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Un bimbo al mattino andava sulla spiaggia a ributtare le stelle marine che erano portate in secca dalle onde.

Quando qualcuno lo vide, gli disse che tale lavoro era completamente inutile, perchè egli non sarebbe mai riuscito a ributtare in mare tutte le migliaia di stelle, che si trovavano sul bagnasciuga.

Il bambino con calma guardò la stella che aveva ancora in mano, la buttò in acqua e poi rispose: "per questa stella sicuramente non è stato inutile".

Chiunque abbia voglia di aiutarci in questo intento, fosse anche per salvare una sola stella... non sarà stato invano. Grazie.

Nadia Monari - Infermiera volontaria


Leggi "Chi siamo", "La storia dell'Associazione" e "Le nostre Missioni"

Lettera del Superiore Generale, Fr. Giuseppe Meneghini


martedì 31 gennaio 2012

Grazie Max

Dopo un mese di ottimo servizio nella nostra Missione di Chaaria, oggi ci ha lasciati il dott Max Albano che per quattro settimane ha lavorato a ritmo super-pieno sia di giorno che di notte, mettendosi a disposizione non solo per la chirurgia generale, ma anche per l'ostetricia e ginecologia. 
Ringraziamo Max che e' ormai per noi una presenza storica e fedele: ogni volta che torna sentiamo di accogliere un amico, oltre che un validissimo collaboratore. 
Max e' una persona importantissima anche per le attivita' associative, in quanto e' lui il coordinatore per i medici che intendono fare del volontariato a Chaaria. 
Max e' quindi con noi in Kenya un mese all'anno, ma lavora per noi dodici mesi. Oggi lo abbiamo salutato con una grande nostalgia e con un piccolo senso di vuoto, come quando una parte importante della nostra famiglia ci lascia per un po'... almeno fisicamente. 
Speriamo di rivederci presto, caro Max, e grazie di tutto quello che hai fatto per noi e soprattutto per i malati. 
Ci sono tanti altri motivi personali per cui devo ringraziarti, come amico, come mentore, e come consigliere di sapienza spicciola e vissuta... Ma il Signore lo sa e lo suggerira' al tuo cuore. 
Lui sapra' sempre come ripagarti, e so che lo fa a piene mani. 
Grazie anche per il grande amore sempre dimostrato verso i piccoli orfanelli. 

Fr Beppe Gaido 

 

lunedì 30 gennaio 2012

Alcuni dati del 2011

Nel 2011 i posti letto sono rimasti 160, ma la percentuale di occupazione e' ulteriormente salita con moltissimi mesi in cui abbiam dovuto mettere due pazienti per letto. 
Tra i servizi esistenti gia' nel 2010 bisogna segnalare un notevole incremento della attivita' di endoscopia digestiva, con circa 1100 gastroscopie e 98 colonscopie. 
I ricoveri ospedalieri sono stati 8980, mentre il numero dei pazienti ambulatoriali e' stato di 69000 circa. 
Le ecografie eseguite sono state 8130. Abbiamo registrato un grande aumento delle prestazioni di laboratorio, di quelle vaccinali e delle attivita' di follow up della gravidanza. In netto incremento anche la fisioterapia. 
E' inoltre iniziato anche un servizio di screening per la prevenzione del carcinoma della cervice uterina. 
Per la maternita' il numero dei parti e' stato di 1823, mentre il numero dei cesarei e' stato di 504. 
Il totale delle procedure chirurgiche ha raggiunto nel 2011 le 2850. Per quanto riguarda il personale, i medici stabili sono 3, con molti volontari che vengono in aiuto. I clinical officers sono al momento 4, ma il turn over e' altissimo, e sono sempre giovani e nuovi. Al momento siamo molto in crisi con gli infermieri, che continuano ad andarsene. La media per il 2011 e' stata di avere 14 infermieri assunti, con un fabbisogno stimato di 25. 
Per alcuni mesi del 2011 abbiamo avuto 2 anestesisti, ma al momento ne abbiamo nuovamente solo 1. 
Globalmente nel 2011 abbiamo assistito ad un aumento del numero di pazienti: per esempio per le circoncisioni maschili e' stato un vero boom. Ma quel che abbiamo registrato e' soprattutto un incremento della gravita' dei malati che vengono a noi, ed una crescente complessita' delle problematiche mediche e chirurgiche che ci siamo trovati a dover risolvere. 
La complessta' ed il numero degli interventi chirurgici del 2011 per esempio non ha paragone con i dati del 2009-2010, anche grazie ad una migliore anestesia. In questo nostro sforzo sempre ringraziamo la Provvidenza che ci da' forza, la Piccola Casa ed i Superiori che ci sostengono, le Associazioni che per noi raccolgono fondi e ci sostengono, ed i tantissimi volontari che con noi si spendono giorno dopo giorno. 

