section. The good thing is that normally a mother after delivery request to go home very soon. Even after Cesarean section we now discharge on day 4 post operation because we do not have beds. Yesterday there was a moment in which we had 5 deliveries in the same moment.
In a situation like this it is obvious that the night calls are extremely frequent: the average number of caesarean sections per night is now 3.
For reasons not very clear it is also a period of many attacks by thugs and it is very common to have multiple cuts to stitch and tendons to repair.
Weekends are full as normal working days and you can imagine how difficult it is for us working day and night seven days a week.
But we are also motivated. It is clear to our mind that it is exactly our mission to be there for the people who are rejected by the other health facilities. It is our call also according to Cottolengo spirituality and we are proud to be ready to follow in his steps.
Of course we long for the strike to come to an end.
Dr Giuseppe Gaido


sabato 10 marzo 2012

Un "Bignami" per i Medici volontari - Marialuisa Ferrando



Desidererei sottolineare alcune caratteristiche a mio avviso molto utili per tutte le persone che vorrebbero fare o hanno fatto volontariato da noi.  
1. SENSO DI ADATTAMENTO: sappiamo tutti che un ospedale rurale in Africa non può essere ben organizzato come un moderno ospedale italiano. La struttura qui potrebbe essere paragonata ad un enorme reparto contenente 140 posti letto, divisi tra specialità molto diverse tra loro. A tutto questo si aggiunge il flusso continuo e in progressivo aumento negli ultimi tempi, di pazienti ambulatoriali. Inoltre lo staff locale è molto ridotto rispetto agli standard italiani, per cui a volte non riusciamo a seguire il singolo paziente come invece si potrebbe fare in Italia. 
2. UMILTA’ sia nel servizio che nel giudizio globale della realtà africana. Nel servizio, pur essendo molto bello che i volontari ci portino ad un continuo miglioramento, è necessario fare appello alla pazienza personale per accettare che i cambiamenti suggeriti avvengano per piccoli passi. A volte è necessaria una rivoluzione mentale per il nostro personale che è stato formato con altri criteri, soprattutto se consideriamo che un Africano non riesce per natura a cambiare le proprie abitudini da un giorno all’altro. Nel giudizio globale sull’Africa invece, credo che valga quanto ci ha detto un vecchio missionario: “Per i primi tre anni osserva e basta...se vuoi veramente tentare di capire. Dopo puoi cominciare ad esprimere qualche umile parere.” 
3. COMPRENSIONE: noi Fratelli siamo sempre in vetrina in quanto viviamo 24 ore al giorno con i volontari. A volte è difficile per noi adattarci a personalità completamente diverse che si alternano nella nostra comunità a velocità alquanto elevata. Passiamo da persone pacate ad altre molto esuberanti; da gente che ha bisogno di solitudine ad altri che preferirebbero stare sempre in gruppo e via dicendo... Non sempre è facile passare da un chirurgo che richiede tutto il nostro sforzo per migliorare la sterilità, ad un pediatra che invece ritiene che l’ospedale si debba concentrare soprattutto sulle pappette e sulle soluzioni reidratanti. In ultimo dico che non possiamo essere sempre al meglio: a volte anche noi attraversiamo momenti difficili. 

