lunedì 28 luglio 2008

Ciao mi chiamo Kendi


Ho circa un anno di età. Nella foto mi vedete tutta nuda. Vai a capirli i grandi. Mi hanno svestita completamente, perchè dicevano che avevo febbre altissima e che avrei avuto le convulsioni, se non mi toglievano tutti i vestiti. Poi addirittura mi hanno messo degli stracci bagnati addosso... loro dicono che abbassano la febbre. Io però so solo che tremavo come una foglia, e avrei anche battuto i denti se ce li avessi già avuti. Mia mamma, che vedete nella foto, ha camminato tanto tenendomi sulla schiena. Io non ricordo nulla. Solo che avevo male dappertutto, che vomitavo e che mi sentivo a pezzi. Non avevo neppure la forza di piangere e mi sembrava che il respiro non volesse uscire dai polmoni.
Poi, arrivati qui a Chaaria, in un attimo è successo il finimondo. Mi hanno spogliata, poi mi hanno infilato una puntura nella coscia... miseriaccia che male! E poi ancora mi hanno bucato sulle dita, per prendermi delle gocce di sangue. Ma che strani questi grandi. Vogliono sempre bucare i bambini e farli piangere. Poi, che strana quella persona che mi ha fatto la puntura: era così bianca che sembrava fosse senza sangue. Mia mamma invece sì che aveva un bel colore marrone, come si addice a una persona che sta bene. Magari quelli che mi facevano le punture erano malati come me. Erano anche loro anemici.
Ora sono ricoverata in questo ospedale a Chaaria. Mi hanno bucato tante volte. Non sono più nuda: mi hanno infatti dato una bella divisa azzurra. Ho un ago piantato in un braccio, collegato ad un tubo che sale su su molto in alto, e si collega ad una strana bottiglia che contiene liquido rosso. Quella roba rossa e densa gocciola pian piano. Vorrei tanto togliermi tutto, ma mia mamma fa la guardia e non mi lascia proprio staccare quel tubo. Se la mamma lo vuole lì, vuol dire che servirà a qualcosa. La mia mamma è la più brava del mondo!! Mi bacia tante volte. Qualche volta piange. Ora mi sento un po' meglio ed ho di nuovo voglia di attaccarmi al seno. Magari davvero tutti questi buchi e quella bottiglia rossa servono a qualcosa. Ho saputo poi che ci sono amici in Italia che mi vogliono aiutare pagando i soldi delle medicine. A tutti questi angioletti giunga il mio grazie e la mia preghierina di bambina piccola piccola.

Ciao, Kendi
(Fr Beppe, quello spilungone pallido con il fonendoscopio sempre al collo, la barba lunga ed i capelli bianchi ha tradotto le mie parole dal neonatese all'Italiano).
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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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