Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

giovedì 19 novembre 2015

Quando un bambino piccolo ti lascia per andare in paradiso

Avevo sei anni di eta’, e da alcuni mesi mi sentivo sempre piu’ affaticata. La mia pancia diventava ogni giorno piu’ prominente, quasi come se fossi incinta, anche se non mangiavo quasi nulla.
La mamma mi ha portata tante al dispensario ed hanno continuato a darmi delle medicine per la malaria. Io pero’ non miglioravo affatto. Ho cominciato a sentire il cuore battere fortissimo e alla velocita’ di una locomotiva. Anche il mio respiro e’ divenuto via via piu’ affannoso, quasi come se non riuscissi ad inspirare abbastanza ossigeno.
Sono arrivata a Chaaria venerdi’ scorso, sulle spalle della mia mamma, perche’ non riuscivo a camminare: le mie gambe non hanno piu’ forza; sono diventate sottilissime ed i miei muscoli sono quasi del tutto scomparsi.
La mia mamma era stanchissima, anche se io non peso piu’ di 20 kg.
Hanno iniziato  subito a farmi tanti esami che per il passato non avevo mai visto. Prima di tutto l’ecografia, che e’ una specie di televisore che vede dentro di te, anche senza bucarti la pancia: ho sentito che parlavano di milza molto ingrandita, fin sotto il livello dell’ombelico. Inoltre insistevano anche sull’epatomegalia, e mi pare di aver capito significhi che il mio fegato e’ tutto gonfio. Poi parlavano di ascite, ed ho capito che intendevano acqua nel mio addome. Ecco perche’ sono diventata grossa come la mamma quando aspettava il mio fratellino, ma allo stesso tempo ho perso tutta la ciccia dalle braccia e dalle gambe.
Non sono grassa; sono gonfia come un pallone pieno di liquido.
Ho sentito dire che non ho praticamente sangue e che ho bisogno di trasfusioni. Parlavano anche di piastrine molto basse che avrebbero reso la puntura splenica molto pericolosa.



Ho cominciato a tremare: vorranno mica per caso bucarmi la pancia con un ago!!!
Io pero’ stavo di male in peggio. Anche dopo aver ricevuto due pinte di sangue, il mio respiro rimaneva molto difficoltoso. Non riuscivo a stare sdraiata ed ho fatto capire alla mamma che avevo bisogno almeno di tre cuscini… se no, mi sentivo soffocare.
Ho capito di essere un caso molto difficile perche’ tutti venivano a visitarmi e poi scuotevano la testa, come a dire: non ci capisco niente. Più tardi ho sentito uno col camice bianco iniziare a parlare di leucemia. Mi hanno “tirato” del sangue da una vena, ma poi hanno concluso che anche quel test era risultato negativo.
Io volevo dire a tutti che la cosa più importante era farmi respirare. Mamma questo lo ha capito ed ha chiesto che mi mettessero l’ossigeno.
Poi domenica mattina, dopo una notte terribile spesa a trovare una posizione in cui poter fare entrare un po’ di ossigeno nei mie polmoni, ho visto che il dottore “bianco” insisteva nuovamente sulla puntura splenica. Ho iniziato a piangere disperata, ma devo ammettere che mi ha fatto piu’ male la anestesia locale che non il singolo buco praticato nella massa dura che ho nella parte sinistra del mio pancione. Hanno estratto un po’ di sangue scuro.
Alle due del pomeriggio già c’era il risultato, ed il dottore “mzungu” e’ venuto a parlare con la mia mamma. Io continuavo ad essere agitata e a respirare malissimo, nonostante la maschera dell’ossigeno. Il medico ha detto a mia madre che avevo il Kala Azar, e che bisognava iniziare con una terapia molto costosa ed anche tossica. Bisognava però ordinarla a Nairobi, in quanto a Meru non la si poteva trovare.
Io non avevo la piu’ pallida idea di che cosa fosse quella malattia, ma il dottore insisteva sul fatto che era grave e che bisognava tentare la cura anche a costo di vendere una mucca o un pezzo di terra.
Mamy piangeva e diceva che non avrebbe potuto decidere da sola. Bisognava aspettare il mio papy l’indomani. Però lo “mzungu” la incalzava, aggiungendo che avrebbe comunque ordinato la medicina immediatamente, telefonando al farmacista.
Mentre ancora parlavano, io ho sentito che la forza nei muscoli del mio torace veniva meno. Tiravo con tutta me stessa, ma non creavo alcun mantice per succhiare dentro ossigeno: con un filo di voce ho detto:
“Ngakwa”, che significa “sto morendo”.
Di scatto il medico e la mia mamma si sono girati. Poi l’uomo bianco si e’ messo a correre ed e’ tornato con altre due infermiere. Io mi sentivo agitata. Non potevo stare in nessuna posizione. Mi mancava il respiro. Volevo dimenarmi e buttarmi giu’ dal letto.
“Ngakwa, mumy… Ngakwa”.
Mia madre piangeva e continuava a ripetermi di non dire quella parola, ma io me lo sentivo. E’ qualcosa che non riesco a spiegare; ma tutti, anche i bambini, avvertono quando la vita sta loro sfuggendo. E’ qualcosa che ti esce dalle membra, e che non vuoi lasciare andare, ma non ci riesci. Allora ti agiti, ti dimeni, cerchi di attivare i tuoi muscoli respiratori piu’ che puoi, perche’ lo sai che “fin che c’è respiro c’è speranza”.
Ma alla fine ti lasci andare. E’ un oblio dolce, un riposo che senti meritato al termine di una agonia che sembrava non finire mai. E poi avverti la pace del Paradiso, e le tue membra contratte dal dolore si rilassano. Diventi bella come prima di essere malata e ti addormenti nel Signore. Questo e’ quanto mi e’ successo oggi in meno di un’ora: pero’ ora sto bene e sono felice. Vedo mia madre che continua a piangere, ma la raggiungero’ e le parlero’ dal profondo del cuore: le faro’ coraggio e lei capira’ che, se quello che ha sempre voluto per me e’ la mia felicita’, allora non deve essere triste, perche’ il luogo in cui mi trovo e’ gioia infinita.


PS: (la storia e’ completamente vera, ed esprime quello che l’esperienza sempre mi ha posto davanti agli occhi: i malati lo sentono quando la vita li sta lasciando… a qualunque età)


Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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