Fr. Beppe Gaido
PROBLEMI DI LINGUA (anzi, di LINGUE)
Mai come, quando si sta a Chaaria, si capisce quanto dovessero essere disperati gli abitanti di Babilonia quando il castigo Divino li privo’ della lingua comune e non poterono piu’ capirsi.
Molto ma molto piu’ in piccolo anche a Chaaria si vivono queste situazioni.
In Ospedale la maggior parte dei ricoverati non parla Inglese, ma Kiswahili (lingua nazionale) o Kimeru (la lingua locale). Ovviamente i due idiomi sono del tutto diversi tra loro e solo chi e’ stato a scuola li parla entrambi. A questo punto, per comunicare con i malati, i volontari devono ricorrere alla traduzione degli infermieri o dei clinical officer.
Ma qualcuno di loro non e’ della zona, quindi parla solo Kiswahili e non il Kimeru: il tuo traduttore deve allora cercarsi un secondo traduttore che aiuti lui o lei che sta aiutando te.
Ricordate il gioco del telefono senza fili, che si faceva da bambini, sussurrando all’orecchio del vicino qualche parola che doveva passare al successivo e cosi via: in fondo alla fila dei bimbi spesso arrivavano parole del tutto diverse o incomprensibili.
Fosse finita qui. Ogni giorno vengono ricoverate persone che arrivano dal Nord, Turkana, Rengilla, ed altre tribu’. Ognuna parla la sua lingua non conosce Inglese, Kiswahili, Kimeru, ma non conosce neanche il linguaggio della tribu’ del nord che non siano la sua. In questo periodo abbiamo diverse persone in reparto con le quali si usa solo il linguaggio dei gesti; sono pero’ un poco perplesso perche’anche i gesti non sono sempre internazionali. Anche semplicissimi messaggi tipo “bevi tanta acqua” “ alzati e non stare tanto a letto” sono difficili da trasmettere.
Ogni tanto qualche ricoverato che parlucchia un po’ di Kiswahili si offre come traduttore: immaginatevi la catena, da una persona analfabeta che parla con una semianalfabeta che traduce in una lingua che non padroneggia appieno…..noi tutti speriamo veramente che la Provvidenza non si distragga mai.
Certo sarebbe bello e romantico dire che con il  linguaggio dell’amore ci si capisce sempre, ma quando bisogna decidere su una terapia o su un intervento chirurgico, una certa sensazione  di disagio ti coglie. E’ uno dei tanti aspetti della complessita’ di Chaaria, di quella complessita’ che ti fa dire “ma perche’ sono venuto a cacciarmi in tutti questi problemi” ma ti fa concludere “ in ogni caso ci torno”.

