Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

lunedì 3 aprile 2017

La tubercolosi

Irene e’ stata ricoverata circa una settimana fa; ha 28 anni ed e’ incinta di 35 settimane. E’ completamente paralizzata dalla vita in giu’. Abbiamo fatto una ecografia, ed il feto e’ vitale.

La malata riferisce che la paralisi si e’ instaurata circa 7 mesi fa, all’inizio della gravidanza.
Questa vicinanza di tempo ha portato Irene a credere che sia stata il suo “stato interessante” a causare la malattia. Infatti, a suo giudizio, subito dopo il concepimento essa avrebbe incominciato ad avvertire perdita di sensazione tattile e di potenza motoria agli arti inferiori.
Come spesso accade, Irene ha iniziato il suo peregrinare in molti dispensari rurali in cui ha ricevuto varie terapie... normalmente per la malaria che tende ad essere considerata il capro espiatorio di un po’ tutte le condizioni morbose.
Quando e’ giunta da noi abbiamo notato non solo la paraparesi, ma anche il fatto che gli arti inferiori presentano frequenti movimenti involontari di tipo clonico. Inoltre, alla totale perdita motoria, faceva da contraltare il fatto che la sensibilita’ tattile sembrava ritornata normale.
L’ecografia ostetrica ha escluso delle malformazioni fetali... e la cosa e’ gia’ positiva in se’, visto che questa mamma ha assunto molte medicine prima di rendersi conto di essere gravida.
Abbiamo dovuto inserirle un catetere vescicale a permanenza, dal momento che l’incontinenza urinaria potrebbe causarle delle piaghe da decubito.
Durante gli esami di routine abbiamo purtroppo scoperto che Irene e’ HIV positiva. Abbiamo fatto il counseling ed abbiamo dato la terribile notizia ad una paziente del tutto ignara ed ora ancor piu’ indifesa e piena di angoscia.



Ma la positivita’ al test per l’immunodeficienza acquisita mi ha quasi immediatamente portato a pensare ad un’altra patologia che falcidia la popolazione portatrice del virus.
L’ho fatta girare sul fianco, ed ho notato un gibbo ad angolo acuto a livello delle vertebre toraciche: “Questo sembrerebbe il morbo di Pott. Ma come fare a dimostrarlo? Una lastra in gravidanza sarebbe meglio evitarla!”.
Ho quindi provato a parlare con Irene e le ho chiesto se non si fosse mai sottoposta a radiografie della colonnna vertebrale.
A questo punto lei si e’ ricordata di averne fatte in effetti proprio all’inizio della sintomatologia, quando era stata riferita all’ospedale distrettuale per un consulto.
“Puoi chiedere ai tuoi familiari di portare le lastre? Mi servirebbe molto vederle!”
Quando piu’ tardi ho avuto modo di visionare i radiogrammi, mi sono reso conto del disastro: distruzione di un corpo vertebrale, con collasso anteriore della vertebra a livello toracico.
La lastra era evidentemente la prova di una tubercolosi della colonna esistente gia’ sette mesi prima.
“Ti hanno spiegato il referto di queste lastre? Ti hanno detto che avresti dovuto assumere la terapia per sei mesi senza interruzione?”
“Si’, hanno parlato di qualcosa che non ho capito. Mi hanno anche prescritto delle medicine da assumere per due settimane, raccomandandomi di ritornare al termine delle medicine stesse per una nuova prescrizione”.
“E perche’ non hai seguito le istruzioni ricevute?”
“Tutte quelle pastiglie mi facevano star male, e non vedevo alcun miglioramento. E poi l’ospedale distrettuale era lontano, ed io non avevo soldi per pagare il matatu (mezzo di trasporto)”.
Una cupa nube di tristezza ha quindi invaso la mia mente. Ancora una volta sono state l’ignoranza e la poverta’ a causare questo disastro.
Dobbiamo insistere molto sul counseling, perche’, se il malato non comprende la necessita’ delle medicine, puo’ essere lui stesso la causa di complicazioni terribili e forse irreversibili.
Siccome Irene ha iniziato e poi sospeso i farmaci antitubercolari, ci sono rischi aumentati di resistenza alla terapia, e bisogna instaurare il regime proprio della ricaduta... ma non possiamo usare la streptomicina, che potrebbe causare la nascita di un neonato sordo.
Inoltre Irene va messa anche in terapia antiretrovirale per HIV, sia per se stessa che per la prevenzione della trasmissione materno-infantile.
Il fisioterapista e’ molto pessimista sulle possibilita’ di recupero.
Da una parte non si possono fare terapie aggressive per paura di indurre il travaglio, e dall’altra forse ci vorrebbe un intervento di stabilizzazione vertebrale, improponibile date le condizioni sociali ed economiche di Irene.
Per ora abbiamo deciso di tenerla in ospedale e di fare per lei una fisioterapia passiva , finalizzata al mantenimento della massa muscolare, alla prevenzione delle ulcere da decubito e dell’embolia polmonare.
Faremo un cesareo fra due settumane circa, sia per il fatto che Irene e’ HIV positiva sia per il fatto che non ha il controllo della parte inferiore del suo corpo.
Quando avra’ recuperato bene nel post-operatorio, il fisioterapista spera di poterfare qualcosa di piu’ per lei, magari con le trazioni sulla colonna vertebrale.
La mia paura e’ comunque che quel bimbo (che speriamo nasca HIV negativo) avra’ una mamma paraplegica per sempre.

Fr Beppe Gaido


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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