lunedì 1 settembre 2008

Oggi ho perso il mio braccio destro... Makena

...ma non è stata una amputazione. E' solo che Makena ha finito il suo contratto lavorativo con noi, almeno per il momento. Ha deciso di andare a studiare: parte domani alla volta di Thika, dove frequenterà un college in theatre technology (cioè in tecniche di sala operatoria). Capisco il desiderio di Make di riqualificarsi, e l'ho sostenuto fin dall'inizio, anche se ora mi sento un po' confuso, e devo riorganizzare completamente il mio lavoro chirurgico. Makena ha un dono speciale per il suo lavoro, e sono sicuro che dopo la scuola ci potrà aiutare anche meglio. Il suo corso durerà due anni pieni, con pochissime vacanze.
Desidero, insieme a lei, dire grazie al dott Alessandro Barberis e alla dottoressa Elisabetta Castagna che si sono sobbarcati tutte le spese degli studi che Makena inizia domani. Dio li benedica.

Ciao. Beppe
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1 commento:

Anonimo ha detto...

1. Forse perchè l'ho sentita nominare tante volte nel blog di Chaaria, ma mama Makena mi sembra bellissima;
2. Proprio perchè dai racconti del blog emerge la sua importanza, tremo per te , baba Beppe: hai veramente perso un aiuto essenziale;
3. Non potrò mai ringraziarti (vi) abbastanza, perchè le lettere di questo blog (da Chaaria e da Tachina) mi sono immensamente utili per evitare di piagnucolarmi addosso e lementarmi inutilmente del mio lavoro...come è tipica abitudine di noi wazungu italioti; credetemi, al momento sono le cose che leggo più volentieri nel web
4. Che Dio vi assista

Ugo


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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