Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 25 novembre 2014

Mercy ed Antony

Entrambi erano ricoverati presso una struttura rurale in Tharaka. Le loro condizioni erano molto gravi, tanto che gli infermieri che gestivano quei dispensari avevano deciso di inviarli a Chaaria per un trattamento più specializzato. Sono arrivati più o meno nello stesso momento durante il week end appena trascorso.
Mercy, bambina di due anni, aveva i classici sintomi di una malaria cerebrale gravissima: coma profondo, febbre alta e convulsioni continue.
Antony, bimbo di circa un anno e mezzo, aveva invece una polmonite severa con importante distress respiratorio.
Ci siamo attivati per entrambi con tutte le procedure d’urgenza che abbiamo a disposizione, ed abbiamo seguito alla lettera i nostri protocolli terapeutici.
Mercy è rimasta in coma per ventiquattr’ore, ma poi è gradualmente migliorata, fino allo stato attuale in cui le convulsioni sono completamente controllate, lo stato di coscienza è ristabilito, la febbre scomparsa, e lei mangia normalmente.
Antony invece è rimasto contantemente in crisi respiratoria acuta e non ha risposto a nessuna delle terapie da noi instaurate. Non ha mai mostrato alcun segno di miglioramento e, nonostante l’ossigeno, le medicine somministrate e tutti i nostri sforzi, è andato in Paradiso in meno di otto ore dopo il ricovero, lasciandoci depressi e tristi.
La mamma di Mercy è ora chiaramente contenta, anche se è quasi pudica a mostrare la sua felicità: forse lo fa per scaramanzia, in quanto la sua bambina è ancora in ospedale e teme che qualcosa possa comunque succedere.


La madre di Antony invece non si è spostata un attimo dalla barella su cui giaceva il suo piccolino in ossigenoterapia: lo ha osservato piangendo in silenzio durante la sua agonia, ed alla sua morte è caduta nella disperazione più profonda.
Queste situazioni sempre mi toccano nel profondo e mi mettono davanti al limite umano: per entrambi i pazienti siamo intervenuti in modo assolutamente tempestivo; in ambedue i casi abbiamo applicato alla lettera i protocolli terapeutici prescritti. 
Con Mercy però abbiamo avuto successo, mentre con Antony abbiamo fallito amaramente...e solo Dio sa perchè.

PS: nella foto vedete altre mamme presso la clinica per le vaccinazioni dei bambini a Kiamuri.

Fr Beppe Gaido


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