Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


giovedì 26 novembre 2015

Quasi come in un film poliziesco

Piove a dirotto e le strade sono davvero impraticabili. C'è fango dappertutto, ed ovunque  ci sono auto impantanate di qua e di là nel fango.
Molti pazienti sono arrivati in ospedale a piedi, dopo che il mezzo pubblico è rimasto bloccato nel fondo di una buca.
Anche l'auto della polizia non è riuscita a muoversi, e gli agenti sono venuti in ospedale a piedi:
“abbiamo bisogno della vostra ambulanza. Gente di Chaaria ci segnala la presenza di un cadavere nel fiume Guatu, a poca distanza da qui”.
Nonostante le condizioni tremende della viabilità, Joseph pian piano è riuscito a percorrere il breve percorso, tra fango voragini e pozzanghere.
Il cadavere si vedeva chiaramente galleggiare nell’acqua color argilla della stagione delle piogge.
Il fiume era gonfio di acqua, e l’unica ragione per cui il corpo non è stato portato via dalla corrente è che si è andato ad incagliare tra le rocce in una insenatura che causava risacca.
Come fare a recuperare il cadavere?
Non ci sono state alternative.
Sotto la pioggia battente, ormai già fradici ed infreddoliti, siamo entrati nell’acqua gelida e ci siamo immersi fino al bacino. Abbiamo tirato il morto a riva, dove i nostri colleghi e gli agenti ci hanno aiutati a issarlo sulla barella dell’ambulanza.



Quando abbiamo intrapreso questa missione di recupero, pensavamo ad un incidente, ad una persona trascinata nel fiume dai vortici che a volte ci formano sui nostri sentieri, quando piove tanto ed essi si riempiono di acqua che scende dalla collina come in una condotta forzata: è così facile essere portati via, quando piove tantissimo come in questi giorni!
Ma, appoggiando il corpo sulla barella, abbiamo notato qualcosa di diverso: ferite profonde da arma da taglio sul capo della vittima. La profondità dei tagli che coinvolgevano anche la teca cranica, ci ha subito fatto pensare alla panga o machete. Erano stati colpi violentissimi che avevano causato fratture.
Non un incidente quindi, ma un omicidio.
Siamo rientrati in ospedale, percorrendo le poche centinaia di metri che separano il fiume dalla missione con enormi problemi, ed impantanandoci per due volte. Siamo stati salvati solo dalle quattro ruote motrici e dalla maestria di Joseph. Tutti eravamo bagnati, infreddoliti e sconvolti da quello che avevamo visto.
Il corpo è stato posto nella cella frigorifera del nostro obitorio.
Le prime indagini preliminari hanno rapidamente permesso alla polizia di identificare il cadavere, di sesso maschile e dell’apparente età di 30 anni: è un giovane dei dintorni, spesso ubriaco e dedito al bere.
Quello che per adesso la polizia ancora non sa è chi ha compiuto questo delitto ed il movente.


Fr Beppe Gaido


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