Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

venerdì 12 maggio 2017

Notti convulse

Stanchissimo perchè la notte precedente era stata troppo corta a motivo di un cesareo alle 4.30, vorrei andare a letto un po’ più presto.
I reparti sembrano abbastanza tranquilli e sono le 22.15 quando spengo i generatori ed affido l’ospedale ai soli pannelli solari.
Sarebbe inutile chiamare l’Enel locale adesso. Ha piovuto e le strade sono molto difficili: sicuramente non verrebbero. Chiamerò domattina.
Spero di cuore di poter dormire un po’, perchè sono a pezzi, sia per la stanchezza che per i postumi della mia infezione intestinale che si trascinano pesantemente da giorni.
Provo a leggere un po’ usando la pila frontale che mi sono comprato proprio per serate come questa: ho tra le mani un bel giallone che di solito mi cattura e mi porta lontano dalla routine prima di addormentarmi, ma stasera il cervello è impastato e gli occhi si chiudono: non riesco neppure a finire una pagina.
Metto la zanzariera, spengo la torcia ed in pochi minuti sono tra le braccia di Morfeo.
Passano solo due ore quando suona il telefono.
Mi rigiro confuso; non riesco a capire dove sono, e mi ci vuole un attimo a mentalizzare che deve essere l’ospedale a chiamare.


Istintivamente porto la mano all’abat jour: “ah già, dimenticavo!
Niente corrente!” E’ Josphine che mi parla con voce pimpante (lei fa la notte ed è sul lavoro, è ovvio che si senta sveglia!): “c’è un cesareo, per favore metti il generatore”.
Sono così stanco che mi muovo in modo pachidermico. Giancarlo è a Nairobi e quindi mi manca il secondo operatore in sala. Josphine seguirà la spinale come al solito, ma devo chiamare Makena che è reperibile per l’occasione.
L’angoscia mi monta dentro pian piano quando la chiamo due, tre, quattro volte, ed il suo telefono è costantemente spento.
Provo allora a svegliare Celina che non abita lontano e che potrei andare a prendere in tempi brevi: il suo telefono è acceso ma Celina non sente.
Mi sento un po’ disperato e mi avvio in ospedale dicendo a Josphine che avrei dovuto chiedere a lei di “lavarsi” con me perchè non riuscivo a trovare un secondo ad aiutarmi.
L’anestesia l’avrebbe seguita Kinanu.
Proprio mentre stiamo entrando in sala, tesi e preoccupati, inaspettatamente telefona Celina che ha visto le chiamate perse.
E’ stato un colpo di fortuna ed una carezza della Provvidenza.
Celina, come al solito è stata disponibilissima: sono uscito con la macchina e sono andato a prenderla per non farla camminare da sola nella notte.
La spinale mi è venuta subito ed il cesareo (un trasferimento da una maternità rurale governativa) è andato benissimo...ed in tempi relativamente brevi.
Tra operazione, prescrizione di terapia in cartella, sbarellamento della paziente, riaccompagnamento a casa di Celina, ri-spegnimento del generatore, sono arrivate le due e trenta del mattino.
Riprendere sonno è stato un incubo(ci ho messo quasi fino all’alba), ed oggi con il dr Nyaga abbiamo iniziato la lista operatoria alle 7.30.
La giornata è stata convulsa, senza neppure una pausa pranzo, se non un pasto veloce nella saletta della sala operatoria tra un intervento e l’altro.
Vi lascio immaginare come mi sento adesso che sono nuovamente le 22.
Spero solo che stanotte le chiamate di emergenza mi risparmino ed io possa dormire un po’.

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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