Fr Beppe Gaido 


domenica 29 gennaio 2012

Gente di Marsabit


Federica ha incontrato a Moshi (Tanzania) al Convegno Internazionale di Dermatologia una infermiera dell’ospedale di Marsabit.
Alla domanda se essa conosceva Chaaria, la sveglissima nurse kenyota ha detto a Federica:
“Da noi tutti vogliono andare a Chaaria, perche’ la’ c’e’ un dottore che ha una macchina per guardare dentro il corpo umano”
Quando parlano cosi’, essi si riferiscono in effetti all’ecografia che a Chaaria offriamo a prezzi veramente bassi ed accessibili a tutti. Moltissimi si mettono in viaggio con l’idea che da noi la gente e’ “messa dentro al computer” (l’ecografo), e che quest’ultimo vede tutto.
Tale immagine taumaturgica dell’ecografia e’ molto radicata in tutta la gente del Nord… Marsabit soprattutto, ma non soltanto.
E poi il fatto che la gente non conosca bene l’indicazione degli ultrasuoni porta necessariamente ad un sovraccarico di lavoro per i due medici  che a Chaaria fanno ecografie, oltre che a tensioni quando si dice ai malati che l’eco non e’ indicata: a loro pare che gliela vogliamo negare senza ragione.
Altra situazione sovente quasi grottesca si crea quando i clienti richiedono l’eco per regioni corporee del tutto improponibili: alla testa, al torace, al femore, all’osso sacro, al piede.
Spiegare loro che gli ultrasuoni non vedono nulla in quella regione del corpo richiede un tale sforzo che a volte e’ piu’ semplice accontentarli e spalmarli con un po’ di gel sulla parte che loro incolpano dei loro dolori: spesso il semplice passaggio della sonda diventa terapeutico, ed il male sparisce… anche se in quei momenti mi sento piu’ stregone che medico.
La gente del Nord e’ poi molto poco collaborativa per quanto riguarda la “vescica piena”: ti promettono di avere urina… ma quando li “metti nel computer”, ti rendi conto che di urina non ne hanno affatto. Li mandi a bere e dici loro di tornare quando non ce la fanno piu’ a tenere. Con sorpresa te li trovi alla porta dopo venti minuti, e dicono che l’ecografia la vogliono subito; altrimenti se la fanno addosso… poi, dopo aver messo la sonda sulla pancia, ti rendi conto che la situazione e’ sovrapponibile a prima: urina quasi zero. Con loro e’ cosi’! O li prendi come sono, o diventi matto tu.
Pensate che l’altro giorno un paziente di Marsabit voleva l’eco al naso per un raffreddore… ma li’ prorio non ho ceduto.

Fr Beppe

sabato 28 gennaio 2012

Armando ed Emy


Dopo due settimane di ottimo servizio a Chaaria oggi ripartono per Ginevra (Svizzera) il dott Armando e la signora Emy.
Armando ha lavorato a tempo super-pieno come ginecologo, dividendosi tra consulenze, ecografie e sala operatoria. 
E' stato sempre disponibile per tutte le emergenze di giorno e di notte, collaborando ottimamente con tutti i volontari e con il nostro personale.
Emy è stata una presenza vigile e attenta da mane a sera in sala parto, dove si è prodigata come ostetrica a fianco delle nostre infermiere. 
Emy si è rivelata una presenza solidissima ed un vero punto di riferimento per il nostro staff.
E' stato bello averli con noi, e collaborare senza problemi, in un clima di piena affinità di pensiero e di ideali.
E' stato stupendo anche dal punto di vista della mondialità, che sempre più caratterizza il movimento di volontariato a Chaaria.
Grazie ad entrambi.
Ad Emy che non conosce l'italiano diciamo con cuore: thank you very much for what you have done for us. Thanks a lot for your service, for your kindness and for your wonderful personality which makes it very easy to work and to live with you. Please spread the news about Chaaria not only in Switzerland but also in England, so that many others may come to help us in future. We hope to see you again.

La comunità di Chaaria


venerdì 27 gennaio 2012

Makembu


Era il fratello di una nostra suora di clausura di Tuuru.
Da tempo lo seguivo per un carcinoma epatocellulare, che avevo diagnosticato prima ecograficamente e poi con biopsia. Si trattava di una grossa massa del lobo destro, che al paziente procurava dolore e senso di  peso all’area epatica.
E’ rimasto stazionario per molti mesi, creando, specialmente nella sorella, l’illusione di un miracolo.
Purtroppo pero’ l’epatoma non perdona. Dietro al relativo benessere di Makembu, le cellule tumorali lo consumavano e lo mangiavano poco alla volta.
Tre giorni fa e’ stato portato a Chaaria in coma epatico, e non ha mai ripreso coscienza, nonostante le nostre terapie. E’ passato dall’incoscienza alla morte forse senza sentire dolore, e lasciandoci ancora una volta senza parole.
Makembu era infatti ancor giovane, sulla quarantina, e lascia dietro a se’ una moglie e due figli in condizioni di estrema poverta’.
Il carcinoma epatocellulare e’ molto frequente a Chaaria, per ragioni che ci sfuggono totalmente.
Qualcuno indica un contaminante del granoturco chiamato aflatossina, come un possibile agente eziologico… ma la realta’ e’ che anche questa ipotesi non ci aiuta molto in quanto non abbiamo I mezzi tecnici ne’ per analizzare il mais per la presenza del contaminante, ne’ possiamo consigliare alla gente di astenersi dal granoturco che e’ certamente un piatto basale nella dieta africana.
Non conosciamo altre vie per la prevenzione. In questo caso l’alcool non sempbra coinvolto nella genesi del tumore.
Ci troviamo quindi con le mani assolutamente legate. Non siamo in grado di preveniire e non abbiamo alcuna terapia quando il tumore viene scoperto: la chemioterapia infatti e’ per lo piu’ inefficace, ed inoltre pochissimi avrebbero i soldi per recarsi al Kenyatta National Hospital per tale trattamento.
Anche la storia di Makembu e’ un richiamo alla nostra totale impotenza di fronte ai tumori maligni.

