domenica 4 gennaio 2009

Mi chiamo Lucy, e questo è mio figlio Kithinji

Carissimi amici,
la ragione per cui mi sono decisa a scrivervi e’ dettata dalla mia poverta’.
Vivo in una casupola di legno ed ho tre figli. Mio marito e’ presente ma e’ come se non ci fosse: come tanti altri anche lui e’ stato “portato via” dalle bevande alcooliche tradizionali con cui spende la maggior parte dei pochi soldi che riusciamo a raccimolare con il lavoro che io trovo qua e la’.
Al momento lavoro al Cottolengo Mission Hospital, ma il mio e’ un lavoro saltuario che mi viene dato quando qualcuno e’ malato, in maternita’ o in ferie. Sono contrattini brevi, a volte anche di tre mesi, ma comunque non si tratta di un lavoro continuo.
La mia crisi economica maggiore e’ rappresentata dal fatto che Kithinji e’ affetto da una forma quasi intrattabile di epilessia fin dalla sua tenera eta’.
All’inizio gli davamo una medicina che si chiama fenobarbitone, e la cosa sembrava procedere abbastanza bene, anche se qualche caduta continuava ancora.
Poi pero’, dalla standard 4 (la quarta elementare), le crisi sono diventate cosi’ frequenti che addirittura il maestro non lo ha piu’ voluto in classe. Si tratta di brevissime assenze, senza caduta a terra: magari il ragazzo e’ alla lavagna, ed improvvisamente smette di parlare o scrivere; rimane in quella posizione per alcuni minuti (magari con il braccio sollevato ed il gesso in mano), e poi riprende i sensi senza ricordarsi di nulla. Gli attacchi erano arrivati ad una frequenza altissimo: anche piu’ di 30 volte al giorno.
Il fenobarbitone e’ poi stato sostituito via via da altri farmaci disponibili in Kenya, ma non ho mai notato alcun miglioramento.
L’unica medicina che sembra aiutarlo abbastanza si chiama sodio valproato: controlla le crisi quasi completamente e non lo rende sonnolento (come invece capitava con il fenobarbitone). Il problema e’ il prezzo: la dose che Kithinji deve assumere costa circa 300 scellini alla settimana. Per me questa e’ una cifra enorme se considerate che non sempre lavoro, e, anche quando ho la fortuna di essere chiamata a sostituire, gradagno 750 scellini alla settimana.
Se io potessi avere un Samaritano che mi paga i farmaci di Kithinji in modo continuativo, certamente potrei avere un po’ di ossigeno per pensare anche agli altri miei figli, per i quali al momento non riesco quasi a procurare il cibo, visto che le medicine mi consumano gran parte dello stipendio.
Grazie anticipatamente,
Lucy e Kithinji



PS: al buon samaritano che fosse interessato ad aiutare Lucy posso dire che 1 Euro sono circa 100 scellini, per cui la spesa media della terapia (se non consideriamo possibili complicazioni o altre patologie intercorrenti) potrebbe essere sui 120 Euro al mese. Dio vi benedica. Grazie anche da parte mia.

Fr Beppe

LucyKithinij.JPG



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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