Max Albano


Bignami Medici

Un "Bignami" per gli Infermieri volontari - Marialuisa Ferrando



La ragione di questo scritto e’ di darvi qualche indicazione che possa aiutarvi a comprendere meglio gli infermieri kenyoti con i quali  vi troverete ad operare.
Innanzi tutto tenete conto che in questo momento la maggior parte dei vostri colleghi africani e’ estremamente giovane: quasi tutti hanno appena terminato la scuola ed alcuni di loro addirittura sono ancora studenti. E’ quindi normale che siano molto inesperti!
Altro elemento  che necessariamente si associa alla loro giovane eta’ e’ il fatto che essi tendono a non voler rimanere a Chaaria per lungo tempo:  sovente desiderano ancora specializzarsi, oppure cercano ospedali meno rurali e meno duri di Chaaria. Cio’ comporta  il fatto che il turn over sia  altissimo, e la vita media di un infermiere nel nostro ospedale  e’ talvolta inferiore ad un anno. Questo crea disagi non da poco anche a noi, in quanto, quando hanno imparato delle cose ed hanno iniziato ad assumersi responsabilita’, poi ci lasciano… portandosi con se’ il patrimonio di esperienze che nuovamente dobbiamo cercare di trasmettere ai nuovi venuti.
Chiediamo quindi agli infermieri italiani tanta pazienza ed anche un occhio di comprensione nei confronti delle  nostre evidenti carenze nel campo del nursing.
Ci sono pero’ alcuni infermieri “storici” che con il loro patrimonio di esperienza possono essere un vero punto di riferimento anche per I volontari italiani, sia nel reparto di medicina generale, sia in quello della pediatria-maternita’.
Il punto centrale e’ il fatto che gli infermieri italiani che vengono a Chaaria per due o tre settimane si devono prima di tutto mettere in un atteggiamento di umilta’ e di collaborazione. Noi europei ci rechiamo in Kenya sostanzialmente per aiutare e per collaborare, sforzandoci innanzi tutto di essere accolti e di farci accettare. Solo quando saremo riusciti a farci conoscere ed amare, potremo tentare di insegnare delle tecniche  con la speranza che gli infermieri kenyoti accettino ed apprezzino. Chi si pone dal primo giorno in atteggiamenti ipercritici, con il pensiero che tante cose vanno cambiate nel nostro modo di lavorare, si espone al rischio di essere rifiutato dal nostro staff di Chaaria che si sentira’ poco apprezzato, erigendo quindi  dei muri di divisione e di isolamento attorno al nuovo arrivato.
Il mio consiglio e’ che prima il volontario si ponga semplicemente al loro fianco; cerchi di diventare loro amico… e poi , quando questo rapporto si cementa pian piano, saranno loro a chiedere: “ma voi questa cosa come la fate in  Italia?”
Il volontario deve poi considerare le differenze di formazione tra infermieri italiani e kenyoti: essi studiano tre anni e mezzo, piu’ o meno come in Italia. Il loro curriculum e’ pero’ molto diverso.
Ammetto che probabilmente essi sono piu’ carenti degli italiani riguardo alla formazione nursing: il prendersi cura del benessere totale del paziente, la suo igiene personale, la cura e la prevenzione dei decubiti sono sicuramente un po’ carenti nello staff di Chaaria, e quindi questa e’ un’area in cui I volontari possono certamente avere un impatto che porti ad un miglioramento. Ma ripeto che cio’ non si realizzera’ con un atteggiamento di superiorita’ e di critica nei confronti del personale africano. Il miglioramento potra’ pian piano avverarsi con tempi forse biblici o evoluzionistici, ma si compira’ in modo sostenibile e continuativo solo se i nostri infermieri saranno stati convinti pian piano da persone coerenti ed umili, che parlano poco ed invece insegnano molto con l’umile e costante esempio della vita. Fare critiche aperte o lezioni estemporanee sul modo di lavorare quasi mai ottiene un effetto positivo… anzi puo’ essere deleterio, in quanto certamente essi non daranno alcun ascolto a docenti mai conosciuti prima, che passano da Chaaria come meteore, che si pongono su un piedistallo di superiorita’ e magari danno lezioni in italiano od in un inglese a dir poco stentato. Per questo il mio consiglio agli infermieri volontari e’ il seguente:  lavorate con loro, diventate loro amici… ed aspettate che siano loro a farvi domande sul vostro modo di lavorare.
Certamente anche la sterilita’ e l’igiene sono un punto di carenza dei nostri infermieri. Pure da questo punto di vista gli infermieri italiani possono apportare grandi miglioramenti, ma lo devono fare in modo prudente, proprio come ho descritto sopra.
Vedrete mettere dei cateteri con tecniche non sterile. Se lo dovete fare voi, usate tutta la sterilita’ che e’ propria del caso… il vostro comportamento creera’ in loro delle domande, e, se il vostro modo di lavorare e’ a loro piaciuto, poi vi imiteranno. Lo stesso vale per le garze sterile, le medicazioni e via dicendo.

