giovedì 1 marzo 2018

Suona il cicalino

Mi rigiro nel letto illudendomi che non sia vero, ma poi mi devo arrendere all'evidenza perchè la "bestiaccia" continua a gracchiare.
Lo afferro tra le mani mentre con gli occhi guardo disperatamente alla finestra sperando di vedere i segni dell'alba: purtroppo il cielo è nero come la pece.
Rispondo assonnato e Dorothy mi dice di correre in sala parto. Questa non è la frase tipica... e quindi non dovrebbe trattarsi di un cesareo.
Mi cambio rapidamente tra uno sbadiglio e l'altro. L'orologio mi informa che sono le quattro di mattina, ed io mi sento ancor più depresso adesso che so che ore sono.
Arrivato in maternità vengo accolto dal sorriso smagliante di Mercy che mi ragguaglia sulla situazione: donna appena arrivata da una maternità rurale a circa cinquanta chilometri di sterrato. E' stata in secondo stadio di travaglio, e cioè a cervice completamente dilatata dalla mezzanotte. Solo ora è però riuscita a raggiungere Chaaria.
La mamma appare esausta e la sua pressione molto bassa: non mangia infatti da molte ore.
Il battito cardiaco fetale è molto flebile e lento.
La testa del bimbo è quasi fuori ma la mamma non ha la forza di spingere. 
Cosa fare? Non c'è tempo da perdere se vogliamo tentare di salvare quel pupo, ed anche prevenire una rottura d'utero.


Pensare ad un cesareo mi pare improponibile, sia perchè ci vorrebbe troppo tempo a preparare la sala e la paziente, e sia soprattutto in quanto sono certo che l'inevitabile ipotensione causata dalla spinale darebbe il colpo di grazia al piccolo.
L'unica via percorribile è di tentare con il forcipe. Ci attiviamo rapidamente ed in meno di 3 minuti il bambino viene alla luce.
Purtroppo le sue condizioni non sono delle migliori ed dobbiamo rianimare a lungo per permettergli di avere una respirazione spontanea, ma pian piano il pupo si riprende ed inizia a piangere forte.
La mamma da parte sua sta bene: non ci sono per fortuna segni clinici di rottura d'utero, e la prima cosa che lei mi dice dopo essersi sincerata che il suo bambino stia bene è: "mi posso alzare?"
Incredibili davvero queste donne africane, dei veri monumenti.
Sono ormai passate le 5.30 quando lascio l'ospedale e quindi l'orario della preghiera è vicino: ancora una volta la speranza di riprendere sonno svanisce insieme alle tenebre che lasciano spazio alle prime luci dell'alba.

Fr Beppe


1 commento:

Pietro Rolandi ha detto...

E il peggio è che devi affrontare una giornata"normale", col suo "normale" programma operatorio impossibile e, quel che è peggio, tra un intervento e l'altro, troverai una turba di pazienti ambulatoeriali che dovrai visitare, ecografare, gastroscopare (neologismi), biopsiare e che saranno impazienti e seccati per l'intollerabile attesa, del tutto indifferenti al fatto che non hai riposato. Coraggio!!!!


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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