Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


giovedì 13 luglio 2017

Che dolore!

Lo sapevo che sarebbe stato un terno al lotto riprovarci, ma lei ha insistito con una determinazione disperata che mi ha impressionato!
Ritenevo improbabile che stavolta ci riuscisse perchè nella mia testa ho sempre pensato che ci siano problemi cromosomici o suoi o del marito, ma lei ha continuato a ripetermi che con un solo figlio non poteva assolutamente andare avanti perchè nella sua famiglia e nel villaggio era completamente ostracizzata. 
Quindi ci avrebbe comunque riprovato a rimanere incinta!
La ragione per cui mi pareva una decisione dolorosa stava nella sua storia clinica: il primogenito infatti era morto in utero per cause sconosciute all’eta gestazionale di circa 37 settimane. 
La donna non aveva avuto contrazioni e neppure emorragie: aveva semplicemente smesso di avvertire i movimenti del suo bimbo nella pancia!
Era stato uno stress incredibile per me dirglielo, immediatamente dopo l’ecografia: già allora avevo assistito a scene inquietanti di disperazione e di angoscia; già allora la mia paziente aveva perso il controllo ed aveva urlato rotolandosi sul pavimento per ore ed ore.


Quando si era calmata ed aveva accettato il ricovero, avevamo tentato di indurre il parto ma non ci eravamo riusciti; tutti i farmaci a nostra disposizione avevano fallito: nessuna contrazione, ma un continuo sanguinamento che la sta va anemizzando progressivamente.
Con dolore infinito avevamo dovuto procedere ad un cesareo su feto morto: si tratta di una misura estrema, di un totale fallimento per la medicina, in quanto non si dona alla mamma una nuova vita da far crescere ed invece la si lascia con una cicatrice che potrebbe causare
problemi in gravidanze successive.
Da quel cesareo quella mamma si riprese completamente dal punto di vista fisico, ma il suo cuore continuò a sanguinare.
La rivedevo di tanto in tanto e mi rendevo conto che era affetta da una sempre più profonda depressione!
La conoscevo da quando era una ragazza!
Per il passato era stata di un carattere solare e gioioso, una trascinatrice, un’ottimista di natura. Ora sempre di più diventava cupa, triste, pessimista e con ideazioni a volte a sfondo suicidario.
Poi rimase incinta nuovamente. Erano passati due anni dal precedente disastro.
Durante la gravidanza il nostro stato d’animo era di una costante apprensività e tensione.
Anche in questa seconda gestazione le cose però non sembravano andare per il verso giusto. Molto precocemente infatti ci eravamo accorti di una placenta previa che seguivamo con controlli ecografici ravvicinati, nella speranza di poter arrivare a termine di gravidanza ed operare la paziente prima che si instaurasse un’emorragia antepartum.
Anche quella volta però il peggio si verificò. 
Sanguinamento gravissimo a circa 36 settimane di età gestazionale e feto morto in utero (probabilmente a causa del sanguinamento e della conseguente carenza di ossigenazione): si trattò di un nuovo dramma psicologico, con paziente devastata emotivamente ed in condizioni generali sempre più precarie a causa del grave sanguinamento. Il cesareo fu nuovamente inevitabile, al fine di salvare la vita della madre: fu un momento mestissimo in quanto tutti sapevano che, se la donna certamente sarebbe sopravvissuta all’intervento, la sua depressione peggiorata gravemente.
Fu molto dura assisterla nel post-operatorio, soprattutto a motivo di un mutismo e di una anoressia in cui la paziente si era richiusa a riccio.
La seguimmo con amicizia per mesi, e ci furono momenti in cui abbiamo seriamente temuto per un suicidio.
La cosa che aggravava la sua situazione psicologica era sicuramente la pressione emotiva che essa subiva da parte del clan del marito: lo sposo le voleva bene, ma era anche gravemente condizionato dalle idee e dalla cultura della famiglia di origine che lo incitavano al ripudio della sposa, dovuto al fatto che certamente essa pareva sterile ed incapace di dargli una discendenza.
Egli però risistette a lungo e la sua presenza fu molto importante per evitare il peggio.
Alla fine ci fu una terza gravidanza e questa volta riuscimmo ad arrivare in tempo con un cesareo elettivo che ha finalmente dato alla nostra paziente la gioia di diventare madre.
Gli anni passarono, ed io continuavo a dire alla mia paziente che una bellissima figlioletta per lei doveva essere sufficiente: non era più sterile, anche agli occhi del villaggio; aveva dato un’erede al marito ed al suo clan, ed inoltre aveva già tre cicatrici sul suo povero utero e sarebbe stata ad alto rischio di rottura in caso di nuova gravidanza.
La sua situazione psicologica però no migliorò, nonostante la bambina che il Signore le aveva donato, e pian piano scivolò di nuovo in una depressione che le causava una miriade di sintomi psicosomatici in ogni parte del corpo.
Più tardi venni a sapere che il marito aveva ceduto alle pressioni della sua famiglia: la donna era stata mandata via da casa e viveva da sola, anche se lui di tanto in tanto andava a trovarla.
Poi, tre mesi fa l’ho rivista perchè aveva nuovamente bisogno di me.
L’ecografia ha dimostrato una gravidanza iniziale che lei mi ha confermato essere del marito: non si trattava quindi di un vero divorzio, ma di una separazione dal tetto coniugale al fine di rispondere a condizionamenti sociali divenuti insostenibili.
Mi ha detto chiaramente che ci avrebbe provato solo più stavolta, per dimostrare alla famiglia del marito di poter essere riaccolta, dopo aver donato loro il secondogenito.
“Se va male di nuovo, per favore toglimi l’utero. Non ne voglio più sapere!”
Le cose sembravano procedere per il verso giusto, e siamo arrivati oltre il terzo mese; ieri però la sventurata ha avuto dolori addominali forti.
Sono rimasto per un tempo interminabile con la sonda ecografica sulla sua pancia: avevo visto il problema sin dal primo momento, ma non avevo la forza di dirglielo. Questo mio ritardo nel parlare e la lunghezza esagerata dell’esame ecografico l’ha naturalmente terrorizzata e con la morte nel cuore lei mi ha chiesto se c’erano problemi.
Ho raccolto tutte le mie forze per dirle tutto d’un fiato: “il cuoricino del bimbo non batte più!”
Quello che è successo dopo me lo aspettavo; è stato come un “dejà vu”: urla di dolore e disperazione, mentre lei si rotolava sul pavimento.
Le abbiamo dato molte ore per calmarsi. Rifiutava ogni tipo di terapia e continuava a ripetere: “voglio morire con il mio bambino in grembo!”
Con prudenza le abbiamo sussurrato più volte all’orecchio che lei doveva vivere, che non doveva più pensare al suicidio e che la sua bambina era una ragione sufficiente per vivere.
Alla fine siamo riusciti a convincerla per il ricovero, a farla dormire e ad eseguire la revisione della cavità uterina, assolutamente necessaria per prevenire ulteriori complicazioni.
Adesso sta meglio. Ha chiesto di essere dimessa. Il marito non lo abbiamo visto ed è stata accompagnata a casa dalla sorella che in questo periodo vive con lei.
Sul suo volto catatonico una disperazione palpabile!
Nel mio cuore un peso grave che mi opprime come un macigno!
Il mio dolore si fa ancora più grande quando penso a tutte quelle giovani donne che invece i figli li sopprimono con un aborto clandestino, che, oltre ad uccidere la loro creatura, mette a rischio anche la loro stessa vita.

Fr Beppe Gaido


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