Desidero ora parlarvi dei tantissimi pregi e dell eccezionali qualita’ che i nostril infermieri africani hanno, e credo anche loro abbiano qualcosa da offrire agli italiani. Si tratta infatti a mio parere di uno scambio interculturale, e non di un movimento a senso unico.
Prima di tutto essi sono non solo infermieri ma anche ostetrici: sono bravissimi nella gestione del travaglio e del parto, oltre che della gravidanza con tutte le sue complicazioni. Un infermiere africano e’ preparato nella stima dell’eta’ gestazionale del feto, nella determinazione del battito cardiaco fetale, nel follow up della donna con le doglie, nel parto sia cefalico che podalico, nella pratica della episotomia e della episiorrafia. Seguono la induzione con oxitocina senza problemi.
Essi sono inoltre in grado di diagnosticare ed inviare al medico I casi di aborto incompleto, o di sospetta gravidanza extrauterina.
Sono bravissimi pure con il paziente neonatale (anche pretermine) e pediatrico: sono effettivamente incredibili  nel reperimento degli accessi venosi in bimbi a volte di appena un chilo e mezzo di peso corporeo. Anche per la rianimazione del neonate subito dopo il parto, essi sono praticamente indipendenti e non hanno quasi mai bisogno di medico o anestesista.
Essi inoltre sono in grado di fare diagnosi e di praticare molte delle terapie necessarie nella normale gestione del paziente ambulatoriale ed anche ricoverato. Soprattutto sulle patologie tropicali sono molto bravi, seguendo i protocolli nazionali: questo li rende molto indipendenti dal medico… cosa utilissima sia di giorno (quando I medici sono pochi), sia soprattutto di notte (quando il dottore e’ sempre e solo il sottoscritto).
Sono anche molto competenti nella gestione delle emergenze mediche: per esempio riescono ad affrontare una crisi asmatica in modo autonomo, e sono in grado di prendersi in carico un malato che ha tentato il suicidio con l’ingestione di pesticidi o veleni di altro tipo: tra l’altro eseguono lavande gastriche con competenza.
Sono in grado di suturare molti tagli e ferite, quando non sono coinvolti tendini od ossa: pure tale aspetto alleggerisce molto il lavoro del medico.
Altro compito che a Chaaria caratterizza l’infermiere kenyota e’ quello del triage: sia in ambulatorio, sia  in reparto questo aspetto e’ totalmente affidato all’infermiere. In ambulatorio i pazienti passano sempre dall’infermiere per la prima visita: se egli e’ in grado di gestire la patologia e di prescrivere la terapia, il paziente andra’ direttamente a prendersi i farmaci prima di andare a casa. Nei casi in cui l’infermiere decida che la patologia e’ al di la’ delle sue competenze, il malato viene inviato alla  consulenza del clinical officer o del medico. Anche in reparto l’infermiere fa il giro visita e poi segnala al clinical officer o al medico il malato piu’ difficile o grave. L’infermiere ha inoltre una grande liberta’ nella richiesta di esami di laboratorio. Egli puo’ aprire una cartella clinica ed impostare un protocollo terapeutico in attesa del medico, e puo’ anche scrivere una lettera di dimissione quando il malato e’ stabile. Normalmente e’ autonomo nella gestione del degente operato, per il quale segue i  protocolli dell’ospedale.
Altro compito che in parte differenzia l’infermiere kenyota da quello italiano e’ il fatto che ad esso e’ affidata la distribuzione dei farmaci in farmacia.
Queste brevi indicazioni possono aiutarci a capire che tra infermieri italiani e kenyoti e’ possibile e doveroso un processo di scambio e di osmosi dal quale  tutti possono trarre giovamento per il bene dei malati da noi serviti.
Nessuno e’ migliore o superiore. Si tratta di profili diversi che comunque si possono integrare ed arricchire vicendevolmente.

Fr. Beppe Gaido e Marialuisa Ferrando


Desidererei ora sottolineare alcune caratteristiche a mio avviso molto utili per tutte le persone che vorrebbero fare o hanno fatto volontariato da noi.  

