Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 10 maggio 2016

L'ospedale e la Chiesa

Nella tradizione del Cottolengo uno dei pensieri forti che è stato portato avanti nel corso dei decenni è quello che la Piccola Casa è come una grande cattedrale in cui ci sono tanti altari quanto sono i letti degli ammalati.
Nella stessa linea di pensiero alcuni testi classici di spiritualità cottolenghina affermano che nella Piccola Casa o si è ostie (nel senso che si è immolati come dei Cristi in croce sul letto della malattia), oppure ostie si ha tutto il giorno tra le mani (perchè si serve Cristo presente nei sofferenti).
Sono affascinato da tale ideale,e questi pensieri mi aiutano moltissimo nel mio faticoso impegno quotidiano.
Anche di Chaaria io penso che sia una grande cattedrale con tanti altari quanti sono i letti dei malati; anche qui ogni giorno vedo l’ostia immolata in un bambino che soccombe alla malaria cerebrale, o in un cinquantenne che si sta spegnendo come una candela e muore letteralmente di fame perchè un tumore dell’esofago gli impedisce di nutrirsi, oppure in una ragazza devastata dall’AIDS, scheletrica ma ancora bellissima.
Lo so e lo sento che ogni letto è un altare su cui un povero Cristo è in croce, anche se lui non sa di essere per me l’immagine più viva e forte del Salvatore.


Ed io stesso sovente riesco a richiamarmi alla coscienza il fatto che sto servendo il Cristo ogni volta che faccio qualcosa per gli altri (“ogni volta che avete fatto queste cose al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me”).
Mi reputo fortunato ad avere Cristo tra le mani tutto il giorno.
Avverto un’enorme responsabilità quando questo Cristo si affida a me con totale abbandono e crede con tutte le sue forze che potrò salvarlo dalla sua malattia.
La sala operatoria poi è certamente uno dei momenti solenni in cui gli atti che si compiono diventano quasi sacri ed assumono apparenze anche esterne che richiamano il senso di profonda spiritualità insito nel lavoro del medico.
Oggi abbiamo corso dal mattino alla sera tardi, operando in entrambe le sale operatorie: e come non potrebbe essere così con Luciano qui presente insieme a due nuove ginecologhe appena arrivate a Chaaria!
C’è stato però un caso particolare: una giovane ragazza con una peritonite, arrivata in preda al dolore nel pomeriggio ed operata subito dopo.
Nè l’ortopedico, nè le ginecologhe mi potevano aiutare: loro erano impegnati altrove.
Ero solo a portare il peso di quell’operazione: ho dovuto fare anche la spinale perchè Mbabu era appena andato a casa. Avevo troppa paura che non mi venisse, ed è stato spontaneo sentirmi nascere sulle labbra la preghiera dell’ Angelo di Dio per chiedergli di guidare la mia mano.
Quante volte poi, durante l’intervento, il mio pensiero è volato al Signore per chiedegli aiuto, lumi e saggezza, al fine di poter salvare quella giovane vita. Preghiera e lavoro si mescolavano in continuazione.
Alla fine tutto è andato bene.
E’stata, come spesso mi accade, un’entusiasmante impresa chirurgica in cui obiettivamente ho salvato la vita di una giovane donna, ed insieme un’esperienza mistica in cui ho chiesto aiuto al Signore e mi sono messo sotto la sua protezione.
Sovente sono in ritardo per la preghiera in cappella, ma quante volte prego e chiedo aiuto a Dio nella mia giornata, anche quando opero, e soprattutto quando non so cosa fare davanti ad un caso difficile.
Quante volte poi prego in sala parto quando un bambino non vuol saperne di nascere ed il battito cardiaco fetale peggiora di attimo in attimo.
La preghiera ha certamente un’accezione più ampia del rito e della liturgia: è comunione con quel Dio che cerco di servire, imitare e contemplare nel fratello che soffre, soprattutto se povero ed abbandonato.
L’ospedale è quindi certamente parte della grande chiesa in cui vivo da mane a sera nell’anelito continuo di contemplare il volto di Dio e di essere a Lui gradito.

Fr Beppe


1 commento:

Paolo V. ha detto...

Grazie a persone come te che operano tra gli ultimi e i più deboli, che doni il tuo tempo, la tua caparbietà a trovare la terapia giusta per guarire e salvare la vita ai tuoi pazienti. Leggendo il tuo blog mi fai capire quanto fragile e preziosa è la vita. Grazie a te chi guarisce potrà ancora guardare il cielo, ammirare il sorgere e tramontare del sole e farsi riscaldare dai suoi raggi. Tutto questo ci fa assaporare che la vita è un dono e per chi ha fede è un dono di Dio.

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