mercoledì 3 settembre 2008

Stralci da un'intervista


SECONDO TE A CHAARIA E’ MEGLIO VENIRE IN GRUPPO O COME VOLONTARIO SINGOLO?

Rispondo a questa domanda a titolo del tutto personale. Io credo che ci siano i pro ed i contro in ogni situazione, ma personalmente penso che il grosso gruppo, soprattutto se composto da persone che gia’ si conoscevano in precedenza, porta con se’ delle problematiche. Mi spiego un po’ meglio.
E’ chiaro che un volontario che si trova da solo a Chaaria fa fatica e soffre anche un po’ di solitudine perche’ la comunita’ ha i suoi ritmi e lui a volte si puo’ sentire un po’ come un pesce fuor d’acqua. Ma rimane il fatto che la persona sola in un modo o nell’altro cerchera’ rapporti piu’ profondi e significativi con i Fratelli della comunita’ e con il nostro personale locale. Alla fine quindi, se il volontario avra’ la forza di perseverare e di resistere al duro impatto della solitudine, fara’ un’esperienza comunitaria piu’ piena con tutti noi che viviamo a Chaaria.
Il gruppo certamente offre dei grandi vantaggi emotivi a chi viene a Chaaria: ci si conosce gia’, si ha facilita’ di comunicazione, ci si tiene compagnia alla sera, magari con la chitarra o davanti ad un programma televisivo. Il rischio pero’ e’ che il gruppo si chiuda su se stesso. I volontari parlano solo con tra di loro, organizzano orari ed uscite in modo autonomo, non sentono piu’ il bisogno della puntualita’ agli atti comunitari (per esempio i pasti), perche’ tanto loro sono in molti, e quindi anche mangiare piu’ tardi non crea nessuna sensazione di solitudine. Tutto cio’ pian piano puo’ causare in alcuni casi uno scollamento tra la vita dei Fratelli e quella dei volontari: e’ come se inconsciamente si venissero a creare due insiemi, che non hanno nulla l’uno contro l’altro, ma semplicemente non sentono la necessita’ di interagire e di conoscersi piu’ a fondo.


Per fortuna sono eventi rari, ma sono successi veramente. Ricordo un caso in cui alla fine di un mese di esperienza, un volontario mi ha chiesto: “Ma chi sono tutte quelle persone che sempre mangiano con noi?”, e si riferiva ai nostri giovani Fratelli kenyani. Un’altra volta e’ capitato che una volontaria entra in refettorio a cena, ci guarda e dice: “ma non c’e’ nessuno stasera?”. Io allora benignamente le ho fatto notare che qualcuno c’era, e che se voleva poteva iniziare a mangiare con noi. Lei pero’ non ha colto il mio invito e mi ha detto che preferiva aspettare gli altri.
Ho a volte anche notato l’esistenza di gruppi paralleli all’interno dei volontari stessi: quelli che mangiano piu’ tardi, e quelli che invece pranzano e cenano con la comunita’, quelli che organizzano passeggiate e quelli che non escono, per esempio.
Ci sono pero’ stati anche gruppi splendidi che invece hanno saputo coniugare il loro spirito giovanile e cameratesco, con una buona apertura verso tutti noi. Come sempre e’ difficile dare risposte esaustive.
Normalmente invece le amicizie che nascono qui non corrono eccessivi rischi di chiusura a riccio: le persone in questo caso fanno il loro cammino, e spesso riescono ad ottenere rapporti molto buoni anche con i Fratelli, le Suore ed il personale locale.

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E’ NECESSARIO SAPERE L’INGLESE?
Non so bene come rispondere a questa domanda: certamente anche senza la lingua si puo’ fare molto, vedi per esempio quanto Gianni Derossi ha realizzato per noi. Pero’ il problema dell’isolamento sara’ reale: colloquiare con chi lavora con te sara’ quasi impossibile, ed anche gioire delle nuove amicizie sara’ molto piu’ problematico, semplicemente per la barriera linguistica.
Per cui, la mia risposta e’: se non necessario, diciamo che e’ molto utile poter comunicare in Inglese. Senza questa conoscenza, senz’altro si perde il 50% del bagaglio umano che a Chaaria si potrebbe sperimentare.