Fr Beppe Gaido

giovedì 26 gennaio 2012

Informazioni per infermieri italiani che verranno a Chaaria (Seconda parte)


In questa seconda ed ultima parte desidero parlarvi delle grandi qualita’ degli infermieri kenyoti. Infatti nel precedente articolo, abbiamo sottolineato soprattutto I loro limiti, ma e’ chiaro che moltissimi sono i loro pregi.
Prima di tutto essi sono non solo infermieri ma anche ostetrici: sono bravissimi nella gestione del travaglio e del parto, oltre che della gravidanza con tutte le sue complicazioni. Un infermiere africano e’ preparato nella stima dell’eta’ gestazionale del feto, nella determinazione del battito cardiaco fetale, nel follow up della donna con le doglie, nel parto sia cefalico che podalico, nella pratica della episotomia e della episiorrafia. Seguono la induzione con oxitocina senza problemi.
Essi sono inoltre in grado di diagnosticare e inviare al medico I casi di aborto incomplete, o di sospetta gravidanza extrauterina.
Sono bravissimi pure con il paziente neonatale (anche pretermine) e pediatrico: sono effettivamente incredibili  nel reperimento degli accessi venosi in bimbi a volte di appena un chilo e mezzo di peso corporeo. Anche per la rianimazione del neonate subito dopo il parto, essi sono praticamente indipendenti e non hanno quasi mai bisogno di medico o anestesista.
Essi inoltre sono in grado di fare diagnosi e di praticare molte delle terapie necessarie nella normale gestione del paziente ambulatoriale ed anche ricoverato. Soprattutto sulle patologie tropicali essi sono molto bravi, seguendo i protocolli nazionali: questo li rende molto indipendenti dal medico… cosa utilissima sia di giorno (quando I medici sono pochi), sia soprattutto di notte (quando il dottore e’ sempre e solo il sottoscritto).
Sono anche molto competenti nella gestione delle emergenze mediche: per esempio riescono ad affrontare una crisi asmatica in modo autonomo, e sono in grado di prendersi in carico un malato che ha tentato il suicidio con l’ingestione di pesticidi o veleni di altro tipo: tra l’altro eseguono lavande gastriche con competenza.
Sono in grado di suturare molti tagli e ferite, quando non sono coinvolti tendini od ossa: pure tale aspetto alleggerisce molto il lavoro del medico.
Altro compito che a Chaaria caratterizza l’infermiere kenyota e’ quello del triage: sia in ambulatorio che in reparto questo aspetto e’ totalmente affidato all’infermiere. In ambulatorio i clienti passano sempre dall’infermiere per la prima visita: se egli e’ in grado di gestire la patologia e di prescrivere la terapia, il paziente andra’ direttamente a prerndersi i farmaci prima di andare a casa. Nei casi in cui l’infermiere decide che la patologia e’ al di la’ delle sue competenze, il malato viene riferito alla consulenza del clinical officer o del medico. Anche in reparto l’infermiere fa il giro visita e poi segnala al clinical officer o al medico il malato piu’ difficile o grave. L’infermiere ha inoltre una grande liberta’ nella richiesta di esami di laboratorio. Egli puo’ aprire una cartella clinica ed impostare un protocollo terapeutico in attesa del medico, e puo’ anche scrivere una lettera di dimissione quando il malato e’ stabile. Normalmente egli e’ autonomo nella gestione del degente operato, per cui seguei  protocolli dell’ospedale.
Altro compito che in parte differenzia l’infermiere kenyota da quello italiano e’ il fatto che ad esso e’ affidata la distribuzione dei farmaci in farmacia.
Queste brevi indicazioni possono aiutarci a capire che tra infermieri italiani e kenyoti e’ possibile e doveroso un processo di scambio e di osmosi da cui tutti possono trarre giovamento per il bene dei malati da noi serviti.
Nessuno e’ migliore o superiore. Si tratta di profili diversi che comunque si possono integrare ed arricchire vicendevolmente.
Fr Beppe
 

mercoledì 25 gennaio 2012

Informazioni per infermieri italiani che verranno a Chaaria (Prima parte)


