Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

domenica 3 gennaio 2016

Oggi è stato un "Baby Boom"!

La giornata è iniziata prestissimo per una donna che già mi aveva tenuto in allerta tutta la notte. Avevo tanto sperato che alla fine ce l'avrebbe fatta a partorire, ma poi il cesareo è diventato l'unica possibile soluzione quando il battito cardiaco fetale si è fatto irregolare.
In questo periodo ancora non abbiamo l'anestesista nei weekend in quanto Mbaabu è ancora in ferie, e quindi mi è toccata anche la spinale. Siamo riusciti a finire in tempo per la Messa domenicale in ospedale, a cui ci siamo uniti alla lettura del Vangelo.
Mamma e bimbo stavano bene e quindi non mi sono sentito affatto in crisi riguardo al ritardo alla celebrazione. Mi è chiarissimo l'insegnamento del Santo Cottolengo che ci dice: "il servizio di carità urgente passa davanti anche alla messa domenicale". La mattinata è poi continuata con ritmi davvero serrati in maternità. Infatti, pochi minuti dopo il canto finale, abbiamo dovuto fronteggiare un altro cesareo d'emergenza: anche in questo caso avevo sperato che la mamma ce l'avrebbe fatta, ma poi è arrivato un meconio denso e minaccioso, ed abbiamo dovuto correre in sala per evitare il peggio. Il Signore oggi mi ha davvero aiutato con le spinali, che continuavano a venirmi al primo colpo: pure in questo caso quindi il bambino è nato bene, pur avendo avuto qualche problemino di respirazione nei primi minuti di vita.



La sala parto intanto era rovente, ed i parti naturali si susseguivano a ritmo incalzante. Fortunatamente si trattava di parti senza grossi problemi e con neonati vivaci ed in gran forma.
Purtroppo in mezzo c'è stato anche un aborto spontaneo: una mamma che aveva perso il feto di tre mesi nelle prime ore del mattino a causa di un attacco malarico.
Tristemente, in mezzo a tanta vita nascente, a lei abbiamo dovuto fare una revisione della cavità uterina, al fine di fermare l'emorragia che stava mettendo a rischio la sua vita.
Era quasi l'ora di pranzo quando mi ha chiamato Sr Adriana di Mukothima: "sono già in ambulanza, a Miomponi; abbiamo una donna con pregresso cesareo e con contrazioni uterine quasi continue. Ha una dilatazione di cinque centimetri e temiamo una rottura d'utero perchè il cesareo precedente è di appena un anno e mezzo orsono, e certamente la donna ha una disproporzione cefalo-pelvica. La mamma poi non ricorda l'ultima mestruzione e non sappiamo se il feto sia a termine". "Arriva prima che puoi, facciamo un'eco e decidiamo sul da farsi". L'ambulanza arriva all'una passata; valuto la paziente e ritengo che l'indicazione al cesareo ci sia: il feto infatti pare essere di circa 38 settimane. In pochi minuti siamo nuovamente in sala, ed anche stavolta vince la vita: non c'era rottura d'utero e la nuova creatura ha pianto subito dopo l'estrazione.
Intanto sono le 14.30, e la pancia borbotta per la fame. Auguro buon appetito ai miei collaboratori e mi avvio nello studio per scrivere l'intervento sul registro.
In corridoio mi sta però aspettando Susan; accanto a lei c'è una signora grassottella e decisamente bassa di statura; ha un pancione enorme. Senza preamboli Susan dice che la paziente ha due pregressi cesarei, ma anche lei non ricorda la data dell'ultima mestruazione per cui non sappiamo se è a termine.
Faccio un'eco al volo.
Il feto è davvero un gigante, probabilmente di circa quattro chili. Inoltre è in posizione podalica: c'è quindi una doppia indicazione al cesareo. Pure questa donna appena arrivata ha le doglie e non conviene aspettare. Ritorno in sala e trovo le ragazze che ancora stanno pulendo il pavimento: "per adesso niente pappa; c'è un altro cesareo". E così l'ingranaggio si rimette in moto, e facciamo il nostro quarto cesareo di una mattinata che sembra infinita. Il bambinone non sta molto bene all'estrazione, ma si riprende abbastanza in fretta con un po' di rianimazione.
Sono quasi le 4 del pomeriggio quando alla fine possiamo andare a pranzo: stiamo svenendo dalla fame! Poi, in maternità tutto si tranquillizza e non paiono esserci altri problemi. Ho anche il tempo per fare una passeggiata tra i verdi bananeti di Chaaria. Sono però soltanto le diciotto quando nuovamente in maternità qualcosa sembra non procedere bene: c'è un altro travaglio che pare essersi arrestato ad una dilatazione di 7 cm.
La donna non è disposta ad accettare il cesareo ed io non so bene cosa fare. Decido infine di affidarmi ad una pratica antica che a volte però funziona benissimo. Le faccio del buscopan in vena, sperando di rilassare la cervice, senza far scomparire le contrazioni. Pare funzionare. La mamma continua a travagliare per alcune ore, ma poco dopo le 21 nasce un bellissimo maschione.
Sono stanco e sento il peso della giornata, soprattutto perchè oggi era domenica, e speravo di riposarmi un po'. Chiedo all'infermiera della notte se per il resto va tutto bene, o se ci sono altri problemi: lei si stringe nelle spalle e mi dice: "finora tutto ok...poi non lo sappiamo, ma speriamo in bene per la notte".

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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