mercoledì 30 settembre 2009

Ancora rottura d'utero

Sto facendo una ecografia ostetrica in room 17, mentre Max sta togliendo un lipoma nella stanza adiacente. Oggi ci sono stati tantissimi piccoli interventi, che, pur non essendo complessi, ci hanno portato via un sacco di tempo.
Ad un certo punto, sento una donna urlare come una ossessa. La voce viene dalla sala d’attesa. All’inizio penso che si tratti di una psichiatrica, ma poi la vedo passare in barella: si dimena, ha il pancione, ed e’ tutta impolverata. A spingere la lettiga c’e’ un’infermiera di una struttura rurale che si trova a circa 20 km da noi. E’ quindi un trasferimento, e dobbiamo aspettarci complicazioni.
Mi rendo conto immediatamente che si deve trattare di un cesareo urgente, e saluto velocemente la donna a cui stavo facendo l’ecografia, assicurandola che il suo bimbo non pesenta alcun problema.
Entro in sala parto, dove Susan gia’ sta iniziando a pulire la povera donna, per poi prepararla per la sala. Intanto Max finisce il suo intervento e mi raggiunge. Prendiamo rapidamente coscienza del fatto che le condizioni della donna sono critiche. Non ha polso, ne’ pressione e sta andando in coma. Le metto una mano sulla pancia, e questo mi basta per la tremenda diagnosi: sento infatti i piedini del feto direttamente sotto-cute. Li posso quasi afferrare in mano. Non avverto alcuna parete uterina. “Jesse, Max, guardate che si tratta di una rottura d’utero. Questo bimbo sta galleggiando tra le anse intestinali”.
Rapidamente raccogliamo un po’ di sangue per gruppo e prove crociate, e poi portiamo la mamma in sala su una barella: Jesse non puo’ pensare all’anestesia spinale perche’ la paziente non ha pressione. Procediamo quindi ad una generale. Intanto affondiamo il nostro bisturi con foga ed adrenalina, nella vana speranza che il piccolo possa essere ancora vivo... lo sappiamo infatti da tutti i libri che dopo la rottura ed il distacco della placenta non ci sono praticamente possibilita’ di sopravvivenza per il piccolo. Arrivati sul peritoneo vediamo in trasparenza un colore bluastro che non ci fa pensare bene. Apriamo ed aspiriamo una quantita’ indicibile di sangue frammisto a coaguli ed a meconio. Facciamo fatica ad estrarre il feto che si trova molto lontano dalla cavita’ uterina, nei pressi del fegato. Anche la placenta non e’ in utero, e la troviamo tra le anse intestinali. Purtroppo il bimbo e’ morto, come sospettavamo, ma ora si tratta di salvare la vita della donna. L’utero e’ squarciato con una linea verticale che va dal fondo fin quasi al collo. Pero’ i tessuti non sembrano necrotici. L’adrenalina e’ alle stelle. Jesse trasfonde sangue e ci dice di fare in fretta perche’ la pressione massima e’ inferiore a 70.
Guardo Max con uno sguardo di intesa e di implorazione: “Cosa facciamo? Suturiamo o togliamo l’organo?”
La risposta e’ esattamente quella che avrei voluto sentire: non e’ ancora troppo tardi. Possiamo riparare la breccia. In alcuni momenti e’ stato molto difficile, soprattutto quando le arterie “buttavano” in zone molto profonde e poco accessibili con il porta-aghi. Ma pian piano l’utero ha ripreso la sua forma, ed l’emorragia si e’ arrestata. Abbiamo lavorato con un livello di tensione elevatissimo fino a quando siamo arrivati all’ultimo punto sulla cute. E’ stato allora che Jesse si e’ sbilanciato: “la pressione e’ ora 120/80, e le condizioni sono stabili”.
E’ bello pensare che abbiamo salvato questa mamma, prendendola per i capelli. Forse pochi minuti di ritardo avrebbero causato il suo decesso. Siamo stati molto veloci, e naturalmente Dio ha guidato le nostre mani. Quando, dopo il cesareo, ho visto il bimbo morto sul fasciatoio, ho provato una stretta al cuore: era un maschio. Sicuramente era gia’ spirato quando abbiamo iniziato l’intervento, ma fa sempre male pensare che lui non ce l’ha fatta.


Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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