Prima di tutto grazie per essere venuti ad aiutarci a Chaaria.
La ragione di questo scritto e’ di darvi qualche indicazione che possa aiutarvi a comprendere meglio gli infermieri kenyoti con cui vi troverete ad operare.
Prima di tutto tenete conto che in questo momento la maggior parte dei vostri colleghi africani e’ estremamente giovane: quasi tutti hanno appena terminato la scuola ed alcuni di loro addirittura sono ancora studenti. E’ quindi normale che siano molto inesperti!
Altro elemento  che necessariamente si associa alla loro giovane eta’ e’ il fatto che essi tendono a non voler rimanere a Chaaria per lungo tempo:  sovente essi desiderano ancora specializzarsi, oppure cercano ospedali meno rurali e meno duri di Chaaria. Cio’ comport a il fatto che il turn over e’ altissimo, e la vita media di un infermiere nel nostro ospedale  e’ talvolta inferiore ad un anno. Questo crea disagi non da poco anche a noi, in quanto, quando hanno imparato delle cose ed hanno iniziato ad assumersi responsabilita’, poi ci lasciano… portandosi con se’ il patrimonio di esperienze che nuovamente dobbiamo cercare di trasmettere ai nuovi venuti.
Chiediamo quindi agli infermieri italiani tanta pazienza ed anche un occhio di comprensione nei confronti delle  nostre evidenti carenze nel campo del nursing.
Ci sono pero’ alcuni infermieri “storici” che con il loro patrimonio di esperienza possono essere un vero punto di riferimento anche per I volontari italiani, sia nel reparto di medicina generale, sia in quello della pediatria-maternita’.
Il punto centrale e’ il fatto che gli infermieri italiani che vengono a Chaaria per due o tre settimane si devono prima di tutto mettere in un atteggiamento di umilta’ e di collaborazione. Noi europei ci rechiamo in Kenya sostanzialmente per aiutare e per collaborare, sforzandoci innanzi tutto di essere accolti e di farci accettare. Solo quando siamo riusciti a farci conoscere ed amare, poi potremo tentare di insegnare delletecniche  con la speranza che gli infermieri kenyoti accettino ed apprezzino. Chi si pone dal primo giorno in atteggiamenti ipercritici, con il pensiero che tante cose vanno cambiate nel nostro modo di lavorare, si espone al rischio di essere rifiutato dal nostro staff di Chaaria che si sentira’ poco apprezzato, erigendo quindi  dei muri di divisione e di isolamento attorno al nuovo arrivato.
Il mio consiglio e’ che prima il volontario si ponga semplicemente al loro fianco; cerchi di diventare loro amico… e poi , quando questo rapporto si cementa pian piano, saranno loro a chiedere: “ma voi questa cosa come la fate in  Italia?”
Il volontario deve poi considerare le differenze di formazione tra infermieri italiani e kenyoti: essi studiano tre anni e mezzo, piu’ o meno come in Italia. Il loro curriculum e’ pero’ molto diverso.
Ammetto che probabilmente essi sono piu’ carenti degli italiani riguardo alla formazione nursing: il prendersi cura del benessere totale del paziente, il suo igiene personale, la cura e la prevenzione dei decubiti sono sicuramente un po’ carenti nello staff di Chaaria, e quindi questa e’ un’area in cui I volontari possono certamente avere un impatto che porti ad un miglioramento. Ma ripeto che cio’ non si realizzera’ con un atteggiamento di superiorita’ e di critica nei confronti del personale africano. Il miglioramento potra’ pian piano avverarsi con tempi forse biblici o evoluzionistici, ma si compira’ in modo sostenibile e continuativo solo se i nostri infermieri saranno stati convinti pian piano da persone coerenti ed umili, che parlano poco ed invece insegnano molto con l’umile e costante esempio della vita. Fare critiche aperte o lezioni estemporanee sul modo di lavorare quasi mai ottiene un effetto positivo… anzi puo’ essere deleterio, in quanto certamente essi non daranno alcun ascolto a docenti mai conosciuti prima, che passano da Chaaria come meteore, che si pongono su un piedistallo di superioita’ e magari danno lezioni in italiano od in un inglese a dir poco stentato. Per questo il mio consiglio agli infermieri volontari e’ il seguente:  lavorate con loro, diventate loro amici… ed aspettate che siano loro a farvi domande sul vostro modo di lavorare.
Certamente anche la sterilita’ e l’igiene sono un punto di carenza dei nostri infermieri. Pure da questo punto di vista gli infermieri italiani possono apportare grandi miglioramenti, ma lo devono fare in modo prudente, proprio come ho descritto sopra.
Vedrete mettere dei cateteri con tecniche non sterile. Se lo dovete fare voi, usate tutta la sterilita’ che e’ propria del caso… il vostro comportamento creera’ in loro delle domande, e, se il vostro modo di lavorare e’ a loro piaciuto, poi vi imiteranno. Lo stesso vale per le garze sterile, le medicazioni e via dicendo.
Oggi mi fermo qui. Continueremo il discorso spero domani sui tantissimi pregi e sulle eccezionali qualita’ che i nostril infermieri africani hanno, e su cui credo anche loro abbiano qualcosa da offrire agli italiani. Si tratta infatti a mio parere di uno scambio intercultural, e non di un movimento a senso unico.
Fr Beppe Gaido 


Emergency screening for heart diseases



Chaaria, 16-17 January 2012



MAIN  OUTCOMES

Efficiency (real surgical cases over total cases): 9/28 = 32.1 %
Inappropriate cases (no heart diseases over total): 6/28 = 21.4%
Time factor (mean examination time): 30 min’ (range 15-90 min’)

By Dr Pierantonio Visentin (Chaaria)


martedì 24 gennaio 2012

Scelta fatta

Quando si libera un posto e c’è da scegliere un nuovo ospite, è sempre una decisione delicata e difficile.
Tra le tante richieste e segnalazioni, in questo momento più di 30, si deve scegliere il più povero, il più bisognoso, il più infermo.
Allora si inizia a correre a destra e a manca per visitare, vedere, investigare.
Questa volta però per i due letti vuoti la scelta...l’hanno fatta altri per noi.
Così Gilberto l’hanno portato la polizia una notte piovosa, raccolto nella stazione centrale dei bus, dove “viveva” da alcuni giorni.
Dall’odore che emanava era quasi impossibile avvicinarsi e  ancora mi fa sorridere la scena dei poliziotti che si tappavano il naso con le dita.
L’ho subito riconosciuto. Gilberto non è una persona nuova per noi. Un paio d’anni fa, sempre la polizia ce l’aveva portato con tre denunce di vagabondaggio. Però allora stava relativamente bene e camminava. Così appena rimesso in sesto, dopo pochi giorni saluta, ringrazia e se ne ritorna sulla strada.
Ora invece la situazione mi sebra più complicata perchè oltre ad una spiccata confusione mentale, quasi non riesce a camminare da solo.
Speriamo s’adatti a questo nuovo ambiente perchè certamente alla stazione dei bus... non lo vogliono più!



