Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


giovedì 12 febbraio 2015

Joy

E' stata una delle prime orfane accolte a Chaaria nel nostro piccolo orfanotrofio.
Era il 2001, ed allora degli orfani si occupava Sr Oliva.
La sua mamma era morta di parto in un altro ospedale, ed il papà non era in grado di prendersi cura di lei. Ci aveva quindi chiesto di tenergliela per almeno un anno, finchè lui fosse riuscito a risposarsi ed a riorganizzare la sua vita.
Siccome quella famiglia era di Chaaria, per noi non era stato difficile fare indagini e comprendere che davvero quel papà era in condizioni disagiate: epilettico fin dall'infanzia, non aveva mai trovato un lavoro. Era un piccolo agricoltore e vendeva galline a Meru: "spesso però quando porto il pollame al mercato con la bicicletta, mi prende una crisi e cado privo di sensi. Quando rinvengo mi rendo conto che bicicletta, galline e portafoglio se ne sono andati", mi raccontava sconsolato un giorno.
Joy era rimasta nel nostro orfanotrofio per un anno e mezzo ed era la preferita di Sr Oliva.
Quando alla fine il papà la rivolle a casa, andammo ad accompagnarla in delegazione, insieme a Sr Oliva ed alle signore che si erano prese cura di lei in orfanotrofio. Trovammo una piccola casetta di legno, ma pensammo che il calore della famiglia sarebbe comunque stato la cosa più importante, capace di sopperire anche a tutte le privazioni che probabilmente Joy avrebbe dovuto sopportare dopo la dimissione.
Da allora il nostro ospedale ha sempre fornito terapie gratuite per l'epilessia al papà.


Joy è quindi cresciuta insieme alla nuova moglie di suo padre; era andata a scuola regolarmente, perchè le classi primarie sono praticamente quasi gratuite.
Ora però Joy sta per finire questo ciclo di studi, e suo papà è venuto nuovamente a bussare alla nostra porta, perchè le secondarie costano davvero tantissimo, e lui, con il suo piccolo commercio di galline, non può certo permettersele.
Gli ho promesso che vi avrei scritto e che certamente si sarebbe trovato un buon samaritano che avrebbe aiutato la sua figlioletta a continuare gli studi.
Devo ammettere che per me è stata un'emozione grande rivedere Joy, che spesso avevo coccolato quando era in orfanotrofio. Era un po' di anni che non la vedevo, perchè normalmente incontravo solo il papà per le medicine.
E' diventata alta e snella, ma la faccia è sempre quella: chissà se qualche volontario che mi legge se la ricorda? In faccia è rimasta davvero uguale!
E' anche molto educata, timida come tutte le ragazzine delle nostre parti.
Anticipatamente ringrazio coloro che vorranno donarci un piccolo obolo per poter permettere a Joy di continuare i suoi studi.

Fr Beppe




1 commento:

Anonimo ha detto...

"Nooo! La piccola Joy!!!!!che tuffo al cuore! Era un tutt'uno con Sr. Oliva! Ricordo ancora il giorno in cui sono venuti a prenderla: sembrava una principessa con il suo vestitino giallo e bianco! Ricordo pure che, ricacciando indietro le lacrime, cercavo di convincermi che sarebbe stata meglio con la sua famiglia,ma è stato così difficile lasciarla andare!! Ho cercato fino ad ora una foto...ma credo che fosse nella macchinetta fotografica che mi hanno rubato a Nairobi!!" Erika

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