E’ BENE CHE STUDENTI VENGANO A FARE ESPERIENZE IN OSPEDALE A CHAARIA?
Certamente si’ ed in passato abbiamo avuto molte belle esperienze in merito. Per anni abbiamo avuto gli allievi della scuola infermieri Cottolengo. Ho avuto Ilaria per 6 mesi durante il suo sesto anno di Medicina.
Per un allievo in scienze infermieristiche o in ostetricia penso che il periodo migliore possa essere tra il secondo ed il terzo anno. Per uno studente in Medicina credo che il periodo migliore sia quello immediatamente precedente alla discussione della tesi, o quando mancano pochi esami alla laurea. Venire prima della fine del 4 anno potrebbe essere molto frustrante per il giovane che probabilmente non conosce nulla di farmacologia e di patologia medica o chirurgica. Mi pare comunque che, con l’eccezione di chi viene al sesto anno, sia bene che gli studenti di Medicina non vengano da soli, ma siano inseriti in un gruppo che comprenda anche un medico italiano. Infatti mi sembra di poter dire che l’esperienza di Monica con Elisabetta a luglio sia stata piu’ semplice di quella di Barbara, in quanto io ad agosto ero molto impegnato e facevo fatica a visitare pazienti sempre con una studente che mi faceva domande, ed anche lavorare con il Dr Ogembo o con i nostri Clinical Officers per lei era un po’ piu’ difficile, se non altro dal punto di vista linguistico. Invece per Elisa e Monica si e’ trattato di un vero lavoro in tandem, che mi sembra abbia dato gioia ad entrambe. Per le allieve infermiere e per le studenti ostetriche direi che l’Inglese e’ davvero fondamentale, perche’ io non riesco quasi mai a seguirle direttamente, se non nel momento in cui siamo insieme per una operazione, per cui loro devono lavorare tutto il giorno a fianco del nostro staff, che non conosce l’Italiano.
Ciao. Beppe

SECONDO TE IL VOLONTARIATO E’ “UN’ESPERIENZA DA FARE”, O “UN IMPEGNO IN CUI DONARE”?
Molti dicono di essere venuti a Chaaria alla ricerca di “esperienze” e non tanto relazioni e servizi di aiuto continuativi nel tempo.
Sempre più frequente è l’incontro con volontari che si esprimono dicendo: “Chaaria è stata una bella esperienza ma siccome ormai conosco questa realtà, l’anno prossimo proverò ad andare altrove”.
Alcuni rinunciano senza problemi a certi tipi di servizio perchè “non pertinenti con l’esperienza che si erano prefissati”.
Altri ancora rifiutano di rimanere nello stesso posto in ospedale (per esempio le medicazioni...) per più di una settimana poiché desiderosi di operare in più settori, con il risultato che non diventano autosufficienti da nessuna parte. Permettetemi di insistere su questo punto analizzando quella che potremmo chiamare la “perdita di tempo calcolata”: per un infermiere e per un medico di medicina generale, sono necessari molti giorni per l’adattamento iniziale in quanto si deve far entrare il volontario in un concetto differente di cultura, di modo di lavorare, di carenza di mezzi e di farmaci, di limitata disponibilità di denaro sia dei pazienti che dell’ospedale stesso. È chiaro quindi che qualcuno dovrà spiegare questi concetti, mentre il volontario dovrà ascoltare, capire e provare. Il volontario dovrà capire gradualmente che la disponibilità di infermieri locali è sempre scarsa rispetto ai bisogni, perché non abbiamo soldi per pagare più persone. Nonostante tale carenza strutturale, succederà comunque che l’infermiere kenyano seguirà il volontario italiano fino a quando lo stesso non si riterrà indipendente nel suo tipo di servizio. Ma, se una volta raggiunto un certo grado di autosufficienza il volontario cambierà il proprio lavoro perchè ormai “quello l’ho già fatto!”, la “perdita di tempo calcolata” duplica, triplica...e forse perde il suo significato.
Normalmente ci vogliono circa due settimane prima che un volontario cominci a familiarizzare con l’andamento caotico dell’ospedale, a ricordare la collocazione del necessario per svolgere il servizio, a comprendere le cattive grafie sulle cartelle e il significato delle molte abbreviazioni. Se poi un volontario, che starà con noi tre settimane, dice che non tornerà in futuro perchè ha il desiderio di fare esperienze altrove, nel mio cuore nasce come un blocco: perchè dovrei lasciarmi coinvolgere psicologicamente e in termini di tempo se questa persona mi ha già confidato di non voler più tornare?
Certo è difficile tornare. Questo dipende da molti fattori, non ultimo quello economico. Però un volontario che desidera venire ancora (anche se poi il futuro è nelle mani di Dio) è senza dubbio un aiuto molto più significativo di tutte quelle esperienze “una tantum” che ci portano a contatto con tanta gente passeggera nella nostra vita e che poi sparirà per sempre.