Andrès invece era un anno che aspettava di venire.
In attesa di un posto lo accolgono i clarettiani di Limones in una costruzione fatiscente di legno vicino alla canonica assieme ad altre due persone abbandonate.
Sono stato a trovarlo in quest’isola, Limones. Il viaggio è stato incantevole: con una barca a motore per un’ora tra fiumi e vegetazione incontaminata. Poi lo shock nel vedere quest’uomo di appena 68 anni che ne dimostrava 85:  denutrito, anemico confuso, sporco.  Gioie e dolori della Missione!
Se non fosse stato per il complicato trasporto da organizzare lo avrei portato subito all’Asilo.
“Tra due  giorni voi lo portate fino al molo de La Tola” dico  alle sorelle clarettiane,” e io con la mia macchina lo porto a casa”.  Così è stato.
Una buona alimentazione iperproteica, vitamine e fisioterapia: Andrès si sta riprendendo bene.
Come sospettavo era anemico”da morire”: con un’emoglobina di 5.8 ! Però ora già va meglio. Come un bambino inizia a muovere i primi passi con un girello. Già mangia cibo solido, sorride e parla. Insomma davvero un bel recupero.
Chissà se quando si normalizzerà ritornerà sulle strade e magari una notte piovosa...la polizia ce lo riporta!

Fratel Maurizio



lunedì 23 gennaio 2012

Impegno e solitudine




 I malati che a noi afferiscono sono sempre moltissimi e spesso gravi. Di casi veramente pietosi ce ne sono a centinaia: sovente sono senza soldi ed arrivano a noi perché sanno di essere curati anche quando non hanno denaro per pagare. La vera nemica che continua ad uccidere è sempre la malaria. Spesso ci sono casi di malaria cerebrale e molti bambini muoiono.
Uno dei casi più impressionanti per me  è capitato qualche giorno fa: è arrivata una mamma con un bimbo sulle spalle. Diceva che dalla sera prima il piccolo aveva avuto febbre alta. La mamma aveva camminato per più di due ore nella polvere. Appena dopo aver detto alla mamma di aprire il fagotto, ci siamo accorti che il piccolo era già morto e praticamente rigido, in una abnorme posizione che ritraeva l’abbraccio alla schiena materna. Aveva quattro mesi soltanto.
Capita spesso di visitare bambini estremamente denutriti, spaventosi a vedersi: sono immagini che solitamnte si vedono in televisione, nei documentari sulla fame nel mondo. Quasi sempre l’unica terapia per questi bambini è mangiare.
Molti non hanno denaro liquido: chi ha soldi sono i nostri operai, quelli che hanno la fortuna di avere un lavoro, gli infermieri, gli insegnanti ed i proprietari dei negozi o dei matatu. Chi ha terra molte volte produce solo per sé, cioè per dar da mangiare alla famiglia ed anche chi produce di più, non avendo magazzini, è obbligato a vendere subito i raccolti alle grandi compagnie, senza aspettare che i prezzi salgano un po’ fuori stagione… e le compagnie pagano pochissimo, con il solito risultato che i ricchi lo diventano sempre di più ed i poveri sprofondano nella loro miseria.
La zona attorno a Chaaria, soprattutto andando verso Gatunga e Mukothima, è davvero molto povera. I malati che vengono da quella zona sono invariabilmente squattrinati e diseredati.
Abbiamo inoltre costantemente molti casi di AIDS e di TBC. Le mamme partoriscono ancora a casa e spesso ci sono complicanze gravi, che possono causare anche la morte. Frequentissimi sono i casi aborto spontaneo, forse causati da qualche malattia infettiva. Per cui cerchiamo di fare un po’ di tutto: dall’otorino all’ostetricia, dalla traumatologia alle malattie infettive, dalla diagnostica per immagini alla chirurgia generale.
C’è poi tutto l’impegno della Comunità, il servizio ai Buoni Figli, l’economato e la manutenzione, che assorbono anche tante energie a tutti i Fratelli e le Suore di Chaaria.
Le giornate sono piene e non c’è molto tempo per la nostalgia che è comunque molto forte, soprattutto alla sera, se non ci sono casi urgenti ricoverati, se magari manca la luce e si gira lume di candela; ci si rende conto allora di essere sperduti in mezzo alla savana, senza possibilità di uscire o di incontrare gente nuova e si pensa tanto a casa... soprattutto quando qualcuno non sta bene.
Questa sofferenza della lontananza e della impossibilita’ di aiutare ed essere vicini alle persone piu’ care e’ forse una delle più acute sperimentate fino ad ora, ed è comunque un continuo richiamo a spiritualizzare, a capire che noi siamo qui per il Signore e per Lui solo.
Qui a Chaaria davvero si sperimenta una certa solitudine che è un richiamo alla  solitudine propria del consacrato che non ha una famiglia, che non ha figli propri e quindi si dà corpo ed anima per i figli degli altri, li cura, soffre per loro, se li porta nel cuore, ma poi, quando la malattia è finita ed i poveri se ne sono andati, magari senza ricordarsi di dire grazie, si ritrova solo e deve rinnovarsi nella convinzione che Dio e Dio solo basta.
Pregate per me ed io farò lo stesso.

Fr Beppe



Auguri di buon mezzo secolo, Fratel Beppe

Carissimo Beppe, tutti noi volontari, ci uniamo a te in un grande abbraccio e ti inviamo i nostri pensieri piu’ affettuosi.
Mezzo secolo e’ un traguardo importante ma e’ troppo presto per tirare le somme: ancora tante esperienze ti aspettano, forse non tutte positive ma sicuramente importanti.
E poi ci sono tanti traguardi e realizzazioni che ti vedranno in prima linea, dalla nuova Sala Operatoria ad una nuova Maternità e chissa’ cos’altro.
Siamo convinti che a questo nostro augurio si uniranno, nello spirito, anche tutti i volontari del recente e lontano passato ed anche i futuri.

