Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


venerdì 7 settembre 2012

Quando ho la malaria


Nei primi tempi a Chaaria, la malaria era per me una esperienza paurosa.
Ricordo che avevo febbre altissima e brivido scuotente; non riuscivo a mangiare ne’ a stare in piedi. In almeno un’occasione ho avuto anche qualche sintomo di malaria cerebrale perche’ ero confuso ed avevo una strana afasia motoria: io pensavo giusto, ma le cose che dicevo mi venivano fuori sbagliate. Mi sentivo scemo ed allo stesso tempo avevo paura: pensavo per esempio di dire “tavolo”, e mi usciva fuori “ragazzo”. La situazione era  pero’ regredita dopo la dose carico di chinino in vena.
L’altra cosa che per me e’  tipica di malaria e’ l’insonnia, accompaganta da un dolore lombare molto fastidioso. Raramente ho vomito e diarrea, ma la malaria non e’ mai uguale a se stessa ed anche questo a volte mi capita.
A parte il primo attacco in cui avevo avuto quell’episodio quasi-cerebrale, tutte le altre volte la malaria me la sono fatta in piedi, per il fatto che non c’era nessuno che mi poteva sostituire in ospedale.
Per questa malattia non si diventa mai immuni e si continua a riprenderla, ma si sviluppa comunque una semi-immunita’ che rende gli attacchi sempre meno aggressivi.
Oggi come oggi, continuo a buscarmi la malaria con una media di due episodi all’anno: naturalmente noi che viviamo sempre in Kenya non possiamo fare profilassi, in quanto, per periodi prolungati, gli effetti collaterali dei farmaci sarebbero ben peggiori dei benefici della prevenzione.
La cosa positiva e’ che, con il passare degli anni, gli attacchi si sono fatti sempre piu’ blandi: quando ho la malaria, oggi mi pare di avere l’influenza. La febbre non e’ mai molto elevata, anche se il dolore alle articolazioni e’ sempre molto importante. I sintomi normalmente vengono controllati dalla terapia entro due giorni. Il segno piu’ tipico per me, quello che mi spinge a fare il test anche prima che salga la febbre, e’ normalmente il dolore alla zona lombo-sacrale della colonna, associato all’insonnia.
Anche oggi quindi la malaria me la faccio in piedi, continuando a lavorare, pur trascinando i piedi: ma oggi e’ molto piu’ facile che dieci anni fa. Mi sono un po’ assuefatto alla coabitazione con il plasmodium falciparum.
Per la terapia mi affido di solito ai preparati artemisinici, che sono molto efficaci e non mi causano effetti collaterali spiacevoli. Non ho piu’ ricorso al chinino da moltissimi anni: quello che mi aveva disturbato di piu’ di quel farmaco, erano gli acufeni e l’ipoacusia che ti isolano praticamente dal mondo durante la terapia.
Oggi come oggi, non posso dire di temere la malaria, pur sapendo che una forma cerebrale puo’ sempre capitare anche al semi-immune (basta vedere quanti pazienti kenyoti ne sono affetti!); sono comunque molto cosciente della necessita’ di prevenzione, soprattutto di notte, quando una zanzara anofele in camera mia raramente manca.
PS: nelle foto due esempi di test della malaria con goccia spessa (il test di routine usato a Chaaria).
Fr Beppe Gaido


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