PREFERISCI VOLONTARI A TEMPO BREVE O SU PERIODI PIU’ LUNGHI?
Abbiamo avuto volontari per periodi molto sostanziosi: per sei mesi o anche per più di un anno. Questo significa che essi diventano molto importanti per noi; fanno realmente parte dello staff e a loro affidiamo responsabilità sempre più gravose. Un volontario che si ferma qui per tre settimane, normalmente ci lascia proprio quando comincia ad essere utile!

QUALI SONO A TUO GIUDIZIO LE CARATTERISTICHE PIU’ IMPORTANTI DELLA PERSONALITA’ DI UN VOLONTARIO?
Alcune cose certamente aiutano molto:
1. SENSO DI ADATTAMENTO: sappiamo tutti che un ospedale rurale in Africa non può essere ben organizzato come un moderno ospedale italiano.
La struttura qui potrebbe essere paragonata ad un enorme reparto contenente 140 posti letto, divisi tra specialità molto diverse tra loro.
A tutto questo si aggiunge il flusso continuo di pazienti ambulatoriali.
Inoltre come ho già detto, lo staff locale è molto ridotto rispetto agli standard italiani, per cui a volte non riusciamo a seguire il singolo paziente come invece si potrebbe fare in Italia.
A Chaaria non ci sono stanze con bagno o stanze matrimoniali. Il cibo, pur essendo abbondante, non è sempre preparato con i canoni culinari che potremmo aspettarci in un hotel (la pasta ed il riso sono spesso scotti, soprattutto se si arriva tardi dall’ospedale; il menù è più o meno fisso e si ripete ogni settimana).
Durante il fine settimana, secondo le disponibilità della comunità e le esigenze di servizio, è possibile organizzare qualche uscita. Le gite che proponiamo quasi sempre ci portano in altre missioni, non certo in “resorts” turistici con piscina, ma permettono di farsi un’idea della vita degli africani in luoghi anche lontani da Chaaria e di rendersi conto del lavoro dei missionari sul territorio.

2. SPIRITO COMUNITARIO: è importante che i volontari cerchino di creare buoni rapporti anche con i giovani Fratelli Africani che spesso si sentono esclusi. Una delle cause di questa mancanza di integrazione può essere la barriera linguistica. È necessario che i volontari si rendano conto che discutere a tavola in italiano (magari alzando la voce), rende complesso sia l’intervento dei Fratelli che non hanno ancora una chiara conoscenza della nostra lingua, che la quiete necessaria per lasciare gli altri Fratelli liberi di parlare d’altro. Questi inconvenienti avvengono soprattutto quando i volontari approdano a Chaaria in gruppi grossi e strutturati.
Se poi all’interno del gruppo si presentano delle tensioni ideologiche (destra/sinistra, Berlusconi/Veltroni, credenti/anti-clericali...), la miscela diventa esplosiva ed il momento dei pasti perde la sua connotazione conviviale trasformandosi in una quotidiana baruffa da bar su temi peraltro scontati e astratti. Sembra cosa da poco ma vivere il proprio tempo libero (che è poco!) in continua tensione, può diventare pesante e tramutare i momenti da cercare in momenti da evitare!