Buon compleanno Beppe

I volontari di Chaaria

domenica 22 gennaio 2012

Chaaria e Babele


Mai come, quando si sta a Chaaria, si capisce quanto dovessero essere disperati gli abitanti di Babilonia quando il castigo Divino li privo’ della lingua comune e non poterono piu’ capirsi.
Molto ma molto piu’ in piccolo anche a Chaaria si vivono queste situazioni.
In questo momento ci sono volontari dall’Italia, dalla Polonia, dagli Stati Uniti, un Italiano che vive e lavora nella Svizzera Francese, una volontaria nata in Inghilterra, vissuta in Francia ed anch’essa attualmente in Svizzera. Fin qui va tutto bene: con un Inglese piu’ o meno fluente e con l’aiuto reciproco ci si intende.
Il difficile comincia in Ospedale: la maggior parte dei ricoverati non parla Inglese, ma Kiswahili (lingua nazionale) o Kimeru (la lingua locale). Ovviamente i due idiomi sono del tutto diversi tra loro e solo chi e’ stato a scuola li parla entrambi. A questo punto, per comunicare con i malati, i volontari devono ricorrere alla traduzione degli infermieri o dei clinical officer.
Ma qualcuno di loro non e’ della zona, quindi parla solo Kiswahili e non il Kimeru: il tuo traduttore deve allora cercarsi un secondo traduttore che aiuti lui o lei che sta aiutando te.
Ricordate il gioco che si faceva da bambini, sussurrando all’orecchio del vicino qualche parola che doveva passare al successivo e cosi via: in fondo alla fila dei bimbi spesso arrivavano parole del tutto diverse o incomprensibili; mi sembra si chiamasse telefono senza fili.
Fosse finita qui. Ogni giorno vengono ricoverate persone che arrivano dal Nord, Turkana, Rengilla, ed altre tribu’. Ognuna parla la sua lingua non conosce Inglese, Kiswahili, Kimeru, ma non conosce neanche il linguaggio della tribu’ del nord che no siano la sua. In questo periodo abbiamo diverse persone in reparto con le quali si usa solo il linguaggio dei gesti: loro mi dicono qualche cosa, io alzo le spalle ed alzo le mani in su; sono pero’ un poco perplesso perche’anche i gesti non sono sempre internazionali. Anche semplicissimi messaggi tipo “bevi tanta acqua” “ alzati e non stare tanto a letto” sono difficili da trasmettere.
Ogni tanto qualche ricoverato che parlucchia un po’ di Kiswahili si offre come traduttore: immaginatevi la catena, da una persona analfabeta che parla con una semianalfabeta che traduce in una lingua che non padroneggia appieno…..noi tutti speriamo veramente che la Provvidenza non si distragga mai.
Certo sarebbe bello e romantico dire che con il  linguaggio dell’amore ci si capisce sempre, ma quando bisogna decidere su una terapia o su un intervento chirurgico, una certa sensazione  di disagio ti coglie. E’ uno dei tanti aspetti della complessita’ di Chaaria, di quella complessita’ che ti fa dire “ma perche’ sono venuto a cacciarmi in tutti questi problemi” ma ti fa concludere “ in ogni caso ci torno”.

