venerdì 6 giugno 2008

Scenari africani

E’ quasi l’ora del tramonto e Roberto mi chiede di salire sul campanile, perchè vuole fare delle foto ai dintorni di Chaaria. Predisponiamo la scala a pioli e saliamo attraverso la stretta botola del soffitto. Passiamo tra ragnatele e pipistrelli appesi a testa in giù, finchè arriviamo al piano delle piccole campanelle della missione. Una strana sensazione di nausea mi assale, insieme ad un forte capogiro: non mi è mai piaciuta l’altezza. Faccio un passo indietro e lascio spazio a Roby che, strisciando, mi passa davanti pian piano. Appena si siede sul pavimento di cemento e dà uno sguardo attorno, una esclamazione gli nasce immediatamente dal cuore: “Ma dove sono capitato!!! Qui siamo in mezzo al nulla... solo campagne, alberi ed arbusti che si susseguono sul terreno ondulato che si perde fino all’orizzonte. Quattro case attorno alla missione, e poi nient’altro...”

In effetti questo è parte del fascino e della difficoltà di Chaaria: essere in mezzo al niente è duro, perchè non ci sono grosse possibilità di uscire, non ci sono città in cui andare frequentemente per un po’ di necessaria ricarica psicologica. Però è anche affascinante, perchè ti senti immerso nella vita della gente, sei davvero dove vivono loro, sperimenti le stesse solitudini, le medesime difficoltà di comunicazione e di trasporti.
Da parte di noi bianchi espatriati c’è anche a volte la irrazionale percezione di essere abbandonati da tutti, e di essere condannati all’oblio: gli amici non ci scrivono più, la gente si dimentica di noi, semplicemente per il vecchio principio che: “lontan dagli occhi, lontan dal cuore”.
Essere in una cittadina come Meru, per certi versi sarebbe più semplice, ma sicuramente correremmo il rischio di essere là dove anche altri organismi umanitari internazionali hanno scelto di “piantare la tenda”, e perciò saremmo meno significativi: obbligheremmo i poveri delle aree rurali a più lunghi percorsi a piedi al fine di raggiungere l’ospedale.
Certo, la solitudine è una dimensione con la quale anche i volontari che pensano di venire a Chaaria devono fare i conti.
Il cielo ora si arrossa tutto, e da questa posizione Roberto può fotografare la palla rossa del sole che lentamente va a dormire dietro la collina che costeggia la nostra missione dal lato occidentale. Che belli i tramonti africani: l’azzurro si fa giallo ocra e poi rosso cupo. Il sole si tuffa a picco sull’orizzonte quasi che abbia fretta di andarsene. La luce si attenua rapidamente, e bisogna fare in fretta a scendere dal campanile, perchè il passaggio dal giorno alla notte non dura più di 15 minuti.
Il momento del tramonto, così carico di emozioni, lascia a volte nel cuore come una tenaglia: ti senti un po’ malinconico. Pensi ai tuoi affetti in Italia, e ti rendi conto di quanto siamo lontani gli uni dagli altri. Pensando allo stile di vita della gente, ti viene da pensare che non si tratta solo di 6000 chilometri, ma probabilmente di qualche anno-luce.
Meno male che a Chaaria non c’è molto tempo per la nostalgia: bisogna ritornare in ospedale perchè sempre c’è qualcuno che ha bisogno di noi.

Ciao. Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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