3. UMILTA’ sia nel servizio che nel giudizio globale della realtà africana.
Nel servizio, pur essendo molto bello che i volontari ci portino ad un continuo miglioramento, è necessario fare appello alla pazienza personale per accettare che i cambiamenti suggeriti avvengano per piccoli passi. A volte è necessaria una rivoluzione mentale per il nostro personale che è stato formato con altri criteri.
Nel giudizio globale sull’Africa invece, credo che valga quanto ci ha detto un vecchio missionario: “Per i primi tre anni osserva e basta...se vuoi veramente tentare di capire. Dopo puoi cominciare ad esprimere qualche umile parere.”

4. COMPRENSIONE: noi Fratelli siamo sempre in vetrina in quanto viviamo 24 ore al giorno con i volontari. A volte è difficile per noi adattarci a personalità completamente diverse che si alternano nella nostra comunità a velocità alquanto elevata. Passiamo da persone pacate ad altre molto esuberanti; da gente che ha bisogno di solitudine ad altri che preferirebbero stare sempre in gruppo e via dicendo...
Non sempre è facile passare da un chirurgo che richiede tutto il nostro sforzo per migliorare la sterilità, ad un pediatra che invece ritiene che l’ospedale si debba concentrare soprattutto sulle pappette e sulle soluzioni reidratanti.
In ultimo dico che non possiamo essere sempre al meglio: a volte anche noi attraversiamo momenti difficili ed è imbarazzante quando il volontario ti vede in tale stato, perchè si porterà in Italia un’impressione negativa di te, l’idea di una persona triste.

COSA DICI A COLORO CHE SI PREPARANO PER UN PERIODO DI VOLONTARIATO DAI BUONI FIGLI?
Dico loro che lavorare con gli handicappati a Chaaria è senz’altro utile, ma molto più complesso che il servizio in ospedale.
Parecchi volontari non si sono trovati bene in tale settore per diversi motivi. Credo che il più importante sia che tra lo staff dei Buoni Figli nessuno parla Italiano e questo può diventare difficile per chi non conosce l’Inglese. Altro aspetto complesso è che in tale tipo di servizio ci sono parecchie ore libere in cui il volontario può impegnarsi con varie attività di animazione (una partita a dama, suonare la chitarra, una partita a calcio...); se però non riuscisse ad organizzarsi in questo senso, potrebbe provare un senso di inutilità che è dannoso. Collaborare alla scuola speciale o alle attività occupazionali costituisce anch’esso un problema per molti: sono compiti ripetitivi e che richiedono molta pazienza.
Credo di poter affermare che il volontariato dai Buoni Figli sia più complesso di quello in ospedale, in quanto richiede una discreta conoscenza dell’Inglese per la comunicazione con il personale, una scorta abbondante di pazienza per interagire con i ragazzi, e uno sviluppato senso del servizio condito da una buona dose di fantasia.

CREDI CHE IL VOLONTARIATO SIA UNA REALTA’ POSITIVA PER CHAARIA?
Il volontariato è una realtà molto bella e utile per Chaaria. Abbiamo bisogno dei volontari!
Giudico l’esperienza di questi 8 anni di volontariato positivamente, anche se, come in ogni situazione umana, ci sono stati dei problemi. Ritengo comunque che il volontariato sia qualcosa di dinamico e che anche gli elementi apparentemente negativi possano tramutarsi in punti di partenza per una revisione onesta e per un miglioramento futuro.

Mi auguro che il Signore ci aiuti a crescere per correggere quanto abbiamo sbagliato in questi anni e per sviluppare al massimo le potenzialità del volontariato che, a mio avviso non sono state ancora pienamente raggiunte.
Ciao.

Fr Beppe Gaido


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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