Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


mercoledì 4 gennaio 2012

Il camaleonte


Si e’ fatto sorprendere in un momento di distrazione, a causa di un minimo ritardo nel cambiare il colore della pella mentre passava dal prato erboso in cui era completamente mimetizzato al piccolo sentiero che va su al generatore.
Per combinazione avevo la macchina fotografica in tasca ed ho scattato queste foto appena in tempo, prima che il lento camaleonte sparisse nuovamente nell’erba.
Tale animaletto e’ veramente impressionante: e’ rimasto verde probabilmente perche’ il tempo previsto per rientrare nel prato era inferiore a quello richiesto dal cambiamento di colore (che in genere richiede 2-3 minuti). Se il sentiero fosse stato piu’ largo, certamente il camaleonte sarebbe diventato rosso come la terra.
E’ frequente incontrarlo in questa stagione, subito dopo le piogge. Lo si trova spesso a prendere il sole sui rami piu’ alti delle piante di fagioli, dove se ne sta appostato attendendo l’arrivo di insetti che lui attacca e mangia con il solo movimento della lingua chilometrica.
E’ un animale lentissimo. Se lo si guarda camminare o arrampicarsi, sembra altro che un bradipo... inoltre normalmente fa due passi avanti ed uno indietro (proprio come noi a volte nelle nostre imprese!).
Ma la sua lingua e’ tremenda (come talvolta la nostra!): lunga e velocissima, parte come un razzo ed afferra un insetto anche a distanza notevole... e mi vien da pensare che anche noi spesso con la lingua arriviamo dove con il corpo non ce la facciamo a giungere!
Il camaleonte inoltre morde. Se cerchi di afferrarlo, ti pianta nelle dita dei dentini che non sono lunghi, ma un po’ di male te lo fanno.
Per noi questo animaletto e’ talvolta occasione di emergenze in ambulatorio: come ho gia’ detto, in questa stagione i camaleonti amano prendere il sole sui rami piu’ alti delle piante di fagioli (circa 2 metri di altezza). Se una donna, priva del foulard tradizionale che copre la testa, si avventura in una scorciatoia attraverso un campo di legumi, puo’ farselo cadere nei capelli. Il rettile quindi si abbarbica per cercare di non cadere, e, se la sventurata cerca di rimuoverlo, si infila sempre piu’ profondamente nella chioma dei capelli. Ogni tentativo di toglierlo sara’ inutile perche’ gli artigli sono molto forti, ed inoltre l’animale in pericolo iniziera’ a mordere.
Il metodo che ho escogitato per aiutare queste donne sotto stress e normalmente in preda a crisi di pianto, e’ quello di preparar una bacinella di acqua molto calda (il massimo che la cliente puo’ sopportare), e poi chiederle di immegere la testa in acqua per vari minuti.
Il camaleonte cosi’ annega, ed il calore dell’acqua rilascia la sua muscolatura.
Dopo cinque minuti di immersione siamo in grado di estrarre la bestia senza grosse difficolta’.
Il morso del camaleonte non e’ velenoso, ma cio’ che dicono essere velenoso e’ la sua carne. Infatti gli stregoni della zona pare usino il camaleonte morto ed essiccato al sole, per preparare delle polveri con la sua carne triturata. Tali pozioni vengono segretamente aggiunte ai cibi dei nemici o di coloro a cui bisogna fare il malocchio, ed essi muoiono istantaneamente... Non so se quest’ultima cosa sia vera: fa parte di quei miti che gli anziani pazienti amano raccontarmi quando sono ricoverati in reparto.

Fr Beppe Gaido 



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