mercoledì 23 settembre 2009

La prima di una lunga serie

Anna è di Cuneo, ed è una fisioterapista. Erano anni ormai che non avevamo più volontari specializzati in tale settore. Siamo quindi felicissimi della presenza di Anna che è venuta a dar man forte ai nostri fisioterapisti kenyani.
Ha già iniziato la sua attività e la porta avanti con grande entusiasmo. Certo, anche per lei il primo impatto non è stato semplice in quanto la lingua sempre costituisce un grosso scoglio da superare: i nostri dipendenti parlano un Inglese che ha pronunce molto diverse da quelle che ci aspettiamo; molti dei pazienti poi non sanno neppure l'Inglese, e con loro bisogna dialogare in Kiswahili o in Kimeru. Come Anna stessa ammette, il piccolo dizionarietto che lei ha scaricato dal blog, non le permette  una facile comunicazione con i malati.
Comunque il linguaggio dell'amore e quello del sorriso sono universali, e con essi si può sempre giungere al cuore della gente: sono queste le armi vincenti di Anna, che associa alle sue capacità tecnico-professionali, un approccio veramente empatico e solare verso le persone che hanno bisogno dei suoi trattamenti.
Per scelta operata di comune accordo, lei si occupa prevalentemente dei ricoverati in reparto, in quanto il fatto di vederli tutti i giorni, facilita l'intesa ed il dialogo. Lavorare con clienti ambulatoriali ci è sembrato troppo complesso per i problemi sopra esposti.
Anna collabora anche alla fisioterapia di mantenimento per i ragazzi handicappati del nostro centro, che certo hanno bisogno di stimoli, per non diventare sempre più rigidi e spastici, e soprattutto per conservare le abilità acquisite.
Come tutte le donne poi, anche Anna si dedica con impegno alla cura dei bimbi orfani, che sempre hanno bisogno di attenzioni materne.
Grazie Anna.



I Fratelli e le Suore di Chaaria





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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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