venerdì 2 ottobre 2009

Ancora un grazie ai coniugi Monti


Carissimi genitori adottivi.
mi sento commosso dal fatto che abbiate voluto accogliermi nella vostra famiglia. Fino a ieri neppure ci conoscevamo, ed oggi vi ho visti arrivare a Huruma Centre alla ricerca di Adriana. Ho sentito che Daniele vi raccontava la mia storia e sono commosso dal fatto che vi siate lasciati toccare il cuore e mi abbiate voluto tra i vostri figli.
Che dirvi di me! Inizio con il confidarvi che ho una tosse tremenda... e questa e' la ragione per cui sono stato caricato in macchina con voi per venire a Chaaria a vedere il dottore.
Poi mi hanno detto che la mia mamma e' malata di mente: io pero' non mi ricordo di lei; forse e' scappata da casa. Mio padre non e' fuggito, ma non si e' mai preso cura di me: allora la gente del villaggio ha chiesto a Daniele di accogliermi all'Huruma Centre. Da piccolissimo non sono vissuto a Chaaria, come invece ha fatto Adriana. Oggi ci ho messo piede per la prima volta.
Piango ancora tantissimo perche' mi manca la mia casa e la mia famiglia, ma ora sono accolto in un bellissimo posto insieme ad altri bambini... e davvero qui si prendono cura di me. Poi adesso ho anche altri genitori, che, pur da lontano, si occuperanno di me, mi vorranno bene e pregheranno anche per me. Questa strana combinazione di adozioni a distanza ha fatto si' che praticamente Adriana sia diventata la mia sorellina.


Brian


 
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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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