Max Albano


sabato 21 gennaio 2012

Mezzo secolo


Ringrazio Dio di vero cuore perche’ domani, 22 gennaio, e’ il mio cinquantesimo compleanno.
Non posso piu’ dire con Dante Alighieri che sono “nel mezzo del cammin di nostra vita”, in quanto certamente sono ampiamente nella parabola discendente… ma certamente non ne sono scontento!
Cinquant’anni sono prima di tutto un momento per rendere grazie a Dio del dono della vita: quanta gente non e’ arrivata a questo traguardo! 
Quanti bambini ho visto morire subito dopo la nascita, e quanti giovani sono passati tra le mie mani senza che io sia riuscito a salvarli da malattie tremende come la tubercolosi o l’AIDS. Io invece ci sono, sto bene e sono forte: certamente questi non sono doni da poco, ed e’ importante rendersene conto e ringraziare il Signore. Alla mia eta’ mio padre era gia’ malato di cancro da alcuni anni, e stava iniziando gli ultimi dodici mesi del suo calvario.
Mezzo secolo e’ anche un momento in cui sei ancora nel pieno delle tue forze, ma non hai piu’ quell’irruenza giovanile che a volte porta anche a decisioni avventate o a reazioni inconsulte od emotive. Se guardo al mio passato, mi sembra di essere molto piu’ calmo e ponderato: quante volte da giovane ho difeso le mie idee con focosita’ eccessiva. 
Quante volte ho alzato la voce per niente, ottendendo solo disunita’ e malumori da parte di chi mi ascoltava. Quanti “nemici” mi sono fatto quando lo zelo giovanile mi ha portato a posizioni di rottura che avrebbero potuto essere evitate con una sana mediazione. Da giovani si pensa che il modo sia bianco o nero; da vecchi si impara che invece ci sono solo diverse tonalita’ di grigi sia in noi che negli altri. Da giovani si divide l’umanita’ in buoni e cattivi, ma gli anni insegnano che ognuno di noi e’ un miscuglio di entrambi gli aspetti. Da giovani ci si incendia immediatamente; ora invece ho la forza anche di staccare la spina un attimo, di respirare due volte prima di rispondere ad una provocazione, o di decidere anche che talvolta e’ meglio tacere del tutto per amore della pace. Mai avrei accettato, anche solo dieci anni fa, il valore di un proverbio inglese che dice: “no comment is sometimes the strongest comment!”… oggi invece ne sono profondamente convinto.  I giovani vogliono risposte subito; gli attempati come il sottoscritto imparano che spesso e’ meglio e piu’ saggio saper aspettare!
Sono stati per me anche cinquant’anni di bastonate e di delusioni, ma e’ certamente  vero che e’ dalle sconfitte che nella vita si impara: un mio professore mi diceva che fino all’eta di 30 anni si apprende sui libri, mentre poi si impara solo dai propri sbagli. Quanti errori e quante nasate ho battuto nella mia vita! Certamente non posso dire della mia esistenza quello che afferma il protagonista di un bel film sulla morte: “I have no regrets!” Io di rimpianti ne ho tanti; molte cose le farei diversamente, se ci fosse la macchina del tempo e potessi rivivere situazioni passate. Ma poi lo so che anche gli sbagli e le cose errate mi hanno costruito e ,nell’ottica della fede, mi hanno fatto crescere: Dio infatti scrive dritto anche sulle righe storte.
Cinquant’anni mi hanno regalato tanti amici, tante persone che mi apprezzano, ed anche qualche nemico e detrattore: ringrazio Dio delle persone che mi vogliono bene, ed anche di chi di bene me ne vuole poco. Pure questi ultimi sono stati importanti, in quanto mi hanno insegnato a perdonare, a dimenticare ed a passar sopra tante cose. Su questo punto mi colpisce sempre molto il Vangelo, quando considero quanti erano  i detrattori di Gesu’ stesso. Cristo “e’ passato sanando e beneficando tutti”, ma ha sempre raccolto avversari e oppositori.
In questi cinquant’anni c’e’ anche la stupenda esperienza di Chaaria attraverso cui un dispensario e’ diventato un ospedale apprezzato da tantissima povera gente, grazie al sostegno della Piccola Casa e soprattutto dei Fratelli con cui ho lavorato. Chaaria e’ certamente un sogno che ancora sta crescendo tra le nostre mani, un progetto che fino ad oggi ha aiutato tantissime persone, rispondendo ai loro bisogni di salute… e chissa’ quante ne assistera’ ancora. Chaaria e’ una grandissima gioia, oltre che un fardello non da poco da portare avanti.
Il mio mezzo secolo mi porta anche a ringraziare Dio per la sua fedelta’. Mi ha chiamato alla Vita Religiosa  ben 31 anni fa, ed ancora sono in Congregazione: ci sono stati alti e bassi; non sono mancate le crisi esistenziali e di fede, ma Dio non mi ha fatto mancare la sua grazia ed oggi sono ancora un Fratello, e prego Dio che mi conceda la perseveranza fino alla fine, cosi’ come ha fatto Sr Oliva. La preghiera e l’impegno incondizionato nel servizio ai poveri sono stati i due grandi pilastri che hanno sostenuto la mia fedelta’ fino ad oggi ed ai quali mi affido anche per gli anni che il Signore ancora mi vorra’ concedere. La preghiera ed il servizio non sono mai stati in contrapposizione nella mia vita. Sono una unita’ inscindibile: la preghiera mi da’ la forza di donarmi, e la dedizione rende la mia preghiera piu’ vera ed esistenziale.
Nessuno sa quanti anni il Signore mi vorra’ ancora concedere. Alla mia eta’ mio padre era gia’ al capolinea, mentre Fr Lodovico e’ ancora lucido a 94 anni. Ma l’importante non e’ vivere a lungo: cio’ che conta a mio avviso e’ di dare sempre il massimo e di poter dire alla sera quando si va a letto: non potevo dare di piu’; ho dato tutto quello che mi e’ stato possibile; mi sono speso al massimo.
Grazie, Signore, per I cinquat’anni della tua fedelta’ verso di me!
Fr Beppe

