Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


giovedì 29 settembre 2016

Malati gravi e pazienti difficili

Oggi giornata durissima.
Pazienti dovunque... e naturalmente tutti con la pretesa di essere visti per primi.
Un numero crescente di persone che si arroccano il diritto di essere visitati solo dal “medico bianco”, con il pericolo sempre piu’ reale che il “dottore mzungu” venga in realta’ “mangiato” da problematiche minori ed a volte inesistenti di persone che non accettano di vedere nessun altro ufficiale sanitario... e con lo spettro contrapposto e sempre piu’ possibile che queste persone ti tolgano il tempo e l’energia mentale per dedicarti a chi e’ veramente grave.
Oggi per esempio, quando G. e’ venuta da me in lacrime dicendomi di aver “perso” una giovane paziente di 16 anni affetta da insufficienza renale grave, io da una parte mi sono difeso psicologicamente, e le ho detto che dall’eco eseguita in mattinata risultava evidente che la malata fosse spacciata: reni distrutti, ascite, ecocardio pauroso con frazione di eiezione ridotta, ipertensione incontrollabile... Pero’ e’ anche vero che, dopo l’ecografia, non mi sono neanche ricordato di andarla a visitare ancora, ed ho lasciato a G., giovane dottoressa quasi neolaureata, tutto il peso di impostare la terapia per una malata cosi’ complessa.


E’ vero che non l’ho fatto per pigrizia... anzi! Ho lavorato come un matto saltando anche la siesta, come ormai e’ d’abitudine: ma cosa ho fatto in realta’? Ho eseguito una gastroscopia ad un poveretto con il tumore dell’esofago, e gli ho praticato una biospia... questo era certo necessario! Ho operato due ernie inguinali ed un’emorroide... e cio’ va piu’ che bene! Ho aiutato un po’ in sala odontoiatrica, dove oggi c’era “l’invasione dei Tartari”.
Ma nel contempo ho visitato un sacco di “psicosomatici” e di “malati immaginari” che pero’ non accettavano nessun altro se non il sottoscritto, adducendone le ragioni piu’ disparate.
La motivazione piu’ comune mi sembra la distanza: pare quasi che il provenire da lontano autorizzi e dia il diritto di scegliersi il medico... e soprattutto di rifiutarne altri!
Deve essere molto imbarazzante per i clinical officers essere liberi e senza pazienti, ma sentirsi dire in faccia: “non ti voglio. Io pretendo il dottore bianco”.
E’ una situazione di disagio per i miei collaboratori, ed un grande peso fisico e psicologico per il sottoscritto, soprattutto quando, alla sera, ti sembra di aver lavorato da bestia, ma, alla fin della fiera, di aver trascurato proprio i piu’ gravi.
Ancora G. mi ha raccontato di una ragazza ricoverata durante la notte per un tentativo di suicidio con ingestione di anticriptogamici: G. mi ha parlato della lavanda gastrica e di tutti gli sforzi fatti per tenerla in vita; ho guardato la cartella, e la terapia e’ stata ineccepibile... ma ho provato una morsa al cuore pensando che questa ragazza e’ riuscita nel suo tentativo anticonservativo; e’ passata per il nostro ospedale ed io non ho avuto neppure notizia della sua presenza... se non quando era gia’ morta.
Ogni giorno mi sembra di essere stremato, ma di non fare mai le cose piu’ necessarie: se mi dedico di piu’ ai ricoverati, poi mi ricevo le urla infuriate di chi sostiene di aver fatto 300 chilometri per la mia visita, visita che io gli ho poi negato.
Se mi butto sui malati ambulatoriali, rischio di visitare quelli che fan la voce piu’ grossa, trascurando poi il reparto dove la gente sta peggio. Se entro in sala operatoria, e ci rimango tutto il giorno, provo rimorso per non aver dato attenzione ne’ agli ambulatoriali ne’ ai ricoverati.
Penso che sia come la storia della coperta troppo corta... da qualunque parte la tiri, lasci sempre scoperto qualcosa.
Forse e’ una siuazione da accettare con umilta’: non possiamo fare tutto; l’importante e’ dare il massimo, e poi accettare che non siamo onnipotenti.
Ed inoltre non siamo neppure delle macchine, per cui a volte e’ lecito anche dire: “sono troppo stanco e non ce la faccio proprio piu’”, anche se poi il senso di colpa e’ assicurato.

Fr Beppe


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