31 dicembre 2008. ore 17.30.
Sono nel mio studio e, con la lingua fuori, cerco di ascoltare per l’ennesima volta gli stessi racconti riferiti a dolori vari, sparsi su un corpo provato dalla malattia. Sono cosi’ stanco che quasi non riesco piu’ a capire il Kiswahili; se poi provo a parlarlo, e’ come se la lingua mi si gonfiasse in bocca ed il cervello annaspasse nelle sabbie mobili. Per questo chiedo a Makena di stare con me e di interrogare lei i pazienti.
Ad un certo punto sento bussare alla porta: “Karibu”, rispondo quasi come un automa.
Judith fa capolino con uno sguardo malizioso, senza mettere piede in room 17; poi con un sorriso sarcastico mi dice: “abbiamo un problema!”.
Immediatamente io le rispondo che di problemi ce ne sono sicuramente tanti. Judith riparte dicendo: “questo pero’ non so come risolverlo. Ho una gravida con una presentazione podalica. Il piede del bambino e’ completamente fuori. Lo si puo’ vedere anche quando la mamma cammina. La paziente rifiuta il cesareo perche’ dice che ha sempre dato alla luce normalmente, e quindi dovra’ essere cosi’ anche questa volta”.
“E perche’ non la fai partorire? Non e’ la prima volta che seguiamo un podalico!”
“Non e’ cosi’ semplice. La cervice non si dilata. Sono 5 cm da molte ore, ma la donna non vuole sentire ragioni”.
Mi reco quindi in sala parto e tento di convincere la futura mamma, ma anche a me lei oppone un rifiuto sprezzante. Decido quindi di darle un po’ di ore per continuare il suo travaglio. Il battito cardiaco fetale infatti sembra buono.
Passano le ore. Intanto un’altra gravida ha complicazioni ed entriamo in sala operatoria verso le 19.30. Il cesareo non si presenta problematico e tiriamo fuori una bellissima bambina che piange fortissimo e fa la pipi’ quando ancora e’ tra le mani del chirurgo.
Neanche questa visione serve a cambiare la posizione di Monicah, che dice di voler attendere il marito prima di decidere. Io allora le chiedo quando sarebbe venuto il coniuge tanto atteso. La risposta mi raggela: “arrivera’ da Mombasa domani entro le ore 14”.
“Questa e’ una pazzia. Non puoi aspettare fino a domani”.
Intanto l’infermiera della notte mi avverte che il battito cardiaco fetale sta diventando irregolare e la cervice continua a non dilatarsi.
Sono ormai quasi le ore 21.30.
“A mali estremi, estremi rimedi” sussurro a Kathure.
“Prendi la donna sotto braccio, dalle i vestiti di casa e portala oltre il cancello. Dille che non voglio i suoi soldi, e le restituisco anche la piccola caparra che mi aveva pagato. Semplicemente io mi dissocio da questo infanticidio inutile”.
Kathure spiega tutto con voce pacata e determinata nello stesso tempo.
“Se devi uccidere tuo figlio, fallo al di fuori di questo ospedale”.
Naturalmente non ho alcuna intenzione di mandarla via davvero. Voglio solo spaventarla. “Se poi anche questa tecnica dovesse fallire – penso tra me e me – la richiamo dentro e le faccio una anestesia generale anche senza il suo permesso. E’ un rischio, ma sono disponibile a correrlo, per salvare quel feto”.
Kathure accompagna la donna al portone e la chiude fuori, lasciando pero’ ai guardiani il compito di vegliare su di lei e non lasciarla allontanare troppo. Nel frattempo penso di andare a mangiare un boccone.
La donna e’ abbastanza cocciuta, ma entro le 22.30 decide di rientrare. Adesso e’ mansueta come un agnellino. Accetta subito il cesareo, e con sorpresa vedo che la sua firma non e’ altro che l’impronta digitale del pollice destro: questo spiega molte cose.
“Che brutto non essere mai andato a scuola! Che grande dono e’ l’ istruzione”, rimugino nel mio cuore ormai assonnato.
“Andiamo subito in sala!!”
Kathure si avvicina e bisbiglia con un sorriso timido: “potremmo aspettare mezz’ ora, in modo da far nascere il pupo nell’anno nuovo”.
“Troppo pericoloso. Abbiamo gia’ atteso moltissimo con tutte queste trattative. Entriamo al piu’ presto”.
Fortunatamente il cesareo fila liscio come l’olio, nonostante l’assenza di Jesse. Pinuccia mi assiste come seconda al tavolo operatorio, e Kathure segue le condizioni della paziente dopo la spinale.
Alle 23.45 del 31 dicembre 2008 estraiamo dal grembo di Monicah un bel maschione che, nonostante il nostro tergiversare, piange subito e forte.
“Questo e’ sicuramente l’ultimo nato a Chaaria per il 2008”.
Continuiamo a lavorare con concentrazione. La mezzanotte ci raggiunge mentre stiamo suturando la cute.
“Buon anno, Pinuccia e Kathure... non vi sembra bellissimo iniziare il 2009 in questo modo? Siamo svegli e stiamo lottando per salvare un neonato: il primo gennaio e’ la giornata per la vita. Non vi pare che siamo proprio in tema?”
Pinuccia acconsente e mi dice pero’: “Ora comunque cerca di finire in fretta perche’ gli altri due volontari ci aspettano sopra in cortile con il loro telescopio portabile e con due birre ghiacciate. Vogliono farci vedere le stelle, mentre degustiamo un bel bicchierone, che non ha nulla a che fare con spumante e panettone, ma e’ senz’altro meglio di niente”.
Fr Beppe
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