venerdì 20 gennaio 2012

I drammi dell'ignoranza



Abbiamo appena finito l’intervento. E’ notte fonda e siamo a pezzi, anche perche’ stamattina le emergenze erano iniziate alle 3.
In tutti noi permane un senso di grande mestizia e depressione, e ci chiediamo come mai debbano ancora succedere cose del genere al giorno d’oggi.
Era iniziato tutto verso le ore 20, quando Miriam e’ entrata nel mio studio durante la mia ultima ecografia: “Mi dispiace, ma non posso lasciarti andare a riposare dopo questo malato. E’ infatti arrivato un prolasso del cordone ombelicale”.
“Oh Santo Cielo, ma il cordone pulsa?”, le chiedo concitato.
“Veramente non ne sono sicura... e’ meglio che vieni a controllare!”
Non mi arrabbio con Miriam, che e’ appena uscita dalla scuola infermieri, perche’ e’ piu’ che normale non abbia tutta quell’esperienza che ti aspetteresti per la gestione di una sala parto oberata come la nostra.
Seguo la mia infermiera e mi trovo davanti una donna molto povera, a giudicare dalle condizioni degli abiti. E’ sporca ed impolverata. La sua statura non supera il metro e trenta, e noto sul suo addome una cicatrice da pregresso cesareo.
Non sento alcuna pulsazione quando afferro il cordone tra pollice ed indice, e decido per una ecografia d’urgenza in sala parto con lo strumento portatile.
La donna suda profusamente, ed e’ in preda a dolori addominali molto sospetti... sono infatti troppo violenti e troppo continui per essere imputabili semplicemente a contrazioni.
L’eco parla chiaro come sempre: il feto e’ morto, ma l’utero e’ rotto. Bisogna quindi aprirla comunque, sperando poi di salvarle l’organo.
Seguono momenti convulsi, in cui io mi dedico alla misurazione dell’emoglobina ed alla determinazione del gruppo e delle prove crociate. Ann invece corre a chiamare Monica e Wilson. Il watchmen fa una scappata fino alla casa di Jesse, e Fr Giancarlo parte “a tutta birra” con l’ambulanza alla volta del domicilio di Kanyua.
Riusciamo ad iniziare molto rapidamente, in quanto tutti erano reperibili al momento della chiamata. Aprendo l’addome, immediatamente ci troviamo immersi un una specie di deja’ vue, molto simile a quanto gia’ successo pochi giorni fa.
Nuovamente ci ritroviamo imbrattati di sangue e coaguli, subito dopo l’apertura del peritoneo... almeno stavolta sappiamo che la donna e’ sieronegativa!
Lavoriamo in una specia di pozzanghera, ed il sangue che si rapprende sulle nostre gambe, ci da’ una spiacevole sensazione di freddo.
Estraiamo il feto morto... ma qui la situazione si fa angosciante.
Ci sono tantissime aderenze che bloccano l’utero al fondo della pelvi... in quella pancia c’e’ sangue dovunque, e non riusciamo a capire da dove provenga; pare un idrante, e per un po’ non possiamo fare altro che aspirare, mentre la nostra ansia continua a salire.
Finalmente riusciamo ad intravvedere qualcosa: la breccia sull’utero e’ enorme, ed ha squarciato l’organo in due.
Prima di comprendere se si puo’ tentare una riparazione o meno, bisogna comunque esporre il campo operatorio. Tagliamo quindi le aderenze e leghiamo le nuove fonti di emorragia.
Le condizioni della paziente rimangono instabili e ci troviamo nella necessita’ di una trasfusione veloce durante l’intervento.
Quando finalmente riusciamo e liberare l’utero, ci rendiamo conto che e’ stato ridotto ad una massa carnosa informe. Ogni volte che ci infiliamo l’ago per una sutura, creiamo una lacerazione peggiore ed un nuovo zampillo emorragico.
“Devo decidere subito. Non c’e’ tempo di tergiversare. Jesse, quanti figlia ha la paziente?”, quasi urlo nella mia angoscia.
“Ne ha uno solo!”
Penso tra me che il figlio unico e’ un dramma in questa cultura, ma non ho alternative. Anche un ovaio e’ praticamente esploso al momento della rottura uterina:
“Cambiamo il piano operatorio. Dobbiamo fare l’isterectomia, se vogliamo tentare di salvarle almeno la vita”.
L’operazione continua per altre due ore piene di tensione e di imprevisti; ma alla fine la donna e’ sveglia e stabile dal punto di vista emodinamico.
Sicuramente e’ viva, e questo e’ gia’ un grande risultato... ma che razza di esistenza avra’ davanti a se’, ora che e’ diventata chirurgicamente sterile?
Uscendo dal reparto operatorio mi trovo davanti l’anziana madre dell’operata, e, quasi senza rendermene conto, scarico su di lei un po’ della tensione accumulata durante l’operazione: “ma non ve lo aveva detto nessuno, dopo il primo cesareo, che la sua costituzione ossea non avrebbe consentito un parto naturale? Perche’ ha provato a partorire a casa?”
La vecchia signora e’ timidissima, come tutti coloro che si rivolgono ad un medico bianco. Il loro senso di timore e riverenza e’ tale, che neppure ti guardano negli occhi: “non lo sapevamo, dottore... o magari non avevamo capito!”
“Ma perche’ lasciarla travagliare per piu’ di venti ore a domicilio! Non vi rendevate conto che le cose andavano male?”
“Si’, dottore, lo vedevamo che qualcosa era storto, ma lei non riusciva a camminare... e noi non avevamo i soldi per pagare un mezzo pubblico!”
“Ma come e’ possibile? La gravidanza dura nove mesi, in cui uno puo’ mettere da parte qualcosa...”.
Ma non riesco a finire la frase... le mie parole mi rimbombano nel cervello immediatamente, e mi paiono inopportune e giudicanti.
Ho pensato subito con vergogna: ‘io non posso sapere quanto sia difficile la vita di qualcuno dei miei pazienti’.
Ho abbassato lo sguardo, che era stato puntato su di lei; mi sono sentito stupido, e le ho semplicemente sussurrato:
“Ti chiedo scusa per quanto ho detto... lo so che non posso capire”.
In quel momento mi si avvicina Miriam, la quale ha sentito tutto, e, senza essere interrogata, mi da’ la sua versione delle cose: “Molti non si rendono conto del pericolo, e vogliono comunque partorire a casa, per risparmiare quattro soldi”.
Io la fisso sconsolato, e faccio un segno di assenso con il capo.
Vorrei dire qualcosa, ma preferisco tenermelo dentro: ‘avra’ pur risparmiato qualche scellino, ma se fosse venuta anche solo ieri, oggi avrebbe ancora l’utero ed un figlio da coccolare. Il calcolo fatto per un ipotetico risparmio, si e’ trasformato in una profondissima perdita che la segnera’ per sempre... quante volte nella vita si fanno errori da cui non e’ poi piu’ possibile recuperare’.

Fr Beppe Gaido