1.  SENSO DI ADATTAMENTO: sappiamo tutti che un ospedale rurale in Africa non può essere ben organizzato come un moderno ospedale italiano. La struttura qui potrebbe essere paragonata ad un enorme reparto contenente 140 posti letto, divisi tra specialità molto diverse tra loro. A tutto questo si aggiunge il flusso continuo e in progressivo aumento negli ultimi tempi, di pazienti ambulatoriali. Inoltre come ho già detto, lo staff locale è molto ridotto rispetto agli standard italiani, per cui a volte non riusciamo a seguire il singolo paziente come invece si potrebbe fare in Italia. 
2.  UMILTA’ sia nel servizio che nel giudizio globale della realtà africana. Nel servizio, pur essendo molto bello che i volontari ci portino ad un continuo miglioramento, è necessario fare appello alla pazienza personale per accettare che i cambiamenti suggeriti avvengano per piccoli passi. A volte è necessaria una rivoluzione mentale per il nostro personale che è stato formato con altri criteri, soprattutto se consideriamo che un Africano non riesce per natura a cambiare le proprie abitudini da un giorno all’altro. Nel giudizio globale sull’Africa invece, credo che valga quanto ci ha detto un vecchio missionario: “Per i primi tre anni osserva e basta...se vuoi veramente tentare di capire. Dopo puoi cominciare ad esprimere qualche umile parere.” 
3.  COMPRENSIONE: noi Fratelli siamo sempre in vetrina in quanto viviamo 24 ore al giorno con i volontari. A volte è difficile per noi adattarci a personalità completamente diverse che si alternano nella nostra comunità a velocità alquanto elevata. Passiamo da persone pacate ad altre molto esuberanti; da gente che ha bisogno di solitudine ad altri che preferirebbero stare sempre in gruppo e via dicendo... Non sempre è facile passare da un chirurgo che richiede tutto il nostro sforzo per migliorare la sterilità, ad un pediatra che invece ritiene che l’ospedale si debba concentrare soprattutto sulle pappette e sulle soluzioni reidratanti. In ultimo dico che non possiamo essere sempre al meglio: a volte anche noi attraversiamo momenti difficili. 




PROBLEMI DI LINGUA (anzi, di LINGUE)
Mai come, quando si sta a Chaaria, si capisce quanto dovessero essere disperati gli abitanti di Babilonia quando il castigo Divino li privo’ della lingua comune e non poterono piu’ capirsi.
Molto ma molto piu’ in piccolo anche a Chaaria si vivono queste situazioni.
In Ospedale la maggior parte dei ricoverati non parla Inglese, ma Kiswahili (lingua nazionale) o Kimeru (la lingua locale). Ovviamente i due idiomi sono del tutto diversi tra loro e solo chi e’ stato a scuola li parla entrambi. A questo punto, per comunicare con i malati, i volontari devono ricorrere alla traduzione degli infermieri o dei clinical officer.
Ma qualcuno di loro non e’ della zona, quindi parla solo Kiswahili e non il Kimeru: il tuo traduttore deve allora cercarsi un secondo traduttore che aiuti lui o lei che sta aiutando te.
Ricordate il gioco del telefono senza fili, che si faceva da bambini, sussurrando all’orecchio del vicino qualche parola che doveva passare al successivo e cosi via: in fondo alla fila dei bimbi spesso arrivavano parole del tutto diverse o incomprensibili.
Fosse finita qui. Ogni giorno vengono ricoverate persone che arrivano dal Nord, Turkana, Rengilla, ed altre tribu’. Ognuna parla la sua lingua non conosce Inglese, Kiswahili, Kimeru, ma non conosce neanche il linguaggio della tribu’ del nord che non siano la sua. In questo periodo abbiamo diverse persone in reparto con le quali si usa solo il linguaggio dei gesti; sono pero’ un poco perplesso perche’anche i gesti non sono sempre internazionali. Anche semplicissimi messaggi tipo “bevi tanta acqua” “ alzati e non stare tanto a letto” sono difficili da trasmettere.
Ogni tanto qualche ricoverato che parlucchia un po’ di Kiswahili si offre come traduttore: immaginatevi la catena, da una persona analfabeta che parla con una semianalfabeta che traduce in una lingua che non padroneggia appieno…..noi tutti speriamo veramente che la Provvidenza non si distragga mai.
Certo sarebbe bello e romantico dire che con il  linguaggio dell’amore ci si capisce sempre, ma quando bisogna decidere su una terapia o su un intervento chirurgico, una certa sensazione  di disagio ti coglie. E’ uno dei tanti aspetti della complessita’ di Chaaria, di quella complessita’ che ti fa dire “ma perche’ sono venuto a cacciarmi in tutti questi problemi” ma ti fa concludere “ in ogni caso ci torno”.

Max Albano



Bignami Infermieri