Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

mercoledì 15 febbraio 2017

Sempre difficile decidere!

Agnes ha una cicatrice da pregresso cesareo: era stata operata nel2015, ma il bambino era morto subito dopo essere venuto alla luce.
Ieri e’ venuta in ospedale perche’ aveva rotto le acque ed aveva sentito contrazioni la notte precedente. 
Al momento della visita (di domenica pomeriggio!) non aveva piu’ le doglie, che si erano bloccate quasi subito dopo aver perso il liquido amniotico.
Secondo la data dell’ultima mestruazione (che lei dice di ricordare perfettamente, ma di cui io mi fido sempre molto poco), Agnes sarebbe di 37 settimane, e quindi tecnicamente potrebbe partorire un feto maturo abbastanza da non avere problemi respiratori.
Ho fatto l’ecografia ed ho visto che il feto era in presentazione trasversa, cioe’ in una posizione che controindica in modo assoluto il parto naturale.
Ma la biometria fetale mi ha portato a indicare una eta’ gestazionale di 32 settimane. Di liquido amniotico ce ne era ancora un pochino, anche se chiaramente Agnes aveva un oligoidramnios.
Da questo momento sono iniziate le mie crisi mentali:
- Agnes ha gia’ perso un figlio. Che faccio? La cesarizzo immediatamente visto che la presentazione trasversa e’ una controindicazione al parto spontaneo? Pero’ il feto e’ piccolo; la maturazione polmonare non e’ assicurata. Chi mi dice che non sara’ un cesareo con esito in un secondo nato-morto?


- Ma lei non contrae al momento, e quindi si potrebbe aspettare! Di liquido amniotico c’e’ ancora qualcosa , ed attendendo posso anche farle del bentelan per incrementare la produzione di sulfactante negli alveoli. Ma se aspetto e domani mattina l’eco mi dimostra un feto morto in utero a causa dell’oligoidramnios, la mamma non mi accusera’ per la perdita del bambino?
Ma alla fine mi decido per la posizione attendista, pur tormentato da tantissimi dubbi.
La natura poi fa il suo corso e viene a tagliar corto sulle mie agonie intellettuali.
Sono infatti le due di notte quando suona il cicalino (ero a letto da sole due ore dopo l’ultimo cesareo), e mi dicono che la Agnes ha complicato con un prolasso di cordone ombelicale.
Questa e’ una situazione tremenda in cui bisogna agire al piu’ presto, ed in cui il 90% dei feti non sopravvivono a causa della ipossia, derivante dalla compressione sul cordone ombelicale.
Invece il Signore ci da’ una mano, e la femminuccia che abbiamo tirato fuori per i piedi e con qualche difficolta’ a motivo della presentazione trasversa, si mette a piangere sonoramente dopo appena cinque minuti di rianimazione.
Questa volta e’ andata davvero bene, a parte l’ora del tutto sconveniente del cesareo... ma la responsabilita’ della decisione finale sulla vita degli altri sempre pesa sul mio cuore come un macigno.

Fr Beppe Gaido


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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