Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


sabato 3 ottobre 2015

Chaaria descritta da quelli che la amano

Chaaria è la “collina dei miracoli”?
Certamente non lo è perchè i miracoli li fa solo Dio, ma sicuramente è un posto amato da molta gente bisognosa che a noi si rivolge per i loro problemi di salute.
Le storie che potrei raccontare a sostegno di quanto ho appena detto sono infinite, ma ne scelgo solo alcune che adesso mi balenano per la mente:

1) E’ sabato mattina e vedo arrivare un’ambulanza tutta impolverata.
Da essa scende un’infermiera la cui divisa e’ ormai rossa come la nostra terra. Le chiedo: “da dove vieni?”
Quasi a giustificarsi, la collega mi dice: “dal Tharaka District Hospital. Saremmo andati senza problema al Meru Level 5 Hospital per il cesareo, ma la mamma ha insistito fortemente che lei voleva venire a Chaaria”.
Le ho quindi risposto: “non ti preoccupare! Siamo qui per questo!
Anzi, quello che mi dici riempie il nostro cuore di gioia”.

2) Amina Guyo e’ una vecchia signora di Marsabit approdata a Chaaria per un grave prolasso uterino. Non conosce una parola di kiswahili e quindi risulta estremamente difficile sia per me che per lo staff comunicare con lei.
La visitiamo indicandole le posizioni da assumere con i gesti, e poi decidiamo di operarla. Per il consenso informato dobbiamo aspettare l’orario di visita e comunichiamo con lei con la mediazione del figlio.


Amina non sceglie la sospensione od il cerchiaggio uterino: decisamente opta per l’isterectomia.
Fare la spinale e’ stato un altro momento difficile che ha messo a dura prova la pazienza di Jesse. L’intervento pero’ e’ andato molto bene, e siamo riusciti a fare una buona isterectomia totale con sospensione della vescica. 
Nel post-operatorio non ci sono stati problemi ed Amina e’ tornata a casa ieri, dopo aver tolto tutti i punti. 
Con mia sorpresa, mi sono trovato sulla tastiera del computer una lettera firmata da lei: evidentemente l’aveva scritta il figlio, in quanto lei e’ illetterata. 
La lettera e’ commovente. Ha ringraziato tutti per il modo in cui l’abbiamo accolta e trattata dal primo giorno. Ha ringraziato Dio per noi a motivo del fatto che eravamo stati in grado di identificare e risolvere chirurgicamente il suo problema. 
Ha aggiunto di aver visitato molti altri ospedali, dove nessuno le aveva mai detto con chiarezza quale fosse il suo problema, e soprattutto non aveva mai fatto nulla di significativo per aiutarla a guarire.
La sua letta si conclude in modo commovente con la frase seguente: “preghero’ Dio per voi. Grazie per avermi restituita ai miei figli completamente ristabilita”.

3) Suleiman e’ un giovane uomo sulla trentina. E’ giunto a Chaaria con ma mano sinistra completamente paralizzata. Sull’avambraccio aveva una ferita di vecchia data e non suturata. Ci ha detto di essere stato vari giorni in un altro ospedale dove nessuno lo aveva neppure cucito.
A questo punto aveva scelto di firmare la lettera di dimissione e di venire a Chaaria, “perche’ so che qui avreste fatto qualcosa per me”, mi ha detto candidamente.
Ed in effetti noi ci abbiamo provato. Abbiamo dovuto togliere tutto il tessuto di granulazione anormale ed andare alla ricerca dei tendini, ormai intrappolati in una cicatrice inveterata. Abbiamo liberato i tendini incarcerati nelle aderenze e suturato quelli sezionati dalla panga del suo assalitore. Il taglio era vecchio di 15 giorni, per cui tutto e’ stato piu’ difficile. Ora Suleiman ha il gesso: speriamo che possa riprendere l’uso della mano.

4) Anche Nelson era nello stesso ospedale di Suleiman. Ha avuto uno scontro frontale con un camion mentre guidava il suo mototaxi. Ha riportato una frattura tremenda del gomito sinistro. L’omero era esposto, ma tutto quello che gli han fatto in tale struttura e’ stata la sutura della cute ed una doccia gessata.
Non gli hanno proposto alcuna fissazione interna e lo hanno dimesso con una terapia antibiotica.
Anche lui e’ approdato a Chaaria ed anche a lui ho chiesto perche’ avesse scelto di venire proprio qui. La sua risposta e’ stata candida:
“perche’ sono certo che qui potrete fare qualcosa per il mio problema”.
Quando ho detto a Nelson che sarebbe satato ricoverato, lui mi ha ricompensato con una frase che mi ha toccato il cuore: “che Dio ti benedica e di ripaghi di tutto!”

Ho condiviso con i lettori questi flash perche’ sono per me come un ricostituente; sono delle carezze che la Divina Provvidenza; sono la risposta del Signore alla nostra continua domanda interiore sul senso di tutto quel che facciamo.
Sono esperienze come quelle riportate che ci danno la carica di superare la stanchezza che in questo giorni è tanta e lo scoraggiamento che talvolta fa capolino e ci provoca un vago nodo alla gola.

Fr Beppe


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