venerdì 5 febbraio 2010

Un caso veramente difficile

Regina viene portata all’ospedale in condizioni critiche. La pressione non e’ prendibile. E’ sudata fredda, e pare molto anemica. La sua pancia e’ grossa e sembra incinta:
“di quanti mesi e’?”
“Sette”, mi dice la sorella che l’ha accompagnata in ospedale.
La visitiamo con attenzione e ci rendiamo conto che ha liquido in addome. Ancor prima di decidere di trasportarla in room 17 per una ecografia, Ogembo le infila un ago nell’addome e ne tira fuori sangue fresco.
“Non puo’ essere una extrauterina a questo stadio della gravidanza. E’ possibile che si tratti di una rottura d’utero a sette mesi, senza il piu’ lontano segno di travaglio?”
“Ma quale e’la storia?”
“I parenti non la vogliono dire compiutamente. Hanno qualcosa da nascondere”.
A questo punto Sr Florence mette una mano sulla pancia della donna e dice: “Questa non e’ la forma di un utero normale. Sembra quasi una clessidra. Ho l’impressione che il feto sia in cavita’ addominale”.
Faccio un’eco urgente con il piccolo ecografo portatile. A me il bimbo sembra in utero, anche se vedo un sacco di sangue in peritoneo. Ma soprattutto il battito cardiaco e’ buono: “Bisogna che ci decidiamo mentre il bimbo e’ ancora vivo; anche l’anemia materna lo puo’ uccidere!”
“Andiamo in sala subito e facciamo una laparotomia esplorativa”.
Siamo gia’ nel reparto operatorio e Jesse sta preparandosi ad iniettarle la “generale”, quando, con un filo di voce la donna dice: “sono stata picchiata sulla pancia da mio marito”.
Jesse istintivamente va in panico: “non possiamo continuare! Potrebbe trattarsi di una rottura di fegato o di milza, e non siamo all’altezza di un tale tipo di chirurgia”.
“Ma se la trasferiamo adesso, sicuramente ci morira’ per strada… dobbiamo aprirla, e poi si vedra’”.
L’anestesista acconsente suo malgrado, portando avanti i suoi soliti mugugni a mezza voce. Subito dopo esserci addentrati rapidamente attraverso i vari piani anatomici, ed aver raggiunto la cavita’ peritoneale, veniamo allagati da un fiume di sange che esce a fiotti e si riversa sul pavimento, nonostante la forza dell’aspiratore.
Le nostre gambe tremano perche’ ancora non sappiamo da dove provenga l’emorragia. E se davvero si trovassimo a dover decidere per una splenectomia che non abbiamo mai neppure visto fare? Ma siamo convinti che Dio c’e’, e che ci sta guidando.
Jesse continua a batterci il tempo con i suoi cupi richiami: “la paziente ha una pressione di 60 mmHg, ed il polso e’ debolissimo”.
Pian piano l’aspiratore comincia ad aver ragione della massa ematica, e ci troviamo di fronte alla diagnosi: e’ veramente una rottura d’utero… un piccolo buco sul fondo, non piu’ grande di 3-4 cm… ma ne esce una sorgente ininterrotta di sangue, che danza al ritmo del battito cardiaco. Anche se ancora in emergenza, da una parte ci rallegriamo prudentemente, perche’ e’ un intervento che riusciremo a gestire.
Considerando che si tratta di una gravidanza di soli sette mesi, con un feto vivente, cerchiamo disperatamente di chiudere la breccia… Ma il tessuto muscolare e’ friabile, ed ogni punto porta ad un sanguinamento piu’ selvaggio, mentre la ferita si riapre inesorabilmente.
E’ una decisione difficile, ma, se la mamma continua a sanguinare, perdiamo entrambi. Dobbiamo far nascere il pupo e poi tentare di suturare la breccia dopo aver asportato le aree necrotiche. Ci guardiamo un attimo negli occhi. L’intesa tra me ed Ogembo e’ immediata. Non ci parliamo ma siamo d’accordo: lui lascia pero’ a me l’onore e l’onere del bisturi. Apriamo l’utero longitudinalmente ed estraiamo un fetino di circa un chilogrammo. Le sue condizioni non sembrano affatto buone. Pero’ ora abbiamo un’ ottima visione di tutti i vari punti sanguinanti, e possiamo pian piano fermare l’emorragia e poi riparare la ferita.
L’intervento finisce senza troppi sussulti, e la donna risulta stabile dopo essersi “bevuta” tre sacche di sangue.
Il piccolo e’ ancora in condizioni critiche, ma e’ in incubatrice con una cannula in vena ed un sondino nel naso… speriamo che ce la faccia.
Ci fermiamo un attimo a parlare e non ci par vero che un marito possa percuotere la moglie gravida sull’addome in una maniera cosi’ feroce. Deve essere stato un calcione, o una serie di pugni molto violenti. In una specie di sogno ad occhi aperti, mi immagino una zucca a cui per gioco un contadino molla un calcio: la zucca scoppia letteralmente per la violenza dell’impatto. Deve essere successo proprio cosi’ a quel povero utero che si e’ perforato, non nella sede dell’impatto, ma sul fondo.
“I rapporti umani sono sempre un mistero: ci si sposa per amore e poi guarda dove si puo’ arrivare”.
“Meglio non pensarci”, salomonicamente conclude Ogembo.

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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